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Recensione di Violet Gaia - Lovers - Isabella Santacroce

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Recensione di Violet Gaia

Lovers - Isabella Santacroce


E’ il racconto di un’amicizia tra due adolescenti molto diverse.

Virginia vive i suoi diciotto anni in una famiglia che sembra non esistere. Nessun rapporto, nessun dialogo, nessuna emozione da condividere. E lei è oppressa in quello che, comunque, resta il suo habitat e che ha formato il suo stesso carattere: un po’ timido,  chiuso, introverso.

Elena, al contrario, vive ogni istante con il sorriso sulle labbra, in una famiglia allegra come lei e, apparentemente e soltanto apparentemente, totalmente armoniosa.

Un pomeriggio, in un parco, Elena e Virginia si sono incontrate e sembrava per sempre, legate da un’amicizia consacrata dai versi di una poesia     “E noi, l’una dell’altro, i colli reclini attorcigliammo”.

Ma era solo uno stato precario e momentaneo. E’ bastata un’attrazione senza logica e senza buonsenso per spezzare l’incantesimo. Virginia è irrazionale e istintiva, non ci si può stupire s’innamori di un uomo che non avrebbe neanche dovuto guardare, ovvero il padre di Elena, Alessandro. Tra i due nasce una relazione, fisica per lo più, che per la ragazza diventa un’ossessione.

Il senso di colpa per questa relazione la porta inevitabilmente a rifiutare Elena, che neanche se ne accorge.





Un giorno, parlando con l’amica, Elena crolla in lacrime, rivelando la

vera essenza della sua situazione: i suoi genitori stanno per separarsi e il suo perenne sorriso non è altro che una maschera di bambina con lo scopo di allontanare da sé la faticosa realtà.

Insieme se ne vanno in vacanza a Postano.

Virginia è decisa a dimenticare Alessandro. In un impeto di sincerità e rabbia per il dimostrato interesse di Virginia verso un ragazzo, Elena le confessa di amarla, forse confusa dallo stretto e ambiguo legame creatosi tra le due. E’ comunque del tutto convinta in quello che dice.

Ora padre e lia sono una maledizione, qualcosa da cui fuggire. Virginia se ne torna a casa.

Elena non regge il rifiuto, ma più che il rifiuto il distacco, soprattutto dopo essere venuta a conoscenza della relazione che lega l’amica a suo padre.

A questo punto mostra le sue grandi debolezze nel modo peggiore. Si suicida, nuotando verso l’orizzonte, lei, che aveva sempre avuto paura dell’acqua ma che aveva sempre desiderato raggiungerlo.

La trama sembra una semplice trama da soap-opera, e forse lo è.

Non è infatti questa a coinvolgere il lettore. Il gusto della lettura si trova nel modo di scrivere della Santacroce: frasi spezzate, brevissime,





punti fermi. E questi punti fermi suggeriscono tutti gli arresti stupefatti, i passi da gambero, le sconfitte di quello che una volta si chiamava “percorso di formazione”.

E’ un ibrido tra prosa e poesia.

Ciò che si trova sulla ina è la mente confusa di Virginia , che parla per lampi di pensiero, immagini, associazioni mentali. C’è spazio per odori, descrizioni di paesaggi interiori. La protagonista è divisa tra una passione che rincorre ma che non può vivere e un’amicizia che vive ma che non vuole rincorrere.

E’ un nuovo stile, simile a quello di una canzone. Si ha una sorta di simbiosi tra la musicalità delle frasi e le sensazioni provate da Virginia. Sulle ine è messa a nudo la sua anima con una scrittura che è insieme infantile e profonda.

Le immagini si ripetono a distanza di molte ine. Per esempio le due ragazze, quando stanno per chiarirsi sono descritte in questo modo:

“Viste da dietro sembravano sorelle.

Viste da davanti due estranee.”

Il chiarimento di Virginia con la madre è descritto con l’immagine inversa:

“Da dietro potevano sembrare due estranee.

Da davanti una lia e una madre.”






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