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SINISGALLI E LA POETICA



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SINISGALLI E LA POETICA


Sinisgalli fu poeta diverso dagli altri perché intese a suo modo personale la poesia e se ne fece un’idea tutta sua. Capì che era difficile fissare le regole e le leggi di una materia così sfuggente e, per questo motivo, decise di adottare, come Valery, l’analogia. In particolar modo,,trasse da quest’ultimo la convinzione che tra scienza e arte non vi fosse distinzione ma che, al contrario, non fossero nient’altro che la variazione di un fondo comune. Tuttavia non è facile definire la poetica di un così originale poeta, infatti anche i critici molto spesso vacillano di fronte alle sue austere metafisiche. In ogni modo, ci è giunto un elenco di addirittura 30 proposizioni,di cui portiamo qui di seguito quelle più significative, che ci dà un’idea della sua poesia,


  1. la poesia non si estende ma si edifica.
  2. la sostanza della poesia è inalterabile.
  3. la poesia è esclusa dal tempo, nel quale non si muove.
  4. nella formazione la poesia non si lascia forviare.
  5. la poesia ha necessità del sostegno di leggi perfette.
  6. solo la poesia esiste senza la minima interruzione del suo modo di essere.
  7. impossibile determinare l’istante della nascita della poesia.
  8. la poesia non è una nascita, è un accidente, un disastro.
  9. la poesia nasce da una grande volontà di conservazione.
  10. la storia degli uomini si edifica sulle rovine dei versi.



Per capirla fino in fondo bisogna leggere non una volta sola le sue prose ma occorre penetrare nell’opera per intendere il suo originale modo di concepire l’invenzione poetica. Innanzitutto, il poeta nasce in una situazione solitaria e appartata, in cui vi è la contemporanea presenza della fantasia e del pensiero che insieme danno origine ad una sorta di precipitato illuministico romantico, di irrazionalismo favoloso.

Tra le opere più importanti, rilevante è senz’altro il Furor Mathematicus che ci spiega la genesi della poesia sinisgalliana. Il problema è inizialmente quello di capire come l’ispirazione si manifesti nel Nostro.

Per lui la poesia è una discesa nell’irrazionale, come anche ci testimonia lo stesso titolo dell’opera. Infatti per furor si vuole intendere quel dato dell’irrazionalità pura, per mathematicus quell’attributo che ci riporta alla necessità di razionalizzare il momento dell’inconscio. C’è da sottolineare inoltre che altre due sono le componenti presenti nella sua personalità: da una parte la sua meridionalità, quindi quell’amore e calore verso la propria terra, dall’altra la sua razionalistica fiducia nel calcolo del numero e della linea, la sua apertura ad ogni sorta di proposta della civiltà delle macchine. Egli crede che al poeta sono indispensabili la solitudine ed il vuoto ma questo non può bastare. Per fare poesia, dunque, è necessario che ci siano anche la memoria e il pensiero.

Nell’ Immobilità dello scriba e in Cineraccio egli riesce meglio ad enunciare la sua difficile poetica. Il suo intento è senz’altro quello di rovesciare sia l’immagine del poeta vate del Romanticismo, sia quello del veggente del Decadentismo.

In ogni modo, scrivere versi per lui è un compito faticoso ma nello stesso tempo una piacevole giornaliera follia.

Non è certo possibile, nella breve economia di questa segnalazione, ripercorrere, fosse pure per sommi capi, la complessa questione dei rapporti tra scienza e poesia, due domini la cui separazione (che data almeno da quando, per alludere a certi versi di Eliot su cui medita anche il Morin della Tête bien faite, la Sapienza si è declinata in scienza, e la scienza si è frantumata in miriadi di saperi) segna un trauma forse immedicabile - una sorta di 'ferita fonda', come direbbero Ungaretti e Jaspers - della civiltà moderna. È però interessante almeno accennare ad uno degli aspetti più rilevanti su cui si è imperniata, dal Richards di Science and poetry al celebre saggio dello Snow (ma si pensi già a quella ina del Saggiatore sulla natura che 'non si diletta di poesie' e rigetta 'favole e finzioni') la polemica intorno ai rapporti e agli equilibri che si pongono fra le 'due culture': quello del conflitto di linguaggi che si crea fra queste due modalità di espressione delle facoltà umane, fra gli 'statements' referenziali, concreti, tendenti ad uno statuto di oggettività quantitativa e descrittiva, propri del discorso scientifico, e gli 'pseudo-statements', evocativi, allusivi, analogici, di cui si avvale quello poetico. Sinisgalli è forse, accanto all'ultimo Calvino (che peraltro il poeta di Montemurro, in un diario inedito reso noto proprio nel volume ora in questione, accusava di usare, nel suo 'dilettantismo' e nella sua 'tenera confusione', la scienza come materia, se non puro pretesto, di 'fantascienza'), uno degli scrittori italiani del Novecento che con maggior convinzione hanno tentato - in modo tenace, assiduo, pienamente autocosciente, e si potrebbe quasi dire sistematico - di assottigliare le barriere fra questi due emisferi della ricerca intellettuale, facendoli interagire in una sorta di cortocircuito o di processo osmotico.
Proprio questo ampio e ricco volume, che raccoglie diversi contributi (tra cui ricordo almeno quello, finissimo come di consueto, di Silvio Ramat, che ricostruisce i rapporti del poeta con Milano, intesa sia come fonte di suggestione e d'ispirazione che come crocevia di rapporti, contatti e sodalizi culturali, e quello di Antonio Di Silvestro, che muove da minuti rilievi di natura lessicografica e concordanziale per approdare ad una intensa illuminazione della 'geometria interiore' del poeta, della sua 'armonica dissonanza', della quasi matematica 'misura' compositiva e strutturale che egli impone alla sua 'voce') e presenta per la prima volta al lettore moderno materiali inediti, può sollecitare, nell'attesa che veda finalmente la luce il 'Meridiano' da troppo tempo auspicato, un'interpretazione d'insieme dell'opera di Sinisgalli, che comprende, accanto ai versi, e in organica e quasi sistematica connessione con essi, anche la saggistica di vario argomento, la prosa d'invenzione e di memoria e una critica urativa condotta secondo quelle stesse modalità, raziocinanti e insieme immaginose, che troviamo nell'Éluard di Donner à voir o nel Valéry interprete di Degas.
È stato già sottolineato più volte come la poetica di Sinisgalli sviluppi al proprio interno (in stretto contatto con la riflessione di Valéry da L'Ame et la danse a Eupalinos ou de l'architecture a Monsieur Teste, e prima ancora con la linea di pensiero che dal Poe della Philosophy of composition conduce al Baudelaire della Genèse d'un poème, risoluto nel porre alla radice del fatto poetico la 'sobrietà crudele' dell''espit analytique') una sorta di geometria delle sensazioni, di algebra dell'ispirazione, di calcolo razionale e progettuale che domina e coordina i sussulti dell'afflato lirico e il discontinuo fluire delle esperienze e delle memorie; 'geometria barocca', peraltro, come la definisce l'autore stesso, non euclidea, aperta alle dissimmetrie, alle anomalie, agli imprevisti, finanche alla casualità della mano e della penna che inseguono se stesse e il proprio estro - un po', si potrebbe dire, come nell'ininterrotto e infinitamente variato discorso urativo dell'amico Lucio Fontana, dedicatario di un'Ode del poeta, e i cui Concetti spaziali accolgono, nelle strutture profonde e nelle pieghe segrete celate sotto la loro razionalità e le loro geometrie severe e quasi ostentate, anomalie, squilibri, impure e contaminanti irruzioni di materiali e di scorie.
Mi pare che proprio questa interazione e questa sintonia di invenzione poetica e lucida coscienza critico-estetica (accanto all'identificazione, comune anche agli ermetici, di vita e letteratura, esistenza e poesia, attestata, in questo volume, da una splendida lettera inedita del '47 ad Alberto Mondadori, in cui Sinisgalli confida di avere dolorosamente decantato e trasfuso, 'parola per parola', tutta la propria esistenza in quella poesia che sola sapeva donargli una ungarettiana 'rara felicità') possa rappresentare, per così dire, l'ardente crogiolo, il calor bianco che accende e rastrema, fondendoli nella sua fiamma unita e duplice, il pensiero della scienza e quello dell'arte.





I 4 TEMPI DELLA POESIA DI SINISGALLI

Il 1931 viene definito come l’annoda cui si può parlare della sua vera e propria poetica.

I primi versi composti a Roma furono gozzaniani. Era questo il tempo in ui aveva come punto di riferimento i crepuscolari, che reputava “poeti bellissimi”. Nei componimenti di questo periodo notiamo l’inizio del suo esordio poetico, infatti sono del ’27 quelle poesie nate dall’incontro del poeta con i crepuscolari. In questa prima fase non dobbiamo pensare solo ed esclusivamente al repertorio crepuscolare perché in quegl anni il poeta stava valorizzando gli accenti propri dei crepuscolari, elaborando così una nuova poetica,grazie anche all’influsso dei simbolisti Valery e Verlain. Pertanto, il suo esordio può essere collocato nell’area ermetica. Infatti, nelle 18 Poesie vi sono situazioni liriche analoghe a quelle di Quasimodo e degli altri ermetici meridionali,  tra cui l’immagine della terra madre,luogo incantato fuori dal tempo, luogo di pace e riposo, paradiso della memoria infantile. Però, allo stesso tempo, Sinisgalli si distacca da essi per l’assenza della disposizione descrittiva, del colorismo pittorico e della contabilità. Poiché la sua opera subisce l’influsso di diverse culture, essa non può essere sempre uguale a se stessa. Pertanto la prima operazione da fare è la periodizzazione.

Possiamo dividere la scrittura del Nostro in 4 tempi.

I STAGIONE: Produzione delle 18 Poesie, dei Campi Elisi, Vidi le Muse.

II STAGIONE: I nuovi Campi Elisi, Fiori pari e fiori dispari, Belliboschi, Furor Mathematicus. Horror vacui.



III STAGIONE: La vigna vecchia, Il Quadernetto alla polvere.

IV STAGIONE: Ceneraccio, l’età della luna, Il passero e il lebbroso, Mosche in bottiglia, Dimenticatoio.


RACCOLTE POETICHE


CAMPI ELISI: è il nome del paese dove sorgeva la casa dei Sinisgalli, ma poi con esso si intese tutto il paese. A distanza di otto anni ne riprende il titolo per ribadire la continuità dei miti a lui più  cari. Successivamente aggiunge l’aggettivo nuovo che indica la ricerca di una nuova strada poetica, innanzitutto rifiutando la retorica dannunziana, poi polemizzando contro i comni ermetici. Ne I nuovi Campi Elisi il motivo elegiaco prevale su quello epigrammatico, si coglie una disposizione ad eludere il frammento poetico e la tendenza a distendersi in organismi lirici più complessi.

QUADERNETTO ALLA POLVERE: l’autore ci fornisce le ragioni storico-culturali che hanno dato origine alla strana mescolanza tra prosa e poesia. Ha come motivo centrale la polvere, segno tangibile di ogni naturale dissoluzione e dove il poeta aveva significativamente annotato un isterilirsi nella capillarità delle similitudini. 

FUROR MATHEMATICUS: L’Autore arriva ad una definizione della poesia in generale, ma anche, sforzandosi di risolvere il difficile problema del rapporto scienza arte, ad una determinazione della sua originale poetica.

LA VIGNA VECCHIA Pur conservando le vecchie tematiche del mondo lucano, il Nostro aggiunge un dato nuovo che fa pensare ad una crisi rispetto agli anni passati. ½ è un atteggiamento pensoso alternato talvolta all’ironia, che pone in primo piano l’inesorabile fuga del tempo, il senso della morte e una certa nostalgia del divino che servono a limitare l’assoluta fiducia della scienza.

L’ETA’ DELLA LUNA: Indica il nuovo corso nella poetica di Sinisgalli, che mescola poesie di varia lunghezza. Il tema della vecchiaia, ricorrente nelle poesie e ripetuto in maniera ossessionante, rivela la natura autobiografica del libro, dato alle stampe quando egli aveva da poco compiuto 54 anni. ½ è inoltre un piccolo brano in formato di commiato che riassume lo stato del poeta giunto quasi al termine del suo viaggio.

IL PASSERO E IL LEBBROSO: Riprende le tematiche de L’età della luna, ma segna anche l’acuirsi dello stato doloroso del poeta. Ora il tono è più amaro, significata dal ricorrente motivo delle malattie. Ma un poeta come Sinisgalli non può indulgere alla rappresentazione realistica della malattia, pertanto o vi sottrae guardando indietro per revocare con rimpianto il tempo del sole o esclude la luce per battere insistentemente sul tema della morte.








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