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UN’INTEGRAZIONE DIFFICILE

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UN’INTEGRAZIONE DIFFICILE

LA LETTERATURA D’IMPEGNO E SINISGALLI, POETA D’EVASIONE


Molti anni fa, in occasione del 59° Congresso della Società Dante Alighieri, che ebbe luogo a Potenza nel 1968, per la prima volta si affrontò un discorso sulla letteratura lucana per portarne a conoscenza precisi riferimenti ad opere ed autori lucani, che fino a quel momento erano stati del tutto assenti. Già nei primi anni Sessanta vennero fondati istituti regionali ed organizzati congressi, pubblicazioni, tavole rotonde per rivelare e chiarire l’identità della Lucania stessa. L’impegno, infatti, di tutti gli storici e critici diede fin da subito il suo frutto, basti pensare alla “Storia letteraria delle regioni d’Italia” ad opera di Sapegno e Binni , ma in particolar modo è grazie ad U. Bosco che, analizzando la storia letteraria dal Duecento in poi, ha identificato in Sinisgalli, Scotellaro e Pierro i principali autori della letteratura lucana del ‘900. Come possiamo ben notare, Sinisgalli è al primo posto di questa triade perché è proprio grazie alla sua ura e alle sue opere che la Basilicata è entrata a far parte della storia letteraria italiana. Per quanto riguarda, invece, Scotellaro e Pierro, possiamo ben dire che il primo deve la sua notorietà più al clima culturale e storico del suo tempo che allo specifico spessore della sua arte, infatti nella sua scrittura poetica spesso il livello ideologico sovrasta quello letterario; il secondo, di cui non tanto la materia ed i contenuti quanto l’ utilizzo del dialetto rendono alquanto problematico la lettura e l’approccio alla sua lirica. Sinisglli, inoltre, si distacca da loro non solo per una cultura più profonda ed un’arte lirica più intima e più pura, ma anche e soprattutto perché, pur avendo come punto di partenza la sua terra, poi è uscito dai suoi confini regionali, fino ad ottenere una posizione di rilievo a livello della letteratura nazionale.



Erano quelli gli anni ’50 in cui si diffondeva l’idea di una “letteratura d’impegno” e soprattutto in cui nasceva il concetto gramsciano di “letteratura nazional – popolare”, che accesero forti dibattiti fra gli intellettuali di tutta la cultura postbellica. Come lo stesso Asor Rosa affermava, erano gli anni in cui non solo bisognava sanare i dolori e le ferite a seguito della guerra, ma soprattutto nasceva la forte esigenza di edificare una nuova società, creare una nuova cultura e capire quale fosse il nuovo ruolo che il letterato, da questo momento in poi, avrebbe dovuto assumere. Una iniziale proposta fu quella della critica di orientamento marxista, la quale riteneva bisognasse rileggere in modo più concreto i testi e ricavarne gli strumenti adatti per analizzare i mutevoli rapporti tra gli scrittori e la società.

Contemporaneamente continuava a diffondersi il concetto di “impegno” (engagement), attraverso anche il saggio di J. P. Sartre “Che cosa è la letteratura”, in cui dichiarava che il nostro scopo era quello di produrre mutamenti nella società circostante e che quindi la letteratura continuava ad avere la stessa funzione che aveva fin da sempre assunto, ossia una funzione sociale. La riscoperta, inoltre, dell’opera gramsciana poneva in Italia la necessità di una letteratura nazional popolare. Bisogna, però, notare che in molti paesi, “nazionale” e “popolare” erano termini assunti come sinonimi, ma in Italia ciò non era possibile perché gli intellettuali erano lontani dal popolo, non si sentivano legati ad esso e non ne sentivano i bisogni, le esigenze, le aspirazioni, i sentimenti.  Nei Quaderni, infatti, Gramsci afferma che in Italia non era mai esistita una letteratura nazional popolare, in cui il popolo potesse riconoscervi i propri problemi, perché era da sempre mancata un’identità di concezione tra il mondo degli scrittori e quello del popolo. Pertanto, ci si domandava che tipo di impegno dovesse essere quello dell’intellettuale, se sociale, culturale, politico. La polemica a riguardo divampò su molte riviste, in primis sul “Politecnico”, che uscì nel 1945 con un articolo di Elio Vittorini intitolato “La nuova cultura” , ma, giacché i numeri successivi non corrispondevano alle aspettative del PCI, Togliatti fece notare a Vittorini che il compito degli intellettuali non doveva essere come quello delle cicale, bensì come quelle delle formiche, che, anziché produrre un’arte creativa, dovevano lavorare per trasformare la società.

Ed era proprio in questo contesto che venne affrontata la situazione del Sud d’Italia, in particolare, della Lucania, che era, insieme a tutti gli altri paesi meridionali, decisamente arretrata rispetto al nord e qui ogni innovazione, ogni novità ed ogni idea arrivavano sempre in ritardo. Fu proprio grazie al “Cristo si è fermato ad Eboli” di Carlo Levi  , pubblicato nel ’45, che si pose l’attenzione sull’arretratezza che aveva sempre caratterizzato la Lucania, portandone alla luce i problemi e facendo riaprire la cosiddetta “questione meridionale”, fatta passare sotto silenzio dal regime fascista.

Non tutti, però, apprezzarono il lavoro dello scrittore torinese, in primis Mario Alicata, il quale criticò Carlo Levi di non essere in grado di affrontare le ragioni dell’inferiorità del Mezzogiorno e di poterne trovare soluzione; soprattutto lo accusò di aver trattato la società meridionale con una “rappresentazione metafisica e misticheggiante”, anziché darne una descrizione più veritiera, che mostrasse le reali condizioni di vita del mondo contadino.

Chi anche, nelle proprie opere, rappresentò la vita contadina del sud fu Leonardo Sinisgalli, che, come Scotellaro, era nato da un sarto contadino costretto ad emigrare. Ma tra i due autori, al di là di questa analogia, esistono molte divergenze, basti pensare che Scotellaro può essere definito come un “poeta della libertà contadina”, mentre Sinisgalli prediligeva una poesia pura e il ritiro in se stesso.

Da alcune fonti, si evince che il primo fu un grande ammiratore del poeta di Montemurro, infatti ciò è proprio evidente in una lettera da lui spedita a Sinisgalli nel 1946, in cui dichiarava la sua profonda stima ed amicizia, dandogli del tu. Inoltre, proprio nel periodo, tra il ’38 e il ’43, in cui Scotellaro compose le sue poesie su “carta da macellaio”, uscirono le prime è più importanti raccolte di Sinisgalli, tra cui “Cuore” (’27), “18 poesie” (’36), “I nuovi Campi Elisi” (’47), “Vigna Vecchia” (’52), che esercitarono una forte influenza sul poeta più giovane il quale, spesso, in alcune sue opere, ne riprese alcuni motivi formali, facendone addirittura delle autentiche trascrizioni.

Si può fare ancora una differenza tra i due scrittori per quanto riguardo la rappresentazione della Lucania. Il sud di Sinisgalli è immerso in una dimensione mitico-  arcaica, quasi fuori dal tempo, di cui ama la camna, i paesaggi naturali, i quartieri, le piazze, la gente, e l’autore fa continuamente dei richiami alla stagione della sua infanzia, momento di beatitudine che non potrà mai più ripetersi. Al contrario, il sud di Scotellaro è concreto in quanto ne esamina approfonditamente gli innumerevoli problemi di fronte cui si trova e per lui è un luogo reale, politico e sociale, abitato da uomini che difficilmente riescono ad inserirsi nella società.



Egli fu, come anche ammise, privo di “passione civile e storica” e disimpegnato rispetto al sud ma ciò non significa che non avesse delle proprie idee, ma che, al contrario,  preferisse esprimerle agli amici piuttosto che nei suoi scritti.

Una prima ragione di questo disimpegno è senz’altro la natura stessa della sua poesia che, per lui, rappresentava una consolazione sia per il dolore dovuto alla situazione storica della guerra, sia per l’angoscia che si manifestava nell’anima. Ma il motivo principale si può dedurre dalla sua stessa storia, in quanto egli, pur interessandosi delle novità e delle mode che si sviluppavano proprio agli inizi della sua notorietà, voleva intraprendere delle proprie strade, raggiungendo risultati originali.

Egli rientrava nel tipo d intellettuale “integrato” ed eteronomo, che doveva essere un esperto, un tecnologo letterario, capace di utilizzare gli strumenti fornitigli dalla tecnologia più avanzata (erano infatti gli anni in cui si potenziavano i mass-media, in primis cinema, stampa ed entrava in crisi la classica ura dell’intellettuale, che non era più guida e portavoce della società di fronte al potere). Egli si sforzava di risolvere in maniera personale il cosiddetto “miracolo economico” che aveva sì procurato vantaggi, ma nello stesso tempo aveva causato non pochi problemi, tra cui lo spopolamento del sud, la rovina dell’ambiente, la trasformazione del tenore di vita degli uomini sempre più legati al consumismo, l’urbanesimo. Sinisgalli, infatti, non assunse mai un atteggiamento polemico o critico né tanto meno una posizione politica né ebbe mai l’intenzione di contrapporre al processo di industrializzazione l’idealizzazione di una vita semplice.

Nella prima fase della sua attività il suo intento fu quello di conciliare due mondi socio-cultuali letteralmente opposti, quello della scienza e quello dell’arte. Ben presto, però, si rese conto dell’impossibilità di tale conciliazione giacchè vi era un abisso che divideva e distingueva nettamente l’intellettuale tecnologico e il poeta. Pertanto, è da questo momento in poi che cercherà di tenere separati i due campi: la cultura d’impegno e la professione tecnologica da una parte e l’esperienza del poeta dall’altra.

Molti hanno ritenuto che questa scissione sia stata una scelta di convenienza, sia forse per acquistare notorietà e successo sia forse per una possibile evasione nel mondo della poesia. Ma lo sbaglio di questi critici sta proprio nel fatto di considerare ogni cosa solo su basi economiche e, pertanto, l’arte stessa non può trovare giustificazione solo in cause economiche. Dunque bisogna soffermare l’attenzione su quale sia la reale genesi dell’atteggiamento di Sinisgalli. Quest’ ultimo, infatti, non ha scelto come oggetto delle sue opere la materia sociale né tanto meno i problemi del sud perché i suoi intenti erano del tutto diversi da un proposito di denuncia verso la società. Si è servito, quindi, della poesia non per condannare i mali della società, bensì solo come conforto, consolazione, soluzione ai propri problemi esistenziali e a quelli dell’uomo moderno. Certamente le vicende storiche-culturali degli anni ’50 non lo avevano lasciato indifferente; talvolta condivise i sentimenti degli intellettuali lucani, seguendone lo sviluppo delle idee dagli iniziali entusiasmi fino alla delusioni finali ed ha sicuramente provato le loro stesse angosce, le loro stesse paure, ma dopo le prime difficoltà, al contrario degli intellettuali emigrati, conobbe il successo e la ricchezza.

Solo negli ultimi anni della sua vita si fece più acre il suo pessimismo che lo portò a dubitare della scienza, ma alla poesia non rinunciò mai, anzi, il suo proposito fu sempre quello di salvare la letteratura dalla politica e dalla sociologia, affinché non fosse contaminata. In questo rimase sempre fedele al suo modello di arte lirica perfettamente pura e non diversa da quelli che erano i suoi modelli di riferimento, ossia Leopardi ed i Simbolisti.


SINISGALLI E L’ERMETISMO


In quegli anni, dal punto di vista letterario di grande rilievo era senz’altro la ura di Giuseppe Ungaretti, che fu un punto di riferimento per tutti i giovani della cosiddetta Scuola ermetica romana, di cui fa parte anche Leonardo Sinisgalli. Giacchè Ungaretti fece coincidere la storia con la letteratura e creò una nuova sintassi lirica dopo il crollo di quella tradizionale logico naturalistica, fu proprio lui l’artefice di una rivoluzione stilistica che lasciò sicuramente il segno nei poeti della stagione ermetica.

L’Ermetismo, nato inizialmente con accezione negativa, finì per assumere, grazie alle giustificazioni di Carlo Bo, un’accezione positiva ed una concreta poetica. Tuttavia, nonostante i suoi interventi, la critica sull’ermetismo continuò senza trovare una soluzione definitiva e probabilmente questo è dovuto al fatto che non tutti i poeti da noi definiti ermetici, cui Montale e Quasimodo, possono rientrare nella sfera di questa qualifica.

Anche se non è facile la determinazione dell’estetica dell’ermetismo, tuttavia possiamo per comodità individuarne due periodi ben precisi:

  1. dal 1930 al 1936, quando, diffondendosi in Italia il termine ermetismo, la poesia ermetica venne identificata con la poesie pura, ma entrambe vennero giudicate negativamente per la loro incomprensibilità.
  2. dal 1938 al 1945, quando il critico Carlo Bo diede alle stampe il saggio Letteratura come vita che segnò la fondazione del movimento che giunse fino al 1945 (molti ritengono addirittura fino al 1950).

In questo saggio, si delinea l’identificazione della poesia come vita, intendendo con questa espressione che la poesie è l’unica possibilità di vita nell’impossibilità di vivere nel tempo in cui la libertà è completamente limitata dal regime fascista. Proprio per questo, esso venne definito il manifesto per eccellenza di quella tendenza, che si prolungò per almeno tre stagioni e, per completarne le caratteristiche, dobbiamo tener conto anche della dislocazione geografica in riferimento ai poeti. Cominciando da nord a sud, indicheremo:



  1. Ermetismo settentrionale: gravitante alle riviste Circoli e Correnti.
  2. Ermetismo fiorentino: di tendenze spiritualistiche e neosimboliste, facente capo alle riviste Frontespizio e Campo di marte.
  3. Ermetismo meridionale: che per opera di Alfonso Gatto, la poesia ermetica dei fiorentini si estendeva al resto dell’Italia coinvolgendo anche i poeti del sud.

All’interno di quest’ultimo raggruppamento,  secondo il Mengaldo, è necessario fare un’ulteriore distinzione tra i poeti, non solo da un punto di vista geografica ma anche e soprattutto per le diverse tematiche da essi affrontate. In esso riconosciamo anche la presenza di Leonardo Sinisgalli e quanta importanza abbia avuto nell’avanguardia la mescolanza delle estetiche si può capire proprio dalla sua opera, infatti nella sua esperienza umana ed artistica andò a confluire tutta la lezione più moderna delle arti che ebbe modo di esaltarsi nel momento culminante di una poesia purissima che, pur recuperando la più grande lezione dell’avanguardia novecentesca, non è disposta a rinunciare a una somma di affetti che vengono tradotti in un’originale poetica, nella quale vengono affrontati temi quali l’infanzia, la terra madre, la famiglia, il paese. Per queste ragioni la poesia di Sinisgalli, oltre a definirsi ermetica, è anche una poesia che esalta la memoria e il recupero di una mitografia, da noi molto amata, che si concentra sull’elegia dell’esule e sul mito della città considerato dalla parte di un provinciale. Subì l’influsso di Ungaretti e Montale e possiamo delineare , già dal suo esordio, alcune caratteristiche della sua poetica:

    • La rottura degli schemi metrici tradizionali. Egli infatti utilizza l’endecasillabo, il nostro metro più classico ma, modificando gli accenti, li colloca in posizione errata o diversa rispetto alla loro originale scansione, col proposito di alleggerire il verso.
    • Le rime vengono spesso variate e talvolta nascoste, a tal punto da non essere sempre facile poterle individuare, poiché sono celate o sostituite da frequenti assonanze.
    • L’uso della parola poetica evoca gli oggetti che sembrano disposti dal poeta in ordine di importanza ma che in effetti sono isolati e senza effettivo legame fra loro.
    • La perenne presenza di analogie e l’uso frequente della sinestesia.
    • La presenza di oggetti simbolo o di valore fonosimbolico.
    • Un panorama desolato e mortale con scarse pause elegiache.

Nonostante ciò, non è agevole inquadrare Sinisgalli all’interno della sola corrente ermetica e, soprattutto, non è facile definirne la poetica.







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