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ATTICO

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ATTICO


Tito Pomponio, nato nel 110 da una ricca famiglia dell'ordine equestre, fu amico fin dalla giovinezza di Cicerone e di suo fratello Quinto, che ne sposò la sorella. Nell'85, per evitare di essere coinvolto nelle lotte civili (godeva delle simpatie di Silla, ma aveva parenti fra i popolari), si rifugiò ad Atene con il suo ricco patrimonio e vi rimase fino alla metà degli anni 60. Scrive il suo biografo e amico Cornelio Nepote: 'Resto là molti anni e, benché si occupasse dei suoi beni con la debita cura del proprietario e dedicasse il tempo libero agli studi e alla città di Atene, non di meno aiutò gli amici a Roma. Infatti venne alle loro elezioni e, se capitò qualcosa di importante, non manco. Ad esempio fu straordinariamente leale verso Cicerone in tutte le sue vicissitudini, e gli regalò duecentocinquantamila sesterzi quando andò in esilio. Una volta che la situazione di Roma tornò tranquilla vi si trasferì nuovamente, penso durante il consolato di L.Cotta e L.Torquato (65): e tutta la popolazione ateniese lo seguì mentre partiva, per indicare con le lacrime il dolore per la sua mancanza' (Attico 4, 3).

Fedele alla filosofia epicurea che insegnava a 'vivere appartato', Pomponio, soprannominato Attico dopo il lungo soggiorno ateniese, si sottrasse ad ogni impegno politico, pur parteggiando per la nobilitas. Dice ancora Nepote:

'In politica si comportò in modo da stare ed essere ritenuto sempre dalla parte degli ottimati, senza tuttavia affidarsi ai flutti civili, poiché riteneva che quanti si consegnavano ad essi non erano padroni di se stessi più di chi era sbattuto dai flutti marini. Non aspirò a magistrature, benché gli fossero disponibili sia per il favore che godeva sia per il merito' (6, 1-2). All'epoca della guerra civile fra Cesare e Pompeo non si mosse da Roma, pur aiutando economicamente i pompeiani. Nonostante le evidenti simpatie politiche riuscì a non inimicarsi né Cesare, che gli risparmiò estorsioni di denaro e gli concesse perfino la libertà di alcuni familiari prigionieri, né Antonio, che gli perdonò l'amicizia con Cicerone e con Bruto. In realtà Attico si occupò soprattutto di aiutare chi era via via in difficoltà: 'questo solo vogliamo si capisca, che la sua generosità non fu né opportunistica né astuta. Lo si può giudicare dai fatti e dalle circostanze stesse: non si vendette a chi era in auge, ma sempre soccorse gli afflitti' (11, 3-4). Durante il secondo triumvirato rimase in buoni rapporti sia con Ottaviano sia con Antonio. Fu amico soprattutto di Agrippa, generale di Ottaviano, che sposò sua lia: da quelle nozze nacque Vipsania Agrippina, moglie amatissima di Tiberio. Morì nel 32, lasciandosi morire di fame mentre era gravemente ammalato. Ricco d'interessi culturali ed artistici, proprietario di una biblioteca, lettore attento dei testi di Cicerone, di cui fu editore, Attico compose anche alcune opere: una cronologia della storia romana, ricerche genealogiche su alcune gentes, didascalie in versi a ritratti di uomini illustri e un'opera in greco sul consolato di Cicerone, omaggio affettuoso che molto dice sul senso d'amicizia del personaggio. Diamo ancora la parola a Nepote:

'Non posso portare una testimonianza della humanitas più grande del fatto che da giovane fu in ottimi rapporti con Silla già anziano, da vecchio col giovane Bruto, e coi suoi coetanei Ortensio e Cicerone visse così amichevolmente che è difficile giudicare a quale età era più adatto. Tuttavia soprattutto Cicerone gli volle bene, tanto che neppure suo fratello Quinto gli fu più caro e familiare' (16, 1-2).

Il Boissier, che rilegge tutta la biografia di Attico con sospetto malevolo, accusandolo di disinvoltura nell'amministrazione e di opportunismo politico-sociale, deve constatare con stupore: 'Visto a distanza, pur attraverso gli elogi di Cicerone, Attico non sembra attraente, e non è certo lui che uno sarebbe tentato di scegliere per amico. E tuttavia sicuro che coloro che sono vissuti presso di lui non lo hanno giudicato come noi. Lo si amava, e ci si sentiva subito portati ad amarlo. Quella benevolenza generale che egli ispirò, quella ostinazione di tutti a non vedere o a perdonare i suoi difetti, quelle vive amicizie che egli ha fatto nascere sono testimonianze cui è impossibile resistere, quale che sia la sorpresa ch'esse ci cagionano' (Cicerone e i suoi amici, tr. Saggio, Milano 1988, p. 172).






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