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DECIMO GIUNIO GIOVENALE

DECIMO GIUNIO GIOVENALE


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DECIMO GIUNIO GIOVENALE

Vita: Di lui abbiamo poche notizie biografiche: si sa che è nato ad Aquino, nel Lazio, intorno al 55-56, sotto Nerone e fin da giovane studia grammatica e retorica a Roma; per l’argomento della settima satira, si pensa che abbia anche esercitato la professione di insegnante e avvocato. Marziale dice che ha avuto una difficile vita da cliens, e lo stesso Giovenale ne parla nella sua quinta satira. Inizia a scrivere intorno al 95, quindi non più molto giovane. Si sa che nel 127 era ancora vivo perché nella 15° satira parla di Iunco, console in quegli anni. Gli ultimi anni di vita li trascorre in Egitto: si pensava come ambasciatore da parte di Adriano, ma essendo già vecchio, forse è più plausibile che sia stato mandato in esilio per allusioni politiche nelle sue opere. Muore nel 138, lo stesso anno della morte di Adriano, che governa dal 117 al 138. Nella sua vita ha visto quindi succedersi al potere Nerone (fino al 68), Galba, Otone e Vitellio (tra il 68 e il 69), la dinastia Flavia (Vespasiano dal 69 al 79, Tito dal 79 all’81 e Domiziano dall’81 al 96), Nerva (dal 96 al 98), Traiano (dal 98 al 117) e infine Adriano (fino al 138).



Satire: sono in tutto 16 componimenti raccolti in 5 libri; i primi cinque sono dominati dall’ira e dallo sdegno, con toni duri e violenti, mentre gli altri sono più riflessivi, pacati e sereni. Dice di averle scritte non per una naturale predisposizione al genere, ma perché è indignato dalla corruzione che riscontra nella sua società.

Lo stile è conciso e la tecnica usata per descrivere la società è detta farrago, cioè un affastellamento di immagini in ordine casuale, dei quadretti concreti che scorrono velocemente e che descrivono una molteplicità di situazioni; a volte però lo stile diviene epico per dare importanza alle verità morali: Giovenale usa un linguaggio ridondante, ricco di ure retoriche (sinestesia, paronomasia, metafora, iperbole, . ). Pronuncia anche le cosiddette sententiae, che sono divenute poi come dei proverbi, quali “panem et circenses” (il popolo romano si accontenta del cibo e dei giochi del circo), “mens sana in corpore sano” e “probitas laudatur et alget” (l’onestà è lodata ma soffre il freddo, cioè gli onesti sono condannati ad essere poveri). Il tono è basato sull’amplificazione e sull’esagerazione, con l’obiettivo di dare importanza anche a concetti semplici; alcuni critici lo disprezzano proprio per questo suo aspetto, stimandolo più un declamatore che un poeta, ma quest’ultimo aspetto è sottolineato nel suo parlare con dolce malinconia e nostalgia del passato. Usa quindi un linguaggio epico ed elegante anche per raccontare argomenti apparentemente semplici e banali; inserisce però anche espressioni del linguaggio quotidiano.

1° libro:         

1^ satira:     Costituisce l’introduzione, nella quale spiega il motivo per cui ha deciso di scrivere satire: non per inclinazione personale, bensì perché è indignato dalla corruzione della società in cui vive e arrabbiato per le ingiustizie che vede.

2^ satira:     Accusa il falso moralismo; la protagonista è Laronia, una donna corrotta che tutti vedono come esempio di negatività, ma Giovenale riflette sul fatto che molti altri uomini sono ben peggio di lei, che mostrano una facciata di perbenismo che nasconde la loro reale immoralità.

3^ satira:     Parla di Roma e dei suoi difetti, quali la criminalità, propria di tutte le grandi città, che la rende una città pericolosa, e i rumori del traffico.

4^ satira:     Il protagonista è Domiziano, ma non è una satira politica ma morale, come tute le satire di Giovenale; l’imperatore infatti convoca un’assemblea per farsi consigliare su come cucinare un rombo; Persio condanna il servilismo dei politici che si affannano a dargli consigli.

5^ satira:     Parla delle difficili condizioni dei clientes, che erano al servizio di un patronus: la mattina ricevevano da lui una sportula con pochi viveri per la giornata e gli incarichi da svolgere; erano quindi umiliati e sfruttati

2° libro:  6^ satira: È una satira dedicata alle donne, scritta appositamente contro di loro. Giovenale le condanna tutte (ricche, povere, belle, brutte) come corrotte, crudeli, sciocche, ma le rappresenta superficialmente, non facendo distinzioni di classe.




3° libro:         

7^ satira:     Parla degli intellettuali (poeti, scrittori, maestri, filosofi, avvocati,) e della loro vita difficile, fatta di stenti perché non sono compresi né pagati abbastanza. Da qui si evince che lui stesso debba aver esercitato, per un certo periodo, la professione di insegnante.

8^ satira:     Si tratta della vera nobiltà, identificandola con la nobiltà d’animo e non con quella di sangue; il tema è lo stesso trattato poi dagli stilnovisti; i nobili di sangue hanno, infatti, infangato le loro origini allo steso modo in cui i plebei hanno a volte nobilitato le proprie.

9^ satira:     Si parla dell’omosessuale Nevolo che si lamenta del fatto che le sue prestazioni non sono adeguatamente ricompensate dal padrone.

4° libro:         

10^ satira: Si parla dei vari beni, criticando chi prega gli dèi solo per ottenere dei beni superficiali, mentre si dovrebbero cercare quelli spirituali; questo è un tipico atteggiamento moralista.

11^ satira: Un amico lo invita a pranzo e gli prepara dei piatti tipici della Roma antica; Giovenale usa questo fatto come pretesto per fare un paragone tra il presente, influenzato dalle culture dei popoli conquistati, e il passato, visto come un’età dell’oro, in cui Saturo scende sulla terra a portare la moralità agli uomini; traspare qui un atteggiamento nostalgico.

12^ satira: Giovenale affronta l’argomento della corruzione dei costumi, a proposito di chi vuole adottare i ragazzi per avere un aiuto nella vecchiaia, in cambio dell’eredità, atteggiamento già denunciato da Petronio nel Satyricon.

5° libro:         

13^ satira:   Si narra la storia di un tale, Calvino, che presta dei soldi ad uno che si professa suo amico, il quale però, al momento di restituirli, nega che gli siano stati dati; questa è una satira morale contro lo spergiuro.

14^ satira:   É a proposito dell’educazione dei li, che va portata avanti non solo con le parole ma anche e soprattutto con l’esempio che i genitori devono dare.

15^ satira:   Qui Giovenale narra un episodio di cannibalismo al quale ha assistito durante il suo soggiorno in Egitto, nei i suoi ultimi anni di vita: durante una guerra tra due città, gli abitanti della roccaforte assediata uccisero e poi mangiarono un avversario.



16^ satira:   Vengono elencati i vantaggi della vita militare.

Nelle Satire vengono trattati diversi argomenti:

Sperequazioni sociali: Vengono prese in esame le differenze tra le classi sociali; l’argomento è introdotto nella prima satira nella quale Giovenale dice di essere indignato per le ingiustizie che esistono tra i ricchi e i poveri: confutando le tesi dell’epicureismo e dello stoicismo, secondo cui la povertà è preferibile in quanto i poveri possono cercare la ricchezza dello spirito, Giovenale afferma che proprio la ricchezza materiale fornisce quella sicurezza necessaria per potersi occupare d’altro. Nonostante ciò egli disdegna la ricchezza, ma non quella degli aristocratici, che sono ricchi per le eredità che hanno ricevuto, bensì si scaglia contro coloro che, per divenire ricchi, hanno ceduto a compromessi e alla corruzione. Fa dire quindi ad un personaggio che i poveri non contano nulla, anche se sono eruditi: per cercare di acquisire una posizione migliore devono a volte umiliarsi ed abbassarsi ad essere dei clientes al servizio di un signore ricco.

Donne: Sono disprezzate da Giovenale, che ne traccia un vasto panorama, dicendo che sono volubili, corrotte, senza intelligenza, infedeli, che si sposano solo per poter nascondere cos’ le loro azioni e la loro immoralità. La ura della donna-tipo è rappresentata da Messalina, la prima moglie di Claudio che, si dice, si prostituiva. Se parla poi di donne che lottano nei circhi, di altre che ostentano la propria erudizione e risultano così noiose. La corruzione è perciò “storicizzata”: Giovenale si chiede quando essa sia iniziata, visto che nel passato anche le donne, riflesso della società, erano virtuose; il cambiamento, secondo l’autore, è avvenuto a seguito delle conquiste romane in Oriente, in particolare con la Battaglia di Cinocefale del 197 a.C. contro i Macedoni. La misoginia, l’atteggiamento di Giovenale totalmente ostile alle donne, ha una tradizione antica perché la storia è stata scritta dagli uomini, e quindi questo pensiero ha colpito anche la letteratura: Omero, nell’Iliade, attribuisce ad una donna, Elena, la colpa dell’intera guerra di Troia; Esiodo narra la vicenda di Pandora, che per curiosità aprì un vaso sprigionando tutti i mali nel mondo; anche Simonie (autore greco) e Lucrezio attribuiscono alla donna molti dei mali degli uomini. La differenza con Giovenale sta nel fatto che, mentre gli altri disprezzano la donna in quanto porta danno agli uomini, quest’ultimo le giudica malvagie in riferimento a loro stesse.

Intellettuali: Giovenale prende in considerazione i maestri che i ricchi pagano perché facciano da precettori ai propri li; trovandosi a farsi concorrenza, si fanno pagare una miseria e ciò va a vantaggio dei ricchi che li assumono. Giovenale inoltre sostiene gli insegnanti latini contro quelli greci, che si sono rifugiati a Roma dopo la battaglia del 146 a.C. in seguito alla quale la Grecia è diventata una provincia romana; gli insegnanti greci sono, infatti, secondo Giovenale, maestri d’intrigo e di ignoranza. A Roma, infatti, gli stranieri sono emarginati (non hanno diritto di voto) e malvisti, subiscono la condizione d’inferiorità anche se nel loro paese erano personalità importanti ed erano considerati barbari; tuttavia Roma subisce molto le influenze delle civiltà conquistate. I letterati latini erano pagati dai ricchi anche perché scrivessero per loro: gli aristocratici erano tanto avari che alcuni di loro scrivevano le opere da soli, e ciò provocava un abbassamento del livello culturale, in quanto le loro opere erano raramente dei capolavori. Secondo Giovenale i letterati dovrebbero essere sovvenzionati dal governo, perché purtroppo la società giudica in base alle ricchezze, non alla cultura.

Idealizzazione del passato: Giovenale denuncia una corruzione estesa a tutti i settori, facendo un paragone con il tempo antico, ma non un periodo storico particolare, che sarebbe stato suscettibile di giudizi negativi, bensì idealizza il passato in generale, prendendo in considerazione una mitica età dell’oro che, finita, viene ricordata con nostalgia, in quanto tempo in cui regnava la moralità, la pace, la libertà, l’assenza di decadenza e di invidie; con quest’età non possono esserci paragoni (atteggiamento tipico dei moralisti).

Coscienza di classe: Giovenale colpisce tutti gli uomini, indistintamente, non facendo preferenze di classe, né tra uomini e donne, perché colpisce per tematiche morali, non sociali.


256: LA MOGLIE RICCA

Analisi testuale: Qui il poeta si scaglia contro le donne ricche che, pur di acquistare quella libertà data solo dal matrimonio, sposano un uomo povero, che poi lasciare fare loro quello che vogliono. Nel passato il matrimonio serviva per dare un po’ di dignità alla donna, mentre ora (al tempo di Giovenale) esso è solo il paravento per mascherare la corruzione delle donne, che a sua volta rappresenta l’indice di corruzione della società romana

Traduzione

«Perché Cesennia è considerata ottima, testimone il marito?»

(Perché) Gli ha dato due volte 500 (sesterzi). A tale prezzo quello la chiama onesta,

né si consuma per le faretre di Venere o arde per la lampada (di Venere):

da qui ardono le fiaccole, derivano le frecce dalla dote.

La libertà è comprata. Davanti (a lui) le è lecito civettare

e scrivere bigliettini: è vedova lei che ricca ha sposato un avaro.


Analisi sintattica

Teste marito: ablativo assoluto, sottinteso esse.

Quingena: neutro perché riferito al milione = sestertium.i.

Tanti: genitivo di qualità.

Coram: sottinteso eo.

Licet: verbo impersonale, regge il congiuntivo.

Nupsit: regge il dativo.





257: LA MOGLIE BELLA

Analisi testuale: Questo è il caso di un uomo ricco che sposa una donna bella, la quale ha quindi usato la sua bellezza come merce di scambio.

Traduzione

«Perché Sertorio arde di desiderio per Bibula?»

Se guardi il vero, il viso, non la donna è amata.

Lascia che compaiano tre rughe e che la pelle arida si rilassi,

che i denti diventino scuri e gli occhi piccoli,

«Raccogli i tuoi fagotti» dirà il liberto «ed esci.

Già sei un peso per noi e spesso ti soffi il naso. Esci

presto ed affrettati. Un’altra viene con il naso asciutto».

Intanto è in auge e regna (in casa) e chiede al marito

pastori e pecore di Canusia e vigneti di Falerno –

e cosa c’è da dire in ciò! – tutti gli schiavi, interi ergastoli,

e qualunque cosa non sia in casa ma ca l’ha il vicino, venga comprata.

Nel mese di bruma poi, quando già il mercante Giasone

è chiuso e la sua bianca casa si erge davanti ai marinai pronti a salpare

sono comprati grandi vasi di cristallo, i più grandi

di murrina, un diamante famosissimo e di Beronice

e reso più prezioso nel (suo) dito. Una volta

un barbaro la ha regalato alla donna incestuosa, Agrippa alla sorella,

là dove i re con il piede scalzo osservano i sabati festivi

e l’antica saggezza è indulgente nei confronti dei maiali vecchi.


Analisi sintattica

Ardet: regge il doppio dativo desiderio Bibulae.

[144-l45]  Laxetfiant: proposizioni concessive.

Colligeexi: imperativi.

Nobis: plurale maiestatis.

Poscit: regge il doppio accusativo della cosa e della persona.

Ulmos: è femminile perché è un nome di pianta.

Domi: genitivo locativo

Ematur: congiuntivo esortativo.

Iason: nella piazza del mercato c’è un dipinto che lo rafura quando parte dalla Colchide per andare alla ricerca del vello d’oro; qui è usato il suo nome per indicare i mercanti.

Beronices: è una principessa ebrea che ha una relazione incestuosa con il fratello Agrippa. Gli ultimi versi indicano le usanze degli ebrei per indicare il popolo stesso.








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