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DIFESA di MILONE part. I



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DIFESA di MILONE part. I




modulo I



Sebbene, giudici, io tema che non mi faccia onore essere qui pronto a parlare in difesa di un uomo molto coraggioso, e avere la voce paralizzata dalla paura, e che, mentre Tito Annio è più preoccupato del benessere della repubblica che del suo, sia per me disdicevole non mostrare nella causa la stessa grandezza d'animo, tuttavia questa nuova e particolare procedura giuridica inquieta i miei occhi che si volgono ovunque a ricercare nel foro l'atmosfera di un tempo e il consueto modo di fare processi.

Voi giudici non siete circondati, come al solito, da una cerchia di uditori e noi avvocati non siamo stretti dalla folla consueta; quei soldati, poi, che vedete dinanzi a tutti i templi, sebbene siano stati schierati per contrastare la violenza, incutono tuttavia un po' di paura all'oratore. E così, sebbene noi siamo protetti nel foro e nel tribunale da salutari e indispensabili presidi armati, non posso non essere in apprensione. Se sapessi che si è allestito tutto questo schieramento per contrastare Milone, mi arrenderei all'evidenza dei fatti, giudici; non reputerei che vi sia spazio per un'orazione di difesa in mezzo a così tante armi. Ma mi risolleva e mi conforta un po' il progetto di Gneo Pompeo, uomo molto saggio e giusto: egli non riterrebbe consono ai suoi principi di giustizia consegnare alle armi dei soldati l'imputato che aveva affidato alle decisioni dei giudici; inoltre considererebbe cosa indegna della sua saggezza armare, con la sua autorità di uomo pubblico, il furore della folla esagitata.



Ecco perché la presenza di tutte quelle armi, dei centurioni e delle coorti non costituisce un pericolo per noi, ma, al contrario, ci tutela, ci induce a star tranquilli e ad avere coraggio, e garantisce appoggio e silenzio alla mia difesa. Quanto al resto della folla, composto di cittadini, esso è tutto dalla nostra parte; sin dove può estendersi lo sguardo su una qualunque parte del foro, voi potete leggere sui loro visi la trepida attesa di un equo responso da parte di questa giuria e il vivo interesse per le varie fasi del processo: in effetti, sanno bene quanto valga Milone e considerano questa una buona occasione per meglio assicurarsi, lottando, la propria salvaguardia, quella dei li, della patria e dei propri beni.



modulo II




Esiste poi una genia che ci è contraria e ostile: quella che la follia di Publio Clodio ha nutrito di rapine, incendi e pubbliche sciagure. Questi uomini, anche nel corso dell'assemblea preliminare al processo, che si è tenuta ieri, sono stati istigati a imporre con le loro grida il verdetto che voi dovete emettere. Ma le loro urla, se si leveranno, dovranno esservi più che mai di monito a non scacciare da Roma questo cittadino che non si è mai lasciato intimorire da quella gentaglia e dalle loro alte grida, a garanzia della vostra salvezza.

Quindi, non preoccupatevi, giudici, e abbandonate ogni timore, se ne avete. D'altra parte, se mai vi è capitato di giudicare uomini buoni e coraggiosi e cittadini che hanno ben meritato la vostra stima, se mai a persone scelte tra i ceti più autorevoli è stata offerta l'occasione di confermare a fatti e a parole tutta la simpatia, più volte già trapelata da sguardi e discorsi, per quegli stessi cittadini forti e valenti, ebbene, in questa circostanza avete il potere di decidere se noi, che siamo sempre stati rispettosi della vostra autorità, saremo costretti a un'infelicità eterna o se, grazie a voi, alla vostra lealtà, al vostro coraggio e alla vostra saggezza, potremo sentirci rinati, dopo tante vessazioni da parte di gente senza scrupoli.

Che si potrebbe dire o inventare, giudici, di più molesto, infelice o doloroso per noi due che, attratti alla vita politica dalla speranza dei più alti riconoscimenti, non possiamo liberarci dal terrore delle più crudeli vendette? Certo, io ho sempre pensato che destino di Milone fosse di affrontare tempeste e uragani, almeno quelli che si scatenano in mezzo ai flutti delle assemblee popolari, perché si era sempre schierato dalla parte dei cittadini onesti contro i soprusi dei prepotenti. Ma non ho mai pensato che all'interno del tribunale, nell'ambito di un processo dove a giudicare sono gli esponenti più autorevoli dei vari ordini romani, i nemici di Milone avessero qualche speranza, attraverso uomini come voi, di mettere in pericolo la sua vita o di sminuire la sua fama.

Del resto, in questa causa non mi avvarrò, giudici, del tribunato di Tito Annio e di quanto ha fatto per la salvezza della repubblica, per difenderlo. Se non vi apparirà chiaro che è stato Clodio a tendere un tranello ai danni di Milone io non insisterò affatto che ci assolviate da questo assassinio in virtù delle nostre numerose ed eccezionali benemerenze nei riguardi dello stato; né, sebbene la morte di Publio Clodio sia stata per voi la salvezza, vi chiederò di attribuirla al coraggio di Milone anziché alla fortuna del popolo romano. Se però l'agguato di Clodio risulterà evidente e più chiaro di questa luce, allora diventerò insistente e vi supplicherò - anche se avrò perso ogni altro diritto - di lasciarci almeno difendere la nostra vita dalla prepotenza e dalle armi degli avversari, senza per questo correre il rischio di essere puniti dalla legge.



modulo III




Ma prima di passare alla parte della mia orazione attinente alla vostra accusa, credo di dover confutare certe affermazioni avanzate in senato a più riprese dai nostri nemici, poi ripetute nel corso dell'assemblea popolare da gente senza scrupoli e infine poco fa ribadite dalla parte civile, perché, cancellato ogni equivoco, possiate esaminare con chiarezza la causa su cui dovete pronunciarvi. Gli accusatori sostengono che la legge divina non consente che contempli la luce del sole chi confessa di aver ucciso un uomo. Ma, mi domando, in quale città asseriscono una cosa del genere uomini tanto stupidi? Proprio a Roma, che vide quel primo processo che prevedeva la pena capitale per il grande Marco Orazio, uomo valorosissimo; egli, però, quando la città non era ancora stata liberata, fu assolto dal popolo romano raccolto in assemblea, sebbene ammettesse di aver ucciso di propria mano la sorella.

C'è forse tra voi qualcuno che non sappia come, quando si celebra un processo per omicidio, l'imputato sia solito o negare di aver commesso il fatto o sostenere di averlo commesso con ragione e secondo una legge? A meno che giudichiate pazzo Publio Africano, quando, interrogato provocatoriamente in assemblea dal tribuno della plebe Caio Carbone su cosa pensasse della morte di Tiberio Gracco, rispose che gli sembrava un'uccisione legittima. D'altra parte, non si potrebbero non considerare colpevoli il famoso Servilio Ahala, Publio Nasica, Lucio Opimio, Caio Mario o il senato stesso ai tempi del mio consolato, se fosse contro ogni diritto uccidere cittadini scellerati. Non senza ragione, giudici, uomini dottissimi hanno affidato al ricordo, attraverso le loro invenzioni, Oreste, che, accusato di aver ucciso la madre per vendicare il padre, quando il giudizio degli uomini non era concorde, fu dichiarato innocente dagli dèi, anzi, dalla dea più saggia.

Anche le dodici Tavole hanno stabilito che si può uccidere in qualunque modo, senza timore di incorrere in sanzioni penali, il ladro sorpreso a rubare di notte; quello che, invece, agisce in piena luce del sole, solo se prova a difendersi con un'arma. C'è ancora qualcuno, quindi, che continua a esser convinto della punibilità di ogni omicidio, in qualunque circostanza commesso, quando sono proprio le leggi che talvolta ci forniscono l'arma per agire?



modulo IV




Comunque, tra le tante occasioni in cui ci può capitare di uccidere un uomo ed avere la ragione dalla nostra parte, una è davvero giusta e ineluttabile: la legittima difesa, quando, cioè, si risponde alla violenza con la violenza. Un tribuno militare, che prestava servizio nell'esercito del comandante Caio Mario, di cui, per altro, era nipote, aveva tentato di fare violenza sessuale su un semplice soldato. L'onesto giovane, ribellatosi, lo uccise, preferendo reagire a proprio rischio e pericolo piuttosto che rassegnarsi a subire le voglie altrui. E Mario, mosso da un vivo senso di giustizia, lo scagionò da ogni colpa e lo lasciò libero.

Ma come si può chiamare ingiusta la morte inferta a chi ci tende insidie e ruba le nostre sostanze? E, ditemi, come si spiegano queste nostre scorte armate di pugnali? È ovvio che, se non fosse permesso in alcun caso di usarle, non sarebbe permesso nemmeno di tenerle. Esiste, dunque, giudici, questa legge non scritta, ma insita in noi, che non abbiamo letto o imparato sui banchi di scuola né ereditato dai padri: al contrario, l'abbiamo desunta dalla natura, assimilata completamente e fatta nostra: non ce l'hanno insegnata, ce la siamo presa ed è ormai connaturata in noi. Così, se dovessimo subire un agguato, una violenza, magari anche armata, per opera di un brigante da strada o di un avversario politico, ogni mezzo per salvare la nostra vita sarebbe lecito.

Le leggi, infatti, tacciono in mezzo alle armi e non prescrivono di affidarsi a loro, perché chi decidesse in tal senso dovrebbe comunque subire una pena immeritata prima di avere giustizia. Se vogliamo, c'è una legge che tutela la legittima difesa: essa, nella sua oculatezza, seppure implicitamente, non proibisce di uccidere un uomo, ma vieta che si vada in giro armati con l'intenzione di uccidere. E dunque, quando si indaga sulle cause e non sull'arma del delitto, chi ha usato un'arma solo per difendersi, non deve essere imputato di avere avuto con sé l'arma con l'intenzione di uccidere. Perciò, giudici, vorrei che questa mia riflessione restasse un punto fermo nel corso del dibattito; infatti, sono sicuro di convincervi con le mie parole di difesa, a patto che teniate sempre presente un dato che non si può dimenticare: si può legittimamente uccidere chi tende insidie.





modulo V




E passiamo ora a un altro argomento. Gli avversari di Milone hanno più volte ripetuto che il senato avrebbe giudicato come un attentato contro la repubblica la rissa in cui fu ucciso Clodio. Al contrario, il senato si è dichiarato favorevole a questa azione non solo a parole, ma anche con manifestazioni di simpatia. Io, poi, lo so bene perché in più occasioni ho discusso quella causa nella curia e sempre ho riscosso palesi consensi da parte di tutti i senatori. Anzi, vi dirò di più: mai, nemmeno durante le riunioni più affollate, sono riuscito a trovare quattro, cinque persone che non fossero dalla parte di Milone! Lo attestano i discorsi, peraltro non conclusi, di questo bruciacchiato tribuno della plebe, nei quali puntualmente ogni giorno si scagliava con astio contro di me, invidioso del mio potere, e sosteneva che il senato non decideva secondo le proprie convinzioni, ma secondo la mia volontà. Certo, se si vuole chiamare potere, piuttosto che modesta autorità nelle giuste cause, quello che mi sono guadagnato per i miei meriti politici nei confronti della repubblica, o la simpatia che ispiro agli uomini probi per la mia faticosa attività, comunque sia, al di là delle definizioni, la cosa importante è che io me ne possa servire nell'interesse di chi è onesto e contro la follia dei malvagi.

Il senato, tuttavia, non ha mai deliberato di adottare questo tipo di tribunale, per altro conforme alla legge. Esistevano già provvedimenti, esistevano commissioni d'inchiesta preposti a indagare sulle stragi e sui fatti di violenza; oltre a ciò, la morte di Clodio non era stata per il senato così dolorosa da indurlo a istituire un nuovo tipo di procedura. Chi potrebbe pensare che il senato abbia ritenuto necessario istituire una procedura straordinaria per la morte di Clodio quando gli era stata strappata la facoltà di creare un tribunale per giudicarlo in merito a quella odiosa violazione ? Perché, quindi, il senato stabilì che si era agito contro la repubblica incendiando la curia, facendo incursione nella casa di Marco Lepido e assassinando Clodio? La risposta è una sola: in una città libera non ci può essere scontro tra cittadini senza che lo stato non ne rimanga coinvolto.

Sì, lo so, non si dovrebbe mai rispondere alla violenza con la violenza, ma a volte è necessario; a meno che il giorno dell'uccisione di Tiberio Gracco, di Caio, o quello in cui fu repressa la rivolta armata di Saturnino, benché utili alla repubblica, siano stati a essa dannosi.



modulo VI




E così, quando iniziò a circolare la voce della strage della via Appia, io ritenni che chi si era difeso non avesse agito contro l'ordine costituito; tuttavia, poiché c'erano state premeditazione e ferocia, io biasimai il fatto e ne rimandai ai giudici l'accertamento. E se il senato non fosse stato ostacolato nell'attuazione dei suoi piani da quel tribuno della plebe completamente pazzo, adesso non ci ritroveremmo con una nuova procedura da seguire. Il senato ha fatto il possibile perché il processo si svolgesse secondo le antiche leggi, proponendo solo di discutere subito la causa. La decisione fu presa votando separatamente i due articoli, perché così aveva preteso qualcuno, non so chi: non è richiesto in questa sede che io sia troppo esplicito sulle gravi responsabilità dei singoli. Così, grazie a un'opposizione prezzolata, la seconda parte della proposta del senato decadde.

Ma ecco che Gneo Pompeo avanzò una proposta di legge relativa al fatto in questione e alle cause che lo avevano determinato. Parlò infatti del massacro avvenuto lungo la via Appia, in cui trovò la morte Clodio. Qual è stato lo scopo del suo intervento? Evidentemente dare inizio all'inchiesta. Ma cosa c'era da scoprire? Se il fatto sia avvenuto? Ma tutti lo sanno. Forse il nome del responsabile? Anche questo è noto. Pompeo, però, è dell'idea che il reo, benché confesso, abbia la possibilità di difendersi. Se non la pensasse così, non avrebbe permesso di istruire un processo, che prevede anche la possibile assoluzione di Milone, nonostante questi abbia ammesso tutto, come, e lui lo sa, faccio io; e neanche vi avrebbe consegnato questa tavoletta che rappresenta per l'imputato la salvezza o la condanna. Quindi, mi pare che Pompeo per primo non sia troppo maldisposto o prevenuto nei confronti di Milone, ma vi abbia indicato ciò che dovete valutare per esprimere il vostro giudizio. Infatti, Pompeo non ha punito il reo confesso, ma gli ha concesso una difesa e ha creduto che si dovessero vagliare le cause dell'omicidio, non l'omicidio in sé.

Ma sarà Milone stesso che, tra poco, ci dirà se pensa che la responsabilità di ciò che ha fatto vada attribuita a Publio Clodio o alle circostanze.



modulo VII



Qualche tempo fa, un uomo di nobili natali, che sempre si era schierato a difesa del senato e quasi ne era diventato un patrono, fu barbaramente ucciso in casa propria durante l'anno del suo tribunato. Sto parlando di Druso, zio dell'illustre Marco Catone, presente tra noi in qualità di giudice. In occasione della sua morte il popolo non venne consultato né, tanto meno, il senato aprì un'inchiesta. Dai nostri padri abbiamo saputo quanto dolore abbia provocato in questa città la tragica ssa dell'Africano, ucciso in piena notte mentre dormiva tranquillo nel suo letto! Chi dinanzi a un simile atto di violenza non pianse, chi non fu fortemente colpito vedendo che non si era atteso che morisse per cause naturali quell'uomo che tutti, se fosse stato possibile, avrebbero desiderato immortale? Si è forse avviata un'istruttoria sull'uccisione di Publio Africano? No, nel modo più assoluto.

E perché mai? Perché nessuna differenza intercorre tra la morte di un nobile e quella di un comune cittadino. È evidente che, finché si è vivi, la condizione di chi ha potere e di chi non ne ha non è la stessa: però, quando c'è di mezzo un delitto, è giusto che lo si sottoponga alle medesime leggi e, di conseguenza, alle medesime pene. A meno che voi non vogliate considerare un po' più assassino chi ha ucciso un padre ex console rispetto a chi ha tolto la vita a un padre oscuro! Oppure, come qualcuno afferma con insistenza, riteniate la morte di Clodio più atroce perché avvenuta lungo la via Appia, che è la testimonianza dell'operato dei suoi antenati. Come se l'ideatore della strada, il famoso Appio Claudio Cieco, la avesse costruita non pensando all'utilità pubblica, ma perché i suoi discendenti vi potessero tendere agguati impunemente!

Forse per questo, quando Publio Clodio ha ucciso lungo la via Appia un illustre cavaliere romano, Marco Papirio, si è pensato bene di non punirlo per il delitto commesso, perché lui, un nobile aveva sì ucciso un cavaliere, ma lo aveva fatto sulla strada degli antenati! Ora, invece, basta pronunciare il nome della via ed ecco che subito si scatena una tragedia degna del miglior teatro greco! Quante scene patetiche quando si parla di questa via Appia - e non si fa altro, ultimamente -, bagnata del sangue di un assassino, sovvertitore dello stato! Niente, invece, neanche una parola, quando era insanguinata per l'uccisione di un uomo onesto e innocente! Ma probabilmente non è il caso che io torni tanto indietro con la memoria: poco tempo fa è stato catturato nel tempio di Castore un servo di Clodio, inviato dal suo padrone per uccidere Pompeo; sorpreso con un pugnale in mano, ha confessato tutto. Ecco perché Pompeo, da quel momento, ha preferito tenersi lontano dal foro, dal senato, dai luoghi pubblici. Barricato in casa sua, si è dovuto difendere con le spranghe alle porte, non con l'autorità della legge e del tribunale.

Tuttavia, si è forse avanzata qualche proposta di legge particolare? Si è stabilita una nuova procedura? Niente affatto. Eppure, erano presenti tutti i requisiti richiesti per giustificare un'istruttoria straordinaria: il fatto, l'uomo, l'occasione, insomma gli elementi fondamentali di una causa giuridica. Quel servo stava in agguato nel foro, anzi proprio nella sala d'ingresso del senato, pronto a dare la morte a un uomo, sulla vita del quale poggiava la salvezza di questa città: e per di più in un momento tanto delicato per la repubblica che la sua morte avrebbe significato la fine per Roma e per tutte le sue genti! A meno che non si dovesse punire quel crimine perché non era stato portato a termine, come se le leggi punissero soltanto la riuscita degli atti criminosi e non le intenzioni degli uomini. Certo, buon per noi che il crimine non sia stato commesso: una punizione, nondimeno, sarebbe stata necessaria.



Quante volte io stesso, giudici, sono sfuggito alle armi e alle mani lorde di sangue di Publio Clodio! E se la mia buona stella, o quella dello stato, non mi avesse sempre salvato, chi avrebbe istruito il processo per la mia morte?



modulo VIII




Ma noi siamo proprio pazzi: abbiamo il coraggio di mettere a confronto Druso, l'Africano, Pompeo, me stesso, con Publio Clodio! Tutti quei misfatti furono tollerati, ma nessuno rimane insensibile pensando alla morte di Clodio: il senato è addolorato, l'ordine equestre versa lacrime amare, la cittadinanza intera è in preda alla disperazione; i municipi sono in lutto, le colonie afflitte e persino le camne si struggono nel rimpianto di quell'uomo tanto incline al bene, indispensabile per lo stato, dall'indole tanto mite!

Non fu certo quello il motivo, giudici, perché Pompeo stabilisse di dover istituire un processo, ma quell'uomo saggio e dotato di una mente acutissima, addirittura divina, considerò molti aspetti: che Clodio gli era stato nemico, Milone, invece, amico; ebbe timore che, se anche lui nell'euforia generale si fosse rallegrato, sembrasse troppo incerta la sincerità della sua riconciliazione. Fece molte altre riflessioni, ma si preoccupò in modo particolare della severità con cui avreste giudicato, per quanto egli stesso avesse aperto l'inchiesta con inflessibilità. E così dalle classi sociali più alte scelse persone eminenti, e non è affatto vero che nella scelta dei giudici abbia escluso, come alcuni vanno dicendo, i miei amici. Infatti, non pensò a questo un uomo così giusto, e scegliendo tra persone perbene, non sarebbe riuscito, anche se lo avesse voluto. Infatti il favore di cui godo non è limitato entro l'ambito dei miei amici più intimi, che non possono essere numerosi, visto che è impossibile avere dimestichezza con molte persone; ma, se ho un qualche potere, lo devo al fatto che mi ha unito agli onesti la mia attività politica. Pompeo, scegliendo tra loro gli uomini migliori, e credendo che soprattutto tale dovere riguardasse la sua lealtà, non poté scegliere uomini che non fossero ammiratori del mio operato.

Ma, quanto al fatto che volle a tutti i costi che tu, Lucio Domizio, fossi presidente di questo processo, non chiese nient'altro se non giustizia, serietà, bontà d'animo e lealtà. Io credo che Pompeo ritenne necessario un ex console, perché stimava che dovere dei cittadini più autorevoli fosse opporsi alla mutevolezza della folla e alla temerarietà di gente senza scrupoli. Tra tutti gli ex consoli ha eletto te; infatti, già da ragazzo avevi fornito esemplari testimonianze del tuo disprezzo per il furore popolare.



modulo IX




Perciò, per giungere finalmente alla discussione del capo d'accusa, giudici, se è vero che non è inconsueto confessare un delitto e se, a proposito della nostra causa, il senato espresse un giudizio non diverso da quello che noi avremmo voluto; se, infine, l'autore stesso della legge, pur non essendovi alcuna contestazione del fatto, tuttavia volle che ci fosse una discussione, e si scelsero tali giudici e si prepose un tale presidente, perché decidessero con giustizia e oculatezza, non vi resta, giudici, che stabilire chi tra Clodio e Milone tese l'agguato. Pertanto, affinché attraverso la mia argomentazione possiate più facilmente comprendere, vi prego di prestare attenzione mentre vi espongo brevemente i fatti.

Publio Clodio, deciso a sovvertire lo stato con qualunque mezzo illecito durante la pretura, vedendo che nel corso dell'anno precedente i comizi erano stati differiti e che perciò non avrebbe potuto esercitare la pretura per molti mesi, e dato che non aspirava alla carica, come gli altri, ma voleva evitare di avere come collega Lucio Paolo, cittadino di straordinario valore, e aveva bisogno di un anno intero per rovesciare il sistema repubblicano, con mossa improvvisa rinunciò alla candidatura per quell'anno e si ripropose per il successivo; e ciò non, come accade, per una qualche credenza superstiziosa, ma, stando alle sue parole, per avere a disposizione un anno tutto intero in cui esercitare la carica di pretore - cioè, sovvertire lo stato.

Gli veniva il pensiero che la sua pretura sarebbe stata molto indebolita se Milone fosse stato eletto console; vedeva infatti che stava per diventare console con il pieno consenso del popolo romano. Si schierò allora dalla parte degli avversari politici di Milone, ma in modo da organizzare da solo, e anche senza il loro consenso, tutta la camna elettorale, e in modo da reggere sulle sue spalle, come ripeteva, tutti i comizi. Radunava le tribù, faceva da tramite, istituiva una seconda tribù Collina arruolando masse di disperati. Ma quanto più Clodio fomentava disordini, tanto più Milone prendeva forza di giorno in giorno. Quando quell'uomo, dispostissimo a compiere ogni atto illecito, si accorse che il suo irriducibile nemico, dotato di grandissimo coraggio, sarebbe divenuto sicuramente console, e vide che veniva considerato tale non solo a parole, ma anche era stato spesso designato dai voti del popolo romano, iniziò ad agire apertamente e a dichiarare senza alcuna remora che occorreva eliminare Milone.

Aveva fatto scendere dall'Appennino schiavi rozzi e incivili, che anche voi avete conosciuto, con i quali aveva devastato i boschi di proprietà dello stato e aveva saccheggiato l'Etruria. Lo scopo non era per nulla oscuro: andava infatti dicendo che a Milone non si poteva certo portar via la sua carica di console, ma la vita sì. Lo fece capire spesso in senato, lo disse durante le assemblee del popolo; addirittura, quando Marco Favonio, un uomo dotato di grande coraggio, gli chiese con quale speranza infuriasse così finché Milone era in vita, gli rispose che Milone sarebbe morto nell'arco di tre, quattro giorni al massimo; Favonio allora riferì immediatamente queste sue parole al qui presente Marco Catone.



modulo X




Intanto quando Clodio venne a sapere, e non era difficile saperlo, che, secondo la legge, Milone entro il 18 gennaio doveva necessariamente compiere il viaggio annuale a Lanuvio, poiché ne era supremo magistrato, per eleggere il flàmine, partì immediatamente da Roma il giorno innanzi con l'intenzione, come si capì dallo svolgimento dei fatti, di tendere un agguato a Milone davanti al proprio podere. E partì così in fretta da abbandonare una riunione assai animata, che si stava svolgendo proprio in quel giorno, nel corso della quale si sentì la mancanza del suo vigore polemico; non l'avrebbe mai lasciata se non avesse voluto approfittare del momento e dell'occasione opportune per il suo piano criminoso.

Milone, dal canto suo, dopo essere stato quel giorno in senato finché l'assemblea fu sciolta, tornò a casa, cambiò i calzari e gli abiti, poi aspettò un poco mentre la moglie, come accade, terminava di prepararsi, infine partì a un'ora tale che Clodio avrebbe potuto già essere di ritorno, se mai in quel giorno avesse voluto tornare a Roma. Gli si fa incontro, libero da ogni impaccio, Clodio a cavallo: niente carrozza, né bagagli, neanche, come era solito, i comni di viaggio di origine greca, non c'era neppure la moglie, cosa che non capitava quasi mai. Questo assalitore, invece, che avrebbe organizzato quel viaggio con il solo scopo di fare una strage, procedeva sul carro in comnia della moglie, avvolto in un mantello, impacciato da un grande e lento séguito femminile di ancelle e giovinetti.



Si imbatte in Clodio dinanzi al suo podere all'incirca alle cinque del pomeriggio e immediatamente da una collinetta parecchi uomini armati di pugnale si slanciano contro di lui; altri, attaccando di fronte uccidono il conducente del carro. Milone, allora, gettato dietro le spalle il mantello, salta giù dalla vettura e si difende accanitamente; quelli che stavano con Clodio, sguainate le spade, in parte tornano di corsa alla carrozza per assalire Milone alle spalle, altri, invece, poiché lo credevano già morto, incominciano ad ammazzare i suoi schiavi, che chiudevano la fila. E di costoro, che erano stati d'animo coraggioso e fedele nei confronti del padrone, una parte fu trucidata; altri, invece, vedendo che era scoppiata una rissa intorno al carro, ma si impediva loro di portare aiuto al loro signore, convinti che Milone fosse stato ucciso davvero - lo avevano sentito dire da Clodio in persona -, questi servi di Milone dunque, (parlerò in tutta franchezza, non per eludere l'accusa, ma secondo i fatti), senza che il padrone lo ordinasse, senza che fosse presente, senza che lo sapesse, fecero quanto ciascuno avrebbe desiderato dai suoi uomini in una simile circostanza.



modulo XI




Le cose sono andate così come le ho raccontate, giudici: chi ha teso insidie fu sconfitto, la violenza fu vinta dalla violenza, o meglio un atto oltraggioso fu schiacciato da uno di valore. Non dico nulla sui vantaggi che ne ricavò la repubblica, nulla sui vostri e su quelli degli onesti cittadini. A Milone non ha giovato; egli nacque con questo destino: non poter salvare la sua vita senza salvare al tempo stesso voi e la repubblica. Se ciò non poté accadere secondo la legge, è inutile che io lo difenda. Se invece la ragione agli uomini colti, la necessità ai barbari, la consuetudine agli uomini civili, l'istinto agli animali, prescrissero di respingere con qualunque mezzo la violenza dal loro corpo, dalla loro testa, dalla loro vita, non potete giudicare criminoso il fatto in questione, senza al tempo stesso decretare morte certa, o di mano dell'aggressore o con verdetto vostro, per tutti quelli che si siano imbattuti in un malintenzionato.

Ché se Milone avesse ragionato così, sarebbe stato per lui preferibile offrire la gola a Publio Clodio, che la desiderava da tempo, e non era quella la prima volta che lo dimostrava, piuttosto che venire ucciso da voi, perché non si era consegnato al nemico per farsi ammazzare! Se nessuno di voi la pensa così, la cosa da stabilire in questo giudizio non è se sia stato ucciso, cosa che riconosciamo, ma se sia stato ucciso a torto o a ragione - cosa che spesso è stato oggetto di discussione in molti processi. Che ci sia stato un agguato è cosa certa e il senato lo ha considerato un vero e proprio attacco allo stato; non è chiaro chi dei due avversari lo abbia teso. Ecco perché si propose di istruire un processo; così il senato mise sotto accusa l'episodio, non l'uomo, e Pompeo ha voluto che si accertasse la legalità del fatto, non il fatto in sé.



modulo XII




Che cosa vi è, dunque, da definire se non chi dei due tese quell'imboscata all'altro? Niente, ne sono certo; se risulterà che responsabile è il qui presente Milone, che sia punito; in caso contrario, assolviamolo.

In che modo si può quindi provare che è stato Clodio a tendere un agguato a Milone? Basta riuscire a dimostrare che quella belva tanto sfrenata e irriverente aveva un valido motivo e una grande speranza nella morte di Milone, da cui gli sarebbero venuti grandi vantaggi. Valga per questi personaggi il famoso detto di Cassio «a chi fu di vantaggio», anche se chi è onesto non è spinto all'inganno da alcun tornaconto, mentre i delinquenti spesso si accontentano di uno piccolo. Ebbene, se Milone fosse stato ucciso, Clodio avrebbe ottenuto questi vantaggi: non solo sarebbe stato pretore senza quel console, con cui non avrebbe potuto commettere alcuna scelleratezza, ma pretore sarebbe diventato con dei consoli che, se non lo avessero proprio appoggiato, certamente l'avrebbero lasciato fare, e gli consentivano di sperare nella realizzazione dei suoi folli progetti. Quei due, secondo il suo punto di vista, non avrebbero desiderato soffocare i suoi tentativi, pur potendolo fare, poiché ritenevano di essergli debitori di un così grande favore, ma se anche avessero voluto, si sarebbe forse rivelato quasi impossibile domare la spregiudicatezza, rafforzata ormai dal passare degli anni, di un uomo così scellerato.

O forse solo voi, giudici, non siete al corrente e vivete in questa città come stranieri? La vostra attenzione vaga altrove e non si sofferma su quanto in città si va dicendo sulle leggi - se leggi si devono chiamare e non fiamme incendiarie della città, peste della repubblica -, quelle che Clodio stava per imporre e marchiare a fuoco su noi tutti? Ti prego, Sesto Clodio, mostra, mostra la cassettina delle vostre leggi, perché dicono che te la sei portata via da casa e che l'hai messa in salvo, quasi fosse il Palladio, dal baccano notturno delle armi, per poterla consegnare come preziosissimo dono e strumento del tribunato, se per caso ti fossi imbattuto in uno disposto a condurre il tribunato seguendo i tuoi desideri. Ecco che mi ha lanciato un'occhiata delle sue solite di un tempo, quando minacciava tutti di ogni sorta di mali. Che paura mi fa, questo splendore della curia!



modulo XIII




Ma come? Tu pensi che io sia adirato con te, Sesto, che hai anche inferto al mio più grande nemico una punizione ben più crudele di quella che, data la mia umanità, avrei osato chiedere? Tu hai trascinato fuori di casa il cadavere insanguinato di Publio Clodio, tu lo hai buttato tra la gente, tu lo hai spogliato delle immagini degli antenati, delle esequie, del corteo, dell'elogio, e, già mezzo bruciacchiato da un incendio funesto, lo hai lasciato in pasto ai notturni cani randagi. Perciò, se anche ti sei comportato empiamente, tuttavia, considerando che hai scatenato la tua ferocia contro un mio nemico, non posso complimentarmi, ma non devo affatto prendermela con te.

Avete sentito, giudici, quanto vantaggio avesse Clodio dall'uccisione di Milone; rivolgete ora il vostro animo a Milone. Che interesse poteva avere che Clodio fosse ucciso? Quale ragione c'era perché non dico commettesse il fatto, ma lo desiderasse? «Per Milone Clodio costituiva un ostacolo alla sua speranza di divenire console». Ma, nonostante l'opposizione di Clodio, Milone sarebbe diventato console, anzi, per questa lo sarebbe diventato più facilmente; e non si serviva di me come sostenitore migliore di Clodio. Grande efficacia su di voi aveva, giudici, il ricordo dei meriti di Milone nei confronti miei e della repubblica; grande efficacia avevano le mie preghiere e le mie lacrime, da cui allora mi accorgevo che vi lasciavate sinceramente commuovere, ma molto più valeva la paura dei pericoli sovrastanti. Quale cittadino c'era, infatti, che pensasse alla pretura sfrenata di Publio Clodio, e non provasse una terribile paura di sconvolgenti novità? Eravate consapevoli che sarebbe stata senza freni, se non ci fosse stato un console che avesse osato e potuto tenerlo a bada. Siccome tutto il popolo romano riteneva che solo Milone potesse essere quel console, chi avrebbe esitato con il suo voto a liberare se stesso dal timore e lo stato dal pericolo? Ora, invece, che Clodio è uscito di scena, per salvaguardare la dignità della sua posizione, Milone deve ricorrere ai soliti espedienti; ormai con la morte di Clodio è finita quella gloria particolare che giorno dopo giorno aumentava e che era concessa a lui solo perché lui domava i furori dei Clodiani. Voi avete ottenuto di non temere di alcun cittadino; costui ha perso la possibilità di esercitare il suo valore e l'appoggio che lo avrebbe portato al consolato, fonte per lui di gloria eterna. E così il consolato di Milone, che non poteva essere indebolito finché Clodio era vivo, ora che è morto, ha incominciato a vacillare. Quindi, la morte di Clodio non solo a Milone non è servita a niente, ma gli crea problemi.

«Ma fu l'odio a prendere il sopravvento, agì in preda all'ira, si comportò da nemico, vendicò i torti, sfogò il proprio risentimento». E allora? Se questi sentimenti furono, non dico più vivi in Clodio che in Milone, ma fortissimi nell'uno e completamente assenti nell'altro, cosa volete ancora? Perché mai Milone avrebbe dovuto avere avversione per Clodio, nutrimento e mezzo della sua gloria, se non a causa di quell'odio civile che ci spinge a odiare tutti i malvagi? Clodio sì che aveva motivi per detestarlo: innanzitutto era stato difensore della mia salvezza, poi persecutore della sua furia, vincitore di scontri armati, infine, anche suo accusatore; infatti, per tutto il tempo che visse, Clodio fu accusato da Milone secondo la legge Plauzia. Con quale animo pensate che abbia sopportato tutto ciò quel despota? Quanto odio - odio giustificato, dal punto di vista di un uomo ingiusto - credete che avesse maturato?






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