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LATINO - SENECA – “Lettera n°47 sugli schiavi”

LATINO - SENECA – “Lettera n°47 sugli schiavi”


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LATINO


SENECA – “Lettera n°47 sugli schiavi”



LA VITA


Lucio Anneo Seneca nacque a Cordoba, in Sna, nel periodo antecedente all’era volgare(all’incirca tra il 12 e l’1 a.C.).

Condotto assai presto a Roma, egli svolse nella capitale gli studi di retorica e filosofia, da cui apprese costumi sobri ed austeri. Negli anni seguenti, nonostante l’entusiasmo per la vita contemplativa, egli decise di accontentare il padre intraprendendo il cursus honorum e rivestendo la questura.



Con il tempo riuscì ad inimicarsi alcuni esponenti della Roma imperiale, tra cui Caligola e Claudio. Quest’ultimo, istigato dalla moglie Messalina, lo accusò di adulterio con Giulia Livilla e lo condannò all’esilio in Corsica. Qui Seneca rimase sino al 49, quando fu richiamato a Roma grazie all’intercessione di Agrippina(la nuova moglie di Claudio), la quale gli propose l’incarico di precettore di Nerone(il lio che ella aveva avuto da un precedente matrimonio e che Claudio aveva adottato).

Accettato l’incarico di precettore, divenne, nel 54, consigliere imperiale, a seguito della morte di Claudio a cui successe il diciottenne Nerone.

Nel 59 Seneca si trovò ad assistere al matricidio di Nerone, il quale, già da tempo in rotta con la madre Agrippina, la fece uccidere. Nonostante ciò il consigliere imperiale gli rimase al fianco e la sua posizione andò pian piano indebolendosi a causa delle continue insofferenze del principe. Così nel 62 arrivò il ritiro in vita privata.

Negli anni che vanno dal 62 al 65, Seneca potè finalmente praticare quella filosofia di vita che aveva sempre desiderato: la contemplazione, la riflessione, la lettura e la composizione delle sue opere.

Purtroppo nella primavera del 65, egli fu accusato di esser stato complice di una congiura contro l’imperatore e per evitare di esser preso dai pretoriani di Nerone, si tolse la vita tagliandosi le vene nell’acqua calda, dopo aver tentato l’avvelenamento.




“LETTERA N°47 SUGLI SCHIAVI”    


Le Epistulae morales ad Lucilium sono l’opera filosofica più imporante di Seneca, quella in cui egli esprime nel modo più maturo e personale la sua visione della vita e dell’uomo, lasciandoci il suo ultimo messaggio.



Si tratta di una raccolta di 124 lettere, scritte negli anni del suo ritiro dall’attività politica (62 – 65), in cui Seneca si presenta come un uomo ormai avanti con gli anni, il quale ritiratosi dalle occupazioni è finalmente padrone del suo tempo quindi può dedicarsi allo studio e al perfezionamento morale.


Tra le 124 lettere la più importante è di certo la Lettera n°47 sugli schiavi, nella quale Seneca critica l’aristocrazia della Antica Roma.

Avendo saputo che Lucilio, invece di punire duramente uno schiavo, si è limitato a rimproverarlo, l’autore inizia la stesura di un epistola che dimostra la sua sensibilità sociale. Distingue inizialmente due tipi di uomini per i quali è ovvio trattar male i propri schiavi: i raffinati-snob, i quali guardano con disgusto i non-uomini che sono per loro gli schiavi; mentre dall’altra parte i superbi e i quasi reges, i quali, pieni di arroganza, trattano crudelmente gli schiavi solo per manifestare il loro potere sugli altri. Continuando nella lettura dell’epistola, incontriamo la parte riguardante i compiti degli schiavi all’interno delle abitazioni dei loro signori; Seneca descrive la scena di un convivio al quale gli schiavi partecipano con mansioni crude ed umilianti: vi è colui che deterge gli sputi; un altro raccoglie gli avanzi dei conviviali ubriachi; un altro ancora è abbigliato come una donna, anche se non giovanissimo, deve comunque somigliare al bellissimo fanciullo greco Ganimede, il coppiere degli dei; uno annota le frasi e le battute dei partecipanti al convivio, così che il padrone, in seguito, può decidere di invitarli ancora oppure no.

Infine, nell’ultima parte della lettera vi è la ripresa del tema della schiavitù in una dimensione etica: gli schiavi vanno trattati come uomini, analizzando la sostanza del singolo e non l’apparenza che troppe volte c’inganna.  


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