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Le Odi



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Le Odi

Si tratta di una raccolta di circa 100 Carmina, raccolti in tre libri scritti tra il 30 e il 23 a.C. e un quarto aggiunto nel 13 a.C. Appartengono al periodo lirico di Orazio, ma non si possono definire produzioni liriche nel senso moderno del termine in quanto si ricollegano alla lirica greca arcaica. Nel prologo dell’opera Orazio afferma, rivolgendosi a Mecenate cui l’opera è dedicata di voler essere lyricus vates ovvero di voler emulare Alceo (lyricus) e quindi diventare poeta come supremo artefice, e di seguire le ispirazioni dategli dalle divinità (vates). Dunque le Odi risultano come la sovrapposizione di due concezione distinte: da una parte il concetto di poesia come opera come supremo artigiano, dall’altra l’idea di poesia come ispirazione divina. Sempre supponendo un’investitura divina, egli non afferma più come nelle Satire la propria incapacità poetica, ma addirittura afferma di aver ricevuto il titolo di poeta dalla dèa Febo. Inoltre, nel prologo, afferma di voler coltivare la poesia lirica cantata nell’Isola di Lesbo il cui esponente principale è Alceo. Oltre ad Alceo e Saffo altro modello è Pindaro, cui Orazio guarda con ammirazione ma vede come un modello irraggiungibile. Alceo e Saffo sono i modelli principali anche per quanto riguarda la metrica, vengono, infatti, usati metri saffici e alcaici. Notevole influsso esercitano su di lui anche i testi ellenistici (in particolare gli epigrammi) che facevano parte della cultura neoterica del poeta. Orazio cerca tuttavia di mantenere un certo equilibrio e una certa armonia tra i modelli antichi e la propria indole di poeta nuovo, caratterizzata da un esasperato sperimentalismo.




Alle Odi, Orazio conferisce un’impostazione allocutiva, ovvero a differenza della moderna poesia lirica, i Carmina non si presentavano come monologhi ma avevano sempre un destinatario, reale o immaginario che orientava il discorso poetico.

I temi trattati erano spesso topos ma avvalendosi delle tecniche dell’arte allusiva il poeta riesce a svilupparli in modo personale, partendo ad esempio da una citazione per intraprendere un discorso più ampio e soggettivo. E’ necessario quindi che il lettore abbia una certa cultura per poter cogliere le allusioni e i riferimenti, in quanto il nuovo, in Orazio, viene sempre paragonato all’antico.

L’Ode I, 37 si apre con una citazione di Alceo. Trattandosi, infatti, della morte di Cleopatra il poeta invita i concittadini a bere e danzare, per festeggiare il trionfo di Ottaviano, cosi come fece Alceo in occasione della morte di Mirsilo. Tuttavia non troviamo nel carme oraziano la stessa aggressività di quello alcaico. Viene anzi riconosciuta la grandezza della regina che viene definita come fatale mostrum, definizione polisemia che potrebbe significare sia “mostro fatale” sia “fatale manifestazione” cioè voluta dal fato.

I temi delle Odi sono vari, tuttavia si possono individuare dei filoni tematici principali.


Il filone religioso era parte integrante della tradizione lirica ed inoltre si adattava bene alla tipologia di poeta vates. Troviamo quindi inni e invocazioni agli dèi e alle Muse come ad oggetti insoliti, quali la propria lira o un’anfora di vino. La religione viene trattata con più serietà nel Carmen Speculare. Composto nel 17 a.C. in occasione dell’investitura di Augusto di nuovi titoli e dei ludi speculare, venne cantato nei fori augustei. Può essere considerato una mistura di temi religiosi e civili quali la celebrazione di Roma e l’esaltazione di Augusto, autore della prosperità della città.

Nell’Ode III, 23, Orazio afferma che è importante non l’offerta in sé ma l’animo con cui si compie l’offerta. Si scaglia inoltre contro la “prex merx” ( preghiera mercato) e in un certo senso contro lo stesso Augusto.


Il filone erotico comprende numerosi carmi. A differenza della poesia elegiaca contemporanea i carmi oraziani non si ricollegano ad un’unica vicenda amorosa ma si presentano come un insieme di episodi a sé stanti. I personaggi di tali episodi sono soprattutto donne: la volubile Pirra, la timida Cloe, ecc. La passione più che vissuta , come in Catullo, è contemplata. Orazio, uomo saggio e riflessivo, evita il coinvolgimento affettivo, tendendo piuttosto al distacco e all’ironia.


Il filone conviviale si rifà a quello simposìaco greco. I simposi in Grecia erano delle associazioni maschili costituite per bere e discutere. I temi dei carmi conviviali riguardano appunto la cena romana, che del simposio era il corrispondente latino, rifacendosi talvolta a temi topici e arricchiti da spunti erotici o da elementi gnomici.


Il filone gnomico costituisce il vero centro delle Odi oraziane, ed ha come nucleo tematico centrale la coscienza dell’incertezza del futuro e della brevità della vita.

Il tema non è dunque originale, ma vissuto con sincerità dal poeta, che lo sviluppa in diverse direzioni. Lo sviluppo in positivo porta al riconoscimento di un’alternanza nella vita di momenti felici e non, e all’invito ad affrontare con sopportazione quest’ultimi. Così il famoso ammonimento: aequam memento rebus in arduis servare mentem (Sereno ricordati di conservare l’animo nei difficili casi della vita).



Lo svolgimento in negativo porta invece alla constatazione dell’ineluttabilità della morte e alla necessità di usufruire del breve tempo della vita. E’ il motivo del carpe diem, che non è edonismo ma un invito a cercare la felicità nel presente e non in un ipotetico futuro. Si tratta di un invito frutto dell’automoderazione e della limitazione.

Tornano quindi i principi ispiratori delle Satire: l’autàrkeia e la metriòtes, qui espressa sotto forma di aurea mediocritas (II, 10).

L’Ode II, 11 è dedicata ad Euconoe. Il poeta seduto con lei su una spiaggia cerca di distoglierla dall’idea di recarsi come le sue coetanee dagli astrologi, e la invita anzi ad essere saggia e carpe diem, cogliere l’attimo e vivere bene il presente, essendo poco speranzosa nel futuro.


Il filone civile prende spunto ancora una volta da Alceo. A differenza del modello greco, però, che partecipava attivamente alla politica della sua città, Orazio si pone come semplice spettatore della vita pubblica di Roma. Essendo però un poeta vates può rivolgersi ai suoi concittadini con superiorità e ammonirli. Nasce così il filone lirico civile che va dall’esecrazione delle guerre fratricide all’esaltazione di Roma e del principe. Augusto naturalmente vedeva questo tipo di poesia come supporto alla propria proanda politica, mentre Orazio la vede come una forma di ringraziamento al principe per avergli permesso di vivere nell’otium letterario.

Le Odi appartenenti a quest’ultimo filone sono le prime sei del III° libro, le cosiddette Odi romane, dove la condanna dei vizi e l’esaltazione degli eroi romani antichi (come Attilio Regolo) si fonde con la glorificazione di Roma e Augusto. Nel libro IV vengono, infatti, celebrate le vittorie di Augusto e la pace e la stabilità che egli ha saputo dare allo Stato.


Lo stile delle Odi risente dell’influenza pindarica, soprattutto per quanto riguarda lo stile della produzione gnomica, abbastanza elevato a differenza di quello del filone erotico. La caratteristica principale dello stile oraziano è la disposizione particolare dei termini, allo scopo di ottenere effetti nuovi con vocaboli comuni, ovvero la callida iunctura Orazio rinuncia a tutto ciò che può essergli superfluo per tentare di raggiungere l’armonia e l’equilibrio stilistico.













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