ePerTutti


Appunti, Tesina di, appunto letteratura

ANALISI DEI PERSONAGGI



Scrivere la parola
Seleziona una categoria

ANALISI DEI PERSONAGGI

Lucia

La protagonista femminile del romanzo è una ura di giovane donna, le cui caratteristiche, fisiche e morali, sono tra le meno appariscenti che ci sia dato attribuire ad un soggetto umano e ad un personaggio di un romanzo


Ruolo

Lucia è una ragazza umile, una ragazza del popolo, alla quale la modesta origine non impedisce di racchiudere nell’anima una nobiltà di sentimenti e di ideali da fare invidia a persone di più alta nascita e cultura.


Caratterizzazione sociale

Il Manzoni ci presenta Lucia in modo diretto, fornendoci la sua descrizione fisica, in abito da sposa, nel cap.II. Dice: «Lucia usciva in quel momento tutta attillata dalle mani della madre. Le amiche si rubavano la sposa, e le facevan forza perché si lasciasse vedere; e lei s’andava schermendo, con quella modestia un po’ guerriera delle contadine, facendosi scudo alla faccia col gomito, chinandola sul busto, e aggrottando i lunghi e neri sopraccigli, mentre però la bocca s’apriva al sorriso. I neri e giovanili capelli, spartiti sopra la fronte, con una bianca e sottile dirizzatura, si ravvolgevan, dietro il capo, in cerchi moltiplici di trecce, trapassate da lunghi spilli d’argento, che si dividevano all’intorno, quasi a guisa de’raggi d’un’aureola, come ancora usano le contadine del Milanese. Intorno al collo aveva un vezzo di granati alternati con bottoni d'oro a filigrana: portava un bel busto di broccato a fiori, con le maniche separate e allacciate da bei nastri: una corta gonnella di filaticcio di seta, a pieghe fitte e minute, due calze vermiglie, due pianelle, di seta anch’esse, a ricami. Oltre a questo, ch’era l’ornamento particolare del giorno delle nozze, Lucia aveva quello quotidiano d’una modesta bellezza, rilevata allora e accresciuta dalle varie affezioni che le si dipingevan sul viso: una gioia temperata da un turbamento leggiero, quel placido acoramento che si mostra quand’in quando sul volto delle spose, e, senza scompor la bellezza, le dà un carattere particolare . »





Presentazione

&

descrizione fisica


Il ritratto della sposa è in ogni particolare stupendo, specialmente dove la vediamo schermirsi con quella modestia un po’ guerriera delle contadine, modestia che la contraddistingue e che è confermata in molti punti del romanzo.

La caratteristica principale di Lucia è la fede: una fede intrinseca, basata sul principio della Provvidenza, che aiuta coloro che fanno il bene. In Lucia c’è uno spontaneo rifiuto della violenza, un abbandono fiducioso, totale alla volontà di Dio. Proprio per questo, Lucia è vista di solito come un personaggio statico, che non subisce trasformazioni nel corso della vicenda, perché “non ha bisogno di imparare nulla”.


Ritratto psicologico


Nonostante subisca soprusi in tutta la vicenda del romanzo, non è passiva Lucia, che si oppone con tanta forza e decisione a tutto ciò che la sua coscienza non può tollerare; piuttosto è attiva in una sola direzione, quella del bene, e le sue armi sono la fede, la preghiera, la speranza.

Lucia è un individuo: anche lei ha un processo di formazione. Ha inizialmente dei limiti, che deve superare grazie all’esperienza. Lucia, all’aprirsi del racconto, appare prigioniera di una visione ingenuamente idillica della vita: manca quella consapevolezza del male che è necessaria per capire la vera natura della realtà umana, per cogliere il senso religioso stesso della presenza del negativo nel mondo.


Tipo / individuo



Renzo

Renzo è il protagonista della storia, e rappresenta il ceto popolare che, nel suo caso specifico, subisce una trasformazione dal negativo al positivo.


Ruolo & caratterizzazione sociale

Manzoni presenta Renzo tramite un breve ritratto diretto all’inizio del cap. II, procurandoci una breve descrizione: « . Lorenzo, o come dicevan tutti, Renzo non si fece molto aspettare [ . ]. Era fin dall’adolescenza, rimasto privo de’ parenti, ed esercitava la professione di filatore di seta, ereditaria, per dir così, nella sua famiglia [ . ] Oltre di questo possedeva Renzo un poderetto che faceva lavorare e lavorava egli stesso, quando il filatoio stava fermo; in modo che, per la sua condizione, poteva dirsi agiato[ . ]. Comparve davanti a don Abbondio, in gran gala, con penne di vario colore al cappello, col suo pugnale dal manico bello, nel taschino dei calzoni, con una cert’aria di festa e nello stesso tempo di braveria, comune allora anche agli uomini più quieti . »

Renzo è un giovane che, nato e cresciuto nel limitato ambiente del suo paese, conosce la vita solo nei suoi aspetti più semplici e consueti, cioè la fatica del lavoro e la forza degli aggetti; la prima affrontata con l’entusiasmo e il vigore dei vent’anni, l’altra intimamente sentita e tutta concentrata su un unico affetto.


Presentazione

&

descrizione fisica


Renzo, di indole buona, ha tuttavia un temperamento impetuoso, incline a scatti e ribellioni improvvise («un agnello se nessun lo tocca – pensa di lui don Abbondio – ma se uno vuol contraddirgli . ih!»): scatti e ribellioni che presto vengono e presto si dissipano e si calmano. Si tratta quindi d’esuberanza più che di prepotenza, di vivacità unita ad un’ingenuità talvolta fanciullesca.

Renzo, infine, non è privo di una naturale intelligenza e furberia, che si rivelano particolarmente infallibili nei momenti più critici. Perché Renzo non pensa al male, è anzi incline a giudicare il suo prossimo con ottimismo; ma, quando è ben certo d’esser fatto segno al sopruso e alla prepotenza, si ribella, mettendo in moto tutta la sua intelligenza.


Ritratto psicologico


Renzo è un individuo, perché nel corso della storia subisce una catarsi. Il suo processo di formazione, si attua attraverso due esperienze: la sommossa e la Milano appestata. Grazie a questi momenti, Renzo comprende la vanità delle pretese umane, e si rassegna alla volontà di Dio. Fondamentali per questa trasformazione sono la notte passata sull’Adda, in cui Renzo fa il bilancio degli errori commessi durante la sommossa, e il perdono concesso a Don Rodrigo in agonia nel lazzaretto.


Tipo / individuo



Agnese


Agnese si può identificare come il personaggio che svolge la funzione di aiutante dei protagonisti all’interno della storia.


Ruolo

L’autore presenta questo personaggio indirettamente: non fornisce una descrizione completa, ma una serie di indizi che costruiscono la ura. Comunque, la sua apparizione si ha nel cap. II « . Intanto la buna Agnese (così si chiamava la madre di Lucia), messa in sospetto e in curiosità dalla parolina all’orecchio, e dallo sparir della lia, era discesa a vedere cosa c’era di nuovo . » .


Presentazione



Agnese è la tipica donna che si trova nelle contrade brianzole. Il suo carattere, deciso e sbrigativo, unito ad un’esperienza di vita che lei stessa dentro di sé forse sopravvaluta, la induce ad un’estrema sicurezza di giudizio; la sua sollecitudine e il suo amore per l’unica lia, velati da un riserbo che è proprio delle persone abituate ad un’esistenza ridotta ai suoi valori essenziali, la sua facilità di parola e la sua arditezza di espressioni, costituiscono un marchio inconfondibile.

Una caratteristica di Agnese è la sollecitudine con cui si dispone ad aiutare la lia nel raggiungimento della sua felicità. Agisce con la sicurezza di sé, propria della gente di limitata cultura, che è portata a vedere una faccia sola della realtà, quella che interessa direttamente.

I suoi giudizi e i suoi consigli sono sempre decisi, perché Agnese punta sulla sua esperienza che si accomna a un fondamentale ottimismo.

Vediamo invece, nel corso della vicenda, che se i suoi consigli hanno un risultato positivo, questo avviene per puro caso. Per esempio, con il suo progetto ardito del matrimonio a sorpresa, riesce a sventare il tentativo di incursione in casa sua e rapimento della lia, e se lei è riuscita a compiere quello che padre Cristoforo non avrebbe fatto in tempo a fare, è colo opera di una volontà superiore, indipendente del tutto dai piccoli pensamenti e imbrogli della furba contadina.  L’episodio del matrimonio a sorpresa serve a determinare la palese differenza tra Agnese e Lucia. La donna non consiglia ai suoi giovani un passo contro la morale, ma è evidente su quale diverso piano si trovino madre e lia. La prima si fa propugnatrice di una morale strettamente utilitaria, la seconda di una condizione psicologica profondamente cristiana.




Ritratto psicologico


Proprio per questo Agnese è un personaggio statico, nel senso che, nonostante le vicende che la sconvolgono insieme alla lia e al suo promesso, non cambia né atteggiamento, né concezione della vita: Agnese punta sempre, col suo solito senso pratico, sulla necessità di giudicare le cose in rapporto alle circostanze e non in astratto.

Tipo / individuo




Don Rodrigo


Don Rodrigo è l’antagonista della storia, colui che si pone contro i protagonisti e dà origine a tutta la vicenda e alle conseguenze subite dagli altri personaggi. Don Rodrigo è come lo specchio del suo tempo, di quel Seicento di cui il Manzoni ci ha lasciato il quadro più vasto, multiforme e completo che mai sia stato fatto.


Ruolo & caratterizzazione sociale

Sebbene sia colui che, con il suo agire avventato e prepotente, rende possibile tutta la vicenda, è l’unico personaggio di cui non ci venga fatta una presentazione vera e propri, né fisica, né morale.

Lo conosciamo solo attraverso i simboli e gli attributi della sua forza e dell’autorità, e attraverso il suo agire, o meglio le conseguenze del suo agire. Egli tuttavia è sempre presente immaterialmente, quando non lo è fisicamente, come il cattivo genio di tutta l’azione.

Appare sin dall’inizio tramite le parole dei bravi e il racconto di Lucia, ma la sua vera sa fisica è nel cap. V: « . Don Rodrigo [ . ] era lì in capo di tavola, in casa sua, nel suo regno, circondato d’amici, d’omaggi, di tanti segni della sua potenza, con un viso da far morire in bocca a chi si dia una preghiera, non che un consiglio, non che una correzione, non che un rimprovero . »


Presentazione

&

descrizione fisica


Per quanto riguarda la psicologia di Don Rodrigo, egli compie il male semplicemente perché è sicuro che la sua posizione sociale e gli appoggi di persone molto influenti e poco scrupolose gli garantiscano l’impunità, e perché, nella sua assenza d’ogni principio morale, egli conosce solo una legge: quella del più forte, o meglio del più potente e prepotente, perché le altre leggi, quelle codificate, sa di poterle violare a suo piacimento.

Ma, pur essendo un malvagio, non ha il coraggio delle proprie azioni, perché si preoccupa di salvare le apparenze, come vediamo in parecchie circostanze, ad esempio nello sgomento che prova dopo il fallito tentativo di rapimento di Lucia, operato dal Griso.

È un piccolo tiranno di camna, che non è preparato ad accettare le conseguenze delle sue azioni, e quindi non sa essere grande neppure nel male: non sa avvolgersi di quella capacità di suscitare paura e sgomento, ma contemporaneamente anche rispetto. Per questo motivo vuole tentare anche lui la sua grande impresa, ma rimane invischiato dalla sua stessa impotenza e incapacità.


Ritratto psicologico


Da un certo punto di vista, Don Rodrigo può essere considerato un personaggio statico: non cambia, né nel bene, né nel male: non è la testardaggine che lo induce a persistere nel suo “scellerato disegno”, bensì le beffarde parole del cugino, il conte Attilio. Probabilmente Don Rodrigo desidererebbe, in cuor suo, abbandonare l’impresa, che però è costretto a condurre fino in fondo, per una questione di puntiglio e d’orgoglio famigliare.

Tipo / individuo



Don Abbondio


Don Abbondio è uno dei rappresentanti del ceto ecclesiastico. Egli è un parroco di paese troppo preoccupato a risolvere i propri problemi per essere il punto di riferimento dei suoi compaesani.

Caratterizzazione sociale

Incontriamo don Abbondio nel I cap. del romanzo, dove Manzoni ci dà l’opportunità di comprendere meglio il personaggio grazie ad una breve digressione storica sulla sua vita. «.. Don Abbondio (il lettore se n’è già avveduto) non era nato con un cuor di leone. Ma, fin da’ suoi primi anni, aveva dovuto comprendere che la peggior condizione, a que’ tempi, era quella d’un animale senza artigli e senza zanne, e che pure non si sentisse inclinazione d’esser divorato. [ . ] Il nostro Abbondio, non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s’era dunque accorto, prima quasi di toccar gli anni della discrezione, d’esser in quella società, come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in comnia di molti vasi di ferro. Aveva quindi assai di buon grado ubbidito ai parenti che lo vollero prete. [ . ]Il suo sistema consisteva principalmente nello scansar tutti i contrasti, e nel cedere in quelli che non poteva scansare. Neutralità disarmata in tutte le guerre che scoppiavano intorno a lui . »


Presentazione



La storia di don Abbondio è la storia della sua paura e delle varie e diversissime manifestazioni attraverso le quali questa sua debolezza si rivela. Sotto tale aspetto, il personaggio viene studiato dall’autore con sottile penetrazione e sorridente arguzia, e con una tale sicurezza di tratti da fare di lui la ura più famosa del romanzo.

La vita di don Abbondio si svolge tutta nell’orbita di un personaggio, Don Rodrigo, e sotto l’influsso di un incomodo difetto, la paura: paura quindi di Don Rodrigo, delle sue minacce e della sua forza. La nostra conoscenza di don Abbondio ha inizio quando, durante la sua famosa passeggiata serale, si incontra con due bravi di Don Rodrigo, e da lui ci congediamo quando, esultante per la morte del tiranno, si decide finalmente di unire i due giovani in matrimonio.

Il Manzoni, nonostante l’uso dell’ironia come arma di disapprovazione per l’atteggiamento estrinseco di don Abbondio nei confronti della religione, in tutto il romanzo non è mai aspro con lui («il nostro don Abbondio»), poiché in caso contrario, l’asprezza avrebbe sminuito la comicità del personaggio. Egli fa strazio del suo personaggio ma nello stesso tempo è indulgente verso le sue debolezze.


Ritratto psicologico




Don Abbondio non è un uomo cattivo, perché, per essere cattivi, occorre una buona dose di intraprendenza e coraggio, quasi quanta n’è richiesta per essere integralmente e cristianamente buoni. Ma don Abbondio non è neppure buono. Egli vive in un mondo tutto suo, costretto nella paura; soffre e si arrovella, e passa momenti che non si augurerebbero a nessuno. È un tipo, che non riesce a imparare dalle vicende che lo colpiscono.

Egli non solo teme il pericolo, ma vede ostacoli e insidie anche dove non ci sono, e si crea pregiudizi e timori infondati, rinchiudendosi in un ottuso egoismo, che gli impedisce, nel modo più assoluto, di distinguere con serenità il bene dal male.


Tipo / individuo


Padre Cristoforo


Anche padre Cristoforo è un esponente del clero, ma ben diverso dalla ura di don Abbondio.

Ruolo

Egli è un frate cappuccino, che vive nel convento di Peascarenico, ma prima di diventare frate era un ricco borghese il cui padre aveva accumulato denaro facendo il mercante.


Caratterizzazione sociale

Manzoni offre alla descrizione e alla storia di padre Cristoforo un intero modulo. Così introduce questo personaggio, nel triste paesaggio d’autunno, all’inizio del cap. IV: « . Il padre Cristoforo da *** era un uomo più vicino ai sessanta che ai cinquant’anni. Il suo capo raso, salvo la piccola corona di capelli che vi girava intorno, secondo il rito cappuccinesco, s’alzava di tempo in tempo con un movimento che lasciava trasparire un non so che d’altero e d’inquieto, e subito s’abbassava, per riflessione d’umiltà. La barba bianca e lunga, che gli copriva le guance e il mento, faceva ancor più risaltare le forme rilevate della parte superiore del volto, alle quali un’astinenza, già da gran pezzo abituale, aveva assai più aggiunto di gravità che tolto d’espressione. Due occhi incavati per lo più chinati a terra, ma talvolta sfolgoravano, con vivacità repentina, come due cavalli bizzarri, condotti a mano da un cocchiere, col quale sanno, per esperienza, che non si può vincerla, pure, fanno, di tempo in tempo qualche sgambetto, che scontan subito, con una buona tirata di morso. Il padre Cristoforo non era sempre stato così, né sempre era stato Cristoforo: il suo nome di battesimo era Lodovico. Era lio di un mercante di *** . »


Presentazione

&

descrizione fisica


La presenza di padre Cristoforo nel romanzo, come quella d’altre ure che, “stanno dalla parte del bene”, dimostra come il Manzoni non avesse una visione integralmente negativa del Seicento ma, con sensibilità storica e intuizione poetica, riuscisse a immaginare e intensamente sentire le forze che esistono in ogni tempo.

La ura del frate grandeggia, ma non come il cardinal Federigo, bensì come quella di un uomo tra uomini, che ha vissuto le sue esperienze e ha formato il suo carattere proprio in mezzo al complicato mondo seicentesco.

Egli cresce alimentando in sé una naturale fierezza; come il padre, che si era scagliato contro l’ostilità di quel mondo aristocratico, Lodovico, con il suo animo generoso, non si lascia mai sfuggire l’occasione di condurre guerra aperta contro i suoi rivali, proteggendo i deboli che avessero subito da essi un sopruso.

Ma il fatto che gli da piena coscienza del gran significato che racchiude in sé il concetto di perdono e di amore cristiano è il famoso duello.


Ritratto psicologico


Da questo episodio di sangue, la ura dell’uomo non esce peggiorata, ma anzi riscattata da un’illuminazione provvidenziale e resa più nobile e più grande dall’ansia di espiazione. Dopo la “conversione” in lui sentiamo che è mutato l’orientamento di vita, ma non il carattere. Così anche religiosamente, egli si dimostra uomo di mente aperta e d’animo generoso, non esitando mai a sacrificarsi, quando una giusta valutazione dei fatti ne suggerisca un’opportunità. Come dimostrazione di questo, lo ricordiamo nel cap. XXVI, con i segni della fine imminente sul volto, che trova ancora in sé la forza di essere d’aiuto al suo prossimo. E le parole, che pronuncerà da questo momento fino alla fine, sono il riepilogo di tutta una vita fervidamente tesa allo studio delle grandi verità della fede, e tutta ispirata dalla consapevolezza di un Dio giusto e misericordioso.


Tipo / individuo

Cardinal Federigo Borromeo


Il cardinale è l’aiutante, che permette la realizzazione della catarsi dell’Innominato.

Ruolo

Manzoni, per evidenziare l’importanza di questo personaggio, ne descrive la vita nel cap. XXII, e  rappresenta la vita del cardinale con una metafora del ruscello. « . Federigo Borromeo, nato nel 1564, fu degli uomini rari in qualunque tempo, che abbiano impiegato un ingegno egregio, tutti i mezzi di una grand’opulenza, tutti i vantaggi di una condizione privilegiata, un intento continuo, nella ricerca e nell’esercizio del meglio. La sua vita è come un ruscello, che, scaturito limpido dalla roccia, senza ristagnare, né intorbidirsi mai, va limpido a gettarsi nel fiume . »


Presentazione



Modesto, frugale, umilissimo, deve lottare contro il suo stesso ambiente per affermare i suoi principi. Ma è una lotta incruenta, che con le armi della carità e dell’esempio portano a una vita integralmente cristiana. Instancabile nell’operare il bene, egli trova anche il tempo di dedicarsi agli studi, applicandosi talmente da essere considerato uno degli uomini più dotti dell’epoca . Sono queste le notizie biografiche che ci fornisce il Manzoni. Ma, più che da questa presentazione, la ura del cardinale trae la sua realtà artistica da altri elementi.

Personaggi eccelsi per qualche virtù, ne troviamo più d’uno nel romanzo (basti pensare a padre Cristoforo o all’Innominato dopo la conversione), ma la loro bontà è sempre una conquista, frutto di un interno travaglio, di un’esperienza purificatrice. C’è sempre, insomma, il dramma spirituale.

Il Cardinale, invece, è libero completamente da ogni umana debolezza: è integro, tutto grande, tutto nobile e perfetto.



Ritratto psicologico




L’Innominato




In seguito alle anticipazioni di Don Rodrigo, la presentazione dell’Innominato avviene nel cap. XIX: « . un terribile uomo. Di costui non possiam dire né il nome, né il cognome, né un titolo, e nemmeno una congettura sopra nulla di tutto ciò. [ . ] un tale che, essendo de’ primi tra i grandi della città, aveva stabilita la sua dimora in una camna, situata sul confine; e lì, assicurandosi a forza di delitti, teneva per niente i giudizi, i giudici, ogni magistratura, la sovranità; menava una vita affatto indipendente; ricettatore di forusciti, foruscito un tempo anche lui; poi tornato, come se niente fosse [ . ]. Fare ciò ch’era vietato dalle leggi, o impedito da una forza qualunque; esser arbitro, padrone negli affari altrui, senz’altro interesse che il gusto di comandare; esser temuto da tutti, aver la mano da coloro ch’eran soliti averla dagli altri; tali erano state in ogni tempo le passioni principali di costui . ».


Presentazione

&

descrizione fisica


L’Innominato è una delle ure psicologicamente più complesse e interessanti del romano. ura storicamente esistita, ma riceve dalla rielaborazione artistica del Manzoni una vita autonoma e una interiorità coerente e compiuta.

Il dramma dell’Innominato si svolge tutto nell’interno del suo spirito, ed è seguito, nel suo nascere e nel suo sviluppo, con un occhio acuto e scrutatore, che si muove nei meandri dell’anima.

Il personaggio, nella rappresentazione fatta dall’autore, non ci si presenta, fin dal principio, come il malvagio spregevole e ripugnante; quella stessa grande, raccolta paura che induce la folla a far spazio rispettosamente al suo passaggio, incute timore più che ribrezzo. Conserva, nella sua posizione di “ribelle”, qualcosa di regale e maestoso, come di chi ha creato, anche su presupposti di violenza, una propria legge, e ha raggiunto, attraverso l’immunità ottenuta dalla forza, una propria libertà. L’uomo che, libero da vincoli, difende con coraggio estremo una causa anche ingiusta, desta sempre un sentimento che, se non si può chiamare ammirazione, ne assomiglia molto.

L’Innominato è grande anche nel male, superiore di parecchio ai piccoli malvagi tiranni della razza di Don Rodrigo.


Ritratto psicologico


Solo in un animo simile, svincolato a ogni compromesso, incapace di vie di mezzo, una crisi interiore può portare ad una trasformazione integrale: egli è pienamente un individuo.

Quando egli fa la sua entrata nel romanzo, tale crisi è già iniziata, e appare ancora in forma incosciente che da tempo gli sente per la sua vita, piena soltanto delle innumerevoli scelleratezze compiute: un’inquietudine, un disgusto, un fastidio, che si faranno a poco a poco coscienza durante la notte famosa.

La crisi tocca il fondo della disperazione, ma il pensiero dell’aldilà, il pensiero di Dio (« . E se c’è quest’altra vita . !»), e più le parole di Lucia («Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia!»), determinano la sua risoluzione. Quella dell’Innominato non è perciò soltanto una crisi di mero sentimento, ma anche una crisi di pensiero, una crisi logica.

Alcuni critici, citando un articolo del Concilio di Trento, in cui si osserva che l’ordinario cominciamento della giustificazione dell’uomo viene dal timore dell’inferno”, affermano che l’Innominato si sarebbe convertito per paura di una pena, ma altri più verosimilmente osservano che egli si converte per il timore di un giudizio di fronte all’Eterno, non per il timore della pena che segue a quel giudizio. È sempre l’idea di Dio, del Giudice eterno («Io sono però»), che turba l’animo suo.

Tipo / individuo

Gertrude, la monaca di Monza


Seppure sia controversa la ura di Gertrude, può essere classificata come l’aiutante negativa, colei che permette la materiale esecuzione del rapimento di Lucia.


Ruolo

La monaca di Monza è una nobile che, per volontà del padre, è entrata in convento.

Caratterizzazione sociale

Anche a questo personaggio, Manzoni dedica ben due moduli per raccontarne la storia. La sua presentazione, nel presente, è quella che appare agli occhi di Lucia e Agnese: «Il suo aspetto, che poteva dimostrar venticinque anni, faceva a prima vista un’impressione di bellezza, ma d’una bellezza sbattuta, sfiorita e, direi quasi, scomposta. Un velo nero, sospeso e stirato orizzontalmente sulla testa, cadeva dalle due parti, discosto alquanto dal viso; sotto il velo, una bianchissima benda di lino cingeva, fino al mezzo, una fronte di diversa, ma non d’inferiore bianchezza; una altra benda a pieghe circondava il viso, e terminava sotto il mento in un soggolo, che si stendeva alquanto sul petto, a coprire lo scollo d’un nero saio. Ma quella fronte si raggrinzava spesso, come per una contrazione dolorosa; e allora due sopraccigli neri si ravvicinavano, con un rapido movimento. Due occhi, neri anch’essi, si fissavano talora in viso alle persone, con un’investigazione superba; talora si chinavano in fretta, come per cercare un nascondiglio; [ . ]. Le gote pallidissime scendevano con un contorno delicato e grazioso, ma alterato e reso mancante da una lenta estenuazione. Le labbra, quantunque appena tinte d’un rosso sbiadito, pure, spiccavano in quel pallore; i loro moti erano, come quelli degli occhi, subitanei, vivi, pieni d’espressione e di mistero. La grandezza ben formata della persona siva in un certo abbandono del portamento, o iva surata in certe mosse repentine, irregolari e troppo risolute per una donna nonché per una monaca. Nel vestire stesso c’era qua e là qualcosa di studiato e di negletto che annunziava una monaca singolare: la vita era attillata con una certa cura secolaresca, e dalla benda usciva sur una tempia una ciocchettina di neri capelli; cosa che dimostrava dimenticanza o disprezzo della regola.» (cap. IX)


Presentazione

&

descrizione fisica


In ogni espressione che il Manzoni usa per offrire al lettore la visione completa ed esatta del dramma di Gertrude, si avvertono variamente intrecciati due sentimenti: lo sdegno per una fra le inumane consuetudini di un secolo corrotto e inumano, e un accorato accento di pietà per la sorte dell’infelice vittima. È noto il modo in cui la ura di Gertrude s’innesta nella vicenda del romanzo. Lucia e Agnese, con una lettera di padre Cristoforo al padre guardiano, si presentano al convento di Monza per trovarvi un rifugio sicuro. Non sospettano che, sfuggite per miracolo ad un pericolo, stanno cadendo in un’insidia ancor più grave, e ciò per opera di un personaggio che, nel romanzo ha il compito di continuare l’opera di male, iniziata dal signorotto di provincia. Ma, mentre Don Rodrigo, spirito ottuso, accessibile cono ai richiami di un cocciuto orgoglio, è privo di qualsiasi capacità di autocritica, Gertrude vacilla come gravata da un peso enorme, che la mente e la volontà non trovano la forza di respingere.


Ritratto psicologico


« . La sventurata rispose . ». Questo è il punto in cui si deve ricercare la motivazione della sua caratteristica di tipo. Perché Gertrude, nonostante le innumerevoli occasioni, non riesce mai a imporre la sua volontà e a cambiare la sua vita, né col padre, né con Egidio.

Tipo / individuo








Privacy

© ePerTutti.com : tutti i diritti riservati
:::::
Condizioni Generali - Invia - Contatta