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Analisi tematica e stilistica delle ottave 4-25 del canto XII dell'"Orlando furioso" di Ludovico Ariosto. Contestualizzazione e impressioni del lettor

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Analisi tematica e stilistica delle ottave 4-25 del canto XII dell'"Orlando furioso" di Ludovico Ariosto. Contestualizzazione e impressioni del lettore.


Ludovico Ariosto, in poche ottave del dodicesimo canto dell'"Orlando furioso", riprende molti personaggi e temi già affrontati in precedenza, e riesce in quest'unione grazie ad un motivo, forte anche nel resto del componimento, la magia. Questo tema non è nuovo in un poema: anche nell'"Orlando innamorato" di Matteo Maria Boiardo, da cui Ariosto riprende trama e protagonisti, la magia ha un ruolo fondamentale nelle relazioni dei personaggi, poiché è in grado di far innamorare e disinnamorare le coppie che si formano di volta in volta. L'elemento fantastico è ripreso così spesso perché i poemi che furono composti alla corte Estense dal 1480 al 1570, quindi per quasi un secolo, hanno come scopo anche quello di intrattenere la stessa corte, di cui del resto Boiardo, Ariosto e Tasso facevano parte; ma la differenza fondamentale del poema di Ariosto è il tema encomiastico che vede in Ruggiero e Bradamante i mitici fondatori della stirpe degli Estensi.

Il castello in particolare, creazione di Ariosto, è un trabocchetto dove le illusioni si moltiplicano, appaiono e svaniscono. Questo castello maledetto altro non è che un'opera del mago Atlante, sempre intento ad imprigionare i potenziali assassini del suo pupillo Ruggiero, già salvato da Bradamante dallo stesso tipo d'insidia nel quarto canto; nonostante abbia grande ingegno, al contrario della virtù dei paladini, il suo potere non può cambiare il "mal'influsso" che condanna Ruggiero a morire giovane. L'uso continuo di verbi come "parere" o "apparire" ci annunciano sin dall'inizio il clima favoleggiante del canto. Orlando cerca disperatamente la sua bella Angelica arrivando sino in Africa ma trova una ragazza che sembra appunto lei fra le grinfie di un misterioso cavaliere che lo conduce nell'edificio incantato; lo muove l'ira, che rende persino "orrida" la sua voce; il cavaliere non risponde, e l'iperbole che lo descrive più veloce del vento acuisce la sensazione del lettore di trovarsi di fronte ad una apparizione, come se il nemico stesso fosse parte integrante del vento. Il maniero appare dal nulla e e negli ultimi due versi dell'ottava con un effetto di grande sorpresa com'è solito creare Ariosto; è un luogo dove il fantastico ha il suo apice, le illusioni ci sono non solo per Orlando, ma anche per Ruggiero il cui destino è parallelo a quello dell'altro eroe: insegue infatti un gigante che avrebbe rapito Bradamante, un inseguimento con cui il suo protettore lo occupa senza perversità, ed è descritto infatti con l'ossimoro "dolce pena"; lo stesso vale per Ferraù, Brandimarte, i re Gradasso e Sacripante, sempre in cerca di qualcosa che credono di aver trovato ma che immediatamente perdono per poi ricominciare la ricerca. "Di su, di giù", "corre di qua, corre di là", "alto e basso", "or quinci or quindi" sono le espressioni usate anche più volte riferite a coloro che sono attirati dai rumori e dalle grida che pensano possano essere indizi riferiti a chi stanno cercando; le stesse urla richiamano più persone, introducendo così un sottile dubbio: chi sta sbagliando, la perfida magia del dispettoso mago o l'uomo che vuole vedere a tutti i costi in un avvenimento un segno riferito all'oggetto che sta cercando? L'amore che Orlando , Ferraù e Sacripante nutrono verso Angelica e Ruggiero verso Bradamante, può quindi superare ogni razionalità alla pari della magia? Ariosto fissa sempre un confine sottile fra le due realtà ambivalenti, come aveva già fatto nel quarto canto, dove pone l'irrazionalità della magia a confronto con la assennatezza che guida le azioni umane. Il castello simboleggia quindi la ricerca e l'irraggiungibilità dell'oggetto del proprio desiderio; il movimento incessante ne simboleggia la bramosia, ed il ritmo incalzante di queste ottave rallenta solo nello stupore dei paladini che rimirano lo splendore del frutto dei sortilegi dell'incantatore che, pur intrappolandoli, rende la loro permanenza confortevole. Le stanze sono riccamente adornate e le vivande non mancano; Orlando e Ruggiero sono stregati, e per un momento il pensiero di salvare le donzelle svanisce nello sfarzo del luogo, ma i trabocchetti ricompaiono presto ad occuparli; la presunta Angelica invoca l'aiuto del suo eroe che con passione la cerca ancora.



Dalla ventitreesima ottava rie la vera Angelica, ma Ariosto non rinuncia comunque alla magia: ella come precedentemente Bradamante, possiede l'anello che la rende invisibile agli occhi di coloro che la cercano. Sempre pensando al suo interesse crede che sia opportuno ire a Sacripante o ad Orlando, che le avrebbero fatto da guida durante il viaggio di ritorno verso la sua terra natale; la sua sa completa il quadro degli avvenimenti; il suo avvento è stato guidato dalla Fortuna e la Virtù la condurrà a portare a compimento i suoi piani, in perfetta armonia con il pensiero umanista.

In queste ottave dal tono divertito Ariosto riesce comunque a porre degli interrogativi legati alla sua epoca dove l'uomo si interroga sul suo ruolo rispetto alla Fortuna e al Caso, e al peso delle proprie virtù.




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