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LE ULTIME LETTERE DI JACOPO ORTIS - COMMENTO



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LE ULTIME LETTERE DI JACOPO ORTIS

COMMENTO

Nel romanzo epistolare, le Ultime lettere di Jacopo Ortis (edizione definitiva 1817), Ugo Foscolo rappresenta la sua insanabile amorosa e politica irrequietezza, la «delusione storica» vissuta dalla società italiana tra Settecento e primo Ottocento e il «dramma eterno dell'uomo dominato dalla violenza e dalla paura».

Dopo il trattato di Campoformio, che «trafficò la sua patria, insospettì le nazioni, e scemò dignità» al nome di Bonaparte liberatore, consumatosi il sacrificio di Venezia ceduta all'Austria, Ugo Foscolo, disperato amante senza patria, inizia a scrivere il diario delle proprie angosciose passioni, le Ultime lettere di Jacopo Ortis.

Indiscutibilmente, la contaminazione e la contiguità di vita e letteratura fanno dell'Ortis e un'opera nuova nella storia letteraria e un'opera aperta — tanto quanto aperta e provvisoria, instabile e convulsa fu la vita del suo autore: «libero scrittore», sradicato di terra in terra.

Pertanto, delusione politica e amore deluso finiscono solamente per sommarsi e giustapporsi in un romanzo epistolare dalla redazione non compiuta e organica ma prolungata e stratificata. Sulla orme della Nouvelle Héloïse di Rousseau e della poesia notturna di Young, nel 1796, sui Colli Euganei, nasce Laura, lettere, una storia d'amore e di suicidio. Il libro con il titolo definitivo Ultime lettere di Jacopo Ortis prende vita invece a Bologna nel 1798, dopo l'abbandono di Venezia, l'amore breve e violento per Teresa Monti e la lettura de I dolori del giovane Werther di Goethe. Ma presto, in seguito all'arrivo degli Austro-Russi, la stesura si interrompe.




Poi, le battaglie, le inquiete peregrinazioni per l'Italia contesa da eserciti stranieri, l'infelice e travolgente amore per Isabella Roncioni (promessa sposa ad un ricco marchese) e la relazione con Antonietta Fagnani, inducono il Foscolo a una revisione integrale dell'opera giovanile. E al ritorno dei francesi in Italia, mentre le sue idee giacobine e rivoluzionarie entrano definitivamente in crisi, nel 1802, con grande successo in Italia e in Europa, esce a Milano l'edizione di un nuovo Ortis, oramai maturo. Infine, durante l'esilio svizzero, a Zurigo nel 1816 appare una nuova edizione (datata però Londra 1814), cui poi seguirà, frutto di un'accurata e definitiva revisione linguistico-stilistica, l'edizione di Londra del 1817.

Dall'adolescenza alla maturità, nel corso delle diverse redazioni, le lettere che il ribelle Jacopo indirizza all'amico Lorenzo Alderani, vanno così adeguandosi al mondo interiore dello scrittore e alla sua vitalità passionale impetuosa e desiderosa di imporre il proprio individuale «sentire». E Jacopo appare sì un tragico eroe alfieriano, ma un eroe alfieriano che con tutta la sua assoluta ansia di libertà contro la tirannide, scende dalle remote e mitiche scene, e viene a vivere e a morire nell'Italia borghese, prosaica e antieroica dell'ultimo Settecento. Al tramonto del mito napoleonico e delle grandi speranze libertarie e ugualitarie, il tragico scontro con i limiti imposti dalla realtà presente si consuma, infatti, in un'Italia «schiava, denudata, venduta» e in una società storica e umana «foresta di belve».

Foscolo — e con lui Jacopo, il personaggio o meglio la maschera che nell'Ortis fa da schermo allo scrittore — è oramai lontano dalla fiducia che l'Illuminismo riponeva nella realizzazione positiva della ragione nella storia. E così approda alla visione laica e materialistica della società e della natura di Macchiavelli e di Hobbes: «le nazioni si divorano, perché una non potrebbe sussistere senza i cadaveri dell'altra». Al di là, poi, dei significati storici e ideologici contingenti, recenti letture critiche d'impostazione psicanalitica hanno evidenziato come nell'Ortis dramma politico e dramma affettivo trovino nelle strutture profonde dell'io la loro unità. Venezia sarebbe la città-madre, Napoleone il padrone-padre e quindi in Jacopo, il lio-suddito, si ripeterebbe la situazione edipica.



Dall'altra parte, in quest'opera dalla «natura dirompente, esplosiva, persino scomposta, ma così autentica, ardente», è già presente in via di formazione tutta la poesia del Foscolo posteriore. Quindi, accanto e in contrasto al meccanicismo fatalistico settecentesco e alla sua immagine della vita sociale come di una guerra di tutti contro tutti, sussistono, come sogno, speranza, nostalgia, conforto e consolazione, i miti della nascente civiltà romantica. L'amor di patria, il mito del sepolcro confortato dal pianto, il mito dell'amicizia e del rapporto con gli spiriti di forte sentire, il mito dell'amore e della «segreta armonia» della bellezza della natura. E infine, il mito dell'arte e della poesia che in sé riassume tutte le illusioni — perché, «tutto, tutto quello ch'esiste per gli uomini non è che la lor fantasia. Caro amico! [ . ] e le nostre passioni non sono in fine del conto che gli effetti delle nostre illusioni».








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