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Plotino e il neoplatonismo - L’epoca e il clima culturale, L’UNO E LA SUA NATURA, LA MATERIA E IL TEMPO, IL RITORNO ALL’UNO

Plotino e il neoplatonismo - L’epoca e il clima culturale, L’UNO E LA SUA NATURA, LA MATERIA E IL TEMPO, IL RITORNO ALL’UNO


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Plotino e il neoplatonismo

Introduzione Il sistema filosofico di Plotino rappresenta una delle più ardite costruzioni metafisiche dell’intera storia della filosofia. Al centro della riflessione di Plotino è il problema dell’essere: quale struttura esso abbia, come possano conciliarsi unità e molteplicità, immobilità e movimento, eternità e tempo. Platone aveva introdotto un 'mondo delle idee' per fondare l’esistenza di un 'mondo delle cose', e per ricomporre la frattura fra i due mondi aveva introdotto anche la ura del demiurgo, ma la dualità non venne superata. Si posero lo stesso problema anche i medioplatonici ed i neopitagorici e proposero di identificare le idee con i 'pensieri di Dio' e Dio stesso come Bene, ma restò il problema del rapporto tra Dio e l’uomo.

L’epoca e il clima culturale Tra il II e il III secolo d.C., la nascente filosofia cristiana elabora la tesi di una creazione personale, volontaria e dettata da un atto d’amore divino ma che ha il difetto di attribuire caratteristiche antropomorfiche a Dio e di lasciare aperto l’abisso esistente tra l’essere di Dio e l’essere del mondo. Con l’editto di Caracalla del 212 d.C., inoltre, la cultura viene influenzata dalle culture indiana, iranica, siriaca, caldaica, etc.In questo clima culturale si colloca l’opera di Plotino, che porta a compimento la ricerca logico-metafisica sulla linea tracciata da Platone ed Aristotele combattendo l’ondata di superstizione che viene dall’Oriente. Plotino inoltre critica le correnti gnostiche religiose (gnosticismo, manicheismo, cristianesimo), anche se la sua filosofia si conura come una gnosi filosofica.



L’UNO E LA SUA NATURA Il punto di partenza della filosofia di Plotinoè un dato sensibile e d immediato: l’esistenza del mondo e il suo esistere come molteplicità. Il mondo è un’immensa raccolta di enti eppure, ne ogni singolo ente nella sua individualità né la molteplicità stessa degli enti nella loro totalità sarebbero concepibili e comprensibili se non ci fosse l’unità. In ogni cosa c’è un’unità alla quale si deve risalire e tutto si deve ricondurre all’unità che è antecedente, finchè di grado in grado si giunge all’Uno assoluto che non ci riconduce ad altro. L’Uno, dunque è il punto di irradiazione dell’essere, la prima delle tre ipostasi attraverso cui il mondo riceve esistenza. L’Uno è la fonte perenne da cui ogni cosa scaturisce e verso cui tende a tornare.

L’uno, un dio senza nome L’uno può essere considerato il Dio di Plotino, ben diverso sia dal demiurgo platonico, subordinato alle idee, sia dal motore aristotelico, privo di legami con il mondo, sia dallo Jahweh ebraico-cristiano, con le sue connotazioni antropomorfiche. In particolare aspra è la polemica di Plotino nei confronti dei cristiani: infatti essi vengono accusati di avere una concezione ingenua e 'debole' della divinità, essendo essa rappresentata con connotazioni antropomorfiche. Il Dio di Plotino, totalmente diverso da quello cristiano, non crea ciò che è altro da se, ma si autocrea liberamente e si espande, senza perdere la sua potenza.

La natura dell’Uno può essere definita solo negativamente L’Uno non è causa, diciamo di esso che è causa soltanto se assegnamo un attributo a noi, non a lui, volendo dire che noi abbiamo qualcosa di lui, perché lui rimane in se stesso; non è il bene; non è il pensiero (esso è di più); non è nemmeno Dio (esso è sempre oltre qualunque cosa si possa pensare); non può essere definito come Uno (infatti rappresenterebbe al negazione della molteplicità).Dell’Uno, dunque, può dirsi solamente ciò che non è, infatti genera tutto ma non è nulla di ciò che genera.

LE TRE IPOSTASI L’Uno, perfetto ed autosufficiente, è centro di un processo di irradiazione (perìlampsis) grazie al quale esso non esce da se, ma produce in se la sovrabbondanza d’essere di cui è portatore. Con ciò non si depotenzia, ma diviene ciò che è. Plotino usa a questo proposito una serie di immagini metaforiche, come la luce che si irradia in ogni direzione senza perdere il proprio splendore, o la radice dell’albero che rimane immobile ma che è causa della generazione dei rami, delle foglie e dei frutti.

Dall’Uno scaturisce la seconda ipostasi, l’Intelletto, che genera a sua volta l’Anima Dall’Uno, prima ipostasi, procede per emanazione la seconda ipostasi, l’Intelletto. Dall’Intelletto procede la terza ipostasi, l’Anima, che pur partecipando della vita dell’Intelletto e dell’Uno, si fa materia, mondo e corpo. L’Anima occupa una posizione intermedia tra il mondo intellegibile ed il mondo sensibile. Infatti da un lato si volge all’Intelletto, partecipando quindi alla vita dell’Uno e cogliendo la luce delle idee; dall’altro produce la materia dell’universo fisico e, infine, si specifica nei singoli corpi viventi.

LA MATERIA E IL TEMPO La materia, dunque, non è che l’ultimo esito del processo di irradiazione dell’Uno, è il margine d’ombra al limitare della luce, è mancanza e privazione del bene. Non è comunque il male, infatti esso sta nella rinuncia dell’Anima a percorrere la starda che riconduce all’Uno; esso, quindi, implica una scelta. Ma se la materia rappresenta il confine dell’Anima, allora si deve concludere che i corpi stanno dentro le anime e non che l’anima sta nel corpo come sostenevano i cristiani. Da ciò deriva l’aspra polemica contro la tesi cristiana della resurrezione dei corpi. Plotino infatti sostiene che chi ripone l’essere nei corpi fa come chi sogna: ritiene che esistano davvero le cose che vede come essere, ma sono soltanto sogni, ed il risveglio verace consiste nella resurrezione che è dal corpo e non col corpo, poiché risorgere con un corpo equivale a cadere da un sonno ad un altro.



Il tempo e l’anima La materia, il male ed i corpi non hanno quindi una 'realtà sostanziale', perciò nemmeno il tempo ha una vera e propria esistenza. Il tempo si conura come l’attività attraverso cui l’anima crea il mondo: ma tutto ciò non avviene 'fuori' bensì 'dentro' l’eternità stessa dell’Uno. Il tempo è la dimensione propria dell’Anima del mondo. Si potrebbe dire che esso nasce con il mondo, se il mondo fosse nato: ma il mondo è co-eterno all’Uno, poiché le tre ipostasi rappresentano una serie 'logica' non 'cronologica'. Il tempo, quindi, non si presenta in opposizione all’eternità, ma può essere considerata 'tensione' al recupero dell’eternità stessa, mancanza, desiderio di ritorno all’Uno. Tra l’Anima e l’Uno non ci sono mediatori, ma l’uomo è solo nel suo ritorno all’Uno di fronte alla meraviglia dell’essere.

IL RITORNO ALL’UNO L’anima dell’uomo vive nell’incerto confine tra luce e tenebre, in una condizione definita da Plotino di 'esilio'. Plotino sostiene infati che la vita vera è solo lassù e che la vita di oggi, che è vita senza Dio, è solo un’orma di vita. Solo quando fissiamo in Lui lo sguardo approdiamo al nostro termine ed al nostro riposo. L’unione con Dio, secondo Plotino, può avvenire con l’aiuto degli dei, i dei olimpici, che intervengono nel mondo non per aiutare l’uomo, ma per guidarne i suoi passi, come frammenti visibili di quella luce alla quale l’anima aspira.

Le tre vie di ricongiungimento all’Uno: virtù bellezza e filosofia C’è una sorta di parallelismo tra 'la via in giù' e la 'via in su' ed esiste una scala di valori, di ipostasi, che permette di ripercorrere il cammino verso l’Uno. I gradini sono: la pratica della virtù, la contemplazione della bellezza e lo studio della filosofia. La virtù è purificazione, liberazione dall’esteriorità e dalla corporeità; la contemplazione della bellezza permette di cogliere l’Uno nell’ordine e nell’armonia delle cose; nella filosofia, infine, si ha l’intuizione intellettuale del mondo intellegibile. Per avvicinarsi a Dio non è necessario credere (pìstis), ma comprendere (sophìa). L’anima dell’uomo, attraverso la conoscenza, può raggiungere lo stato in cui è possibile l’estasi (uscita da sé) ed è possibile contemplare la luce divina mediante essa stessa, senza l’ausilio di un’altra luce. L’uomo così può vedere contemporaneamente Dio e se stesso che diventa luce pura, senza peso, lieve; può vedere se stesso che diviene, o meglio, è già Dio.








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