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Riferimenti Machiavelli Molti, Partendomi, “Perché”, Virtù, faticosa conquista

Riferimenti Machiavelli Molti, Partendomi, “Perché”, Virtù, faticosa conquista


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Riferimenti Machiavelli

Molti

È indicata in modo generico (molti, r.4; altri, r.7) la tradizione di trattatistica politica che affonda le sue radici nell’antichità classica (Platone, Aristotele, Cicerone) e in quella medievale (san Tommaso, Dante, Marsilio da Padova) per arrivare ai trattati umanistici del genere “speculum principis”, miranti a definire le norme di comportamento e l’insieme delle virtù del principe ideale (Salutati, Platina, Pontano).

Partendomi

Analoga polemica nei confronti di una riflessione politica fatta di astrazioni estranee a un diretto contatto con la realtà si trova in Guicciardini, Dialogo del reggimento di Firenze 1, II:

“non abbiamo a cercare di nuovo uno governo immaginato e che sia più facile a  apparire in su’ libri che in pratica, come fu forse la republica di Platone ecc.”

“Perché”

Troviamo nel Principe una grande abbondanza di nessi che tendono a creare l’illusione di un discorso organizzato secondo una rigida catene di cause. Il tono apodittico che prevale nel trattato è talora celato da congiunzioni causali che non spiegano, che camuffano come spiegazione quella che è soltanto un’affermazione di carattere enunciativo.

Si vedano i due “perché” del Cap. XV, r.7 e 10, che non indicano un reale rapporto logico di causa- effetto ( come avviene in una vera causale), ma introducono soltanto delle isolate affermazioni, ognuna delle quali ha l’autosufficienza propria delle massime: fanno apparire come logicamente concatenato e consequenziario ciò che è invece paratattico.


Virtù, faticosa conquista

Anche la “virtù” del politico, al servizio della collettività, è una faticosa conquista individuale; come la Virtù cristiana, come la vera Nobiltà dell’uomo, che il Dolce Stil Novo fissa nelle doti individuali, come l’Amore stilnovistico, l’amore per la donna – angelo, che eleva l’uomo, come l’amore per l’Arte, che aiuta a dominare le passioni.

E anche tale faticosa conquista individuale, fatta con generoso dispendio di energie rispetto ai risultati, spesso non a, ma penalizza e isola.




Se il male per M. resta comunque male, il principe è quasi una ura titanica: è un uomo disposto a dannarsi l’anima pur di realizzare l’interesse dello stato e il suo personale disegno di potenza. Nel ritratto del principe ideale, così come l’autore lo traccia nel suo trattato, non mancano le caratteristiche dell’eroe.

Il principe non può commettere neppure un errore, è solo, collocato al centro di un’umanità infida e pronta a tradirlo, sorda a qualsiasi richiamo che non coincida col proprio tornaconto personale e l’interesse economico.

In pochi autori è così radicale il pessimismo sull’uomo e sui suoi istinti profondi.

Tuttavia M. non assume mai l’atteggiamento del moralista, che si accontenta di condannare l’umanità idealizzandone una diversa e migliore, che forse non esisterà mai.

È di nuovo la constatazione del dato di fatto che per lui conta: prendere coscienza di quanto di ferino ci sia nell’uomo, comprenderne l’intima natura evitando ogni facile idealizzazione, è il punto dal quale il Principe deve partire per costruire una stato migliore, unico argine possibile al degrado e alla barbarie.













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