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BUCHENWALD E WEIMAR, CASTELLI E GROTTE, VITA DI CAMPO, LA VOLPE, BERLINO



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L’INIZIO

Si parte. Quest’anno per un’altra meta: la Germania.

La partenza è sempre la stessa, le facce ormai conosciute, la stanchezza mista d’entusiasmo delle 6 del mattino, il tran-tran aeroportuale monotono.

Ma cambia lo spirito del viaggio: lo spirito di una vacanza è inevitabilmente ogni volta diverso, perché cambiano le persone, i luoghi che si visitano, i nostri stati d’animo, e l’esperienza di un anno di routine. Il CONTESTO fa la differenza.

Comincia il resoconto di questa nuova avventura proprio da un aereo, un piccolo Boeing della Lufthansa (“la migliore comnia aerea del mondo” a detta poi di uno stewart nazionalista tedesco, ma di origine italiana), mentre stiamo sorvolando le terre dell’Allemagne. Sopra le nuvole fa comunque un altro effetto pensare ai luoghi verso cui si è diretti, e scrutare il mondo dall’alto, dietro il vetro di un piccolo oblò, è sempre emozionante. I paesi, le case, le persone, con le loro esistenze e le loro storie, da quassù sembrano solo oggetti in miniatura, un microcosmo che non possiamo neanche sfiorare.

Ma per un secondo il pensiero che un giorno, per un motivo qualsiasi, le nostre vite potrebbero intrecciarsi con le vite di quegli esseri lillipuziani fa sentire molto più importanti, più presenti e quasi indispensabili su questo pianeta. Un pensiero forse solo consolatorio, ma in fondo, se ci si crede, profondamente realistico.



Anche il campo che ci attende in Germania, infatti, potrebbe esserne un valido, seppur limitato, esempio. Lo scopo, il fine, “the aim”, del viaggio non deve essere mai trascurato: favorire l’incontro dei ragazzi di diverse nazioni e permettere così l’intrecciarsi di nuovi rapporti. E la curiosità o le aspettative celate che animano ogni volta i giovani alla partenza non fanno appunto che testimoniare quest’inconscio desiderio di partecipazione di ciascuno,  all’interno di un progetto che si costruisce step by step.



BUCHENWALD E WEIMAR


Siamo arrivati sabato pomeriggio, e già è martedì: le giornate nei campi estivi passano sempre molto velocemente. Qui al villaggio, poi, si trova sempre come impiegare il tempo nel migliore dei modi: facendo qualche tuffo in piscina (sempre se si è abituati a nuotare in comnia di rane e anfibi analoghi!), conversando come si può con qualche nuovo ragazzo straniero, approfondendo la conoscenza d’amici già incontrati gli anni precedenti, oppure semplicemente rilassandosi su una tradizionale panchina, nel verde del paesaggio dell’Harz. Il tempo, però, c’è a dir poco ostile, ed è un peccato considerando le numerose attività all’aperto o in uscita che ci vengono proposte.

Anche il tempo, però, spesso così freddo e grigio, sembra quasi necessario in una visita importante, e purtroppo triste, come quella al campo di concentramento di Buchenwald.

Tutti, a scuola, nella vita, al cinema, o per esperienza personale, hanno sentito parlare del genocidio ebraico e dei crimini nazisti, ma il fatto di recarsi sul luogo dove tali crimini sono realmente avvenuti non può che renderti molto più cosciente e consapevole della storia, purtroppo tragica, che ti ha di così poco preceduto.

Alla discussione in preparazione a questa visita, Joseph, il monitor della Stolberg occidentale, ha detto una frase particolarmente forte: “The history of Nazism is a black, tragic e of our history”. Purtroppo è così, e sentito dire dalla voce di un tedesco, che prova sulle sue spalle il peso di un errore così grave da parte della propria nazione, ti fa rivivere tutte quelle scene e storie che in altri contesti potevano apparire molto più lontane.

Primo Levi diceva, così come molti degli ebrei che erano e sono miracolosamente sopravvissuti allo sterminio nei lager, che gli orrori della seconda Guerra Mondiale vanno ricordati per non essere dimenticati, nonostante il gran dolore che viene provocato dal ricordo di quelle tristi esperienze. Non so se sia poi così vero, ma di sicuro oggi è l’unica arma, l’unica forma di prevenzione per impedire che si ripresentino certi eventi, soprattutto nelle coscienze dei giovani, che rischiano di crescere in una cultura dove gli skin-head e il neo-nazismo di Haider in Austria sono problemi di grandissima attualità.

In ogni caso, la giornata dedicata a Buchenwald e Weimar si è rivelata molto ben organizzata, e nella seconda città, in modo quasi opposto alla prima, estremamente piacevole. E ciò soprattutto grazie ad una guida in grado di coinvolgere tutti con aneddoti singolari e pittoreschi sulle due note personalità che hanno dato fama a questa città, Goethe e Schiller, oppure accomnandoci personalmente in un giro turistico tra case gialle, colori allegri e vivaci, giardini incredibilmente conservati e magici per la loro atmosfera pura e romantica.

Si trattava della stessa guida, in effetti, che durante la mattina ci ha condotti per i gelidi e desolati sentieri del campo di concentramento, raccontando con un accento quasi commosso, e di certo profondamente coinvolto, il valore simbolico della secolare quercia di Goethe, che resiste e sopravvive ai rigidi climi della Germania del Nord, adesso ricoperta da centinaia di pietruzze, come secondo la tradizione cimiteriale ebraica. Oppure il valore della lapide di metallo, al centro del campo, su cui sono scritti i vari nomi delle nazioni rappresentate dai deportati all’interno di Buchenwald, e che diffonde sulla pelle un vago senso di calore, assolutamente strano e contrastante rispetto alla gelida cornice di morte.

“It’s the life, the life which survives”, e da ciò si deduce il significato della temperatura costantemente a 37 gradi centigradi: come il corpo umano.

Tutto è un simbolo all’interno di un campo di concentramento, un simbolo che rimanda a qualcosa di tragicamente accaduto.


AUSCHWITZ (Francesco Guccini)

Son morto ch’ero bambino, son morto con altri cento

passato per un camino

ed ora sono nel vento.

Ad Auschwitz c’era la neve e il fumo saliva lento

nei campi tante persone

che ora sono nel vento.

Nel vento tante persone ma solo grande silenzio

è strano non ho imparato

a sorridere qui nel vento.

No, io non credo che l’uomo potrà imparare

a vivere senza ammazzare

e che il vento mai si poserà.

Ancora tuona il cannone, ancora non è contenta

di sangue la belva umana

e ancora ci porta il vento.

Ancora tuona il cannone, ancora non è contento

saremo sempre a milioni



in polvere qui nel vento.



CASTELLI E GROTTE


Con oggi, 21 luglio 2000, è iniziato il nostro tour dei castelli tedeschi. Primo castello dai noi visitato: Wernigerode. Seguirà poi: Falkestein, imponente e dignitoso.

Wernigerode = ridente paese dell’Harz. Così recita il programma, e in fondo si tratta di una città molto carina e caratteristica.

Viene spontaneo a chiunque veda i castelli tedeschi per la prima volta, e abbia già conoscenza di quelli francesi, fare un confronto appunto con quelli della Loira.

Entrambi sono esempi affascinanti di una cultura epica-cavalleresca, ed hanno costituito lo scenario dei grandi poemi medievali e il teatro d’azione in cui si è svolto e costruito tutto il nostro immaginario e ideale fiabesco. Ma se i castelli della Loira conservano un tratto più tipicamente cortigiano, riportandoci alla mente episodi di feste o lusso reale, questi castelli tedeschi hanno un carattere più austero e bellico, e ci fanno associare gli episodi militari in cui i castelli erano il più solido e sicuro sfondo degli scontri e dei duelli armati

Anche il paesino di Wernigerode, poi, con il suo municipio a forma di rocca e la fisionomia urbana assolutamente antica conserva e riflette parte di questa storia cavalleresca.

Un altro aspetto molto comune nella Germania dell’Est, inoltre, sono le grotte e le miniere in profondità, autentico motivo d’orgoglio per i residenti dell’Harz. Sebbene anche nelle nostre zone si abbiano splendidi esempi di grotte naturali (Frasassi e Onferno, per citarne alcuni), bisogna ammettere che la visione di stalattiti e stalagmiti, o di singolarissimi organismi ciechi, in grado di vivere solo nell’oscurità, rappresenta sempre uno spettacolo affascinante. La Germania, in generale, con tutti i boschi, monti, e foreste millenarie che la caratterizzano, sembra essere molto rispettosa del suo substrato ambientale, aspetto che, mi viene da pensare, in un mondo purtroppo sempre più inquinato e a rischio dal punto di vista ecologico, non può essere che considerato positivo e ammirato dagli altri Paesi.

In effetti, qui più che altrove, la natura è sovrana, e l’arte o la cultura sono inscindibili da essa. Così anche le visite ai castelli sono inevitabilmente accomnate da piacevoli passeggiate in mezzo a selve, tra salamandre e lumache, o flora e fauna d’ogni genere.



VITA DI CAMPO


Ormai da anni ho imparato che ogni momento del tempo trascorso all’estero dev’essere valutato in modo critico e non impulsivo, così da trovarne sempre il lato positivo. Così, anche dopo un sabato sera decisamente infelice in una specie di discoteca tedesca all’aperto, si può rivalutare l’intera serata, scoprendo come in fondo non sia stata del tutto persa.

Tutto fa ESPERIENZA; e questa è una cosa che si apprende soprattutto all’interno dei campi estivi: hai modo di capire come certe culture siano per vari aspetti così lontane da te, nonostante la limitata distanza geografica, e allo stesso tempo puoi rimanere meravigliato nel costatare che altre culture ti assomiglino più di quanto ti aspettassi.

Una serata organizzata con il preciso intento di divertire tutti i giovani, ma che alla fine è riuscita a divertire solo qualche autoctono, ha permesso in realtà ai ragazzi delle diverse nazioni di trovarsi uniti e solidali nella loro ferma disapprovazione della festa. E allo stesso tempo ha dato conferma della “stranezza”, in quanto a modi di divertirsi, che caratterizza il popolo tedesco, a partire dalla musica inevitabilmente techno o commerciale, o dalle discoteche rigorosamente all’aperto (vale a dire al freddo), fino agli insulsi giochi acquatici del Neptunfest al Thyragrotte.

In fondo la Germania, per certi versi così all’avanguardia, non riesce ad uscire dal proprio guscio, restando legata alle sue tradizioni in maniera forse troppo statica, e rivelando talvolta personaggi estremi al limite del surreale, o del folcloristico. 

Ma nonostante ciò, bisogna ricordare che la vita di campo è fatta anche di momenti apprezzati all’unanimità, e questi, proprio sul finire della vacanza, sembrano aumentare progressivamente, in un climax ascendente; come in una giornata qualunque e partita nel più classico dei modi, che può finire per essere giudicata, nel momento delle somme notturne, assai divertente ed esaltante.

Primi su tutto i workshops, momenti ormai topici in questi generi di campi, si ripresentano al mattino con la loro impeccabile regolarità; e dichiarano come ogni anno la loro importanza nell’aprire il dialogo dell’Europa, coinvolgendo ciascun partecipante nell’attività prescelta e stimolandone la comunicazione nelle varie lingue. Nella giornata dedicata ai lavori collettivi più disparati, da quelli fisici e sportivi, a quelli artistici e manuali, a quelli di discussione e attualità, quale argomento più adatto e coerente della “Globalizzazione”?

In fondo l’Unione Europea non è altro che un esempio in scala rimpicciolita del fenomeno mondiale d’uniformatizzazione. Tutto rientra nella Globalizzazione, anche Internet, oggigiorno presente in ogni casa, che invita un nuovo Ulisse, l’uomo contemporaneo, a navigare in mari virtuali d’informazioni, conoscenze e cultura.

Per fortuna e purtroppo, ormai, la “virtute e canoscenza” bramata dall’eroe omerico viaggia all’interno di un filo telefonico!

Successivamente ai workshops, coerentemente agli orari bizzarri dell’Harz, tutto il gruppo alle 5 del pomeriggio viene diretto verso la croce di Joseph a Stolberg, simulando un’ipotetica camminata “sotto le stelle”, in comnia di una guida stravagante che di tanto in tanto si ferma di fronte ad appositi sectiunelli a cantare brani tedeschi ai più incomprensibili. Il risultato ottimista della serata viene finalmente garantito dal simpatico “Uomo della leggenda” che, durante il barbecue, riesce a divertire ogni presente con la sua voce gracchiante e le sue canzoni inventate strimpellando la chitarra; e non da meno risulta il rientro al villaggio, con una processione particolarmente suggestiva di fiaccole accese,  sorrette da uno stuolo di ragazzi che, forse un po’ brilli e forse un po’ emozionati, si ritrovano a cantare in coro canzoni d’ogni sorta.



Momenti belli, indimenticabili. Momenti in cui la musica dimostra la sua potente funzione polarizzatrice.

La musica, non a caso considerata da ogni filosofo arte sublime, che resta sempre il migliore strumento d’integrazione razziale: il linguaggio universale.

La musica, che sempre domina nei momenti da ricordare, così come l’instancabile voglia dei giovani d’esprimersi.

Certi ricordi emozionano; e il pensiero di tutti noi nel bosco, con le nostre piccole luci viste come stelle dal cielo, mi riempie di un vago senso di felicità.

La perfezione non esiste, ma quei momenti di serenità comune, spensieratezza, allegria . , bè, forse vi si avvicinano.

Attimi da immortalare, attimi fuggenti, attimi da inseguire.



LA VOLPE


Anche una volpe, animale tipicamente timido e solitario, si può incontrare qui nel villaggio.

Di notte, verso mezzanotte, è solita aggirarsi per gli edifici del campo, e non è raro che si avvicini notevolmente ad uno dei bungalows. Si tratta di una volpe piuttosto curiosa, in effetti, che, anziché spaventata dalle voci umane, sembra attratta da queste.

Noi l’abbiamo vista, con incanto.

Per la sua eleganza, la sua discrezione, la sua unicità.

La meraviglia, tipica dei bambini, stimola il desiderio del sapere, diceva Socrate.

Ed è bello sapere che qualcosa di così puro e naturale riesce ancora ad affascinarci tanto.



BERLINO


Finalmente Berlino, la città più attesa.

Dopo una spaventosa levataccia alle 4 del mattino siamo tutti pronti per partire verso la più famosa capitale europea del XX secolo.

Un po’ addormentati e stanchi per le ore di sonno da recuperare, ma galvanizzati dall’idea di raggiungere la storica città.

Berlino stupisce, colpisce. Non affascina con atmosfere romantiche e speciali, come, ad esempio, Parigi è in grado di fare. Ma ugualmente ti sorprende, in un modo particolare: un misto di tensioni, di tendenze attrattive e repulsive.

Il paesaggio grigio è lo stesso del film di Wim Wenders. L’angelo che domina, nel suo manto dorato, si erge alto nel cielo, incredibilmente terso, e da qui veglia sulle vite.

E’ l’angelo il simbolo di Berlino.

La Berlino che nell’ultimo secolo è stata sede di grandi guerre, sconvolgimenti, restauri.

L’Est e l’Ovest; e la Terra senza nome.

Ancora ogni zona, ogni quartiere della grande metropoli risente della divisione imposta dalla Guerra Fredda. E ancora il Muro resta in piedi, in ricordo della storia, con i suoi colori, i suoi disegni, le sue immagini.

Dal 1989 in poi Berlino è anche un cantiere.

Le gru, enormi, e le pietre a terra invadono ogni centimetro del suolo. E attorno si costruisce.

Il vetro è il materiale del futuro, e Berlino lo assume come suo preferito: la trasparenza di questa sostanza ne decreta la neutralità. Le numerose ambasciate, gli edifici di Renzo Piano, i vari uffici, tutto viene ricostruito.

Ma anche la memoria, il passato di Berlino, viene conservato: nell’antica cattedrale, nel museo di Pergamo, nella celeberrima Porta di Brandeburgo.

La città dei giovani e delle discoteche; la città delle mostre, dei musei e dell’arte; la città della cultura e dell’avanguardia; la città dei tristi avvenimenti.

Un crocevia di messaggi, emozioni, idee.

Berlino: l’eclettica.







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