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"Da sì lungo soffrir Roma nasceva": questo verso del primo libro dell'Eneide racchiude certamente la concezione della vita e della storia del poeta Virgilio. Esponete le vostre considerazioni in proposito


Ogni uomo è lio del suo tempo, è questa sicuramente una realtà da cui nessun essere umano può sfuggire. Cerchiamo allora di inquadrare il periodo storico in cui è vissuto il nostro grande poeta.

Publio Virgilio Marone nasce il 70 a.C. in una piccola città dell'Impero romano, lio di piccoli proprietari terrieri, cresce con sani principi morali, trascorre la sua fanciullezza in mezzo ai campi, da cui il suo amore per la pace, la sua parsimonia nella vita quotidiana, la sua pietà per i dolori umani, tutte qualità che verranno trasfuse successivamente nelle sue opere.

Come tutti i genitori che cercano di agire per il bene dei li, viene indirizzato agli studi di retorica per la carriera forense, ma fortuna volle che la sua indole riservata e timida non gli permettesse di continuare su questa strada, così il nostro futuro e sommo poeta cominciò a chiudersi nel suo mondo interiore, consacrandosi alla poesia e frequentando la scuola epicurea del filosofo Sirone.

Virgilio, anche se si tenne sempre lontano dalla vita politica, nacque in uno dei periodi più tumultuosi della storia romana; non dimentichiamo che Roma era uscita da pochi anni dalla guerra civile tra Mario e Silla.



Gli avvenimenti e i mutamenti politici si succedevano a ritmo frenetico, dando al civis Romanus, prima fiero della inespugnabilità etica e politica dell'Urbe pur attraverso tante guerre, il senso dell'instabilità, della labilità della sorte e della sua stessa identità.

L'uccisione di Cesare nel 44 a.C., sotto i colpi di pugnale degli ultimi difensori dell'istituzione repubblicana, scatenò la ripresa delle guerre civili, che insanguinavano Roma ormai da mezzo secolo. Di lì a pochi anni, dopo il fallimento del secondo triumvirato, tra Ottaviano, Antonio e Lepido, con la battaglia di Azio, l'impero romano sarà riunificato da Ottaviano Augusto.

Da questo momento i violenti conflitti cedono il posto alla sospirata "pax", alla ricostruzione dello Stato e dei principi etici su cui esso si era fondato prima dell'esplosione delle guerre civili.

Tantae molis erat Romanam condere gentem" (da sì lungo soffrir Roma nasceva): questo verso racchiude e nello stesso tempo esplicita, spiega la concezione della vita e della storia del poeta Virgilio.

In questo verso non sono forse adombrate, volendo fare un'iperbole, anche le vicissitudini del poeta, la perdita temporanea dei suoi poderi, coinvolti dalle conseguenze delle guerre?

Il senso della grandezza italica, già vivissimo nelle Georgiche, dove vagheggiava un poema epico in lode di Ottaviano, si esplicita e si realizza nell'Eneide.

Il poeta, a differenza degli altri che lo avevano preceduto e che lo seguiranno, non si ferma all'esaltazione della storia contemporanea, ma nell'esaltazione dell'origine di Roma, fa sua la lezione di tutti gli antichi da Omero, Callimaco, i tragici greci, passando attraverso Catone, Nevio, Ennio e lo stesso Catullo. Ecco che l'esaltazione di Augusto, della gens Julia, diventa allora esaltazione degli antichi romani fino ad essere considerati, allora, di stirpe divina.

Il passato agisce su Virgilio col suo fascino ed egli sente la storia del suo tempo come la continuazione e la piena maturità del bel tempo antico: l'elemento italico per lui è già nazionale e l'inserzione della civiltà greca sul tronco della giovane Roma non è il soffocamento dei valori nazionali, ma il loro potenziamento. Roma aveva avuto il grande epos storico con Ennio, ma non aveva ancora creato un Omero che cantasse i valori primari preistoria; la leggenda di Enea rientrava nella serie relativa a fondazioni di città da parte degli eroi o greci o troiani che la guerra omerica aveva disperso, ed era come l'antefatto delle gesta di Romolo: Virgilio invece volle e seppe ricrearla come l'antefatto, voluto dal Fato, della fondazione di Roma futura Signora del mondo e come esaltazione all'origine di quella stirpe che le aveva dato Augusto.



Abbiamo quindi, rispetto ai modelli greci, una visione del Fato del tutto originale.

La "forza cieca", contro cui l'uomo nulla può, diviene autrice di un grande disegno per la storia dell'umanità: l'origine di una stirpe, cui è affidato, sin dal principio dei tempi, il compito di unificare tutto il mondo conosciuto sotto il proprio dominio, portando ovunque la propria civiltà. Il Fato di Enea diviene il Fato di un intero popolo, il destino della storia via via che, nel corso della narrazione, la visione si allarga.

Ciò nonostante, questo grande disegno è, però, pieno di forza cupa ed espressiva, quando si guarda al destino individuale di dolore e di sofferenza che costella la strada che essa ha tracciato. Ecco allora la pietas virgiliana, questo soffrire con i suoi eroi, costretti ad uccidere contro il proprio sentimento, questa loro coscienza di essere uomini e dell'inconsolabile tristezza che è nella legge della vita: "c'è pianto per ogni sventura e le morti toccano i cuori" (Eneide, Libro I, v. 462).

Virgilio esalta da un lato la romanità come civiltà virile, autrice di straordinarie realizzazioni storiche, frutto provvidenziale per il benessere del mondo. D'altro canto, egli sviluppa la sua pensosa concezione delle sorti umane, la sua malinconica considerazione della labilità della nostra esistenza, delle sofferenze dei deboli, delle crudeltà della storia. Lo stesso protagonista del poema, Enea, vive di questa duplice ispirazione virgiliana: il senso della storia e del dovere e la vocazione personale alla pace e alla pietà (di qui la sua grandezza e anche la sua debolezza).

Ecco allora la grande modernità del nostro poeta, che partendo da Omero, approda con la sua umanità, con le sue angosciose domande, con i suoi tormenti ai tempi nostri. Ecco allora Virgilio più vicino a Dante, di quanto lo fosse ad Omero.

All'uno e all'altro manca il senso grecissimo della bellezza pura e dopo Virgilio, Omero diviene antico.

Omero è la bellezza che si contempla ma che non si imita, Virgilio vive intimamente nelle coscienze.







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