ePerTutti


Appunti, Tesina di, appunto ricerche

Dorinda e Silvio



Scrivere la parola
Seleziona una categoria

Dorinda e Silvio


Analisi della scena IX del “Pastor fido” di Battista Guarini

musicata da Luca Marenzio,

con un occhio e un orecchio alle versioni di Claudio Monteverdi e Sigismondo D’India



L’ascolto delle tre versioni della stessa scena suscita differenti sensazioni, sia perché scritte in tempi diversi, ma anche perché ogni autore ha voluto dare la sua interpretazione musicale della scena, dirò quindi che Luca Marenzio ha colto l’aspetto espressivo e drammaturgico, Claudio Monteverdi quello psicologico e razionale, mentre Sigismondo D’India si cimenta in una vera e propria rappresentazione teatrale.



Luca Marenzio utilizza quasi prevalentemente l’omoritmia, basandosi sulla necessità di comprensione del testo. La mancanza di virtuosismi particolari avvicina la sua versione ai madrigali celebrativi policorali, ed effettivamente entrambi hanno l’esigenza di fare arrivare agli ascoltatori delle parole chiare e comprensibili. Nella prima parte, “Se tu dolce mio ben mi saettasti”, le voci entrano insieme e procedono insieme, in una costante omoritmia infranta solo sporadicamente. Ad ogni modo, anche se la musica tende a rappresentare ed accomnare quanto più può il testo poetico (lasciando intravedere la “seconda pratica”), Marenzio non resiste alla tentazione di utilizzare qualche madrigalismo, come i “begli occhi” che sono due belle semibrevi alle battute 23 e 24 del Quinto. Una via di mezzo è rappresentata dalla parola “Ecco” nei versi “Ecco, Silvio, colei che in odio hai tanto” e il successivo “Eccola in quella guisa che la volevi a punto”. La prima è in ritmo lento rispetto la seconda, rispecchiando pienamente il significato del testo, dove Dorinda, ferita a morte, prima sembra presentarsi, quasi a volersi fare riconoscere, dopo subentrano il dolore e la rabbia per la certezza di non essere corrisposta da Silvio.

I versi che seguono sono pieni di drammaticità e anche gestualità, grazie all’uso delle pause che sospendono l’ipotetico volere di Silvio da ciò che ha davanti, allo stesso modo della punteggiatura adottata da Battista Guarini. Similmente viene rappresentata la domanda dei due versi seguenti. Da notare il famigerato Fa# a battuta 59 nella parte dell’Alto, che in tonalità di Do Maggiore rende, forse nel miglior modo possibile l’idea di “crudo”, infatti spicca molto di più delle altre alterazioni presenti nel madrigale. Ad esempio l’accordo di Sib Maggiore alla battuta 54, può essere considerata una modulazione alla tonalità di Fa Maggiore, la subdominante di Do Maggiore, ma la presenza di un Fa# è dissonanza pura.


Un improvviso mutamento, cioè il passaggio all’imitazione tra le voci si ha con la domanda “Puoi quest’hor tu negar . ?”che viene cantato prima dalle due voci superiori e poi dalle due inferiori per rendere incalzante l’interrogativo che è anche d’accusa nei confronti di Silvio. Allo stesso modo, torna l’imitazione sul verso “Crederai questo che il mio . ” che si muove con ritmo mosso e veloce, nonché incalzante anche per “disegnare” sangue - Fase di Problematizzazine" class="text">il sangue che viene versato.




Nel frattempo Marenzio non si lascia sfuggire gli “Occhi” che, stavolta, sono semibrevi per tutte le voci.     Nella seconda parte, “Dorinda, ah! Dirò mia se mia non sei”, le voci non entrano insieme, ma si mantiene l’assoluta omoritmia. L’invocazione a Dorinda viene isolata con una pausa e cantata dalle tre voci superiori, poi entra il Quinto e, dopo qualche battuta, il Basso. Dopo una buona parte in omoritmia, quest’ultima viene frantumata su “Di mia dura sorte”, in rappresentazione della durezza citata nel verso. Allo stesso modo il verso “Altro da te che crudeltà non bramo” usa il disfacimento dell’omoritmia, ma solo per sottolineare la parola “Altro”. La gestualità ritorna in “Piegando le ginocchia”, dove le voci hanno tutte più o meno un’inflessione verso il basso, anche per evidenziare la parola “Terra” che viene cantata con le note più basse dell’intero ciclo.

E il registro grave si mantiene sulla riverenza e la richiesta di perdono dei versi successivi, per similitudine alla gravità dei versi e della situazione. In “Ecco gli strali e l’arco” ritorna la gestualità, dove il ritmo riprende vita come a voler indicare il movimento di Silvio che porge le frecce e l’arco a Dorinda.


Così come c’è un rallentamento nella parte di raccomandazione “Ma non ferir già tu gli occhi o le mani”, frase da recitare fermi, su “Eccoti il petto ignudo” si ritorna al movimento, quello che compirebbe Silvio denudandosi il petto.




Nella terza parte, “Ferir quel petto Silvio?”, le voci entrano come nella seconda e l’omoritmia viene infranta soltanto su “Sì spesso invan percosso”, dove il ritmo mosso e un piccolo sfasamento tra le voci dà l’idea delle percosse.


Lo stesso artificio è usato nel seguente “E’ pur ver . che senti pietate?”, per sottolineare l’ansia della domanda e la fioca luce di speranza che nasce nel cuore di Dorinda, che però teme una disillusione con l’omoritmico “O pur m’inganno?”. A poco a poco si comincia a rarefare l’organico vocale che, però, torna al completo nel verso carico di decione e risolutezza “Che vendetta maggiore”. La partecipazione emotiva nelle “benedizioni” vede nuovamente la rarefazione dell’organico e il disfacimento dell’omoritmia, che nei “Martiri” fa una breve e dissonante apparizione per poi frantumarsi nuovamente fino alla fine. La ripetizione del verbo “morir” dà l’idea dell’anima di Dorinda che abbandona il corpo e la morte che ha il sopravvento. Inoltre la pausa di semiminima aiuta la rappresentazione di un sospiro, quindi un ansimare proprio dell’agonia e il rallentamento del ritmo finale simboleggia la pace che invade Dorinda con la morte, come un estremo e irreversibile rilassamento.

Claudio Monteverdi scrive la musica dei pensieri che si insinuano nella mente dei protagonisti, utilizzando equilibratamente imitazione tra le voci ed omoritmia. In particolare nel verso “Bramastila ferir . ” non suddivide causa e conseguenza come Marenzio, bensì isola solo “Eccola a morte”, con una discesa delle voci verso il grave, nonché lugubre. Nella seconda parte, quella più riflessiva e forse patetica della scena, comincia a nascere un pensiero nella mente di Dorinda. Mentre le voci inferiori cantano “Non mi negare l’ultimo sospiro”, in quelle superiori si sussurra “Beata morte”, subito dopo le parti si invertono fino alla nascita del pensiero nella sua completezza, con la declamazione “Beata morte se l’addolcissi tu”.

Sul verso “Và in pace anima mia”, col passaggio dalle voci gravi a quelle acute, si ha l’idea dell’anima che sale al cielo.

Nel complesso l’omoritmia viene utilizzata da Monteverdi per sottolineare i momenti più carichi di tensione e drammaticità, come ad esempio “Se mia non sei se non quando ti perdo” o quelli carichi di decisione come “E se mia non sarai con la tua vita . ”, mentre il disfacimento dell’omoritmia serve a sottolineare la confusione e il disorientamento di Silvio, come quell’imitazione tra le voci sul “Non ferir già tu . ” e poi la certezza della colpevolezza innocente degli occhi e delle mani.

Viene sottolineata soprattutto la mente, i pensieri dei personaggi. Abbiamo una Dorinda tutto sommato rassegnata alla morte, che si muove per lo più in omoritmia, invece un Silvio sconvolto, confuso e anche un po’ impaurito che si muove in sfasamento tra le voci.


Sigismondo D’India usa una musica quasi parlata, con note ribattute ed intervalli brevi. Usa sapientemente le pause e i solisti (bellissimo il sospiro di battuta 27 nella seconda parte), suddivide i momenti più drammatici in botta e risposta tra le voci acute e quelle gravi. In generale è molto discorsivo e usa l’omoritmia raramente, solo per sottolineare le parti che richiedono maggior forza. In genere preferisce l’alternanza di un verso, o di parte di un verso, da voce a voce, creando una sorta di dialogo. Nessun madrigalismo vero e proprio, tranne sul punto della morte di Dorinda, dove le voci cantano insieme, ma sfasate tra loro, che danno l’idea di evaporazione, come quella dell’anima che lascia il corpo, e quel lunghissimo pedale del Basso sul verso “O bellissimo scoglio”, che, sul movimento delle altre voci, resta immobile e indifferente come lo scoglio di cui si parla.

Il dubbio che aleggia su “E’ pur ver? O pur m’inganno?”, che rimbalza da voci gravi ad acute e viceversa, raggiunge il suo apice nel bisbiglio penetrante del Canto e del Quinto. La forte imitazione di “Te pur ferisca Amor” simboleggia la forza del desiderio Dorinda, così come in “Di voi non vendicar”.

Colpo di scena nell’ultima parte, un piccolo melodramma a sorpresa, con tanto di parti solistiche suddivise alle voci-personaggi, e l’organico vocale partecipa al completo solo al momento della morte di Dorinda, che evapora inesorabilmente.







Privacy

© ePerTutti.com : tutti i diritti riservati
:::::
Condizioni Generali - Invia - Contatta