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IL CRISTIANESIMO E L’IMPERO ROMANO - I Romani e la religione e cristiani contro i pagani

IL CRISTIANESIMO E L’IMPERO ROMANO - I Romani e la religione e cristiani contro i pagani


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IL CRISTIANESIMO E L’IMPERO ROMANO


I Romani e la religione e cristiani contro i ani

La religione romana, fondamentalmente, era fondata più sul rito e sul suo significato per la vita della città, che non su ciò che noi, al giorno d’oggi, definiremmo religioso, tuttavia era rimasta salda nell’impero e nella repubblica, e si era affermata anche nelle province grazie al lavoro svolto dall’esercito. I romani per altro, erano sempre stati molto aperti e tolleranti riguardo al tema della religione. Essendo infatti fondamentalmente politeisti, era favorita l’integrazione di nuove divinità provenienti dall’esterno. La struttura basilare della religione romana, era data dai seguenti dei: Giove, Marte, Quirino, Giano e Vesta. Giove, Marte e Quirino costituivano una triade dipendente dalla concezione trifunzionale della società, comune alle culture indoeuropee; la triade rappresentava, mediante personificazioni divine, lo stesso stato romano nella sua realtà metastorica.

Il comportamento religioso era determinato da prospettive sociali e da prospettive personali. In vista delle prospettive sociali, il romano aderiva al culto pubblico, e nella zona del privato, ai culti corporativi, associativi e familiari. In vista delle prospettive personali trovava la risposta alle diverse occorrenze rivolgendosi alle divinità operanti negli specifici campi di azione, come avviene in una religione politeistica: tante divinità quante sono necessarie al soggetto religioso. L’adesione al culto pubblico era di per sé una professione di lealtà verso lo stato, ma anche un esercizio dei diritti di cittadinanza; in tal senso il cittadino romano usufruiva dell’azione dei sacerdoti, i quali agivano anche per sua delega, liberandolo da gravosi obblighi liturgici.



La rivoluzione augustea promosse la rinascita del sentimento religioso tradizionale. In tale rinascita si volle che avesse un ruolo decisivo il culto del genio e del numen dell’imperatore: era l’estensione dei culti familiari come quello dei Lari, a tutto il popolo, quasi che Augusto assumesse la funzione di capofamiglia di tutti i Romani. Nel contempo promosse il culto dell’imperatore morto e divinizzato attraverso una deliberazione del senato e con il consenso del suo successore. Nelle province orientali dell’impero si affermò il culto stesso dell’imperatore vivente, che Augusto volle associato a quello della dea Roma. Si potrebbe pensare che il culto per il monarca non potesse in alcun modo essere una forma autentica di religione, il fatto è che la stessa religione tradizionale non era mai stata distinta dalla sfera della politica e aveva avuto, essa stessa un carattere contrattualistico: do ut des (do affinché tu dia). Il culto imperiale comunque non si sovrapponeva alla religione tradizionale che era integrata da molte diverse divinità provenienti dalle vari colonie (soprattutto quelle orientali), verso i quali i Romani si dimostrarono, comunque, sempre molto tolleranti. In alcune religioni orientali il trascendente, il soprannaturale e la stessa credenza in una vita ultraterrena avevano largo spazio, così come aveva largo spazio l’iniziazione misterica più o meno rigorosamente attuata. Tra i culti che godevano di maggiore popolarità vi erano quello di Cibele (proveniente dall’Asia Minore), quello di Giove Dolicheno e di Giove Eliopolitano (dalla Siria), quello di Iside (dall’Egitto), quello di Mitra e, in età più tarda, del disco solare proposto da Eliagabalo.

In tutti questi culti misterici, però perlopiù, non si trovava la credenza in una sopravvivenza individuale dopo la morte o comunque non aveva lo stesso rilievo che avrebbe avuto, in seguito, nella religione cristiana. Tuttavia questi culti avevano dei punti in contatto con essa, specialmente il mitraismo; e i mitrei assomigliavano per qualche verso alle chiese cristiane: ciò che mancava loro era il libro sacro ed una teologia. In questi culti aveva un ruolo di primo piano l’astrologia, che si presentava come una forma più raffinata e più scientifica di divinazione: ciò che importava non era il futuro nell’aldilà, ma il futuro nella vita terrena e il garantirsi migliori condizioni in questa. Anche gli oracoli tradizionali, soprattutto quello di Apollo, Diana e Claro, in Asia Minore, conobbero una grande fortuna. La proazione in occidente dei culti orientali, salvo quello del Mitra, fu anche il risultato dei movimenti della popolazione all’interno dell’impero, legati in larga misura alla pratica della schiavitù. Questi culti quindi si diffusero in particolare tra gli schiavi e i liberti; per questo si ebbe talvolta qualche resistenza da parte delle autorità. Per esempio nei confronti dei culti egiziani che non furono subito ufficialmente accolti per divenire culti pubblici, e ciò ne accentuò il carattere di manifestazioni religiose di tipo personale e individuale. Ma la resistenza nei loro confronti era di tipo diverso rispetto a quella che si sarebbe venuta a formare nei confronti del culto cristiano. Il fatto è che questi culti non escludevano altre forme religiose perciò erano meno pericolosi per l’ordine esistente. Tuttavia le autorità tentarono di contrastare le superstitio, cioè ogni culto che implicasse un timore per la divinità giudicato eccessivo. Ma non venivano colpiti i seguaci di queste religioni in quanto tali. Per renderci conto di come era la situazione religiosa a quel tempo all’interno dell’impero e quindi non solo a Roma, e quanto fosse aperta e tollerante la popolazione verso ogni nuovo culto, basti leggere un passo degli Atti “Paolo nella città di Atene” “ . Mentre Paolo aspettava Sila e Timoteo ad Atene, fremeva dentro di sé nel vedere quella città piena di idoli. Nella sinagoga invece discuteva con gli Ebrei e con i Greci credenti in Dio. E ogni giorno, in piazza, discuteva con quelli che incontrava . Alcuni dicevano: <<Che cosa pretende di insegnarci questo ciarlatano?>>. Altri invece, sostenendo che annunziava Gesù e la resurrezione, osservavano: <<A quanto pare è venuto a parlarci di divinità straniere>>. Per questo lo presero e lo portarono al tribunale dell’Areoo. Poi gli dissero: <<Possiamo sapere cos’è questa nuova dottrina che vai predicando? Tu ci hai fatto ascoltare cose piuttosto strani: vorremmo sapere di che cosa si tratta>>. Infatti per tutti i cittadini di Atene e per gli stranieri che vi abitavano il passatempo più gradito era questo: ascoltare o raccontare le ultime notizie.>> . ” (Atti 17,16-21).

Ma cominciarono a farsi strada, all’interno della società romana, anche concezioni monoteistiche. Comune a questa dottrina era l’idea di un essere supremo, razionale, buono (profondamente diverso dai capricciosi dei ani così simili agli uomini), che ordina l’universo con le sue regolarità. Veniva concepita la purezza morale e la vita come un continuo perfezionamento di sé. Questo tendenziale monoteismo implicava che gli dei ani venissero considerati demoni, esseri intermedi tra Dio, concepito come trascendente, e l’uomo. Il bisogno di una nuova spiritualità e di un contatto diretto con la divinità si veniva quindi a scontrare col carattere ritualistico e formalistico della religione tradizionale.


La chiesa e lo stato. Durante i primi tre secoli dell’impero la diffusione del Cristianesimo nel mondo romano fu la causa del più grande mutamento avvenuto nella storia delle civiltà. Sviluppatosi nel I secolo d.C. in Palestina, il Cristianesimo si fonda sulla fede in Gesù di Nazaret, lio di Dio fatto uomo, morto in croce e risorto per la salvezza di tutti gli uomini. Fin dall’origine i cristiani sentirono forte l’esigenza di diffondere la nuova dottrina che proponeva un tipo di religiosità lontana dalla mentalità romana, perché si fondava su un rapporto individuale con il Dio, al di là della rigida osservanza dei rituali esteriori della religione ufficiale, ed esigeva un’assoluta fedeltà ad un unico Dio. A causa della confusione che i Romani fecero fra cristiani e giudei, non è possibile stabilire con precisione quando la società romana cominciò effettivamente a rendersi conto della esistenza dei cristiani, ma probabilmente un certo proselitismo ebbe inizio durante gli ultimi anni del regno di Tiberio, a poca distanza quindi dalla morte di Cristo, e trovò un sostanziale punto di riferimento in San Paolo che, specialmente in un arco di tempo che va dal 45 a 64 d. C. circa, attuava la sua predicazione rivolgendosi soprattutto ai non Ebrei. Ma è grazie all’imperatore Traiano ed alle sue lettere conosciute come l’Epistolario con Plinio, governatore in Bitinia e nel Ponto, che è possibile per noi sapere qualcosa di più certo sul problema del cristianesimo. Dalla lettera di Plinio emerge un dato che sembra provocare il ricorso stesso al consiglio dell’imperatore: il numero preoccupante dei procedimenti giudiziari contro i cristiani in atto nella provincia del Ponto e della Bitinia. “ . <<Molti, infatti, di ogni età, di ogni condizione sociale, di ambedue i sessi sono o saranno deferiti in tribunale.>> (Epist. 10, 96, 9): si tratta di un vero e proprio <<contagio>>, che ha manifestazioni singolari <<giacché il rifiuto a venerare l’immagine dell’imperatore e i simulacri degli dei ani va di pari passo con un comportamento sociale irreprensibile, impegnandosi con giuramento i cristiani a non compiere alcun crimine, furto, latrocinio, adulterio, a non mancare alla parola data, a non sottrarsi dal restituire un deposito quando richiesto>> (ivi, 10, 96, 7) . ”. Di qui nacque la perplessità del governatore e la serie dei suoi quesiti: se nei processi si debba fare differenza in rapporto all’età, se si debba concedere il perdono a coloro che riprovano la loro condotta, o se a nulla giovi la riprovazione a chi è stato sicuramente cristiano; se si debba punire il solo nomen christianum, mancando ogni indizio di altri delitti. Si sa quale sia la risposta di Traiano sempre attraverso l’epistolario pliniano: “ . I cristiani non devono essere ricercati, le denuncie anonime non devono essere prese in considerazione in alcun tipo di accusa, – un fatto questo, osserva l’imperatore, che sarebbe di pessimo esempio e non degno del tempo-, chi è regolarmente denunciato è necessario sia interrogato: se ritratta ed invoca le divinità romane ha da essere perdonato, anche se in un tempo precedente è stato sospetto, mentre se si dichiara cristiano, ha da essere punito . ”. L’imperatore Traiano fronteggiò quindi “l’invasione” cristiana in modo del tutto razionale e, anche se attuò in fin dei conti una sorta di persecuzione, la compì in maniera molto pacata e studiata, concedendo anche il perdono. Toccherà dopo più di cento anni a Tertulliano, il compito di mettere in rilievo l’incongruenza del rescritto imperiale: esso impone di non cercare i cristiani, come fossero innocenti, ma, se denunciati, ordina poi di punirli come colpevoli; da una parte mostra tolleranza, dall’altra rigore ingiustificato “ . <<risparmia e incrudelisce, chiude gli occhi e punisce>>. <<Se tu li condanni, perché non li ricerchi? Se non li ricerchi, perché anche non li assolvi?>> (Apoligeticum 2, 7). Il fatto poi di punire il solo nome cristiano si opponeva ai principi del diritto penale romano.



Il primo grande scontro che i Romani ebbero con il Cristianesimo, però, non arrivò che nel ’64, quando scoppiò, sotto Nerone, il grande incendio che distrusse buona parte di Roma. L’imperatore, che la storiografia riporta come folle, cercando qualcuno su cui scaricare la responsabilità della catastrofe e da gettare in pasto all’opinione pubblica, additò i cristiani (che quindi dovevano essere ormai in numero considerevolmente elevato), come colpevoli di varie accuse che li rendevano particolarmente invisi dal resto della popolazione:

Accuse a livello popolare

Uccisione rituale di bambini (infanticidio); banchetti di carne umana; feste che si concludevano con orge incestuose.

Tali voci nacquero probabilmente da una superficiale conoscenza delle Sacre Scritture e dei riti praticati, quali la Santa Cena (chiamata agape cioè <<amore>>) e l’Eucaristia, intesa come presenza reale della carne e del sangue di Cristo.

Accuse a livello di persone colte

I Cristiani volevano distruggere la religione degli avi su cui era basato lo Stato romano; facevano proseliti soprattutto fra il popolo più ignorante predicando la sovversione e allestendo banchetti empi; si tenevano sdegnosamente in disparte rifiutando di partecipare a feste e momenti collettivi della vita sociale romana, dimostrando quindi di odiare il resto dell’umanità; affermavano di disprezzare questo mondo e rifiutavano di esserne parte attiva, interessandosi solo alla vita ultraterrena.

Soprattutto era del tutto incomprensibile, e quindi sospetto, il fatto che i seguaci del cristianesimo si rifiutassero di prestar atti di culto che, come è già stato detto, avevano principalmente un valore politico piuttosto che religioso, come il sacrificio al Genius dell’imperatore che alla mentalità romana, suonava come un gesto di ribellione, poiché era assolutamente inconcepibile l’idea di un Dio unico a cui il fedele dovesse sentirsi legato in un rapporto esclusivo e totalizzante. Di questo grandissimo incendio ne parla Tacito negli Annales, composti qualche anno dopo, nei quali, pur dimostrando di non condividere l’accusa mossa da Nerone, definisce la loro una “ . <<detestabile superstizione>> . ”, che repressa sul momento sotto il principato di Tiberio, si era di nuovo manifestata in Giudea e a Roma dove “ . a quell’epoca affluiva tutto ciò che di barbaro e di ignominioso c’era nel mondo . ” (cfr. Annales 14, 44, 4 segg.). “ . Seguì un disastro, non si sa se dovuto al caso, oppure alla perfidia di Nerone, poiché gli storici interpretarono la cosa nell’un modo e nell’altro. E’ certo però che questo incendio per la sua violenza ebbe effetti più terribili e spaventosi di tutti gli incendi precedenti. . Nessuno poi aveva il coraggio di tentare qualche cosa contro l’incendio, di fronte alle frequenti minacce di coloro che ne impedivano l’estinzione ed alla vista di quelli che scagliavano le torce ardenti e che dichiaravano a gran voce che avevano ricevuto un ordine, sia che facessero ciò per rapinare in piena libertà, sia che in realtà eseguissero un comando . In quel momento Nerone era ad Anzio, e non ritornò a Roma fino a che le fiamme non si avvicinarono a quella casa che egli aveva edificato per congiungere il palazzo coi giardini di Mecenate. . Roma era divisa in quattordici quartieri, dei quali quattro rimanevano intatti, tre abbattuti al suolo, degli altri sette rimanevano solo pochi ruderi rovinati e abbruciacchiati. . Quello che rimaneva della città, all’infuori del palazzo, fu riedificato. . Tuttavia né per umani sforzi, né per elargizioni del principe, né per cerimonie propiziatrici dei numi, perdeva credito l’infame accusa per cui si credeva che l’incendio fosse stato comandato. Perciò, per tagliar corto alle pubbliche voci, Nerone inventò i colpevoli, e sottopose a raffinatissime pene quelli che il popolo chiamava Cristiani e che erano invisi per le loro nefandezze. Il loro nome veniva da Cristo, che sotto il regno di Tiberio era stato condannato al supplizio per ordine del procuratore Ponzio Pilato. . Per primi furono arrestati quelli che facevano aperta confessione di tale credenza, poi, su denuncia di questi, ne fu arrestata una gran moltitudine non tanto perché accusati di aver provocato l’incendio, ma perché si ritenevano accesi di odio contro il genere umano. Quelli che andavano a morire erano anche esposti a beffe: coperti di pelli ferine, morivano dilaniati dai cani, oppure erano crocifissi, o arsi vivi a mo’ di torce che servivano ad illuminare le tenebre, quando il sole era tramontato. Nerone aveva offerto i suoi giardini per godere di tale spettacolo, mentre egli bandiva i giochi nel circo ed in veste di auriga si mescolava al popolo, o stava ritto sul cocchio. Perciò per quanto quei supplizi fossero contro gente colpevole e che meritava tali originari tormenti, pure si generava verso di loro un senso di pietà perché erano sacrificati non al comune vantaggio, ma alla crudeltà di un principe. . ” (Tacito Annales XV, 38-40, 42, 43, 44).



Dopo Nerone gli imperatori che seguirono si dimostrarono più o meno favorevoli al Cristianesimo, ma, pur non accettando questa come religione lecita nell’impero, non crearono molti problemi ai suoi seguaci. La seconda, e praticamente ultima, vera e propria persecuzione verso il Cristianesimo si ebbe intorno al 300 d.C. In quel momento, infatti, la società e lo Stato romano erano stati ricostruiti e la questione delle basi ideologiche dell’Impero romano, caduto in letargo durante la crisi del 260-97, non poteva più essere elusa. In uno stato autoritario come quello di Diocleziano, una Chiesa autonoma non poteva essere tollerata; occorreva una religione ufficiale sottomessa al potere, e il cristianesimo non sembrava disposto a svolgere questa funzione, malgrado il numero dei fedeli, mentre i culti tradizionali non vi riuscivano più. Lo scontro tra le autorità imperiali e le chiese cristiane era dunque inevitabile. Si erano avuti scontri anche fra i militari che, dichiarandosi cristiani, preferirono abbandonare l’esercito piuttosto che piegarsi all’ordine di sacrificarsi. Alcuni abiurarono, altri subirono il martirio nell’esercito del Danubio, sicuramente in unità i cui comandanti si mostrarono zelanti. Tutto questo contribuì nel febbraio del 303 alla stesura da parte di Diocleziano di un editto contro i cristiani. Le misure contro i cristiani previdero dapprima la distruzione delle Chiese, la consegna, traditio, dei libri sacri, il divieto di riunioni per i cristiani, nonché la limitazione di alcuni diritti civili; poi l’arresto del clero e infine l’obbligo per tutti di sacrificare agli dei.


Perciò, in conclusione, le ragioni per cui avvennero queste persecuzioni sono varie, ma a grandi linee, risultarono essere le seguenti:

I cristiani non seguivano i veterum institutia, il mos maiorum e perciò stesso, secondo i ani, si isolavano politicamente e religiosamente dalla circostante civiltà. Il disconoscere il carattere sacro della civitas voleva dire rifiutare di prestare il culto dovuto, funzione nello stesso tempo religiosa e civile, esercitata dai magistrati in quanto sacerdoti. Per la mentalità ana quindi il cristianesimo negava l’identificazione tra la sfera politico-civile e religiosa, un elemento su cui si era basato principalmente l’impero e l’unico elemento su cui l’impero esigeva il totale consenso dei suoi cittadini. Questo perché il fattore religioso era garante del patto sociale ed espressione di tale vincolo divenne il culto della dea Roma e dei divi imperatores, che costituiva la base per la costruzione del tessuto civile. Rifiutare il nomos, ovvero non solo la legge ma i principi riconosciuti, i costumi sociali, le pratiche anche religiose divenute tradizione indiscutibile, voleva infatti dire respingere la parte più significativa “ . <<di quella tradizione degli antenati che i Romani considerano norma giuridica intoccabile e la più alta espressione della loro collettività>> . ”. (C. Lepelley, L’impero romano e il cristianesimo, trad. it., Milano 1970, p. 36. Si veda pure ivi, pp. 12 segg. e 35 segg.).


Costantino e la tolleranza. Nell’autunno del 324 termina il lungo e travagliato periodo apertosi con l’ultima grande persecuzione. La sovranità su tutto l’impero è esercitata da un unico imperatore, che più volte aveva mostrato il suo favore verso il cristianesimo e che corona, e in pari tempo sviluppa, un movimento che a molti era parso ormai impossibile. Costantino, nato ano, aveva, come il padre, manifestato ben presto un’inclinazione in favore del sincretismo solare. Dal 307 al 310, le testimonianze letterarie documentano un suo profondo attaccamento ad Ercole, che sembra sia stato imposto dall’esigenza di collaborazione con Massimiano, seguace di questo semidio. Con la morte di Massimiano, nel 310, Costantino rivolge il proprio ossequio al sole, sotto il nome di Apollo. Ma le rappresentazioni religiosamente neutre ed anche cristiane appaiono e si moltiplicano dal 315 sulle monete costantiniane. A poco a poco, però, diminuirono sempre di più i segni di adesione al culto del Sol invictus e si compì la conversione di questo grande imperatore, al cristianesimo. Intorno all’ “imperatore cristiano”, però, ci furono, e ci sono tutt’oggi molti punti di domanda e interrogativi che vengono racchiusi tutti sotto il nome di <<questione costantiniana>>. Questi dubbi sono dati dal fatto che non si sa per certo se Costantino abbia adottato la religione Cristiana solo per un fatto di pura convenienza politica, visto che il cristianesimo aveva ormai preso molto campo, o se esistesse effettivamente una conversione profonda e personale, ma resta comunque il fatto che Costantino abbia favorito lo sviluppo di questa religione in ogni modo arrivando addirittura a farle acquisire ufficialmente lo status di religione lecita, nel 311. Costantino consentì ai cristiani di ricostruire le Chiese e i beni che erano stati sottratti loro precedentemente, le vennero restituiti. La Chiesa ed il clero ebbero una posizione privilegiata, così al clero cristiano furono riconosciute talune esenzioni fiscali e l’immunità dagli oneri che gravavano sui ceti dirigenti delle città. Inoltre alla chiesa fu accordata la possibilità di ricevere legati testamentari, cioè di ricevere in eredità beni di fedeli; in questo modo era in grado di accrescere sempre di più la sua autonomia. Ma non finì qui, e cioè alla Chiesa si riconobbe addirittura una funzione giurisdizionale (nel 318), ovvero, i contendenti in un processo potevano decidere di affidarsi oltre che al giudizio statale, anche al giudizio di un vescovo; Dal 319 in poi venne promulgata una serie di disposizioni che introduce nel diritto esigenze di ordine morale sulla linea dell’annuncio evangelico, anche se non si deve escludere l’influsso di più antiche tradizioni giuridiche del diritto romano come l’abrogazione delle leggi augustee contro il celibato, sanzioni contro i colpevoli di ratto a scopo di matrimonio, i loro complici e persino le loro vittime se ne è attestato il consenso .



La conversione di Costantino, però, pur essendo molto profonda e personale, può anche essere stata in parte aiutata da una situazione politica di contorno. Ovvero, avvertendo inadatta se non controproducente la politica di forza di repressione già prima di Costantino si era ritenuto opportuno dichiarare legittima la nuova fede, andando ben oltre la tolleranza, che non aveva alcun fondamento giuridico: valutazioni dettate evidentemente dal convincimento che da una parte il fatto cristiano non fosse più contenibile e dall’altra l’impero avesse estremo bisogno di conseguire un unità politica e spirituale radicata su basi religiose, ancorché diverse da quelle tradizionali. Sono queste le premesse da tenere presente nell’esame della politica ecclesiastica di Costantino, reso indubbiamente più difficile dal carattere delle maggiori fonte coeve, ispirate da un aperta simpatia per la ura dell’imperatore vittorioso, ritenuto uomo scelto da Dio per liberare la Chiesa dalla persecuzione.



Rachele Nerattini




BIBLIOGRAFIA:

  • Il cammino di Cristo nell’Impero romano, Paolo Siniscalco, Biblioteca Universale Laterza 199, £ 38.000, ine 361, 1999 Roma-Bari;
  • La Sacra Bibbia traduzione dai testi originali, Edizione Paoline, Padova 1978, £ 4.400, ine 1420, Atti degli apostoli 17,16-21;
  • Storia del Cristianesimo, Henri-Charles Puech, Religioni Oscar Saggi Mondatori, 1992 Roma-Bari, £ 24.000, ine 767, g. 131, 132, 133, 134, 184, 185, 122, 138.
  • Storia della Chiesa, H.Jedin, I: Le origini, di Karl Baus, trad. dal tedesco, Jaca Book, Milano 1976;
  • The Conversion of Costantine and Pagan Rome, Alföid A., Oxford 1948 (trad. It. Costantino tra anesimo e cristianesimo, Laterza Roma-Bari 1976);
  • Storia antica e medievale 1 dalla preistoria all’apogeo dell’impero romano, AAVV, Zanichelli, £ 39.500, ine 470, Bologna 1998;
  • Storia antica e medievale 2 dalla crisi dell’impero romano alla metà del XIV secolo, AAVV, Zanichelli, £ 29.500, ine 247, Bologna 1998;
  • Percorsi scelti, N. Flocchi P. Guidotti Bacci, Bompiani per la scuola, £ 32.300, ine434, Milano 1999;
  • Grande dizionario Enciclopedico UTET, Pietro Fedele, Quarta edizione, volume IV, Torino 1990;
  • Grande dizionario Enciclopedico UTET, Pietro Fedele, Quarta edizione, volume XVI, Torino 1990;
  • L’impero romano e il cristianesimo, C. Lepelley, trad. it., Milano 1970, p. 36. Si veda pure ivi, pp. 12 segg. e 35 segg.






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