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Italo Calvino



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Premessa



Chi l'avrebbe mai detto che relazionare un invito alla lettura di Calvino sarebbe stato un compito così lungo e arduo? Sicuramente non noi che in una mattinata agli inizi di marzo abbiamo timidamente alzato la mano per accettare l'incarico.

Pensavamo che relazionare un libro significasse riassumere schematicamente i paragrafi principali, cosa che non ci sembrava poi così impegnativa; senza contare che sarebbe stato sicuramente meglio cogliere l'occasione di approfondire un autore che già conoscevamo e che ci era piaciuto abbastanza piuttosto che ricominciare da zero con uno scrittore sconosciuto.

Povere ingenue! Quando ci siamo accorte che forse la nostra relazione avrebbe avuto molto più l'aspetto di una tesi di esame che di una scarna schedina era ormai troppo tardi e non c'era neanche più il tempo di piangerci addosso.



I problemi erano molti: quando trovare il tempo di vederci, come strutturare il lavoro, quali argomenti privilegiare, ma la maggior difficoltà che abbiamo incontrato è stata quella di assemblare in un unico discorso tutte le notizie raccolte dai vari libri. Ed è proprio per rendere più omogenea questa rielaborazione che abbiamo deciso di lavorare insieme, collaborando e consultandoci praticamente su ogni virgola, discutendo all'infinito frasi e concetti.

E' stata dura! Il risultato delle nostre fatiche è quello che state per leggere; lasciamo a voi, sventurati lettori, il compito di giudicarlo.


LA VITA


Italo Calvino nacque il 15 ottobre 1923 a Santiago de Las Vegas (Cuba), dove i genitori, Eva Mameli e Mario Calvino, risiedevano per lavoro. La madre era laureata in Scienze naturali; il padre, agronomo, era stato chiamato a Cuba per dirigere una scuola sperimentale di agricoltura e una scuola d'agraria.


"Tra i miei familiari solo gli studi scientifici erano in onore; un mio zio materno era chimico, professore universitario, sposato a una chimica; anzi ho avuto due zii chimici sposati a due zie chimiche [] io sono la pecora nera, l'unico letterato della famiglia"


ricorderà Calvino.

Nel 1925 la famiglia tornò in Italia, a Sanremo, dove il padre era stato richiamato per dirigere la stazione sperimentale di floricoltura.

Nel 1927 nacque il fratello Floriano che proseguì la tradizione scientifica della famiglia diventando geologo di fama internazionale. Italo frequentò le scuole elementari valdesi, diventando balilla negli ultimi anni e più tardi, nel 1934, superò gli esami di ammissione del ginnasio-liceo "G. di Cassini" dove conseguì la licenza liceale nel 1941. In quell'anno venne rappresentato un suo testo teatrale satirico al Teatro Principe e si iscrisse alla Facoltà di Agraria dell'Università di Torino, ma non si inserì nella dimensione metropolitana e nell'ambiente universitario; infatti nel '43 si trasferì alla facoltà di Agraria e Forestale a Firenze. Nel '44, per non prestare servizio militare presso la Repubblica di Salò, venne presentato al Pci e col fratello Floriano si unì ai partigiani delle brigate di Garibaldi.


"La mia scelta del Comunismo non fu affatto sostenuta da motivazioni ideologiche. Sentivo la necessità di partire da una "tabula rasa" e perciò mi ero definito anarchico [] Ma soprattutto sentivo che in quel momento quello che contava era l'azione; e i comunisti erano la forza più attiva e organizzata"


L'esperienza della guerra partigiana, breve ma intensa, risultò decisiva per la sua formazione umana prima ancora che politica.


"La mia vita in quest'ultimo anno è stata un susseguirsi di peripezie [] sono passato attraverso una inenarrabile serie di pericoli e di disagi; ho conosciuto la galera e la fuga, sono stato più volte sull'orlo della morte. Ma sono contento di tutto quello che ho fatto, del capitale di esperienze che ho accumulato, anzi avrei voluto pure di più."


Dopo la Liberazione dell'8 settembre 1945 abbandonò gli studi scientifici e si iscrisse alla facoltà di lettere di Torino, dove si laureò due anni dopo con una tesi su Joseph Conrad.

Continuò in questo periodo ad essere attivo all'interno del Pci con la collaborazione a vari periodici tra cui il "Politecnico" e "L'Unità", dove pubblicò inchieste sindacali e articoli sugli scioperi e le occupazioni in fabbrica. Prese anche a frequentare il gruppo redazionale della casa editrice Einaudi, dove conobbe Vittorini e Pavese che ebbe un'influenza decisiva sulla sua formazione culturale e sulla sua carriera di scrittore. Fu proprio lui infatti a presentare a Giulio Einaudi Il sentiero dei nidi di ragno, primo e unico romanzo neorealista di Calvino, che, scartato ad un concorso della Mondadori, venne pubblicato e vinse il Premio Riccione.

Tematiche analoghe caratterizzarono la raccolta di testi brevi, già si su numerose riviste, Ultimo viene il corvo del '49, dove si raccontavano avventure di adolescenti ed episodi di vita partigiana.

Nel 1950 entrò stabilmente nella Einaudi per sostituire Pavese (morto suicida in quell'anno) nel lavoro di lettura e selezione dei testi da pubblicare. L'anno successivo assistette alla morte del padre e l'Istituto sperimentale di floricoltura passò sotto la direzione della madre, che mantenne l'incarico fino al '59.

Nel '52 uscì nella collana dei "Gettoni", ideata e diretta da Vittorini, Il visconte dimezzato; tuttavia Calvino non abbandonò il filone realistico, che si arricchì, nel '54, di una raccolta di tre racconti, L'entrata in guerra, nei quali l'autore rimeditò momenti importanti della sua esperienza.

Nel 1956 dopo l'invasione dell'Ungheria da parte delle truppe sovietiche, Calvino e altri intellettuali uscirono dal Pci. Non abbandonò tuttavia il suo impegno di intellettuale militante, anche se la spaccatura tra politica e letteratura avrebbe ridotto progressivamente lo spazio d'intervento "diretto" degli scrittori.

Maturò in questi anni la propria idea di letteratura rispetto alle principali tendenze culturali del tempo; primo di una serie di impegnativi saggi fu Il midollo del leone, che apparve sul "Paragone.Letteratura". Nello stesso periodo divenne condirettore con Vittorini della rivista "Il Menabò", sulla quale vero Il mare dell'oggettività, La sfida al labirinto e L'antitesi operaia, lucide analisi e insieme nuove proposte della sua interpretazione di letteratura.

Il '56 fu anche l'anno in cui uscirono, presso l'Enaudi, le Fiabe Italiane, circa duecento, raccolte da Calvino dalla tradizione popolare e tradotte da lui stesso dai vari dialetti in italiano. Consigliato da Vittorini, dopo la prima esperienza nel mondo favolistico, continuò su questa strada; infatti poco dopo scrisse Il barone rampante, ricollegandosi alla fiaba allegorica del Visconte Dimezzato.   

Contemporaneamente si interessò ai problemi connessi allo sviluppo industriale e alle trasformazioni sociali: emblematico il racconto che denunciava la devastazione urbanistica della Riviera Ligure, La speculazione edilizia (1957).

Nel 1958, per le edizioni di "Officina", pubblicò a puntate I giovani del Po e, per l'Enaudi, I racconti.

Del '59 è il romanzo breve Il cavaliere inesistente, la terza delle fiabe allegoriche che concludeva la trilogia araldica, inserita l'anno seguente in un unico volume dal titolo I nostri antenati.

Dopo numerosi viaggi in Usa ed in Urss, nel '63 pubblicò La giornata di uno scrutatore ed i venti racconti di Marcovaldo ovvero le stagioni in città. Compì anche lunghi soggiorni in Francia e nel 1964, con la moglie Esther Judith Singer, si stabilì definitivamente a Parigi dove approfondì i rapporti con l'avanguardia francese con cui confrontò le proprie ipotesi sui rapporti tra letteratura e scienza. Negli anni successivi nacquero sulla spinta di queste nuove aperture culturali Le Cosmicomiche e Ti con zero.

Nelle ultime opere entrò in gioco l'interesse di Calvino per la scienza dei segni (la segnotica) che si rivelò ne Il castello dei destini incrociati (1963) e ne Le città invisibili (1972).

Nel 1979, con Se una notte d'inverno un viaggiatore, Calvino mise in crisi il tradizionale rapporto tra lettore e scrittore, scegliendo come protagonista il Lettore stesso.

Seguirono Palomar nell'83 e Collezione di sabbia nell'84, senza contare gli innumerevoli contributi che lasciò nell'ambito giornalistico, teatrale e musicale.

Nel settembre dell'85, a Castiglione della Pescaia, mentre rivedeva le Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, fu colpito da una grave emorragia cerebrale e venne ricoverato all'ospedale Santa Maria della Scala di Siena dove morì nella notte tra il 18 e il 19.

Numerose opere, tra cui le sopracitate Lezioni americane, furono pubblicate postume.






CALVINO E IL NEOREALISMO


Calvino visse in un periodo caratterizzato da una profonda frattura storica causata, in particolare nella prima metà degli anni quaranta, dall'irrompere della seconda guerra mondiale che sconvolse tutta la società italiana, sostituendo ad una lunga dittatura la libertà democratica.

I nuovi intellettuali, profondamente feriti da quest'esperienza, rifiutarono sia la tradizione letteraria immediatamente precedente accusandola di aver subito il fascismo, sia il Decadentismo per aver preparato il terreno alla dittatura. Si sviluppò così una nuova corrente letteraria, definita Neorealismo, che riprendeva la visione oggettiva della realtà tipica del Realismo ottocentesco. I "padri" di tale movimento, Cesare Pavese ed Elio Vittorini, cercarono di adottare una nuova visione della realtà, colta nei suoi aspetti più umili e immediati, ed un nuovo linguaggio per rafurarla; a differenza dei Veristi, però, si sforzarono di stabilire un rapporto più dialettico e problematico tra autore, narratore e attore.

I temi fondamentali del Neorealismo furono tutti suggeriti dal periodo storico in cui esso si era formato e riguardavano la lotta partigiana, la situazione di miseria e di sbandamento che segnò la guerra e il secondo dopoguerra e la testimonianza dai campi di concentramento.

A questa nuova corrente aderì anche Italo Calvino, influenzato dall'amicizia sia di Vittorini sia di Pavese, con cui collaborò in numerose riviste. Nella prefazione alla nuova edizione de Il sentiero dei nidi di ragno, che può essere considerata una dichiarazione di poetica e nello stesso tempo una definizione di Neorealismo, Calvino affermò:


"Tutto il problema ci sembrava fosse di poetica, come trasformare in opera letteraria quel mondo che era per noi il mondo"

"Il linguaggio, lo stile, il ritmo avevano tanta importanza per noi, per questo nostro realismo che doveva essere il più possibile distante dal naturalismo []"


L'esigenza primaria dei Neorealisti era quindi quella di "esprimere", cioè raccontare se stessi, comunicando agli altri un'esperienza cruciale, e non solamente quella di fornire un documento fotografico; quindi l'attenzione portata dallo scrittore alla realtà non trovava la propria realizzazione in una descrizione di stampo naturalistico (obbiettivo ed impersonale), in cui non si lasciava spazio alle vere emozioni dell'autore.

Calvino scelse dunque, con il suo primo romanzo, una via realistica diversa da quella proposta in tante ine di quegli anni, una via fedele alla realtà, ma nella quale si potesse inserire una dimensione fantastica, che aprisse orizzonti più vasti.

Calvino sapeva bene che un altro problema dei racconti legati ad un'esperienza autobiografica, e quindi delimitati, era il rischio di rimanere chiusi nell'ambito della narrativa regionalistica propria del Verismo. Egli desiderava invece ritrovare nella realtà locale "tutto il vasto mondo"; ed è proprio per questo che si ispirò ai modelli rappresentati dagli scrittori nordamericani degli Anni Trenta.


"Ma non fu paesano nel senso del verismo regionale ottocentesco. La caratterizzazione locale voleva dare sapore di verità a una rappresentazione in cui doveva riconoscersi tutto il vasto mondo: come la provincia americana in quegli scrittori degli Anni Trenta di cui tanti critici ci rimproveravano d'essere gli allievi diretti o indiretti"


In seguito a queste considerazioni sull'ambientazione, Calvino si concentrò sulla tematica della lotta partigiana e, non volendone esprimere un giudizio totalmente positivo o negativo, la scelta di un'ottica adolescenziale gli parve la più adeguata.

IDEOLOGIA


L'ideologia di Calvino non può essere analizzata sotto un unico punto di vista poiché bisogna tenere conto delle diverse tendenze ed esperienze che hanno influenzato la sua produzione letteraria.

La prima e più importante di queste esperienze è, come abbiamo già visto, quella della guerra che segna profondamente l'autore e il suo primo romanzo. La sua posizione nei confronti di questo tragico evento si può intravedere nelle parole del commissario Kim, in cui Calvino si identifica nel nono modulo de Il sentiero dei nidi di ragno; il suo discorso segna la presa di coscienza della guerra partigiana e del suo significato.

La violenza e l'odio esistono in entrambi i fronti, in quello partigiano e in quello fascista, ma Kim è certo che lui e i suoi combattano per costruire un'umanità senza più rabbia, "serena, in cui si possa non essere cattivi". Sono dalla parte della storia, del progresso. Negli altri - i fascisti - l'odio, il furore, perfino gli "ideali" non sono molto dissimili, biologicamente, da quelli dei partigiani, ma c'è una differenza decisiva: i fascisti combattono per "perpetuare quel furore e quell'odio", per ribadire il loro sistema mentale e politico fondato sul dominio brutale dell'uomo sull'uomo". Questo è il vero significato della lotta - pensa Kim - il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali".

Conclusa l'esperienza neorealista, Calvino, ne Il midollo del leone, riflette sulla posizione dell'intellettuale moderno e ne difende la condizione, sentendola come necessaria per intervenire attivamente nella storia futura, che deve essere costruzione intellettualmente guidata:


"Noi crediamo che l'impegno politico, il parteggiare, il compromettersi, sia, ancor più che dovere, necessità naturale dello scrittore d'oggi e prima ancora dello scrittore dell'uomo d'oggi"


Inoltre la letteratura ha una sua moralità che è, afferma Calvino con una forte metafora, "il midollo del leone", con cui il centauro Chirone nutriva Achille:


"In ogni poesia vera esiste un midollo di leone, un nutrimento per una morale rigorosa, per una padronanza della storia"


E' il Calvino filosofo che parla, l'autore che ha la volontà di esplorare razionalmente il reale nella sua negatività per individuarne possibili terapie, un progetto illuministico perfettamente conforme alla dichiarata predilezione dello scrittore per il secolo dei lumi.

Questa stessa concezione ideologica è al centro anche di un altro saggio, La sfida al labirinto, nato in risposta a un dibattito dal tema "Letteratura e industria" che Vittorini lanciò nel '62 sul "Menabò". In esso si cerca di rappresentare l'intellettuale contemporaneo, logorato dalle incertezze e dalle contraddizioni del mondo dominato dall'industria, e di descrivere il "labirinto" in cui egli si muove, il groviglio dei problemi a cui non sa dare una risposta sicura, e la sua volontà di continuare a pensare e a lottare per uscirne.

Ma la letteratura è anche, secondo Calvino, "un esercizio di fantasia espresso in forma di parole": così, con l'attitudine razionale, interagisce quella fantastica che rappresenta non tanto la realtà quanto le prove che in essa l'uomo è chiamato a superare; inclinazione dichiarata dallo stesso scrittore:


"I romanzi che ci piacerebbe di scrivere o di leggere sono romanzi d'azione []: ciò che ci interessa sopra ogni altra cosa sono le prove che l'uomo attraversa e il modo con cui egli le supera. Lo stampo delle favole più remote: il bambino abbandonato nel bosco, il cavaliere che deve superare incontri con belve e incantesimi resta lo schema insostituibile di tutte le storie umane, resta il disegno dei grandi romanzi esemplari in cui una personalità morale si realizza muovendosi in una natura o in una società spietate"


Nascono nel contesto di queste affermazioni i romanzi della trilogia I nostri antenati, i cui personaggi fantastici introducono numerose riflessioni sull'esistenza umana. Bisogna comunque notare che la scelta del romanzo fantastico ha alle spalle un importante antecedente, molto amato dallo scrittore: l'Orlando furioso di Ludovico Ariosto.

Tuttavia, parallelamente a questa produzione allegorico-simbolica, di prevalente matrice fantastica, Calvino, in questi medesimi anni, persegue altre strade ed essenzialmente quella di una narrativa che assume più direttamente come suo oggetto di rappresentazione la realtà presente, sia pur con atteggiamenti assai diversi; ora "con ironia e distacco" e magari anche con "una sfumatura di indulgenza, di compatimento e di nostalgia (Marcovaldo), ora viceversa con una più profonda e oggettiva mimesi della realtà negativa (La speculazione edilizia).

Durante la sua permanenza a Parigi, Calvino si apre ad una stagione narrativa nuova per motivi, forme espressive e influssi culturali. Dato immediatamente percepibile è la presenza sempre più fitta di elementi di molteplici discipline scientifiche. E' opportuno però puntualizzare che tutte le materie a cui Calvino mostra di essersi accostato lasciano tracce anche vistose nella sua opera narrativa, ma incidono sul suo orientamento ideologico e culturale forse non così in profondità come si potrebbe pensare.

Calvino amplia le sue prospettive ma per molti versi si mostra anche fedele ai problemi di sempre. Ha scritto il critico Roscioni: "Non credo che Calvino si sia mai molto interessato alla scienza in sé []. Il suo problema era come utilizzare i metodi e i linguaggi della scienza, come tradurli in letteratura".

E' la cosiddetta fase "fantascientifica", sul tipo delle Cosmicomiche e di Ti con zero, in cui il ricorso alle suggestioni scientifiche costituisce un'alternativa alla via fantastica per giungere allo stesso obbiettivo (riproposto fin dall'inizio della sua indagine conoscitiva) di dare un senso all'esistere. Tutta questa stagione narrativa, con i suoi temi e motivi, appare dominata dall'ossessione per il significato e il valore dell'azione che si accumula in una ripetizione di varianti sull'ansia di possedere la realtà. L'ansia è sistematicamente frustrata, la risposta ai quesiti è in sostanza sempre negativa, ma la ricerca non si interrompe.



Molte opere successive e l'evoluzione stessa dell'ideologia di Calvino fanno pensare a una sorta di ripiegamento e progressiva rinuncia alla speranza di trovare una risposta definitiva al quesito di fondo. Palomar è l'ultimo componimento che si cimenta in quest'indagine conoscitiva e anch'esso si chiude con un'amara conclusione che sembra però richiamarsi all'ottimismo illuministico di chi non rinuncia all'esercizio della propria ragione:


"Il signor Palomar è tutt'altro che sicuro di riuscirci, ma, se non altro, continua a cercare una strada".

OPERE


Il sentiero dei nidi di ragno


Nel 1947, dopo marginali esperimenti in periodici, Calvino superò la prima vera prova di scrittore pubblicando con l'Einaudi il suo primo libro, Il sentiero dei nidi di ragno, romanzo-documento sulla guerra partigiana: quindi, di stretta attualità tematica. Ma in un momento in cui si tende a scrivere per vere nei documenti anche le imprese sognate, perché in un'Italia prostrata e sconfitta soltanto i partigiani possono cantare vittoria, Italo Calvino sfuma il realismo di tutta la vicenda in toni favolistici, anticipando alcune delle note dominanti la sua produzione degli anni '50.

Mentre i romanzi della Resistenza e sulla Resistenza cominciavano in genere con la presentazione di eroi positivi impegnati a combattere il nazifascismo, Calvino inizia il suo romanzo presentando un personaggio negativo, per di più tratto dall'ambiente della malavita. Già la scelta di questo protagonista fornisce una particolare angolazione a tutto il racconto: Pin si muove tra gli adulti e maneggia pistole, va in prigione ed evade, viene picchiato dai tedeschi e non parla, è un ragazzino che la vita ha reso adulto anzitempo, lasciandogli tuttavia l'aria baldanzosa, scanzonata ed irriverente della fanciullezza. Attraverso questo filtro, inusuale in un contesto bellico, ma tragicamente possibile nell'efferata lotta civile, si snoda la vicenda: orfano di entrambi i genitori, Pin fa l'apprendista ciabattino, la sorella con cui vive esercita il meretricio e il loro mondo è incentrato nel nativo vicolo, con i suoi lezzi e l'osteria, popolata di miserabili che hanno conosciuto la galera, perdigiorno, disponibili a divertirsi per le scurrilità che Pin pronuncia per farsi accettare dai grandi, visto che non è inserito fra i coetanei.


"Pin è l'amico dei grandi, Pin sa dire ai grandi cose che li fanno ridere ed arrabbiare []. Pin alle volte vorrebbe mettersi con i ragazzi della sua età, chiedere che lo lascino giocare a testa e pila, e che gli spieghino la via per un sotterraneo che arriva fino in piazza mercato, ma i ragazzi lo lasciano a parte, e a un certo punto si mettono a picchiarlo; perché Pin ha due braccine smilze smilze ed è il più debole di tutti".[F1] 


Proprio per mantenere e accrescere la propria immagine Pin va a cacciarsi nei guai: ruba ad un tedesco cliente della sorella una pistola (che rappresenta - nello schema della fiaba - l'oggetto favoloso che dà potere e potenza), imboccando una strada che lo conduce alla macchia, dove per solitudine e disperazione si aggrega ad un gruppo di balordi che combattono contro tedeschi e fascisti. Anche in questo contesto Pin si sente solo ed incompreso, la sua unica sicurezza è di sapere che la sua pistola è nascosta "nel suo regno, il fossato, nel suo posto magico dove fanno il nido i ragni". Questo luogo misterioso e segreto che conosce lui solo e che non ha mai mostrato a nessuno è simbolo della sua evasione e nello stesso tempo della sua solitudine: Pin non si può fidare di nessuno perché sia i giovani sia gli adulti gli voltano le spalle, ma non per questo perde la speranza di trovare qualcuno che lo capisca.


"Pin va per i sentieri che girano intorno al torrente, posti scoscesi dove nessuno coltiva. Ci sono strade che lui solo conosce e che gli altri ragazzi si struggerebbero di sapere: un posto, c'è, dove fanno il nido i ragni, e solo Pin lo sa ed è l'unico in tutta la vallata, forse in tutta la regione: mai nessun ragazzo ha saputo di ragni che facciano il nido, tranne Pin.

Forse un giorno Pin troverà un amico, un vero amico, che capisca e che si possa capire, e allora a quello, solo a quello, mostrerà il posto delle tane dei ragni".


Questa persona si rivelerà essere Cugino, un "omone con la faccia camusa come un mascherone da fontana [e ] un paio di baffi spioventi e pochi denti in bocca". La sua tendenza ad isolarsi ed il suo profondo odio per le donne lo accomunano al giovane protagonista, con cui condivide anche l'adorazione verso la ura materna. Ma mentre quest'ultima rappresenta un qualcosa di ideale e lontano, il personaggio femminile negativo è sempre presente, infatti sia Giglia che Rina sono delle traditrici, donne di facili costumi che Pin odia, non sopporta la loro ipocrisia, ma usa tutto ciò che è legato a loro e alla sfera sessuale come pretesto per entrare nel mondo dei grandi.

Un personaggio che invece adora questo tipo di donna è Pelle, un partigiano che per seguire questa sua passione, unita a quella delle armi, tradisce tutti i suoi comni scegliendo la militanza nelle brigate fasciste.


"Pelle ha due passioni che lo divorano: le armi e le donne. Ha ottenuto l'ammirazione di Pin discutendo con competenza di tutte le prostitute della città e facendo degli apprezzamenti su sua sorella la Nera che facevano capire che conosceva bene anche lei. Pin ha un'attrazione mista a repulsione per lui, così gracile e sempre raffreddato, che racconta sempre storie di ragazzine prese a tradimento per i capelli e coricate nei prati, o storie di armi nuove e complicate che ha in dotazione la brigata nera".[3]


Verso la fine del romanzo Pin sospetta che Pelle gli abbia rubato la pistola; corre verso il sentiero dei nidi di ragno e si accorge che quell'angolo di paradiso che aveva scoperto e si era tenuto per sé, come l'unica cosa buona rimasta al mondo, è stato devastato dal traditore nell'affannosa ricerca dell'arma. Perduto il paradiso, privo dell'oggetto magico, Pin piange "a testa tra le mani. Nessuno gli ridarà più la sua pistola". Per la prima volta in tutto il romanzo piange lacrime vere sia perché gli hanno rubato una pistola, un'arma costruita per uccidere, un giocattolo magico, sia perché è l'unico amarissimo strumento di un possibile riscatto, benché il ragazzo non ne abbia la minima coscienza.

Nonostante nel romanzo vengano descritti personaggi così diversi, Calvino vuole indicare non tanto una realtà sociale quanto la complessità della vita nella quale si alternano momenti di gioia e di dolore, di sfiducia e di disperazione, di amore e di odio, di coraggio e di paura. L'autore, peraltro, contrariamente a molti scrittori del neorealismo, non esprime un giudizio esplicito in prima persona, ma delega il compito a Kim, che attraverso i suoi pensieri, ne fa trasparire la posizione nel nono modulo. Secondo lui gli uomini combattono tutti con lo stesso furore, non importa da quale parte sono schierati, poiché in realtà combattono solo per se stessi, spinti da motivi personali.


"Pin [ . ] dicono sia fratello di una prostituta. Perché combatte? Non sa che combatte per non essere più fratello di una prostituta. E quei quattro cognati terroni combattono per non essere più dei terroni, poveri emigrati, guardati come estranei. E quel carabiniere combatte per non sentirsi più carabiniere, sbirro alle costole dei suoi simili. Poi Cugino, il gigantesco, buono e spietato Cugino . . dicono che vuole vendicarsi d'una donna che l'ha tradito . Tutti abbiamo una ferita segreta per riscattare la quale combattiamo".[4]


La guerra partigiana ha dato a Pin un barlume di coscienza di classe, ma solo un barlume, che subito si spegne quando ritorna sul sentiero dei nidi di ragno a mostrare all'unico amico che gli sia rimasto, Cugino, il suo paradiso, il regno della natura distrutto da "quel fascista di Pelle". Ed entrambi si augurano che il regno si ricostruisca a poco a poco da sé, che la natura torni a vincere sull'ira cieca e brutale degli uomini.

I nostri antenati


"Non per niente avevo cominciato con delle storie di partigiani: venivano bene perché erano storie avventurose, tutte movimento, tutte spari, un po' crudeli e un po' spaccone come nello spirito dei tempi, e con la suspense che nella narrativa è come il sale. Anche un breve romanzo avevo scritto, nel '46, Il sentiero dei nidi di ragno, in cui ci davo dentro a tutto spiano con la brutalità neorealista e invece i critici cominciarono a dire che ero favoloso. Io stavo al gioco: capivo benissimo che il pregio è d'essere favolosi quando si parla di proletariato e di fattacci di cronaca, mentre a esserlo parlando di castelli e di cigni non c'è nessuna bravura".[5]


Il visconte dimezzato, Il barone rampante, e Il cavaliere inesistente sono i tre romanzi brevi o racconti lunghi che costituiscono la "trilogia araldica" dei Nostri antenati, pubblicata nel 1960 con una prefazione critico-teorica dell'autore. Scritta in anni diversi, la trilogia nasce da un'unica sollecitazione morale; infatti I nostri antenati non sono svincolati da ogni riferimento diretto alla realtà sociale del proprio tempo, ma ribadiscono che ogni qualvolta Calvino dà l'impressione di evadere, o di retrocedere addirittura in epoche ormai tramontate da un pezzo, il suo intento è di afferrare, da un punto di vista privilegiato (quello dell'osservatore che sta in alto), tutta la complessità dei rapporti sociali, politici, e infine morali della realtà che gli sta intorno.

Anche se Calvino stesso dichiara nella prefazione di non avere " nessun proposito di sostenere una poetica piuttosto che un'altra, né alcuna intenzione d'allegoria moralistica o, meno che mai, politica in senso stretto", in realtà, continuando il discorso, chiarisce l'interpretazione simbolica dei vari personaggi.

I tre improbabili protagonisti vengono indicati come i "nostri antenati" perché la trilogia è "una specie di arabescato albero genealogico dell'uomo contemporaneo", con i suoi vizi e le sue virtù, con le sue idealità e le sue sconfitte; è la proposta inconsueta di modelli di comportamento che svelano le difficoltà, sia per il personaggio che -allegoricamente - per l'uomo d'oggi, di confrontarsi con se stesso e con la realtà.

Le tre storie si presentano "aperte e si svolgono in una analoga dimensione mitico-fantastica, resa leggera da un'ironia di sapore ariostesco; sono idealmente parallele sottointendendo la medesima istanza morale, ma seguono prospettive contenutistiche e formali differenti. Gli aspetti comuni rinviano a una comune funzione: quella conoscitiva, educativa ed insieme di divertimento"(F. Di Carlo).

Calvino, infatti, ha voluto fare una trilogia di esperienze sul "come realizzarsi esseri umani": Il cavaliere inesistente rappresenta il primo grado di approccio alla libertà, che è la conquista dell'essere; Il visconte dimezzato esprime l'aspirazione alla completezza, al di là delle mutilazioni inflitte dalla società; Il barone rampante è simbolo della volontà di distacco dalla società per cercare di realizzare se stessi, guardando il mondo da un'altra prospettiva.

Queste storie non devono comunque rimanere vincolate a tali interpretazioni, ma lasciare libero il lettore di porsi domande e risposte secondo la sua sensibilità.


"Siete padroni di interpretare come volete queste tre storie, e non dovete sentirvi vincolati affatto dalla deposizione che ora ho reso sulla loro genesi. []Vorrei che potessero essere guardate come un albero genealogico degli antenati dell'uomo contemporaneo, in cui ogni volto cela qualche tratto delle persone che ci sono intorno, di voi, di me stesso."[6]

Il visconte dimezzato


Il visconte dimezzato, nato da un momento di tedio e di sconforto, è la più esile delle tre favole; scritta come per passatempo privato, ha più sostanzialmente della confessione, sia pure fantastica e volta a divertire il lettore, che del romanzo. L'autore infatti proietta i propri dubbi morali e ideologici sul protagonista, personaggio dimidiato per eccellenza, il visconte Medardo di Terralba spaccato in due da una cannonata turca durante la guerra tra Austria e Turchia. In questo si identifica e contemporaneamente si nasconde, facendosi raccontare da un altro personaggio (un bambino nipote del visconte), per potersi leggere come proiettato su uno schermo, fuori di sé. Questo particolare artificio si ispira all'Ariosto, verso il quale aveva sempre confessato la sua ammirazione, non generica per un "grande" ormai consacrato, ma fondata su una profonda analogia nel concepire ed esprimere la creatività fantastica. Per entrambi gli scrittori, infatti, la creatività rappresenta l'infinita ed inesauribile possibilità di interpretare e reinterpretare, sotto angoli di visuale sempre nuovi, il già conosciuto, il già definito, il patrimonio rigorosamente strutturato del nostro pensiero.

Il racconto assume dei toni verosimili anche se le vicende narrate sono irreali: le due metà del visconte Medardo sopravvivono autonomamente, avendo trattenuto una ogni inclinazione al male, l'altra al bene, finché un sanguinoso duello fra i due mezzi consente a un chirurgo, il dottor Trelawney, di operare la ricongiunzione.

Il contenuto della storia non è per niente allegro, malgrado il tono fabulatorio, infatti già il primo modulo si apre con la descrizione del terreno di guerra ed è intriso di immagini mortuarie: cavalli uccisi e sventrati, uomini mutilati, la peste che non risparmia neppure gli avvoltoi. Continua su questo tono anche la narrazione della vita in Terralba; il Gramo, signore di quelle terre, è l'incarnazione della crudeltà pura che, in un crescendo drammatico, assomma gli aspetti più spietati della nostra epoca: la perfezione della tecnica come strumento di morte e distruzione, la violenza sulla natura e sul prossimo, l'inconciliabilità dei rapporti politico-religiosi. Il Buono, altra metà del visconte, giunge a Terralba in un secondo momento e tenta di rimediare ai disastri causati dal Gramo, senza rendersi conto di provocarne altri non meno gravi. Queste due antitetiche metà sono però accomunate dalla bizzarra condizione che permette loro di conoscere meglio la realtà che li circonda. Il Gramo si trova in una sorta di perfida potenza e parlando col nipote afferma:


"Ero intero e tutte le cose erano per me naturali e confuse, stupide come l'aria; credevo di vedere tutto e non era che la scorza. Se mai tu diventerai metà di te stesso [ . ] capirai cose al di là della comune intelligenza dei cervelli interi. Avrai perso metà di te e del mondo, ma la metà rimasta sarà mille volte più profonda e preziosa. E tu pure vorrai che tutto sia dimezzato e straziato a tua immagine, perché bellezza e sapienza e giustizia ci sono solo in ciò che è fatto a brani".[7]


Anche il Buono dopo la divisione si sente più sapiente e dotato di poteri prima ignoti, come confessa a Pamela:


"[ . ] questo è il bene dell'essere dimezzato: il capire di ogni persona e cosa al mondo la pena che ognuno e ognuna ha per la propria incompletezza. Io ero intero e non capivo, e mi muovevo sordo e incomunicabile tra i dolori e le ferite seminanti dovunque, là dove meno da intero uno osa credere. Non io solo, Pamela, sono un essere spaccato e divelto, ma tu pure e tutti. Ecco ora io ho una fraternità che prima, da intero, non conoscevo: quella con tutte le mutilazioni e le mancanze del mondo. Se verrai con me, Pamela, imparerai a soffrire dei mali di ciascuno e a curare i tuoi curando i loro".[8]


In realtà tanto la parte buona di Medardo che la sua parte cattiva non riescono a capire tutta la miseria del mondo, la sua complessità storica ed etica, perché sono incomplete.

Parallelamente alla partizione del visconte esiste nel romanzo una partizione sociale: nei pressi di Terralba, esistono due insediamenti umani "alternativi"; uno è il villaggio dei lebbrosi, emblema di una società profondamente malata ma ampiamente trasgressiva e quindi paradossalmente divertente, l'altra è la comunità degli Ugonotti, ivi rifugiatisi per sfuggire alle persecuzioni dovute alle loro scelte religiose, in nome delle quali (o, meglio, in memoria - dato che la lettera del primitivo messaggio è andata dispersa) conducono una vita dalle regole severe. La descrizione delle due comunità è intrisa di contraddizioni: così appare assurdo che i lebbrosi, da teoricamente confinati, vivano tenendo in realtà gli altri a distanza, e siano liberi persino dall'onere del lavoro e che la macerazione della carne divenga il trionfo della stessa; parimenti il villaggio degli Ugonotti ha rinunciato all'apostolato (rifiuta la conversione del Gramo) e le loro stesse regole morali sono solamente forme vuote.

Calvino sottolinea questo tema del doppio, inteso come sintomatico dell'uomo contemporaneo, poiché tutti in qualche modo si sentono incompleti e realizzano solo una parte di se stessi e non l'altra.


"A me importava il problema dell'uomo contemporaneo (dell'intellettuale, per essere più precisi) dimezzato, cioè incompleto, "alienato". Se ho scelto di dimezzare il mio personaggio secondo la linea di frattura "bene-male", l'ho fatto perché ciò mi permetteva una maggiore evidenza d'immagini contrapposte, e si legava a una tradizione letteraria già classica (per esempio Stevenson) cosicché potevo giocarci senza preoccupazioni. Mentre i miei ammicchi moralistici, chiamiamoli così, erano indirizzati non tanto al visconte quanto ai personaggi di cornice, che sono le vere esemplificazioni del mio assunto: i lebbrosi (cioè gli artisti decadenti), il dottore e il carpentiere (la scienza e la tecnica staccate dall'umanità) e quegli ugonotti, visti un po' con simpatia e un po' con ironia (che sono un po' la mia allegoria autobiografico-familiare, una specie di epopea genealogica immaginaria della mia famiglia) ".




L'unico personaggio "intero" per eccellenza e quindi disposto al compromesso è la donna, qui identificata nella pastorella Pamela, amata sia dal Gramo che dal Buono e sposata dal visconte riunito; aggirando le scelleratezze dell'uno e le sdolcinatezze dell'altro, riesce sempre a salvaguardare la propria indipendenza sentimentale e decisionale.

Calvino conclude la vicenda senza lasciare che l'egoismo prevalga sull'altruismo, la logica sul sentimento, il sadismo sul sacrificio di sé, la distruzione sul risanamento o l'assolutezza sul compromesso, ma favorendo la sintesi tra gli opposti; certamente non bastava un visconte completo a far diventare completo tutto il mondo, ma l'esperienza dell'una e dell'altra metà rifuse insieme poteva offrire qualche garanzia, se non di felicità, almeno di saggezza.

Il barone rampante


Il romanzo, pubblicato nel 1957, è, da alcuni critici, considerato il migliore della "Trilogia". La fantastica storia di un adolescente, Cosimo Piovasco di Rondò viene raccontata dal fratello minore Biagio che ha la delega di personaggio narratore-commentatore, assai simile, come caratteristiche ideologico-culturali, al lettore implicito.

Un giorno, il 15 giugno 1767, il protagonista, non volendo mangiare un piatto di lumache, decide di salire su un albero per protesta. Il gesto, che poteva essere momentaneo, si trasforma in una scelta radicale: Cosimo non metterà più piede sulla terra, ma ne seguirà le vicende a distanza partecipando anche alla vita degli altri.

La vita "arborea" di Cosimo non si sviluppa certo a causa di quel rifiuto: per Calvino è soltanto uno spunto narrativo che gli permette di far salire il suo eroe tra le piante. Davanti a una società corrotta, o meglio a una civiltà che si avvia verso la Rivoluzione francese, il protagonista sceglie di stare al di fuori della mischia e al tempo stesso di misurarsi con essa e con la natura. Questa scelta viene apprezzata ed approvata anche da Voltaire che e come personaggio all'interno del romanzo:


"- Mais c'est pour approcher du ciel, que votre frère reste là-haut?

- Mio fratello sostiene, - risposi, - che chi vuol guardare bene la terra deve tenersi alla distanza necessaria, - e il Voltaire apprezzò molto la risposta.

- Jadis, c'était seulement la Nature qui créait des phénomènes vivants; - concluse, - maintenant c'est la Raison -.[10]


Il grande filosofo chiarisce due aspetti essenziali di questa presa di posizione: la possibilità di conoscere meglio il mondo non essendovi integrato e la volontà di porre la Ragione sopra tutto. Con il primo di questi due punti si collega l'impostazione sociale della vita di Cosimo di Rondò sulle piante, capace di legare, anzi di imporsi alle bande di coetanei quando è ragazzo, di rieducare il più noto bandito, di capeggiare, ben al di là di quanto gli avrebbe di fatto consentito il suo titolo nobiliare, gruppi di conterranei, ottenendo il rispetto anche di persone immigrate che vivono ai margini della legalità e la curiosa ammirazione di ogni invasore. Quanto al secondo punto posto in luce dalla risposta di Voltaire, letture, scelte politiche, adesione alla massoneria sono inequivoci segni della determinazione di Cosimo, che, pur originata da un moto irrazionale, diventa paradossalmente scelta di volontà e di pensiero, per la quale non riconosce sentimento e rinuncia a ogni affetto. L'unica persona che riesce a far risaltare le contraddizioni di un tale atteggiamento è Viola, simile eppure opposta a Cosimo, destinata quindi a farlo innamorare ben di più della snola Ursula che pure era disposta a rimanere sugli alberi per lui; le trovate di Viola rispecchiano certamente i gusti dell'inquieta ragazza, ma mirano a superare la barriera di razionalità che si frappone fra lei e Cosimo, come del resto emerge dalle loro dispute verbali:


"- Tu ragioni troppo. Perché mai l'amore va ragionato?

- Per amarti di più. Ogni cosa, farla ragionando, aumenta il suo potere.

- Vivi sugli alberi e hai la mentalità d'un notaio con la gotta.

- Le imprese più ardite vanno vissute con l'animo più semplice".[11]


Questa necessità di Ragione rispecchia l'ideologia tipica del secolo dei Lumi, quella dell'Illuminismo, basata sull'esaltazione della sfera razionale dell'individuo. Lo stesso Cosimo si prege di riorganizzare il mondo secondo questa mentalità, scrivendo un Progetto di Costituzione d'uno Stato ideale fondato sopra gli alberi, un esempio di sapere di stampo enciclopedico, ripreso da Diderot e D'Alembert.

Calvino esprime attraverso la presa di posizione del protagonista la sua idea di intellettuale: come Cosimo, attivo nella vita pubblica pur rimanendo sugli alberi, l'intellettuale deve stare con gli altri e nello stesso tempo conservare la propria singolarità, anche a prezzo della solitudine. Cosimo sa che, se si realizzasse la sua ideale Repubblica d'Arborea e tutti gli uomini salissero sugli alberi, a lui toccherebbe scendere a terra per continuare a godere di quel distacco che ogni ruolo critico richiede. Questo atteggiamento è stato definito da Cesare Cases "pathos della distanza" per indicare la tendenza di Calvino a sentire come necessario e giusto il distacco dai suoi personaggi per meglio osservarli; ma nell'istante esatto in cui prende la dovute distanze, avverte come un rimorso, una nostalgia di non poter condividere fino in fondo le loro avventure esistenziali.

Anche nella religiosità si afferma questo bisogno di seguire un percorso razionale che si manifesta nell'inimicizia con il Cattolicesimo, impersonato dalla settecentesca Comnia di Gesù, e più precisamente da Don Sulpicio de Guadalete, armato contro le idee nuove anche dopo l'ordine di scioglimento del Papa. Cosimo si batte con lui ad armi pari due volte, sul terreno dialettico e poi con la spada; uccide in lui un simbolo combattuto con accanimento in ogni particolare. Dall'inizio alla fine del libro si contrappongono la falsità e l'oscurantismo, rappresentati dall'Inquisizione e dalla sorella "monaca" e sadica, alla libertà, di cui Calvino vede (pur fra gli uomini di Chiesa) qualche campione, anche se scadente e perseguitato per la scarsa ortodossia, come l'abate Fauchelafleur, alla fine incarcerato e tormentato.


"Finché non morì, senza aver capito, dopo una vita intera dedicata alla fede, in che cosa mai credesse, ma cercando di credervi fermamente fino all'ultimo".[12]


Quindi Il Barone rampante come gli altri testi della Trilogia, dovrebbe essere definito, più che romanzo, un conte philosophique, cioè un racconto filosofico, genere letterario tra i più diffusi all'epoca.

Il cavaliere inesistente


Con questo romanzo, pubblicato nel 1959, si chiude cronologicamente la "trilogia araldica". Lo sfondo storico è quello medievale, epoca di contraddizioni e cambiamenti, dove in un mondo ancora confuso le cose cominciavano a prendere forma (un'epoca in cui si può vedere riflessa allegoricamente la caotica realtà d'oggi); l'ambiente è il campo di Carlo Magno, mitico imperatore dei cristiani, in guerra contro gli infedeli. Calvino, affascinato dal mondo ariostesco, si avventura nell'invenzione ironico-fantastica di storie cavalleresche, che si rifanno alla tradizione dei cantori e dei poemi.

Ma ogni tono epico è annullato dallo sguardo ironico dell'autore che demitizza scherzosamente e intelligentemente i temi fondamentali del poema cavalleresco: le vendette sono regolate da una Sovrintendenza ai Duelli, alle Vendette e alle Macchie dell'Onore; le battaglie avvengono secondo uno schema che prevede il posto di ogni combattente e che non risulta quasi mai esatto; i dialoghi concitati fra i duellanti sono resi possibili da un gran numero di interpreti che corrono su cavalcature leggere a tradurre le frasi più o meno minacciose dei contendenti. I personaggi stessi, a cominciare da Carlo Magno, sono spogliati della loro aureola leggendaria per diventare realisticamente litigiosi, dissacratori o, a volte, sciocchi e puntigliosi.

Il protagonista di questa vicenda è Agilulfo, cavaliere inesistente, in quanto effettivamente sprovvisto di un corpo, eppure in servizio combattente per fede e forza di volontà, con nome, casato, grado e mansioni militari, nonché un'armatura luccicante e vuota; l'eloquente stemma disegnato sullo scudo fra due lembi d'un manto drappeggiato contiene altri due lembi di manto con in mezzo uno stemma più piccolo, contenente un altro stemma ammantato più piccolo ancora e così via fino ai limiti del possibile, a simboleggiare la tendenza, all'infinito, di confondere l'essere con il non essere. Qualcosa del genere rappresenta il modo di stare a tavola di Agilulfo che, non avendo bisogno di mangiare, taglia, affetta, sminuzza, ripartisce, suddivide, sbriciola, rivelando la sua caratteristica fondamentale: la perfezione. Tutta la vita di Agilulfo è perfetta, precisa, ogni suo movimento è prevedibile e netto; nessuno è in grado di raggiungere il suo livello di freddezza e di equipararlo nelle imprese militari e di destrezza.

"Lentamente Agilulfo s'avvicinò, prese l'arco, si scrollò indietro il mantello, puntò i piedi uno avanti uno indietro, e mosse avanti braccia e arco. I suoi movimenti non erano quelli dei muscoli e dei nervi che cercano d'approssimarsi ad una mira: egli metteva a loro posto delle forze in un ordine voluto, fermava la punta della freccia nella linea invisibile del bersaglio, muoveva l'arco quel tanto e non di più, e scoccava. La freccia non poteva che andare a segno. [] - Chi mai, chi mai altro potrà tirare d'arco con tanta nettezza? Chi potrà essere preciso e assoluto in ogni atto come lui?",


Come ogni stravaganza nata dalla fantasia di Calvino, anche per il cavaliere inesistente non manca una sorta di spiegazione del fenomeno, tanto per dargli una sistemazione logica piuttosto che per dare un'impressione di convincere:


"Era un'epoca in cui la volontà e l'ostinazione d'esserci [] non veniva usata interamente, dato che molti non se ne facevano nulla [] e quindi una certa quantità ne andava persa nel vuoto. Poteva pure darsi allora che in un punto questa volontà e coscienza di sé, così diluita, si condensasse, facesse grumo [] e s'imbattesse in un nome e in un casato" [14]


Agilulfo, forma senza sostanza, è emblema di un mondo che, ritualizzando la realtà, ha poi perso questa e mantenuto solo i riti, sempre più particolareggiati e complicati, del tutto inutili; per questo il protagonista è attento controllatore dell'osservanza delle forme ed esperto in regolamenti.

La funzione esercitata a prescindere dalla sua inutilità è, quindi, la ragion d'essere di Agilulfo, che non può permettersi di dormire perché l'inazione comporterebbe automaticamente la sua dissoluzione; per questo motivo nei momenti "in cui le cose perdono la consistenza d'ombra che le ha accomnate nella notte e riacquistano a poco a poco i colori" e in cui nessuno è sicuro "dell'esistenza del mondo", il cavaliere trova impegni simbolici contando foglie, pietre, lance, pigne, qualsiasi cosa abbia davanti e le ordina in ure geometriche regolari.

Il protagonista è destinato comunque a dissolversi, nel momento in cui cade la sua unica certezza, cioè quando scopre che il suo titolo di cavaliere avrebbe potuto non essere più valido.

Agilulfo, in quanto cavaliere privo di un corpo, è il simbolo dell'uomo "robotizzato", che compie gesti burocratici con incoscienza quasi assoluta; egli che si identifica totalmente con la sua armatura è l'uomo contemporaneo che si identifica con la sua funzione, cioè con quello che fa, senza cercare di uscire da un pensiero e da un'attività unidimensionali.

In contrapposizione all'assoluto non esistere o all'assoluto non essere che è Agilulfo, Calvino mette in campo l'ortolano Gurdulù "che esiste fisicamente, ma non ne ha coscienza e si confonde con la natura bruta" (Germana Pescio Bottino). Egli è "uno che c'è ma non sa d'esserci", incapace di distinguere il proprio corpo dal resto. In realtà la pura forma dell'uno e la cieca materialità dell'altro finiscono con l'equivalersi:


"Agilulfo cammina avanti, diritto, seguendo il suo cammino. Ogni tanto gli itinerari fuori strada di Gurdulù coincidono con invisibili scorciatoie [] e dopo giri e giri di vagabondo si ritrova a fianco del padrone sulla strada maestra"[15]


Diversi sono i personaggi di Rambaldo, che combatte per vendicare la morte del padre e Torrismondo, cadetto dei duchi di Cornovaglia; essi hanno una parvenza di umanità, infatti il primo cerca di possedere la realtà in tutte le sue manifestazioni, mentre il secondo desidera riconciliarsi con la sua infanzia di lio bastardo.

Torrismondo, che come tutti i paladini mal sopportava Agilulfo, intuisce che il cavaliere inesistente poteva essere sconfitto solamente troncandone le radici e riesce a pensare ciò perché ha una sue idea del sistema, essendo lio non di un uomo, ma di un'istituzione, l'Ordine del S. Graal, nel quale ripone ciecamente ogni fiducia. Alla prova dei fatti Torrismondo si trova a contribuire in modo determinante ad abbattere la supremazia dei Cavalieri del Graal in Curvaldia.

L'eredità di Agilulfo è invece raccolta da Rambaldo: a lui lascia la propria armatura e, grazie a questa, Rambaldo può unirsi per la prima volta con Bradamante, che lo crede Agilulfo.

Secondo Calvino tutti questi personaggi erano necessari per iniziare una storia che si sarebbe portata avanti da sé. L'autore stesso dichiara anche di non volersi immedesimare troppo nel protagonista, in modo tale che il romanzo risulti più divertente per il lettore.


"Pensai allora di estrapolare questo mio sforzo dello scrivere facendone un personaggio: e feci la monaca scrivana, come se fosse lei a narrare, e questo serviva a darmi delle spinte più riposate e spontanee e mandava avanti il resto".[16]


La monaca Teodora, presentata nel modulo V, si rivelerà con un colpo di scena, essere l'amazzone Bradamante; costei è una donna desiderosa di ordine e rigore morale e insieme sciattona, disponibile a curare solo l'esteriorità, in amore capricciosa, dai forti appetiti, ma senza costanza, innamorata di Agilulfo per ciò che rappresenta, ma soprattutto per la sua irraggiungibilità.

Suor Teodora stende il suo racconto per la madre Badessa che svolge la parte del destinatario tirannico. Non entra in scena, non dialoga; ma è pur sempre lei ad aver messo all'opera la redattrice, a commissionare il racconto. Ne attende la copia: pertanto la sua parte assomiglierebbe piuttosto a quella della casa editrice. Teodora è stata messa in penitenza: in quanto destinata alla scrittura del libro e alla "ricerca della verità", essa prova di volta in volta esaltazione e melanconia. Melanconia, quando il filo dell'intreccio si ingarbuglia, quando le parole escono dalla penna come cenere, mentre la vera vita, fuori del libro, fa sentire il suo rumore gioioso. Il libro viene abbandonato quando il racconto, ritornato alla descrizione dell'atto di scrivere, ha potuto designare una morte della parola che corrisponde all'inizio d'un avvenire amoroso. Nel silenzio imminente della storia ultimata la narratrice rivela che lei stessa è la guerriera Bradamante che, dentro il racconto, viveva e galoppava e soffriva per una passione frustrata. La felicità balenata nell'ultimo istante abolisce insieme la narrazione e la penitenza melanconica. Il racconto termina quando viene meno lo scarto tra l'attività della scrittura e la "vita reale", lo scarto tra il desiderio amoroso e l'oggetto d'amore. Suor Teodora quindi è la ura alla quale Calvino ha delegato la propria parte di scrittore ed è lui a immedesimarsi nelle disperazioni e nelle esultanze della suora. (Jean Starobinski)

BILANCIO CRITICO


Probabilmente per la vicinanza temporale, Calvino non è, o non è ancora diventato, un "caso", come per l'Ottocento è Verga o per il Novecento Svevo. Seguito con attenzione fin dai suoi esordi, lo scrittore sanremese ha visto crescere sotto i propri occhi una serie pressoché infinita di interventi sui testi che man mano andava componendo: elogi, dubbi, condanne permeano alternativamente recensioni occasionali o più meditate, dando luogo a grafici contraddittori in cui gli stessi scrittori che attaccavano alcune scelte poetiche, in una valutazione più generale finivano per giustificarle, inserendole in una visione del mondo più complessa.

Già l'uscita del Sentiero dei nidi di ragno suscita un immediato interesse nei critici: in particolare Cesare Pavese (in una recensione del 1947 poi raccolta nella Letteratura americana e altri saggi) individua i "maestri" del nuovo scrittore e indica nomi lontani dalla cultura del neorealismo trionfante all'epoca; dietro la "fiaba" di Pin si cela infatti un "sapore ariostesco", e ci sono i nomi dei grandi narratori ottocenteschi: gli inglesi Stevenson e Dickens, e poi Ippolito Nievo, l'autore delle Confessioni di un italiano.

L'acuta sensibilità di Pavese rivela già la strada sulla quale si muove Calvino, ma i successivi romanzi non sempre hanno trovato critici altrettanto pronti a coglierne i caratteri nuovi: Il visconte dimezzato, Il barone rampante, Il cavaliere inesistente suscitano infatti la perplessità dei critici più tradizionali, che condannano l'eccesso di progettualità della narrazione, e quella dei critici di impostazione marxista che cercano palesi o nascosti intenti politici, smentiti puntualmente dallo stesso scrittore.



E' invece Cesare Cases, in un importante intervento del 1958 (ora in Patrie lettere, 1974), Calvino e il "pathos" della distanza, a riprendere il motivo dell'influenza ariostesca grazie alla quale viene focalizzata la difficoltà del singolo individuo di porsi in rapporto armonico con la società che lo circonda.

Più che le prove di una narrativa realisticamente impegnata (dalla Speculazione edilizia alla Nuvola di smog alla Giornata di uno scrutatore), che alimentano nella critica l'idea di una doppiezza tra il registro fiabesco e quello realistico, sono i nuovi testi narrativi degli anni '60 ad attirare l'attenzione critica sull'opera di Calvino. Già a partire dalle Cosmicomiche si registrano giudizi molto diversi e a volte apertamente polemici. Le accuse più severe provengono dall'ambito della neoavanguardia: Renato Barilli, in particolare, parlando della Giornata di uno scrutatore e dei testi delle Cosmicomiche e di Ti con zero (in ine ora raccolte nella Barriera del naturalismo, 1964 e poi 1969, con aggiunte che riguardano proprio Calvino), indica i limiti della narrativa calviniana nell'incapacità di perseguire una strada davvero nuova. Anche a proposito di un testo sperimentale come Le cosmicomiche, Barilli scrive che solo la designazione del protagonista "è avveniristica", mentre il contenuto "appare molto più tradizionale". Insomma quello che la neoavanguardia non perdona a Calvino è la sua volontà, pur avendo individuato i mali incurabili di cui soffre la società etaria nel suo complesso, di opporre una resistenza giudicata velleitariamente "moralistica".

Anche la critica marxista esprime un giudizio negativo sulle scelte che Calvino intraprende con le Cosmicomiche e con Ti con zero, accusandolo di aver abbandonato una narrativa impegnata nei confronti della storia, a favore di una narrativa fondata sull'evasione.

A poco a poco tuttavia le riserve sulla doppiezza del registro stilistico ("il realismo a carica fiabesca e la fiaba a carica realistica" come diceva Vittorini), vengono assorbite in una lettura che, sbollite le polemiche ideologiche degli anni '60, preferisce porsi al di sopra delle parti.

Tra la fine degli anni '60 e i primi anni '80 infatti, incominciano ad essere pubblicate alcune monografie su Calvino, come quella di G. Pescio Bottini (1967) e di Giuseppe Bonura (1972), che mettono in evidenza la continuità di una produzione varia e articolata. Ne viene fuori il profilo di uno scrittore non tanto "politico", quanto piuttosto impegnato a far rivivere nella ina le tensioni ancestrali dell'umanità.

Nei primi anni '70 Claudio Calligaris, adottando nella sua monografia (Italo Calvino, 1973) lo strutturalismo di Lucienne Goldmann (che individua nelle strutture letterarie una visione ideologica), evidenzia nell'opera di Calvino la presenza di un costante interrogativo tra il soggetto, la natura e la storia.

Ha inizio così, pur tra alcuni dissensi, un periodo di generosi riconoscimenti per la complessità delle problematiche esistenziali e politiche affrontate nel corso di una lunga carriera.

Successivamente, anche in coincidenza di un minore interesse generale per le metodologie di stampo strutturalista, escono interessanti contributi che indagano nella narrativa di Calvino, mettendone in risalto una particolare attenzione agli elementi stilistici, come in un ampio saggio monografico di Sergio Pautasso (1980).

Siamo così alle ultime battute di un'analisi che in questi anni '80 colloca Calvino su uno dei piani più alti della produzione letteraria del Novecento.

Gli studi su Calvino conoscono un nuovo impulso tra gli anni '80 e gli anni '90, con la pubblicazione di molti saggi in rivista e l'organizzazione di numerosi convegni, sia di carattere generale, sia su argomenti specifici, per sancire, dopo la morte, la sua grandezza, o anche per segnalare attività finora trascurate dalla critica ma fondamentali per capire a fondo il suo ruolo in questa seconda parte del secolo ventesimo. Solo quando tutta la sua sterminata produzione di saggista, di critico, di giornalista sarà portata alla luce, e quando i suoi testi saranno indagati anche in rapporto a problemi che coinvolgono l'interesse di una comunità sempre più internazionale, quando cioè il prossimo millennio avrà selezionato i suoi temi, allora i tempi per un dibattito vero e proprio su Calvino saranno veramente maturi.

BIBLIOGRAFIA


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Cadioli - Di Alesio - Esposito - Vincenzi, La letteratura e i suoi classici, vol. 7, Archimede, Milano, 1997


Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, Mondadori, Milano, 1993


Calvino, Il visconte dimezzato, Mondadori, Milano, 1993


Calvino, Il barone rampante, Mondadori, Milano, 1993


Calvino, Il cavaliere inesistente, Mondadori, Milano, 1993


Calvino, I nostri antenati, Einaudi, Torino, 1960


Gavino Olivieri, Libro aperto, Principato, Milano, 1995


Guglielmino, Guida al novecento, Principato, Milano, 1971


Guglielmino - Grosser, Il sistema letterario, Principato, Milano, 1994


Minoia, Italo Calvino racconta l'Orlando furioso, Einaudi Scuola, Torino, 1990


Pescio Bottino, Calvino, La Nuova Italia, Firenze, 1973


Treré - Gallegati, Nuovi itinerari nella comunicazione letteraria, Bulgarini, Firenze, 1985


Salinari - Ricci, Storia della letteratura italiana. Il Novecento, Laterza, Bari, 1995

INDICE


Premessa  .1


La vita  .2


Calvino e il neorealismo .6


Ideologia  .8


Opere

Il sentiero dei nidi di ragno .11

I nostri antenati .15

Il visconte dimezzato .17

Il barone rampante .20

Il cavaliere inesistente .23


Bilancio critico  .27


Bibliografia   .30







da Il sentiero dei nidi di ragno, 1947, modulo I

da Il sentiero dei nidi di ragno, 1947, modulo II

da Il sentiero dei nidi di ragno, 1947, modulo VI

da Il sentiero dei nidi di ragno, 1947, modulo IX

dall'introduzione a I nostri antenati, 1960

dall'introduzione a I nostri antenati, 1960

da Il visconte dimezzato, 1952, modulo V

da Il visconte dimezzato, 1952, modulo VII

dalla lettera a C. Salinari, 7 agosto 1952

da Il barone rampante, 1957, modulo XX

da Il barone rampante, 1957, modulo XXIII

da Il barone rampante, 1957, modulo XIII

da Il cavaliere inesistente, 1959, modulo VI

da Il cavaliere inesistente, 1959, modulo IV

da Il cavaliere inesistente, 1959, modulo VIII

dall'introduzione a I nostri antenati, 1960


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