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La scrittura greca



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La scrittura greca

4.1 I primi documenti e il mondo egeo

Fino alla fine del secolo scorso e fino agli scavi di H. Schliemann , lo scopritore di Troia, il 'miracolo greco', la straordinaria fioritura in ogni possibile manifestazione dello spirito umano, “splendeva” – come si esprime Cardona – in “assoluto isolamento”. Infatti quel che si conosceva delle altre civiltà del mondo antico non era talmente cospicuo da mostrare “fili e raccordi” che “spiegassero passaggi di temi e invenzioni”; ora, mentre tutte le letterature hanno periodi iniziali “oscuri e faticosi”, la letteratura greca esordiva con “il fulgore di una supernova”, e cioè con i poemi omerici. Quello che Cardona ha definito un lento viaggio di avvicinamento attraverso le scoperte archeologiche, che andavano svelando nuovi luoghi, nuovi testi, nuovi miti, ha consentito di determinare i contorni dello “scenario” intorno ai Greci, e quindi i rapporti con la scienza mesopotamica e gli avvenimenti storici di cui i poemi omerici sono l'eco. Il confronto con la letteratura epica ancora vivente in altre regioni ha permesso di riconquistare, a partire dalle analisi di A.B. Lord e Milmam Parry, “l'ampio spazio dell'oralità poetica” che precede la fissazione della scrittura. Ma le cose si presentavano diversamente, secondo i nostri autori, quando si indagava intorno alla scrittura greca dove continuava a “rimanere il nulla”: che cosa c'era sul territorio greco prima delle più antiche manifestazioni dell'alfabeto? Gli scavi a Creta e nelle altre isole egee, sul continente, a Micene e Tirinto hanno lentamente portato alla luce, frammento su frammento, singoli documenti (ma in qualche caso interi archivi di palazzo) che hanno cominciato a colmare “l'immenso vuoto lasciato alla nostra immaginazione” . I documenti più antichi sono quelli di Creta e assumono varie forme, alcune delle quali non sono ancora del tutto trasparenti, e in alcuni casi decisamente enigmatiche.




4.1.1 Scritture dell'area egea

Per buona parte del II millennio sono state usate nel mondo egeo, a Creta e sulla Grecia continentale varie forme di scritture, che non sono tutte connesse tra loro. Creta cominciò ad essere abitata dal 6000 a.C., e verso il 2800 vi approdarono popolazioni provenienti dall'Anatolia nord-occidentale. La fondazione dei primi palazzi della civiltà minoica: di Cnosso, di Festo, di Kudonia, di Mallia risale al 2000 a.C. e qui sorgono i principali centri palatini della civiltà minoica, attorno ai quali si organizza una fiorente vita economica. I Minoici commerciavano attivamente e scambiavano materie prime preziose con l'Egitto e il Vicino Oriente antico, e questo facilitava l’apprendimento di tecniche prima sconosciute, come la lavorazione della pietra. Inoltre bisogna sottolineare il fatto che tutti i popoli con cui i Minoici avevano contatti commerciali già conoscevano forme di scrittura.

Le manifestazioni di forme di scrittura che ritroviamo a Creta sono numerose; già nei sigilli del Minoico antico III (2200 a.C.) sono usati elementi che, come fa notare Cardona, possiamo definire “forme grafiche” e che comunque vediamo riire, anche se “non sappiamo se con identico valore” quattrocento anni più tardi. Comunque, i diversi sistemi di scrittura si svilupparono con la fondazione dei primi palazzi, verso il 2000 a.C., e quando si assistette al “sorgere di specifiche esigenze funzionali”: queste forme di notazione dovrebbero infatti aver avuto origine – come possiamo leggere in Cardona – dalle necessità “contabili ed amministrative” legate alla gestione dei palazzi di Cnosso, Mallia e Festo. Gli storici, inoltre, suggeriscono che ciò sia avvenuto forse anche per influsso delle scritture orientali, anche se non è riscontrabile “nessun rapporto preciso di forme”.

La cosiddetta “scrittura geroglifica” è attestata da un insieme di circa trecento documenti, duecento sigilli in pietra, metallo, avorio, e poi cretule[3], tavolette e altri oggetti in pietra e in avorio; ma non ci sono elementi per leggerla. Contemporaneamente alla geroglifica era usata a Creta un'altra scrittura, la cosiddetta lineare A. Anche in questo caso gli storici si basano su quasi millecinquecento documenti che poggiano su grande varietà di supporti e materiali: tavolette, cretule, ceramica, pietra, metallo. Lo scopritore della civiltà minoica, sir Arthur Evans, pensava che il geroglifico fosse alla origine della lineare A, e questa a sua volta del terzo tipo di scrittura, la lineare B; ma, come rileva Cardona, la compresenza di geroglifica e lineare A negli stessi periodi e archivi e la corrispondenza di solo una dozzina di segni sui novanta circa che costituiscono i due inventari “fanno oggi escludere questa filiazione”. L’ipotesi che sembra più probabile agli interpreti è che quella geroglifica sia solo una scrittura specializzata, usata esclusivamente per i sigilli, i quali evidententemente avevano necessità di un testo diverso da quello di un documento di archivio .

Verso la fine del Medio Minoico II B i Primi Palazzi vengono distrutti da un violento terremoto e vengono poco tempo dopo ricostruiti; la fase rappresentata dai Secondi Palazzi è anche l'acme della prosperità cretese. Per quanto riguarda la scrittura, la lineare A si diffonde in tutta l'isola e giunge fino alla Grecia continentale, sicuramente a Sparta, mentre la geroglifica se. La lineare A è ancora oggi indecifrata; non si conosce la lingua, detta convenzionalmente 'minoico', e non è nemmeno da escludere che le lingue possano anzi essere due, una d'uso sacrale e una d'uso economico[5].

Più recente, ma comunque formatosi antecedentemente alle prime attestazioni, è il cosiddetto lineare B: esso è conosciuto attraverso iscrizioni su tavole d'argilla negli archivi di palazzo di Cnosso, e dunque prima del 1370, cioè della data di distruzione del palazzo, ma anche, e soprattutto sul continente greco a Pilo, Micene, Orcomeno, Tebe, Tirinto, Eleusi, da tavolette o anfore ritrovate (1200 ca).

I Micenei dell'Argolide avevano stretti rapporti economici con i Minoici forse fin dal XIX o XVIII sec. Da essi appresero un gran numero delle loro tecniche e raggiunsero un notevole livello tecnico ed economico. Nel XVI sec. le loro necessità amministrative divennero analoghe a quelle dei palazzi cretesi, ed anche la trasmissione della scrittura sembra seguire lo stesso corso, determinato dal flusso di contatti economici e culturali tra le due popolazioni. La lineare B, che è stata ormai completamente decifrata nel 1952, grazie soprattutto a Michael Ventris , si è rivelata un “adattamento formatosi sul continente greco verso il 1550, della lineare A per la notazione della varietà di greco parlata dagli Achei” . Ogni segno lineare ha un “valore sillabico” e naturalmente, data la struttura della lingua greca che esso deve inscrivere, richiede un “certo grado di adattamento”: in greco sono infatti possibili dittonghi e nessi di consonanti: un nome come Alektrúwon Etewokleweios deve essere notato così: a-re-ku-ru-wo e-te-wo-ke-re-we-yo . I testi micenei si sono rivelati documenti di ragioneria, inventari di persone in servizio, beni posseduti, registrazioni di beni in entrata e in uscita, di offerte ecc., tutto materiale che, come nota Cardona, si rivela “prezioso” per la ricostruzione della vita quotidiana e della struttura economica, ma non per quella degli eventi storici: “mancano del tutto i documenti relativi alla vita politica e alle relazioni con gli altri stati, e si pensa che essi potessero essere scritti su altri materiali, come papiro o pelli, più preziosi ma meno duraturi” .

Tutte queste forme cadono in desuetudine con la fine dei regni cretese e miceneo, e tra questi e la sa dell'alfabeto greco si apre “uno iato non ancora colmato da nessun nuovo elemento di transizione”[10].

4.2 L'origine dell'alfabeto greco

È ormai certo che l'alfabeto greco che noi conosciamo sia di origine fenicia. Gli elementi che giocano a favore di tale tesi sono diversi: la puntuale rispondenza nella forma, nel valore e nell'ordine dei segni; l'iniziale andamento sinistrorso della scrittura; gli stessi nomi semitici delle lettere (alpha, beta ecc.). Inoltre, in greco l'alfabeto è detto anche ta phoinikeia grámmata, ‘le lettere fenicie’. A queste prove dirette – secondo Cardona – se ne aggiunge una indiretta, e cioè che non è mai stata trovata finora scrittura greca alfabetica su tavolette d'argilla, materiale disponibile in Grecia e che di fatto era stato ampiamente usato per la scrittura micenea, ma che non era mai stato usato dai Fenici.

Quello che invece gli studiosi non sono riusciti a stabilire con altrettanta “certezza documentaria” è la data e la zona geografica in cui è avvenuta “l'adozione”. Sono state proposte tutte le date comprese tra i due estremi, 1500-l400 e 750 a.C. Tuttavia gli studiosi tendono ad eliminare sia le datazioni più alte che quelle più basse: le più alte perché allontanano l'adozione fin quasi all'età degli altri documenti micenei e cretesi, ma sembra assai poco probabile che siano sse del tutto le testimonianze di un sistema e si siano invece conservate in così grande numero quelle degli altri; le più basse sono ugualmente da scartare perché, secondo quanto afferma Cardona, “anche a voler ammettere che la scrittura sia stata adottata dai Greci quasi nello stesso periodo in cui noi la vediamo apparire per la prima volta, bisogna tener presente che le prime testimonianze appunto sono tutte entro l'VIII sec” . È datata al 735-725 l'oinokhoe del Dipulon, al 740-720 lo skúphos di Nestore trovato a Pitekhoussa, nell'isola di Ischia; Pitekhoussa fu fondata nel secondo quarto dell'VIII sec. da Greci della Calcide e di Eretria, che avranno portato con sé una scrittura evidentemente già usuale e consolidata nel loro paese . Il periodo più probabile è dunque quello tra il IX e VIII sec., poiché in questo periodo avvengono i più intensi scambi commerciali e culturali tra i Greci e i popoli stanziati nel Mediterraneo orientale: si pensi, ad esempio, al passaggio dallo stile geometrico a quello orientaleggiante nell'arte.



Per quanto riguarda la forma dei segni, Cardona afferma che potrebbe essere sufficiente cercare nella storia della scrittura fenicia il periodo in cui i segni mostrano il “massimo di rassomiglianza” con i primi segni greci, ma, egli aggiunge, evidentemente per spiegare il contatto non basta “un'intersezione di forme”. Perché un gruppo, che fino a quel momento è privo della scrittura e perciò ne adotta una da un altro gruppo, secondo il nostro autore, ci vorrà un “contatto prolungato, certo non episodico e superficiale come quello che può aversi tra gruppi che commerciano” . La spiegazione “più verosimile” del processo dunque è quella che “meno si adatta alla mitologia del miracolo greco”, e cioè che non ci sia stata affatto invenzione da parte dei Greci, ma che, addirittura siano stati i Fenici stessi, già “padroni della scrittura alfabetica”, e già “in possesso di quei particolari meccanismi che fanno sì che a una certa lingua si sposino dei simboli grafici” , a tentare l'applicazione anche al greco, che evidentemente avevano avuto occasione di apprendere anche perfettamente.

Comunque sia avvenuto il passaggio, un “luogo del contatto” deve esserci stato, e molti sono i luoghi che vengono proposti dagli studiosi: al-Minah, l'antica Poseideion, sulla costa fenicia; oppure l'isola di Cipro, dove i fenici avevano santuari e stazioni commerciali, e dove i Greci erano attirati dall'abbondanza di rame; altra possibilità ancora è l'isola di Creta.

I Greci non adottarono la scrittura fenicia per fini commerciali; i primissimi documenti di greco scritto in alfabeto greco sono infatti iscrizioni metriche. La principale caratteristica dell'alfabeto greco è quella di essere un alfabeto che segna consonanti e vocali alla stessa stregua, e non solo consonanti, come quello fenicio. Ci si è chiesti perché per il greco si sia sentita con “tanta precisione e immediatezza” la necessità di notare le vocali; una possibile risposta – dice Cardona – è che per i Greci la prima utilizzazione della scrittura avrebbe dovuto essere quella dei testi poetici, metrici (come di fatto appare dalle testimonianze), in cui “la presenza delle vocali è essenziale per la costituzione stessa del ritmo e del metro” .

La diffusione dell'alfabeto greco nella Grecia può essere vista attraverso le varie forme locali, encorie che esso ha assunto da una città all'altra; nell'età arcaica le scritture delle varie città hanno una loro peculiarità che le rende riconoscibili. Solo in seguito, tra il VII e il IV sec., una sola ed unica forma di alfabeto si espande su tutto il territorio greco eliminandone progressivamente tutte le altre, ed è la varietà ionica, quella adottata originariamente dai Greci delle coste dell'Asia Minore; ad Atene l'adozione dell'alfabeto ionico nei documenti ufficiali è sancita con un decreto del 403-2 a.C.



4.2.1 Uso della scrittura

Le testimonianze dirette, epigrafiche, e quelle indirette ci mostrano che all'uso della scrittura “accedeva un numero relativamente alto di persone, certo non soltanto una classe di scribi e di letterati di professione” ; c'erano naturalmente in Grecia, come ovunque, “specialisti della scrittura”, che avranno eseguito per esempio le dediche nelle offerte nei santuari o le iscrizioni ufficiali delle leggi cittadine, ma è interessante rilevare che troviamo fin dalla fine dell'VIII

sec. documenti diversi per provenienza e materiale che “parlano decisamente in favore della presenza di scriventi di diversa appartenenza sociale”[18]. Le testimonianze quindi parlano in favore di un


certo grado di “alfabetizzazione diffusa”[19], dal quale non erano escluse per esempio le donne. Di contro, è più difficile stabilire quando la società greca divenne una “società completamente letterata” nel senso che noi diamo al termine, una società cioè in cui “gli intellettuali si servivano della scrittura in tutte le fasi della produzione delle loro opere (stesura,correzione,lettura)” e di conseguenza venivano a conoscere il pensiero degli altri soltanto attraverso i libri, che potevano anche possedere essi stessi, e raccogliere in biblioteche. Gli studiosi pensano che questa trasformazione si sia completata soltanto negli ultimi decenni del V. sec. Ne danno testimonianza le opere platoniche, in cui la scrittura è ancora vista come un “qualcosa di nuovo che sta


prendendo piede” e contro i cui “pericoli” si deve ancora mettere in guardia. A questo proposito è altamente interessante il Fedro, in cui Platone critica l'eliminazione della parola viva del maestro, sostituita dal libro che non può rispondere alla domanda dell'allievo. La scrittura, insomma, come tutte le novità, spaventa e il filosofo teme che possa ridursi a un soccorso debole, poiché impedisce di concentrarsi sulla reminescenza, che aiuta l’anima a ricordare ciò che già aveva conosciuto nel Mondo delle Idee. Dice Platone:

“Questa (la scrittura) infatti produrrà dimenticanza nelle anime di coloro che l’avranno imparata, perché non fa esercitare memoria - I processi di memorizzazione dall’acquisizione al richiamo - Studi comparati" class="text">la memoria. Infatti facendo affidamento sulla scrittura, essi trarranno ricordi dall’esterno, da segni estranei, e non dall’interno, da se stessi.”[21]

Più avanti avremo di nuovo modo di incontrare questa difficoltà, poiché analizzeremo – attraverso l’opera di Ricoeur – i problemi legati al passaggio dal discorso orale a quello scritto.




4.2.2 Evoluzione della scrittura

Le forme più antiche di scrittura libraria sono quella dei frammenti orfici del papiro di Derveni , in Tessalonica, che risale al 330 a.C. circa. Questa scrittura è legata alle forme epigrafiche, mentre quella del papiro di Abusir, nel Medio Egitto, del IV sec. a.C., è in




maiuscola lapidaria. Ma la documentazione è scarsa fino al I sec. d.C. Come fa notare Cardona, nei primi due secoli della nostra èra la “scrittura greca è rappresentata soprattutto da una forma di maiuscola molto accurata e geometrica”[23]. Poiché gli esempi migliori sono costituiti dai principali codici di testi biblici, G. Cavallo ha introdotto la dizione di “maiuscola biblica greca”. Lo sviluppo di questa scrittura corrisponde a due importanti “mutamenti tecnici”, che sono rappresentati dal passaggio dal rotolo al codice e dalla sostituzione del papiro con la pergamena (III sec.). Ambedue le modificazioni della tecnica scrittoria sono “tali da avere riflessi sulla forma stessa della scrittura” . Le ultime forme di maiuscole sono la maiuscola ogivale e la rotonda liturgica.

Verso il II sec. a.C. la “greca documentaria” comincia a svilupparsi in senso corsivo e rimane autonoma fino al III d.C.; ma dal IV. d.C. per influenza del contatto con la scrittura dell'amministrazione romana, si può parlare di una “koiné grafica greco-romana per usi burocratici” .

Nel secolo successivo si ha la “corsiva bizantina”, nella varietà documentaria e in quella corrente; la caratteristica più saliente di queste corsive è data dalle legature tra le lettere, con nessi speciali per gruppi di lettere, e dalla divisione tra le parole. Solo nel IX comincia la produzione di libri in minuscola, con lettere arrotondate e legate; dalla



varietà elaborata in quel periodo derivano tutte le varietà moderne[26].



4.3 Diffusione della scrittura greca

Nel corso della sua storia la scrittura greca è stata adottata per notare un gran numero di lingue diverse.

La scrittura greca venne usata anche per notare l'illirico e per varie lingue dell'Italia antica come il messapico, la lingua degli Iapigi di Apulia e Calabria attorno al IV sec., testimoniata in iscrizioni, e il siculo. In epoca moderna è stato usato l'alfabeto greco per la varietà tosca dell'albanese, per il turco dei Greci di Caramania e per i testi dell'Italia meridionale in siciliano e calabrese.

La scrittura greca si diffuse anche a oriente, giunse fino in Battriana, dove la cultura di tipo ellenistico si incontrò con le culture buddiste; la più orientale iscrizione greca conosciuta è quella bilingue del re Asoka, in greco e in aramaico, datata al 158 a.C .




Archeologo tedesco (Neubukow, Mecleburgo,1822 – Napoli 1890), è considerato il fondatore dell’archeologia greca.

Giorgio Raimondo Cardona, Storia universale della scrittura, cit., . 183.

Nome generico dei boli di creta con impressioni a secco frequenti nei ritrovamenti archeologici vicinorientali; erano usati per sigillare contenitori e chiusure di locali.

Cfr. su questo argomento V. Carnielli, Il geroglifico cretese: un primo bilancio, Scuola Superiore di Lingue moderne per Interpreti e Traduttori, Trieste 1984.

Cfr. su questo argomento L. Godart, J.P. Olivier, Recueil des inscriptions en linéaire A (GORILA), I-V, Parigi 1976-l984.


Archeologo inglese (Wheathampstead, Hertfordshire, 1922 – Hatfield 1956).

Giorgio Raimondo Cardona, Storia universale della scrittura, cit., . 185.

Cfr. su questo argomento C. Consani, Per uno studio complessivo dei segni “fuori sistema” nella lineare B, «Annali del Seminario di Studi del Mondo Classico; Sezione Linguistica», vol. 6, Istituto Universitario Orientale, Napoli 1984, pp. 197-237.



Giorgio Raimondo Cardona, Storia universale della scrittura, cit., . 186.

Ibidem

Ibidem

Ibidem

Ibidem

Ibidem

Ibidem

Dal gr. enchorios ‘locale, del paese’, si dice di una varietà locale di scrittura soprattutto nell'ambito delle scritture della Grecia e dell'Italia antica.

Giorgio Raimondo Cardona, Storia universale della scrittura, cit., . 190.

Ibidem, . 191.

Cfr. su questo argomento E.A. Havelock, Cultura orale e civiltà della scrittura. Da Omero a Platone, a cura di B. Gentili, Laterza, Bari 1973.

Giorgio Raimondo Cardona, Storia universale della scrittura, cit., . 191.

Platone, Fedro, Mondadori, Milano 1998, . 123.

Il papiro di Derveni è stato trovato nel corredo di una tomba nel 1962 ed è stato pubblicato già varie volte in edizione provvisoria, cfr. da ultimo J.S. Rusten, Interim notes on the papyrus from Derveni, «Harvard Studies in Classical Philology», 89 (1985) pp 121-l40.

Giorgio Raimondo Cardona, Storia universale della scrittura, cit., . 191.

Ibidem

Ibidem

Cfr. su questo argomento E.M.Thompson, An introduction to Greek and Latin Paleography, Oxford University Press, Oxford 1912.

Giorgio Raimondo Cardona, Storia universale della scrittura, cit., . 195.







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