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Rita da Cascia



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Rita da Cascia

Avrebbe potuto essere una mediocre

o anche una pessima cristiana,

inasprita dalla sofferenza

e provocata alla ribellione.

Fu invece una santa (A. Trapè)

La tradizione assegna la nascita di Rita al 1381 e la morte al 1437.

Cascia era abbastanza decentrata rispetto ai grandi avvenimenti storici e alle grandi questioni ecclesiali, dislocata com’era ai confini del Regno pontificio e di quello di Napoli, retta come Repubblica con severi Statuti e politicamente divisa in fazioni di guelfi e ghibellini.




Sennonché possediamo un interessante libretto che circolava a Cascia in quei tempi, intitolato Regole per alcune anime devote. Era un manuale che doveva servire all’esame di coscienza per poter fare una buona confessione.

L’interesse sta nel fatto che veniamo così a conoscere quali erano i peccati più in voga in quel tempo: ciò di cui ci si confessava e a cui bisognava prestare attenzione.

Un modulo, ad esempio, tratta Della vanità delle donne e possiamo così sapere quali erano i problemi e i peccati delle ragazze coetanee di questa Rita, che invece coltivava il suo 'grandissimo desiderio di congiungersi strettamente con Dio'.

'Rifletti se ai imbiondito li capilli toi o facto le crespature sopra li occhi, o vero se li ai lavati con acqua artificiata o se sei stata al sole colli capilli super le spalle per farli più belli. Se ai portato in capo corone de perle o de tremolanti o francie de seta o ghirlande de fiori, o vellete de seta o de lino molto sutile, artificiate Se sei gita a la Messa, a la predica o ad altre perdonanze non tanto per amor di Dio né per devozione né in remissione delli toi peccati, quanto l’ai fatto per vagheggiare ed esser vagheggiata, ad ciò che se dica da altri: quella sì è una bella creatura. Se quando te dei vestire qualche cosa di nuovo ne ricevi in te grande consolatione e dilecto così che non solamente l’animo tuo elcercha questo sta occupato, ma ancora la nocte, e de le vestemente de l’anema pocho o niente n ai cura'.

Racconta il biografo: 'Stando una volta alla Santa Messa, questa nostra Beata Rita a Cascia, nella chiesa delle Reverende Madri di santa Maria Maddalena, le s’improntarono talmente nell’intelletto suo queste sante parole: ‘Ego sum Via Veritas et Vita’ (‘Io sono la Via la Verità e la Vita’), che le cominciò talmente a considerare, che da quell’hora incominciò ferventissimamente ad amare questo Giesù, ed a servirlo L’era giusto un dire che non poteva verità dire se non parlando con Lui, né poteva vivere se non con Lui, né poteva camminare se non con Lui, né insomma mai adoprare bene alcuno senza Lui Perciò abbracciò e strinse strettamente il suo dolce Giesù'.

Così dunque l’avventura spirituale di Rita cominciò proprio con un miracolo: il miracolo di una 'Parola' evangelica udita in tutta la sua profondità e ampiezza, a cui ella decise di dare carne, la propria carne. Infatti una 'Parola fatta carne' può essere veramente udita solo da un 'ascolto che si faccia ugualmente carne'. Ascolta davvero solo chi accetta di incarnare la parola nella propria esistenza.

Per questo l’agiografo commenta saggiamente sottolineando l’effetto di tale reciprocità: da un lato Rita 'tutto il suo cuore aveva dedicato a Giesù Christo' e dall’altro ella fu da Lui 'svisceratissimamente amata'.

Fu dunque una logica conseguenza che la fanciulla sentisse il desiderio di consacrarsi a Dio, restando in quel Monastero di claustrali in cui aveva udito quella decisiva e affascinante 'Parola'; ma il volere dei genitori era allora determinante anche secondo gli Statuti vigenti a Cascia, e la ragazza dovette accettare il marito che le venne assegnato.

Alcuni cronisti dicono che la diedero sposa a un giovane 'di costumi molto aspri', qualcuno lo descrive addirittura come 'huomo molto feroce'. Il documento della canonizzazione accetta questa seconda versione e si spinge, con un gioco di parole, ad affermare che le toccò in sorte 'un martirio più che un marito'.

Cascia a quel tempo era un 'paese pieno di parzialità e di vendette': guelfi contro ghibellini, sopraffazioni di nobili e borghesi contro plebei, liti e vendette tra famiglie, rivolte popolari, conflitti tra città e camne, risse tra fazioni, delitti politici. Il peggio era che ogni violenza si dilatava a macchia d’olio e a catena: l’odio covava per generazioni e si estendeva a vicini e congiunti, e il sangue chiedeva sangue: la vendetta poteva giungere anche dopo decenni.

Fu probabilmente nel 1401 che il marito di Rita, Paolo Mancini, fu ucciso in un agguato. Forse l’omicidio avvenne in concomitanza o in conseguenza della ribellione popolare scoppiata contro il Podestà, in quello stesso anno.

Rita era madre di due ragazzi, forse gemelli, di circa quattordici anni. L’angoscia per la morte dell’uomo amato, tanto che Rita era giunta a cambiargli il carattere e a renderlo dolce e affettuoso, si faceva ancora più grave al pensiero della faida di sangue che stava per scatenarsi. Nell’antica biografia si legge che Rita 'pregava Dio per l’homicida per obbedire al santo precetto di Dio e ricordandosi dell’esempio del suo Signore il quale stando in croce perdonò a’ crucifissori, anzi pregava ed esortava quanto poteva i suoi lioli a perdonare e a rimettere l’offesa per amor di Dio'.

Infatti quella morte e quella sventura non erano ancora il tormento maggiore: Rita conosceva la sua terra e la sua gente.

Sapeva che era iniziata una storia di sangue e di ritorsioni umanamente inarrestabile: se è già naturalmente difficile indurre i li al perdono, era quasi impossibile in un ambiente sociale che premeva per la vendetta e l’esigeva come riscatto.



Le famiglie legate per parentela all’ucciso (e sappiamo che i Mancini erano numerosi) guardavano a quei ragazzi, già abbastanza adulti: sangue chiedeva sangue e non ci si poteva sottrarre.

Essi erano ormai destinati alla violenza, a compierla prima e a patirla poi. Se non restavano a loro volta uccisi (prima o poi, nella

catena ininterrotta di rappresaglie), gli Statuti di Cascia prevedevano comunque la pena capitale per i vendicatori. Nel migliore dei casi essi dovevano fuggire dalla città e vivere come 'banditi' lontano dalla madre.

Così il cronista ci dice che Rita subito nascose la camicia insanguinata del marito quando fu ammazzato 'acciò che vedendola li li non si movessero alla vendetta' e 'si diede con meravigliosa charità ad addolcire gli animi loro e a disporgli non soltanto alla dimenticanza, ma al perdono del commesso misfatto'.

La tradizione si limita a raccontarci, forse anticipando gli avvenimenti, che Rita giunse a offrire a Dio la vita dei li, che se li riprendesse, prima che arrivassero a morire due volte: una per la mortale infezione dell’odio e della colpa, l’altra per la condanna sociale.

'Accettò la divina bontà l’holocausto che Rita le faceva delle viscere proprie, chiamando a sé in brevissimo tempo quei giovinetti'.

Rimasta sola, la sventurata madre pensò di affidare anche se stessa totalmente nelle mani di Dio e chiese di entrare nel monastero delle agostiniane.

Ma venne rifiutata. I tristi avvenimenti della sua vita continuavano a pesare: accogliere una 'vedova di sangue' nel monastero voleva dire coinvolgere nella faida anche quel luogo sacro e le sue ospiti, tutte inevitabilmente legate, per nascita e parentela, all’una o all’altra fazione in lotta. Rita comprese che quelle porte non si sarebbero aperte se non si fosse prima giunti a una pacificazione tra il parentado dell’uccisore e quello dell’ucciso. E lei stessa affrontò la fatica di tessere legami di perdono. Quanto odio e quanto rancore dovette accettare su di sé, quanto disprezzo e quanti rifiuti, prima che i cuori induriti si sciogliessero?

Fu un lungo, estenuante lavoro, e, nonostante questo, il risultato venne come un miracolo.

La tradizione, leggendo ingenuamente certi antichi dipinti, ha raccontato solo che le monache rifiutarono più volte di aprirle le porte del monastero, fin quando un giorno ella non riuscì ad entrare in clausura a porte chiuse, miracolosamente guidata e assistita da san Giovanni Battista, sant’Agostino e san Nicola da Tolentino, i patroni del luogo

E lì, in una piccola cella, Rita condusse una vita di penitenza e di preghiera. Il cronista è molto scarno ed essenziale, scrive: 'Perseverò per quarant’anni nel servire Dio con amore'.

Di lei si ricorda la semplice e gioiosa obbedienza:

'Volendo una volta la Reverenda Madre Abbadessa provare l’obbedienza della beata Rita, per longo spatio di tempo le fece annaffiare una secca pianta, che dentro il suo horticino si trovava, et ella volentiere e patientemente il faceva'.

Da allora il tralcio riprese a dare frutti abbondanti e ricercati.

Quasi tutto quello che sappiamo dell’esperienza spirituale di Rita e del suo cammino di santità, lo sappiamo da una testimonianza caratteristica, molto antica e molto sobria, quella della sua cassa funebre.

Le pitture e un’iscrizione poetica ci dicono quali siano i misteri cristiani che dominarono la sua esistenza.

Il poeta scrisse quindici versi, in dialetto casciano, senza molto curare né la bellezza né l’esattezza del verso, e tuttavia utilizzò immagini piene di forza, quasi imposte dall’evidenza.

Ecco dunque l’iscrizione metrica:

O beata con fermeça et virtude

quando alluminasti in nella croce

dove pene de te aviste acute

lassando la mundana e trista foce

per sanare toi inferme e scure piaghe

in quella paxion tanto feroce

che meritu sci grande adtribuisti

che a te sopra ongne domna fu donata

che una dele spine de Christo recepisti

non per mezzo mundano, non per mercede



ch’ella credexe aver altro tresoru

se non colui che tucta allui se diede

et non te parve ancor esser munda

che xv anni la spina patisti

per andar alla vita più jocunda.

L’immagine che risalta è quella di una donna forte ('fermeça et virtude') che dalla Croce di Cristo trasse la sua luce e il suo fuoco (il bellissimo verso: 'quando alluminasti in nella croce'), alla quale non furono risparmiate nel mondo le più atroci sofferenze, e le piaghe più scure e insanabili (ricordiamo la morte violenta del marito e il sacrificio dei li), e che niente considerò suo merito o guadagno se non ricevere una delle spine della corona di Cristo. Nessun altro tesoro ella volle ricevere se non Colui al quale interamente si consegnò ('che tucta allui se diede'). E solo quando, per quindici interi anni, ebbe sofferto il dolore di quella spina, solo allora si sentì abbastanza pura per ascendere alla vita beata del paradiso.

In ogni rafurazione Rita porta sempre in fronte il segno della sua mistica piaga.

Ascoltiamo il racconto del miracolo. Era un venerdì santo e Rita aveva ascoltato una commovente predica sulla passione del Signore Gesù:

'Ritornata che fu al monastero, si gettò immediatamente a’ piedi d’un Crocifisso, ivi orando, ivi meditando con ogn’affetto di cuore Lo pregava con abbondantissime lacrime, ed ardentissimi prieghi, ed accese parole, che dal suo infiammato cuore le uscivano, dimandò a Giesù Christo che le facesse grazia di sentire e provare nel corpo suo con dolore simile a quello che Giesù Christo haveva sentito per una delle spine della sua sacratissima corona e meritò d’esser esaudita, perché nel mezzo della sua fronte sentì non solamente il dolore di pungenti spine, ma ancora ve ne rimase una, la quale fece una ferita e si convertì in piaga, che le durò tutto il tempo di sua vita'.

Questo ci sorprende nei santi: che quanto più crescono nella fede, quanto più diventano 'spirituali' tanto più si avvicinano al mistero dell’incarnazione e della passione di Cristo e quanto più se ne lasciano afferrare tanto più si affezionano anche a quegli aspetti che noi saremmo tentati di superare come troppo legati al mondo dei sensi. È come se la fede e l’amore esigessero di pervadere tutto l’essere e l’affetto del cuore risalisse fino a documentarsi nella sensibilità.

Da tanti altri accenni disseminati nell’antica biografia sappiamo che la spina infitta nella fronte fu come l’evidenza esteriore di molti anni passati nella sopportazione buona e paziente di una malattia che la ridusse per alcuni anni inferma sul suo povero giaciglio, senza nemmeno la forza (e forse neppure la necessità) di nutrirsi, attorniata però dall’affetto e dalla venerazione delle monache e di tutto il popolo di Cascia.

Si diceva che ormai le bastasse solo l’Eucaristia.

Durante gli ultimi giorni di vita un altro episodio venne ad abbellire e impreziosire la sua leggenda.

'Quindi si compiacque Dio Nostro Signore di dare segni evidenti dell’amore ch’egli portava alla sua diletta sposa. Nel più aspro rigore dell’inverno, essendo ogni cosa ricoperta di neve, una buona parente fu a visitarla; nel partire le richiese se da casa sua voleva cosa alcuna. Rispose Rita che avrebbe desiderato una rosa e due fichi del suo orto. Sorrise la buona donna, credendo ch’ella delirasse per la violenza del male, e se n’andò. Giunta a casa ed entrata ad altro fine nell’orto, vide sulle spine spogliate d’ogni verdura e cariche di neve una bellissima rosa, e sulla pianta due fichi ben maturi; e ben rimasta attonita per la contrarietà della stagione e per la qualità di quel freddissimo clima, veduti il fiore e i frutti miracolosi li colse e a Rita li portò'.

E questo l’episodio che spiega la tradizione delle rose. Dovunque c’è una chiesa a lei dedicata, nel giorno della sua festa, il 22 maggio, è tutto un accorrere di devoti che vengono portando mazzi di rose che vengono benedette.

Nel processo del 1626 il pievano di Cascia depose: 'Quotidianamente quasi tutti gl’habitatori di questa terra vanno a raccomandarsi al corpo di questa beata Rita, dove ricevono grazie, ed ho inteso dire dalli Antichi che per il passato questo medesimo è stato fatto'.

Da allora un incredibile e costante flusso di pellegrini lega quel piccolo paese umbro al mondo intero. In Rita ricercano certo la 'santa degli impossibili', ma nel senso che può tutto colei che tanto ha conosciuto e tanto ha amato: i devoti cercano la ragazza desiderosa di Dio, la donna dal matrimonio difficile, la sposa privata violentemente dello sposo, la madre che non sa più cosa fare per salvare i propri li, la vedova capace di perdono e di bontà, la donna consacrata che sta accanto alla Croce per ricevere e distribuire quella grazia e quella salvezza.

Nella storia del nostro popolo Rita è la sorella minore di due grandi santi dell’Umbria: il grande patriarca san Benedetto da Norcia (situata a pochi chilometri da Cascia) e san Francesco d’Assisi. Ella, però, è, forse, la più amata dal popolo ed è lei che Leone XIII definì 'la perla preziosa dell’Umbria'.








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