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UMBERTO SABA

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Storia illuminata nelle duttili forme d'una poesia intesa come liberante apertura dell'io profondo verso l'"altro", il "diverso", in cui si accentra l'intera opera di Umberto Saba, poeta cordiale e schivo, tanto semplice, a volte, nel gusto della modulazione piana, appropriata alla più umile realtà da recepire, quanto complesso e inquietante negli strati germinali dell'ispirazione, negli stessi modi delle sue sofferenze e insofferenze, delle contraddizioni sempre risorgenti da un'anima ansiosa di dialogo, frustrata nella sua insopprimibile vocazione all'amore, all'amicizia, a rapporti di civile fraterna convivenza, sempre più respinto, quasi al limite della nevrosi nella sua solitudine dalle tragiche conseguenze dell'odio, della violenza, della "matta bestialità" degli uomini.

Inquadrare in un profilo storico della poesia del Novecento la produzione di Umberto Saba è alquanto difficile: sia perché si tratta di un'attività che copre quasi mezzo secolo, sia perché dalle correnti dominanti egli si mantenne sempre estraneo; Saba ci si presenta, quindi, come un poeta solitario e, nel contempo, coerente che tra il rutilare dei miti dannunziani o i clamori futuristi o la macerazione ermetica, continua a mantenere una rara fedeltà al suo mondo e al suo timbro. Non è il caso di seguire in modo minuto e analitico il susseguirsi delle sue varie raccolte di versi; converrà piuttosto cercare di definire le componenti di fondo della sua poesia che potremmo così sintetizzare: celebrazione del quotidiano; adozione di "parole senza storia", secondo una felice definizione del Debenedetti.



Non c'è aspetto della vita giornaliera nella sua realtà più dimessa sia nella infinita varietà delle cose, sia nella gamma degli affetti, che non trovi posto nella poesia di Saba: il mondo di tutti, di tutti gli uomini comuni e di tutti i giorni entra di pieno diritto così nella poesia del '900. Si può obiettare che con i crepuscolari questa scelta di una realtà dimessa ed usuale era già stata fatta ed, in effetti, il legame fra questi e il primo Saba fu messo in luce dai suoi primi critici, ma quel che conta è sottolineare la diversa angolazione da cui Saba muove per accostarsi ad una materia magari affine, la diversa luce che vi proietta. Gozzano, ad esempio, col suo distacco ironico, "prendeva le distanze" dalla materia umile e " le buone cose" venivano qualificate, subito dopo, "di pessimo gusto": la scelta di Saba è, invece, adesione sentimentale calda simpatia umana. Per dar voce a questo mondo di cose e di sentimenti, Saba ricerca la parola scegliendola non per il suo potenziale di risposte e sottili suggestioni, musicali come nel caso di D'Annunzio o analogiche, come negli ermetici, ma per la sua pregnanza semantica, cioè per la sua concretezza, per la sua capacità di oggettiva definizione della realtà da descrivere. Come ha notato il Debenedetti "qui si sa sempre come la cosa abbia suggerito il proprio termine; sono escluse le mediazioni della cultura: le quali, stabilendo tra parole e cose passaggi taciuti, fanno gravare sulle parole occulte forze e creano, dietro di esse, paesaggi segreti e sfondi mormoranti. In Saba invece la parola è quella domestica, la prima venuta: "parole senza storia". Da ciò un sapore di antico che distingue inconfondibilmente la poesia di Saba nel contesto contemporaneo: e "sapore di antico" non è da intendere come un giudizio negativo, ma vuole indicare questa capacità di abbandono al canto entro moduli fortemente legati alla tradizione, questa assenza di complicazioni intellettualistiche, di inibizioni, questa noncuranza della rarefatta purezza della parola che spesso lo porta ad adottare, assieme alle formule liriche vere e proprie, moduli narrativi e, spavaldamente quasi, il prosastico. D'altra parte in uno scritto famoso del 1911 che è una fondamentale professione di poetica, Saba chiedendosi "quello che resta da fare ai poeti" rispondeva: "la poesia onesta" e opponeva la "disonestà" di D'Annunzio alla "onestà" di Manzoni, la letteratura che serve a paludare i propri sentimenti alla poesia che è ricerca di verità, fedeltà a se stessi. Proprio perché concepita in questo modo, come lavoro di scavo, come verità umana prima che poetica, la produzione di Saba, col passare degli anni fa sempre più posto a temi che, se anche non del tutto assenti prima, ora incidono sempre più visibilmente: la tristezza, la malinconia o dolente consapevolezza del vivere, la meditazione sul declinare di giovinezze e di stagioni che diventa accorata saggezza della maturità: "Sul tardi/l'aria si affina ed i passi si fanno leggeri". Ma ecco che da tutto ciò deriva un altro motivo per cui Saba si distingue nel contemporaneo panorama di esistenzialistiche angosce: resta sempre in lui, anche con queste nuove e più accentuate componenti di malinconia o di tristezza, una totale accettazione della vita, una costante coesistenza della giovanile voce del sogno e dell'accorata voce dell'esperienza: resta sempre l'amore per la vita anche se ora è diventato il doloroso amore per la vita. Ed intanto anche i suoi mezzi espressivi si affinano: certo ingenuo abbandono ai ritmi tradizionali se, la lezione dell'ermetismo non viene del tutto ignorata, ma il poeta tende a dar luogo a più originali modulazioni, ad esiti poetici in cui il rapporto tra la parola e le cose acquista sempre più in genuinità, in grazia.

Su questa strada di ininterrotto scavo interiore il poeta, che ancora una volta ripeteva "Essere uomo fra gli umani/io non so più dolce cosa", doveva incontrarsi con l'esperienza storica, con la tristezza e la solitudine degli altri: "È bella la nostra solitudine. Ma pure/sento in essa echeggiar le altrui sventure/più grandi". E nei versi posteriori alla prima edizione del "Canzoniere", specie in "Preludio e fughe", trovano voce non solo la dimensione personale, questo interiore dialogo tra passato e presente, tra illusioni e consapevolezze, che fa di Saba un caso isolato tra tanta contemporanea poesia italiana, ma anche la dimensione collettiva e storica della tragedia di un popolo

E nella "Sesta fuga" Saba testimoniava coraggiosamente: "Amo sol chi in ceppi avvinto/nell'orror di una segreta/può aver l'anima più lieta/di chi a sangue lo percuote." E dei ceppi e del sangue il trionfante fascismo aveva fatto una realtà.

Questo legame tra storia privata e storia di un popolo, "il popolo in cui vivo, onde sono nato", continuerà ad essere ravvisabile nelle liriche di Saba, ma nella sua produzione immediatamente posteriore alla seconda guerra mondiale troverà spesso realizzazioni di esemplare compiutezza artistica. E Saba riuscirà ad evitare la retorica dei facili entusiasmi, limite di tanta produzione in prosa e in versi del clima resistenziale, proprio per questo suo doloroso amore della vita che è coesistenza di impegno e di malinconia, di abbandono all'illusione e di esperienza di deluso. Proprio in ciò consistono il suo fascino e la sua lezione, il suo "dare vita a chi sta ad ascoltare", secondo una felice definizione di Vittorio Sereni.  




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