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WALTER GROPIUS



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WALTER GROPIUS


Di fronte allo sviluppo industriale di Manchester, Karl Friedrick Scinkel lanciò un interrogativo: “Tutte le grandi epoche della storia hanno lasciato un’impronta nell’edilizia; perché mai non dovremmo forgiare uno stile idoneo alla nostra?” Da quel momento la Germania divenne l’epicentro continentale del dibattito architettonico, mettendosi alla testa della sperimentazione scientifico-tecnica e guidava l’Europa.

Gropius non aveva dunque bisogno di imporsi all’attenzione con fragorosi manifesti e assiomatiche dichiarazioni di principi.

Nel 1919, quando Gropius succede a van de Velde, il Bauhaus trasforma le scuole di didattica architettonica ampliandosi a Dessau.

La vicenda di Gropius non comincia però col Bauhaus. Allievo di Behrens, costruisce nel 1911, con Adolf Meyer, la fabbrica Fagus ad Alfeld an der Leine, mentre il padiglione del Werkbund all’esposizione di Colonia del ’14 rivela i pregi e le incertezze dell’animus gropiusano.



Il dopoguerra trascina Gropius nel turbine espressionista. Tuttavia l’attività espressionista di Gropius può ritenersi molto fugace. Nel 1922 il progetto per la “Chicago Tribune” assembla volumi in dissonanza, e il “teatro totale” del ’26 rappresenta una tappa culminante nell’indagine della polifunzionalità di una sala per spettacoli e sulla mobilità scenica.

Nel ’22 van Doesburg era giunto a Weimar per promulgare il verbo neoplastico e Gropius non potendo tollerare una simile invadenza, istigato dall’ala espressionista dei docenti, gli aveva precluso l’accesso alla Bauhaus; ma, come architetto, assimilò la lezione De Stijl almeno per metà. Scompose l’organismo del nuovo Bauhaus nel blocco cubico dei dormitori, nel corpo articolato delle classi, nel prisma vetrato dei laboratori; e attento a non riconnetterli con elementi assonanti. Giedion osserva che non riesce a cogliere l’insieme dell’edificio, neppure nel disegno imetrico, a meno di muovere l’occhio e girargli attorno.

Nello stesso modo sorgevano adiacenti alla Bauhaus le casette dei professori. Esse non obbediscono a leggi aprioristiche: i pilotis appaiono la dove sono necessari.

Una certa importanza ha avuto nella carriera di Walter Gropius il Bauhaus.

Largamente paralizzato dalle proprie idee almeno cinque anni prima che il nazismo ne decretasse la fine, ebbe risonanza internazionale, ma non seppe penetrare nell’apparato universitario tedesco. Ne incarnò tuttavia la cattiva coscienza, sviluppandosi non attraverso una precisa metodologia didattica, bensì di un approccio sperimentale aperto, ricettivo d’ogni contributo valido nell’ambito del design, dalla grafica al mobilio, dall’architettura alla fotografia, dal pezzo artigianale al prototipo industriale. Puntava anche sul lavoro di équipe, una collaborazione che “ sincronizzasse gli sforzi individuali, raggiungendo un potenziale superiore a quello della somma di un numero uguale d’individui isolati”.



L’emigrazione dovuta all’avvento nazista, per Gropius non comporta però un ripensamento delle sue idee, ma si ripara in Inghilterra dove realizza, insieme con Edwin Maxwell Fry, l’esemplare scuola d’Impington, poi invitato a presiedere la Graduate School of Design dell’università di Harvard, si trasferisce negli Stati Uniti. Qui, avvalendosi dell’apporto d’altri profughi, determina una svolta nella didattica architettonica, pur senza riprodurre un Bauhaus. Sul terreno professionale, si associa col suo discepolo Marcel Breuer e, più tardi, forma il gruppo Tac (The Architects collaborative) con sette ex-allievi di Harvard.

L’arco americano di Gropius può essere distinto in due fasi. La prima, dalle case lignee di Lincoln e Wayland al prisma ampliabile prefabbricato e al quartiere operaio di New Kensington, attesta una progressiva assimilazione delle tendenze locali. La seconda, caratterizzata dal team-work Tac, ha un ottimo esordio nelle corti interfluenti del Graduate Center di Harvard, ma cade spesso nell’eclettismo.

Gropius non conosce una durata smagliante ed esplosiva, come Le Corbusier; né un periodo di successo operativo, come Mies. Vede sorgere però a Berlino ovest la Gropiusstadt, omaggio offertogli dall’antica patria








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