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IL NEOCLASSICISMO

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IL NEOCLASSICISMO


La passione per l’antico diventa, nel secolo dei lumi, la cifra più significativa della società artistica europea. Il possedere pezzi antichi originali o riproduzioni di sculture classiche o ellenistiche fu una vera e propria febbre, infatti, il piacere per lo studio è uno degli ingredienti della modernità neoclassica. Assieme al rifiuto degli eccessi del Barocco e del Rococò, guardava all’arte dell’antichità classica, specie a quella della Grecia, intesa come periodo di Pericle, cioè il periodo di massimo splendore in Grecia.

Il termine fu coniato alla fine dell’ottocento, in tono dispregiativo, per indicare un’arte non originale, ma che tuttavia comunica il desiderio di ritorno all’antico.

In questo periodo si fecero sentire gli effetti degli scavi di percolano e di Pompei, che proponevano agli sguardi dei contemporanei architetture, affreschi, statue e arredi. Il movimento ebbe come sede Roma, fonte di ispirazione classica.

Un altro centro del movimento fu Villa Albani, una delle testimonianze più significative della passione antiquaria fiorita a Roma. La conformazione della villa è in adesione alla funzione espositiva, come ad esempio il giardino, in cui c’è una compenetrazione di rovine pittoresche, antiche statue e elementi naturali. Villa Albani è lo sfondo su cui si stagliano personaggi come:




Johann Joachim Winckelmann, che nella sua terra d’origine, aveva studiato teologia, medicina e matematica, per poi lavorare come bibliotecario, appassionandosi alla lettura dei classici. Nel 1755 pubblicò Pensieri sull’imitazione dell’arte greca nella pittura e nella scultura, in cui sono riassunti tutti i temi del pensiero neoclassico. Nello stesso anno continuava il suo lavoro di bibliotecario presso il cardinale Passionei, ma dal 1758 era già al servizio del cardinale Albani, uno dei maggiori collezionisti del tempo. Qui potò condurre a termine un’opera grandiosa, la Storia dell’arte nell’antichità. Per la prima volta l’arte antica veniva studiata sia dal punto di vista cronologico, vedendo la storia dell’arte come un processo organico diviso in quattro fasi,

Stile primitivo

Stile grandioso (Fidia)

Stile bello

Stile di imitazione


sia dal punto di vista estetico (inerente al valore formale, alla qualità). Tale secondo criterio influenzò negativamente gli sviluppi  dell’archeologia: quando Lord Elgin portò in Inghilterra i marmi del Partendone non si volle credere che fossero di Fidia, ma si reputarono di età romana; e quando furono riportati alla luce i frontoni del Tempio di Zeus a Olimpia, li si giudicò deludenti, tanto da definirli “arte secondaria”. C’è da dire però che Winckelmann non vide mai un originale greco, ma solo copie tardo-ellenistiche o romane.

Nei Pensieri sull’imitazione dell’arte greca, Winckelmann parte dal presupposto che il buon gusto aveva avuto origine in Grecia. La grandezza artistica era, perciò, propria dei greci, quindi: “per divenire grandi, l’unica via è l’imitazione degli antichi”. Imitare vuol dire ispirarsi ad un modello che si cerca di eguagliare, mentre copiare è un’azione limitativa, perché prevede la realizzazione di un’opera identica al modello.



Per la scultura egli consiglia l’Antinoo e l’Apollo del Belvedere. Nella prima, una copia marmorea da originale di scuola parassitelica, è riunita tutta l’intera natura. Nella statua di Apollo, invece, sono rappresentate le proporzioni di una bella divinità. Considerando il gruppo del Laocoonte, Winckelmann stabilisce il principio a cui si deve adeguare ogni opere neoclassica: “Nobile semplicità e quieta grandezza”.

Mai una scultura neoclassica dovrà mostrare passioni o il verificarsi di un evento tragico, ma sempre l’attimo successivo, perché l’animo è grande e nobile solo in stato d’armonia, di riposo.

Poiché ancora poco si sapeva della pittura greca, e ciò che si conosceva da Ercolano e Pompei era “non greco”, gli esempi per la pittura erano indicati in particolar modo in Raffaello, il più “classico” fra i rinascimentali.

Un altro teorico del neoclassicismo è Anton Raphael Mengs (1728 – 1779), che, avviato allo studio del disegno da giovane, conclude a Roma la sua formazione; importante è il rapporto di amicizia con Winckelmann. Nel 1762 pubblica i “Pensieri sulla bellezza”, in cui traccia l’ideale percorso dall’età aurea dell’Atene periclea, al nuovo classicismo. I grandi del passato sono modelli da imitare per raggiungere la bellezza, che non si trova perfetta in natura, ma l’artista può copiarla attraverso un processo di selezione critica, liberando la natura dalle varietà e accidentalità, combinando le parti più belle in modo da formare un tutto perfetto.


IL PARNASO

Viene abbandonata la prospettiva illusionistica barocca (che sfondava la volta attraendo lo spettatore in un cielo infinito) e si ritorna al processo raffaellesco.

Apollo, al centro, è come un bassorilievo, circondato dalle nove muse. L’insieme esalta la purezza linea che definisce le forme piuttosto che la potenzialità di seduzione del colore. (-_-)

Per Apollo ci sono riferimenti all’Apollo del Belvedere, mentre dei prototipi ercolanesi per le muse. Riprende il Parnaso di Raffaello.


Infine, tra i teorici neoclassicisti, troviamo Francesco Milizia (1725 – 1798), che nel 1761 conosce a Roma Winckelmann e Mengs. Nel 1781 scrive “Principi di architettura”.

In quest’opera riprende dal filone del razionalismo di metà settecento, e condanna gli eccessi del barocco, poiché per lui tutto in architettura deve avere una funzione e deve essere determinato da una necessità. L’architetto deve ricercare la bellezza, ma anche la comodità e la solidità. Auspica ad una architettura dotata di una certa maestà che si esprime in forme semplici, pure, geometriche.

Anche per lui l’antico è modello per il futuro: l’ideale estetico coincide con quello etico e politico.


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