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“La cartografia partecipativa come strumento nella ricerca etnografica” - Resoconto del lavoro svolto, Primo esempio: carta partecipativa dei Kuna, Se

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“La cartografia partecipativa come strumento nella ricerca etnografica”

sectiune partecipative e beni culturali/ ambiente


Resoconto del lavoro svolto

Nel contesto dell’insegnamento di antropologia culturale tenuto dalla prof.ssa Grasseni, abbiamo affrontato il tema della cartografia partecipativa grazie agli interventi della dott.ssa Brambilla esperta nel settore. Abbiamo appreso come questo metodo di ricerca sia molto utile nell’ambito etnografico in quanto strumento privilegiato per indagare le comunità poiché secondo l’approccio semiotico, oltre ad essere un prodotto sociale, lungi dal rappresentare un oggetto neutro, la carta partecipativa interviene attivamente nel processo comunicativo. Partendo da questa impostazione teorica e dalla consapevolezza che il tema “ambiente” ha costituito il filo conduttore dell’intero corso, ci è sembrato interessante approfondire la tematica della carta partecipativa come mezzo per gestire le risorse naturali e culturali di un territorio.

Dall’analisi dei siti Internet indicati dalla prof.ssa Brambilla (https://www.nativelands.org/Programs.html; https://www.greenmap.org/about/aindex.html; https://www.odi.org.uk/fpeg/publications/rdfn/17/e-i.html; https://oregonstate.edu/ henifink/) abbiamo infatti appurato come, scopo della maggior parte dei progetti, sia quello di promuovere la democrazia ambientale ed utilizzare i sistemi locali di conoscenza, per sviluppare pratiche di amministrazione sostenibile. Molti di queste iniziative inoltre, sono fondamentali per sviluppare una comprensione profonda dei reclami degli indigeni a terre, contribuendo a creare programmi di gestione delle risorse, compatibili con le norme e le pratiche locali di utilizzazione del territorio. Il potenziale di questi metodi sta soprattutto nella possibilità di ricavare informazioni circa abitudini e diritti dell’uso di terre da parte degli indigeni, in una forma che può essere riconosciuta dalle agenzie esterne comprese le autorità governative (vedi primo esempio). Tutto questo è possibile grazie all’utilizzazione delle tecnologie GIS (Sistema di Informazione Geografico), compatibili con la conoscenza locale.



Ci siamo soffermate in modo particolare sull’analisi di due progetti che verranno di seguito illustrati. Il primo riguarda una carta partecipativa sviluppata dal popolo Kuna mentre il secondo una mappa creata dai cittadini di S.Francisco. Abbiamo considerato questi e non altri, perché ritenuti maggiormente esemplificativi rispetto all’argomento in questione e più adatti ad essere confrontati tra di loro in quanto oltre a mostrare aspetti comuni, evidenziano anche spiccate differenze.

Questo lavoro di  approfondimento sul tema “cartografia partecipativa/ambiente” si è rivelato molto utile in quanto ci ha permesso di comprendere appieno gli assunti teorici precedentemente studiati. Ci ha consentito inoltre di cogliere la complessità di questo campo di studio così ricco di implicazioni ed imprevisti. Oltre a permetterci di capire l’importanza della carta per approfondire gli aspetti culturali, ci ha consentito di appurare la difficoltà di realizzare un progetto sul campo. In modo particolare il primo esempio ci insegna dal punto di vista pratico come i progetti di cartografia partecipativa siano difficili da portare a termine per ragioni diverse, ma soprattutto per motivi economici.

Uno dei maggiori limiti  rappresentati da questo lavoro sta però nel fatto di avere avuto a disposizione solamente materiale in lingua inglese e snola poiché, ci è stato spiegato, non esiste una bibliografia sul tema, in italiano.

Primo esempio: carta partecipativa dei Kuna

Introduzione

I Kuna sono una popolazione che vive in un territorio di circa 3.200 kmq, situato tra lo stato di Panama e la Colombia. I loro antenati vennero espulsi dai conquistatori snoli da un territorio che si trova attualmente nel nord della Colombia e si rifugiarono nelle isole dell'arcipelago di San Blas a Panama. Attualmente i Kuna abitano circa 50 di queste isole, oltre che la città di Panama e la regione di Uraba in Colombia.

La mappa partecipativa del territorio Kuna riempie il paesaggio con una ricchezza di informazioni culturali sulle regioni forestali e marine dell’ecosistema. Il processo di documentare le terre dove vivono secondo il loro punto di vista, dando ad esse il potere di trasmettere le proprie conoscenze, ha permesso ai popoli di dare valore aggiunto ai territori.

Inizialmente le mappe Kuna erano di dubbia qualità in quanto costruite sulla base di una fotografia aerea del 1960 e ciò non permise che questo luogo fosse riconosciuto come un “vero territorio”. Infatti solo i maggiori fiumi erano presenti e la maggior parte dei nomi riportati era in uno strano miscuglio di snolo e Kuna, solo pochi di questi erano riportati con il nome corretto.

Successivamente è nata una nuova iniziativa per creare una mappa, che rifletta la realtà vista attraverso gli occhi dei Kuna. Fu un’esperienza che coinvolse il Congresso Generale Kuna (che è l’autorità massima del popolo), l’Istituto Geografico e il Centro per i Nativi del Territorio.

Il progetto è diverso dalla maggior parte delle tradizionali cartografie: il team, che è formato da 30 ricercatori dei villaggi, un coordinatore del campo, un tecnico cartografico e due staff amministrativi, era interamente composto da Kuna, tranne un cartografo, impiegato dell’Istituto Geografico. Arrivarono persone da 51 villaggi  per collaborare con il team e raccolsero un gran quantitativo di materiale per la mappa, basandosi sulle conoscenze collettive.

Queste informazioni furono usate insieme alla prima mappa, foto aeree e altre risorse cartografiche disponibili. Il risultato fu, a detta del direttore dell’Istituto ,Denis Fuentes, una mappa accurata e dettagliata dell’area rurale di Panama. Naturalmente ci furono molti imprevisti, molti dovuti al contesto specifico in cui il progetto venne realizzato, altri di diversa natura. Comunque la mappa di Comarca venne creata a loro modo e per  i loro scopi, combattendo contro le difficoltà e il risultato fu speciale.

La storia dei Kuna

Inizialmente l’area occupata dai Kuna era  molto più vasta ma con l’arrivo degli snoli nel XVI secolo i popoli vennero decimati e costretti a un relativo isolamento sulle coste. Essi riuscirono comunque a ricostruire la loro civiltà e il loro modo di vivere. In seguito ebbero molte difficoltà a causa di invasioni di soldati snoli e pirati; anche i missionari cattolici cercarono di “modernizzare” queste popolazioni e molti Kuna morirono martiri. Nel XVIII secolo francesi e scozzesi cercarono di stabilire lì le proprie colonie senza successo; nel XIX secolo i Kuna divennero cittadini degli Stati Uniti Colombiani. Nel 1903 lo stato di Panama ruppe i rapporti con la Colombia dichiarando la sua autonomia; intanto il popolo Kuna riuscì in queste trasformazioni a mantenere l’indipendenza: non furono né conquistati né soggiogati.

Nel suo primo anno di vita la repubblica di Panama cercò di creare una propria identità nazionale cercando di cancellare le “barbarie”: i Kuna resistettero e nel 1925 gli venne riconosciuto il controllo delle terre di Comarca che divenne uno stato semi-autonomo.

Nei secoli i Kuna hanno cercato di preservare i loro territori e le risorse naturali dagli invasori esterni ma il popolo stesso ha messo a serio rischio l’ecosistema distruggendo le foreste di mangrovie, inquinando, sfruttando la pesca e facendo quasi estinguere alcuna specie animali. Ciò fu causato dal contatto con le altre società.

In seguito l’emigrazione, il declino della produzione, il cambiamento dei modi di produzione portarono alla distruzione dell’organizzazione sociale del popolo Kuna. Anche l’apertura delle scuole contribuì alla perdita dei valori tradizionali inoltre, recentemente, il traffico di droga ha preso piede anche tra i popoli di queste terre.

L’idea di creare una mappa di Comarca

Il Congresso Kuna ha sottolineato la crescita della complessità della vita a Comarca per cui trovare delle soluzioni alla miriade di disguidi, è un compito difficoltoso inoltre la creazione di mappe, in altri territori, ha portato alla risoluzione di controversie.

Il primo problema è dato da un tratto di terra nella parte occidentale di Comarca che è stato usato da secoli dai Kuna, anche se fuori dai confini legali. I possessori non- indiani di ranch di allevamenti di bestiame e alcuni fattori hanno cercato di infiltrarsi in quest’area; un gruppo di ricchi investitori ha tentato, senza successo, di costruire alberghi per turisti sul confine di Comarca. Per documentare la loro rivendicazione, quindi per annettere questo territorio, una mappa rappresentava lo strumento migliore per essere aiutati a tal fine. I Kuna volevano usare la mappa per definire con chiarezza le aree dove l’ecosistema era stato degradato e distrutto e usarle allo scopo di risanarle e conservarle, così come ampliare il programma di educazione ecologica. Le mappe vogliono inoltre aiutare a ricordare la storia e la cultura Kuna e diventare parte delle materie scolastiche. In fine creare una propria mappa, era un modo per incorporare alcune comunità indipendenti, specialmente quelle del confine colombiano orientale.

Pianificazione del progetto

Essendoci problemi quali elevate distanze, mezzi di trasporto incerti e comunicazioni intermittenti, per rendere il progetto gestibile, il team ha deciso di dividerlo in due fasi. La prima coinvolge 32 comunità nella parte occidentale di Comarca, mentre la seconda fase include le restanti 19 della parte orientale.

Ogni fase si doveva protendere per un periodo di circa tre mesi. Il primo laboratorio doveva portare il team e i leader delle comunità a decidere l’argomento della mappa e fornire un orientamento al progetto. Successivamente i ricercatori dovevano tornare alle loro comunità e lavorare con le conoscenze del villaggio costruendo una bozza della mappa mostrandone le caratteristiche fisiche, naturali e artificiali e le terre che circondano la comunità. Dopo un mese al campo, i ricercatori dovevano tornare per un secondo laboratorio nel quale dovevano assistere il team cartografico per interpretare le informazioni e segnarle in una mappa di base. Durante questo processo, i cartografi e i ricercatori correggevano insieme le informazioni pregresse aiutati dalle conoscenze pervenute dal campo, dalle mappe governative, dalle foto aeree e da ogni altra risorsa cartografica che poterono ottenere. Il risultato del lavoro fu una mappa di base ancora più accurata, riccamente predisposta con le conoscenze locali degli indigeni.



Nel laboratorio finale i ricercatori dovevano completare la mappa, che era ancora una bozza, e ciò fu possibile con una stesura e stampa finale grazie all’unità cartografica dell’Istituto Geografico.

Realizzazione del progetto

La prima difficoltà incontrata dai Kuna riguardava i fondi: la linfa del progetto.

Nel maggio del 2000 il congresso Kuna contattò la Cooperazione Internazionale (AECI) e la Fondazione Inter- Americana (IAF) per ottenere un supporto finanziario. Il supporto della IAF, fu un altro problema. Nonostante un acceso interesse per il progetto l’atteggiamento della fondazione era ambiguo.

Già nel 2001 il panorama politico nel quale il mondo Kuna era immerso si trasformò e vennero stabilite nuove normative. In una rivisitazione interna dei propositi fu notato che alcune industrie minerarie estere stavano cercando di ottenere concessioni nel territorio Kuna.

Prima che il progetto venisse approvato, esso subì una investigazione lenta e difficile da parte degli enti che dovevano supportarlo. In particolare la IAF pose molte domande circa l’utilità di una carta creata dalla popolazione, il suo uso nelle scuole e nelle agenzie governative che già ne possedevano una. Da qui sorsero molti problemi burocratici ed economici tra i quali quello della IAF che non volle finanziare il progetto.

I ricercatori decisero di portarlo avanti lo stesso e nel maggio 2001, senza l’approvazione della IAF i Kuna pianificarono il primo laboratorio per la l’inizio di giugno in Gaigorgirdup, un’isola sul confine occidentale di Comarca.

Fu un grande sollievo ma i Kuna non erano in grado di reperire il materiale necessario per il laboratorio, nonché pochi villaggi erano adeguatamente informati su quanto stava succedendo.

Il team decise quali elementi includere nella mappa; per loro erano importanti fiumi, ruscelli, paludi, colline, montagne, sentieri, e cimiteri sulla terraferma e banchi di coralli, foreste di mangrovie in ambito marino. Selezionarono le terre usando delle categorie che includevano l’agricoltura, la caccia, la pesca e la raccolta; distinsero i terreni usati per l’agricoltura con quelli usati per le piantagioni di cocco; selezionarono infine le paludi dove crescevano i weruk, delle palme le cui foglie secche vengono usate per costruire i tetti delle case.

Ci furono molte discussioni sulla questione se includere o meno i luoghi sacri. Ce ne sono di due tipi: galumar, che sono gli spiriti che dominano le terre, sono guardiani degli animali selvatici e fanno in modo di ripristinarne la popolazione quando il loro numero è in declino; e biryagan, spiriti che vorticano nell’oceano, nei fiumi e nelle paludi e sono la causa delle malattie. Nessuno aveva riserve sul fatto di inserirli nelle mappe ma essendo spiriti e invisibili, nessuno poteva vederli usando una mappa come guida. Il team era ambiguo rispetto a questo argomento anche per altre ragioni. Nonostante fosse fondamentale per il progetto documentare la storia e la cultura Kuna, i leader avevano anche piccoli interessi a perseguire il problema poichè il loro scopo era il paesaggio fisico e lo schema di sussistenza, e ciò si rifletté nel titolo finale della mappa: Comarca Kuna Yala: mappa del territorio e delle risorse naturali.

A metà luglio i ricercatori si ritrovarono tutti a Panama per il secondo laboratorio.

Grazie alle foto aeree, le immagini satellitari e correzioni dei luoghi crearono una nuova mappa. Le aree in mare aperto furono riempite con le barriere coralline, le isole vennero ridisegnate nelle loro giuste posizioni e gli venne dato il loro nome: Kuna.

In un secondo momento i ricercatori si recarono nei vari villaggi a mostrare la mappa ai residenti per farsi aiutare a nominare le varie località. Questo lavoro fu più difficile di quanto si pensasse perché i nomi dei fiumi e dei villaggi furono cambiati nel tempo: molte comunità diedero nomi snoli a molti luoghi dopo il XX secolo, anche se spesso erano usati insieme ai nomi Kuna.

Il risultato di questo lavoro di circa quattro anni ha portato all’elaborazione di cinque mappe del territorio Kuna che sono state formalizzate con le tecnologie avanzate dei cartografi. Queste sectiune dopo essere state presentate al Congresso Generale Kuna, sono state diffuse tra le nuove generazioni nelle scuole dei villaggi, come materiale aggiuntivo per rafforzare la storia e la cultura locale. Questa iniziativa si è dimostrata positiva nonostante le varie problematiche sopraggiunte nel corso della realizzazione. Il risultato è stato ottimale, inoltre la creazione delle mappe ha permesso di far lavorare insieme le 51 comunità di Comarca aggiungendo così valore al progetto. 








Secondo esempio: carta partecipativa di S.Francisco

GMS (Green Map System) è una organizzazione globale no- profit, nata nel 1995, che si avvale del contributo di progetti localmente gestiti e successivamente diffusi via Web. Progetti che nascono dall’iniziativa individuale di gruppi di volontari, che decidono di cooperare al fine di redigere mappe verdi dei loro luoghi di residenza, (regioni, città, camne ecc.), con l’idea di dar vita ad una connessione tra società, natura e costruzione ambientale, al fine di diffondere una cultura eco-sostenibile. L’ipotesi di base è quella che lavorare insieme attraverso la visione che ciascuno di noi possiede della vita sostenibile, è una buona modalità per indirizzarsi verso una vita comunitaria migliore. GMS vuole promuovere e connettere risorse ambientali e culturali avvalendosi dell’utilizzo dell’antica arte della mappa, creata, però, con i nuovi strumenti multimediali. Ognuna di queste mappe illustra una prospettiva alternativa che indirizza i residenti verso scelte di vita più intelligenti e i turisti verso iniziative ambientali di successo, che possono riproporre poi, ciascuno nei propri luoghi di provenienza. A questo scopo, quindi al fine di creare un modello globale uniforme e identificabile, è stato ideato un sistema di icone utili a rappresentare le diverse tipologie di “luoghi verdi” (dal riciclaggio alle zone ad energia solare, dalle strutture per biciclette ai mezzi di trasporto alternativi) e risorse culturali.

Per comprendere meglio i processi di creazione di queste mappe peculiari e gli scopi che queste si pregono, abbiamo analizzato con particolare attenzione la mappa verde di S.Francisco.

I cittadini di S.Francisco sono impegnati in una moltitudine di progetti per incrementare la sostenibilità ambientale, dai mezzi di trasporto pubblici alternativi, alla raccolta di batteria scariche, all’utilizzo di pannelli ad energia solare sulle abitazioni. Nonostante questa città sia una zona calda di iniziative ambientali, è molto difficile trovare un unico luogo per venire a conoscenza di questi progetti diversi; la creazione di una mappa verde di S.Francisco rappresenta il tentativo di raccogliere i numerosi progetti, iniziative, istituzioni ambientali, in un’unica risorsa informativa. La mappa verde del centro civico di S.Francisco che è stata ultimata nel 2001, frutto del lavoro di un gruppo di residenti, localizza centri per informazioni ambientali, piste per biciclette e parcheggi sicuri per bici, luoghi di riciclo e riutilizzo, parchi e altre aree verdi, nonché zone ad interesse culturale. Questo dimostra l'importante contributo che i cittadini possono dare in termini di analisi, valorizzazione e salvaguardia del territorio.

































































































































































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