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Antropologia

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Dall’etimologia greca si deduce che il significato del termine antropologia (αντροπος + λογος ) è “discorso sull’uomo” o che comunque riguarda l’uomo. Un tempo nell’antropologia rientravano molte scienze; con l’avvento delle specializzazioni questo fenomeno si è ridotto, cioè sempre meno discipline rientrano nel campo dell’antropologia, che in ogni caso resta una sorta di baluardo contro le specializzazioni. Esse costituiscono la fine delle discipline perché consentono di contestualizzare meno. L’antropologia ha avuto nel tempo varie definizioni, oggi si usa “storia naturale dell’uomo”; l’uomo rimane il punto fermo, non lo si può eliminare. Questa definizione introduce immediatamente due parametri, ovvero spazio e tempo; l’antropologia ha cercato di chiudere in categorie l’intera umanità. Questo fenomeno della categorizzazione è tipico delle discipline che si occupano di capire l’umanità. Ciò però riduce e semplifica l’oggetto in questione, è di fatto un processo riduttivo e distorcente la realtà poiché noi occidentali siamo abituati alla categorizzazione degli opposti. Ovvero comprendiamo un concetto solo concependo un suo opposto. E’ una peculiarità della nostra cultura, infatti altre culture non ragionano in questa ottica, prevedendo delle “categorie intermedie”. Solo noi occidentali abbiamo categorizzato gli “altri”, a partire dal IV° secolo a.C, tramite l’uso di quattro termini: 



razza (1300-l900)

etnia

popolazioni umane

genotipi


Con il termine razze si era soliti designare le popolazioni in base alle caratteristiche morfologiche, cioè apparenti, che tutti possono vedere (colore della pelle, costituzione fisica, forma del naso, forma del capello, forma dell’occhio, forma della testa). E’ una distinzione ridicola se non offensiva; in più ci si accorse che nella maggioranza dei casi esistevano più variabili all’interno delle stesse categorie (intra-gruppali) che tra le diverse categorie (inter-gruppali). Con il 1950 questo termine è stato abolito, almeno in ambito antropologico. Si arriva alla parola “etnia”, allontanandoci dalla morfologia e avvicinandoci al comportamento e al modo di vestire, mangiare, costruire, . ; ma gli individui non rientrano in queste categorie, per cui anche la parola etnia sta per essere abbandonata. Oggi il termine che accomuna un po’ tutti è “popolazioni umane” perché non dà quella sensazione di chiusura in griglia, cioè di classificazione. In questi ultimi anni si è affacciato un nuovo termine: genotipo (tipo genetico). In pratica è un ritorno della razza sotto altre spoglie! Una prima definizione di genotipo la si ha nel 1900 (inizi) con uno studioso che definì i gruppi sanguigni. Da qualche anno però si registra una deriva della genetica abbastanza preoccupante. Altre culture non hanno mai usato termini per classificare gli altri, forse perché lo facciamo solo noi. Per quanto riguarda invece la descrizione dei fenomeni umani si usano due termini: natura e cultura. La cultura come la intendiamo noi oggi nasce nel 1800, per volere di alcuni studiosi che lo decisero a tavolino. Stesso discorso vale per la natura nel 1700. E noi oggi viviamo i fenomeni umani in base a questo dualismo.




Abbiamo già accennato ai cosiddetti “secular trends” ovvero gli andamenti secolari, presi in considerazione nel nostro caso per l’altezza media degli individui. Abbiamo osservato un andamento piuttosto irregolare, con continui alti e bassi. Gli studiosi hanno cercato di spiegare questo fenomeno in vari modi, osservando che i decrementi si sono manifestati in periodi bellici, di carestia, di sfruttamento minorile. Anche il fattore sanitario ebbe la sua importanza. Oggi si sa che, specie in età infantile, si contraggono delle malattie, per lo più infettive, che fanno arrestare la crescita staturale finchè non scompaiono. Tali malattie fanno la loro comparsa accomnate da febbri alte e impiegherebbero due-tre settimane per scomparire. Ovviamente l’intervento tempestivo del medico permette di portare questi tempi a 4-5 giorni. Certo è che questo può avvenire da noi, in Occidente, mentre per circa 3 miliardi di persone è una cosa infattibile. Anche in Italia la situazione era molto grave fino a una-due generazioni fa. Ovviamente oggi, prima arriva il medico e prima si inizia la terapia, il che permette di riprendere in tempi brevi l’accrescimento strutturale. Dove questa serie di passaggi impiega molto più tempo oppure è del tutto assente, e le malattie si protraggono per mesi, è evidente che poi il recupero non è così immediato. Gli studiosi hanno identificato inoltre nelle ossa delle linee, dette “di Harris”; tali linee permettono, dopo aver esaminato alcuni loro parametri (distanza tra l’una e l’altra, colore, . ), di conoscere gli episodi febbrili dell’individuo, perché hanno comportato un arresto dell’accrescimento, arresto a cui queste linee si riferiscono. A grandi linee è un po’ quello che si fa con i cerchi concentrici delle piante. Un fattore importante in tutto questo è costituito dalla luce elettrica; essa influisce sull’accrescimento e la sua importanza in merito era già stata sperimentata da alcuni zootecnici sui cosiddetti “polli da batteria”. Questi polli, illuminati 24 h al giorno, cibati in abbondanza ed accuditi, dimezzarono i tempi di crescita, aumentando inoltre il peso e l’altezza. Questo accadeva 20 anni prima che si fosse intuito che la stessa cosa valeva anche per l’uomo. La luce infatti entra dalla pupilla, stimola la retina da cui parte uno stimolo in collaborazione con alcune ghiandole quali epifisi e ipofisi, le quali stimolano la secrezione di due ormoni, il FICTH e il CH, entrambi ormoni dello sviluppo. Tornando a quanto detto in merito alle stature medie, facendo un’analisi di esse divise per regioni (dalla più alta alla più bassa), ci si accorge che si è di fronte al processo di elettrificazione dell’Italia. Ovvero i risultati vedrebbero in testa le regioni Nord-Occidentali per poi passare ad una via di mezza rappresentata dalle regioni del Centro e per chiudere con la Basilicata e le isole. Infatti ci sono regioni che fino a 60 anni fa non avevano una copertura elettrica completa su tutto il proprio territorio. Per cui tale fenomeno influenza la biologia dell’individuo. Nel periodo 1200-l300, ai tempi di Federico II (che fu un grande imperatore, ma anche studioso) si cercò di capire quale fosse il ceppo linguistico ancestrale. Il quesito se lo pose direttamente Federico II, da grande conoscitore di lingue quale era (ne sapeva circa sette-otto). Voleva dunque scoprire il ceppo linguistico ancestrale dell’umanità, un compito arduo e di difficile risoluzione perché non c’è possibilità di interazione con nessuno che sia vissuto talmente a lungo da poter offrire la propria testimonianza. Federico II decise allora di fare il seguente esperimento: prendere molti neonati appena partoriti (tra quelli che venivano abbandonati, dato che il fenomeno era molto frequente) e metterli in stanze ben pulite, arredate, areate e illuminate. Insomma trattarli come dei piccoli imperatori, ovviamente cibati in abbondanza, curati ed assistiti. L’unica condizione era che nessuno avrebbe dovuto proferire loro parola, in maniera che non subissero alcun condizionamento esterno (“imprinting linguistico”). Federico II ovviamente pensava che prima o poi avrebbero dovuto cominciare a comunicare, a scambiarsi delle opinioni, magari prima a gesti, poi a versi, per arrivare finalmente ad una forma orale codificata, che avrebbe rappresentato l’oggetto del suo esperimento cioè il ceppo linguistico ancestrale. Dalle testimonianze dei biografi del tempo, sappiamo che la maggior parte dei neonati morì entro i 2 anni di vita (però c’è da considerare anche il fatto che la mortalità infantile era molto alta a quei tempi) forse a causa dell’esperimento o forse no. I pochi sopravvissuti dopo 3-4 anni risultarono essere nani. Le osservazioni terminano qui, ma nel 1950 uno studioso americano riprese questi studi integrandoli con una tragica esperienza personale: appena arrivato in Europa fu catturato ed internato in un campo di concentramento. Ebbe modo di osservare i bambini, nel loro modo di comportarsi e di crescere, li misurò e li pesò. Ne dedusse uno sviluppo lento. Tornato negli Usa portò a termine i suoi studi ma non senza essere tornato in Europa a visionare quei bambini da lui studiati: voleva notarne la crescita, ma erano tutti nani. Trovò dunque qualche analogia con l’esperimento di Federico II e cercò di spiegare che tipo di nanismo avesse di fronte. Perché due forme erano già note: una portava ad un’ossificazione precoce degli arti inferiori, per cui le gambe risultavano essere più piccole mentre il busto era quello di una persona normale, mentre la seconda, detta ipofisaria, portava ad un soggetto piccolo in cui però il rapporto tra arti inferiori e tronco era armonioso, ed è dovuta essenzialmente ad un deficit ormonale. Lo studioso americano capì allora che nel caso di Federico II si trattava di nanismo ipofisario, così come quello osservato da lui nei campi di concentramento. Portò definitivamente a termine i suoi studi e definì questa forma di nanismo “per deprivazione affettiva” (o di Gardner). Per cui una mancanza d’affetto provoca una forma di nanismo. Osservò come bambini sottoposti a stress fisico e/o psichico subivano arresti di crescita. Anche il sonno ha la sua importanza nella crescita: esso è suddivisibile in 4 fasi circa e sono vissute da tutti gli individui. La terza fase è la più importante e viene detta anche “REM”. Un soggetto in fase evolutiva, arrivato inconsciamente alla terza fase del sonno, conosce un aumento della secrezione di ormoni FICTH e CH. Se il soggetto è stressato, stanco, ha subito violenze, . , tale 3° fase sparisce. Questo comporta la non-secrezione dei due ormoni sopra citati e quindi uno sviluppo minore. Questo è ciò che è successo ai bambini di Federico II, che erano sì trattati benissimo ma non ricevevano alcuna comunicazione dall’esterno, specialmente quella affettiva. Oggi invece, si osserva un incremento staturale ma si presenta un fenomeno piuttosto strano. Come detto la media staturale aumenta ma nei paesi industrializzati si registra un decremento. Quindi in questi anni siamo in una fase di decremento. Ovviamente la media non è destinata a crescere all’infinito ed inoltre qualcuno comincia ad affermare che sia stato raggiunto ormai il nostro limite biologico che, come d’altronde tutti gli esseri, possediamo. (vedi disegno su appunti). I genetisti se ne sono occupati, hanno cercato di capire quanto c’entri in questo il fattore ereditario. Un certo Galton nel 1850 fece la seguente osservazione: “ Da genitori più alti della media nascono li più alti della media ma più bassi dei genitori. Da genitori più bassi della media nascono li più alti dei genitori ma più bassi della media”. Osserva dunque una diminuzione della variabilità staturale. Ammesso infatti che vi sia un gene che fissi ad un 1,80 m il limite di un individuo, non deve venire a mancare un solo parametro esterno (e vedremo che sono tanti) per raggiungere tale limite, altrimenti non lo si raggiunge. Ma siccome il verificarsi di tutti i fattori è alquanto improbabile, tale limite non lo raggiungeremo mai. Per cui bisogna ricercare nei paesi industrializzati dei fattori ambientali che condizionano la biologia degli individui. Quali possono essere questi fattori in paesi che dispongono di tutto? La statura non abbiamo visto come sia indice di benessere? Evidentemente tutto ciò è stato raggiunto con troppo stress e fatica, che si ripercuotono sui ragazzi in età evolutiva. E’ quindi difficile da spiegare questo fenomeno. Mancano elementi sociali, affettivi, i bambini sono sottoposti a stress. C’è poca comunicazione emotiva.




Oggi introduciamo il concetto di normalità, che tanto è comune fra noi occidentali. La normalità diventa successivamente “norma” e ciò che è norma diventa a sua volta “normativo”, cioè giuridicamente legale. Chi non rientra nella normalità può essere dunque perseguito. Se poi questa normalità viene valutata su parametri non oggettivi, il triplice passaggio che abbiamo osservato diventa pericoloso. Vediamo dunque cosa viene considerato “normale” e come sia facile criticare tale concetto. Facciamo ricorso alla curva di Gauss:

La curva di Gauss si compone di un “m” che rappresenta il valore medio (quello cosiddetto normale o che funge da punto di riferimento, anche Vm) e di un “σ” che invece rappresenta la deviazione standard. Facciamo alcuni calcoli, prendendo in considerazione la Curva di Gauss relativamente alla popolazione mondiale:


Vm = 68 %, Vm = 97%, Vm


La curva di Gauss si crea molto facilmente e arriva ad ottenere delle medie. Dopo aver trovato il Vm, tramite ulteriori calcoli si arriva a determinare il “σ”, cioè quel parametro che esprime, a seconda del suo valore, l’omogeneità o disomogeneità del campione analizzato. Convenzionalmente il valore medio si ottiene facendo Vm , poiché si sa che circa il 97 % della popolazione vi è compresa. La critica però è presto fatta: la curva di Gauss ha infatti un difetto. Se si prende in considerazione un solo fattore essa può andare bene, ma in molti studi (nella maggior parte) non interessa un solo fattore ma più fattori. Si cerca di sapere se una persona è “normale” in base a 10, 100, 1000 fattori messi insieme. Inoltre i fattori possono essere fra di loro correlati o non correlati, anche se la maggior parte dei fattori morfologici, antropici, psicologi, . non è correlata, per cui ognuno va secondo la propria strada. Prendendo in considerazione tre fattori insieme, la popolazione “normale” si riduce al 38 %, prendendone quattro del 23 %, prendendone venti dello 0,005 %. Quindi dove risiede la normalità?? Da questo si deduce che la curva di Gauss va bene quando si prende in considerazione un solo fattore, ma ovviamente un antropologo, un sociologo o un medico hanno bisogno di analizzare una moltitudine di fattori. Passiamo ora ad analizzare la storia del pensiero evoluzionistico: le difficoltà furono molte e soprattutto nelle classificazioni, nelle quali il soggetto rappresenta anche l’oggetto. Se per gli animali ovviamente non si è mai registrata un’opposizione, per l’uomo non si può dire la stessa cosa: anzi è praticamente impossibile fornire una classificazione che metta tutti d’accordo. Nel 1750, uno studioso svizzero, Ardl, tentò una classificazione dell’uomo, secondo cui l’uomo bianco derivava direttamente da Dio, i gialli venivano da Est e il loro capostipite era un Imperatore e i neri derivavano dai batteri (quindi dagli unicellulari). Aldilà dell’ovvia stupidità e infondatezza di tale classificazione, altre proposte poco credibili in merito alle classificazioni umane sono proseguite per almeno altri due secoli. Il ‘700 era stato il secolo delle nuove scienze (naturali). La Chiesa pose però subito i suoi paletti. Essa affermava che l’uomo era comparso sulla Terra verso la fine di ottobre del 4004 a.C. in base a calcoli astrusi; più avanti, soprattutto i naturalisti, osarono affermare che la Terra per formarsi e permettere la vita anche dell’uomo avrebbe necessitato di più dei 4000 anni a cui si rifacevano gli ecclesiastici, per cui si ipotizzò una data vicino ai 100 milioni di anni fa. La verità in questo campo è molto relativa, oggi ad esempio si è arrivati ai 5-l0 miliardi di anni fa. Per quanto riguarda la vita sulla Terra essa dovrebbe essere intorno a 1-2 miliardi di anni fa. L’uomo è l’ultimo arrivato sotto tutti i punti di vista. Andando avanti sempre nel ‘700, troviamo C.Linneo: egli ha classificato l’80 % delle specie viventi terrestri (piante, animali, organismi). Anche lui si pose il problema di quando comparse la vita sulla Terra. Dopo di lui arrivarono Lamarc e Darwin che cominciano ad accorgersi che le specie non sono state create “fisse” (tipico carattere dell’800). Lamarc si rifà all’ambiente che può modificare i caratteri mentre Darwin si rifà alla selezione naturale (1869 “Origine delle specie”); entrambi buttarono giù il “fissismo” provando che gli organismi si modificavano. Furono loro ad affermare per primi che in un magma inorganico si sarebbero organizzate delle particelle e in seguito, in modo del tutto casuale, sarebbe scattata la vita. Si parte da un organismo unicellulare per arrivare ai pesci, poi agli animali terrestri fino all’uomo. Quindi c’è una continuità. Entrambi erano evoluzionisti. Oggi questa teoria è accettata, ma nella metà dell’800, in pieno fissismo rappresentò un duro colpo. L’unicellulare a cui entrambi fanno riferimento dovrebbe essere nato quasi sicuramente in mare, poiché lì vi è l’ambiente più sicuro. Il mare è costante, uniforme, non ci sono scontri meccanici, la temperatura è costante, la luminosità pura: l’acqua dunque rappresenta l’ambiente ideale per originare una forma fragile che deve consolidarsi. Si pensi alle altre forme di vita che si sviluppano in medesime condizioni (l’uomo). Se fin qui tutte le teorie convergono e sono d’accordo, da questo punto in poi si giunge ad un bivio: il problema è rappresentato dai passaggi, ovvero si è arrivati all’uomo tramite un disegno ben definito in cui sono stati superati tutti i passaggi (teoria della continuità) oppure ci si è arrivati casualmente con salti da un passaggio all’altro (teoria della discontinuità) ?. Oggi la più accettata è la seconda. Un tempo invece si cercava sempre “l’anello di congiunzione” tra una specie e l’altra. Ai nostri giorni questo può far sorridere soprattutto alla luce degli studi di Darwin e della selezione da lui mostrata. Un tempo però si cercava e allora tra la scimmia e l’uomo dove tale anello? Fra un essere che non è più scimmia ma non ancora uomo . avrebbero risposto, ma è evidente che la risposta non sta in piedi. Con una teoria discontinua questo problema non sussisteva più, ma se ne presenta un altro: come si è passati da un organismo unicellulare ad uno pluricellulare e così via? Tramite mutazioni dicono i seguaci di questa teoria. Mutazioni che possono essere a livello di singola molecola (gene) o di più molecole (cromosomi) o anche di grossi pezzi di genoma. Una modificazione del primo caso spiega salti che comportano una diversa varietà (come dal bassotto si passa al doberman), una del secondo caso comporta un salto improvviso e a livello superiore cioè più visibile (nel caso dell’uomo si ha il caso della trisomia 21 quindi sindrome di Dawn). Il nostro più vicino antenato, lo scimpanzé ha 48 cromosomi e si ritiene che all’improvviso sia nata una generazione di 46 cromosomi. Nell’ultimo caso, quello di grossi pezzi di genoma l’impatto in termini di risultato è violentissimo. Oggi gli studiosi sono quasi tutti d’accordo su un’evoluzione a salti, ma un quesito delicato è rappresentato da: come e perché sono avvenuti questi salti? E anche qui si assiste ad una divisione tra gli studiosi. Da una parte i creazionisti, dall’altra gli evoluzionisti. I primi sostengono che questo salto è finalistico per arrivare all’Homo, per gli evoluzionisti invece ogni salto avviene casualmente. Non ci sarebbe la finalità di arrivare all’uomo; quindi da una parte tutto sembra essere finalistico (e finalizzato) mentre dall’altra tutto casuale. Le tappe fondamentali nello sviluppo dell’uomo sono materia di studio della paleoantropologia e per trovare i nostri antenati si deve andare indietro di circa 4 milioni di anni (ma non c’è certezza, oggi sembra così). Considerando forme bipedi, che hanno acquisito una postura stabile e non provvisoria, emergono 4 milioni di anni fa appunto. L’acquisizione della postura eretta ha trasformato il soggetto perché si è avuta una vera e propria rivoluzione. I primi esseri, gli australopitechi, possiamo studiarli in base a piccoli reperti che ci sono giunti. Possiamo stabilire che il peso e l’altezza erano inferiori rispetto a noi, ma non sappiamo se fossero pelosi o meno o altri dettagli di questo tipo. La fortuna di poter disporre di un cranio intero offre moltissime soluzioni e risposte a problemi di questo tipo. Solo l’acquisizione della postura eretta ha permesso la migrazione degli occhi sulla stesso piano e non più di lato. Ciò ha permesso dunque la visione stereoscopica e quindi la prospettiva. Anche le dimensioni craniche sono aumentate da circa mezzo litro a 1 litro, per arrivare a circa 1,5 litri del nostro cervello. Purtroppo ciò ha coinciso con la presunzione che cranio grande = più intelligenza, anche fino a tempi non remoti. Invece non è così: la media di oggi è intorno ai 1480 cm³ e più se ne ha e peggio è perché è una patologia. Infatti dimensioni del cranio ed intelligenza non hanno punti in comune, sono indipendenti.




Da quando le civiltà si sono trasformate da nomadi a sedentarie, da quando si è cominciato a dividere le comunità in classi e ceti, da lì in poi è stata la cultura a fare la differenza nei rapporti: ecco allora che la selezione è diventata da naturale a culturale. La selezione naturale colpiva a caso, quello culturale è normatizzata. Quindi è meno democratica rispetto alla prima. Darwin forse questo non lo aveva pensato. Solo mezzo secolo dopo di lui nascerà la genetica, grazie ad un monaco, un certo Mendel. Con la genetica nasce il Neo-Darwinismo, cioè la spiegazione dei concetti di Darwin tramite la genetica. Ultimamente è stata rivolta qualche critica alla genetica e soprattutto a chi la pratica, perché a sentir loro sembra essere tutto spiegabile e giustificabile ma ciò ovviamente è impossibile. Stanno per ciò nascendo nuove posizioni Neo-Lamarchiane che mettono in risalto l’importanza dell’ambiente rispetto a quella del gene e della genetica. Cerchiamo di stabilire una differenza fra filogenesi e ontogenesi. La prima spiega la storia del “filum” partendo dagli unicellulari fino ad arrivare all’uomo. L’ontogenesi spiega invece lo sviluppo individuale dalla fecondazione alla morte. La filogenesi rappresenta la parabola delle specie viventi, l’ontogenesi solo quelle dell’uomo. Un certo Eckel disse che l’ontogenesi rimodula la filogenesi e questo in base ad un’osservazione molto soggettiva. Partiva dal presupposto che la vita fosse iniziata con una cellula nell’oceano e che via via tale cellula avesse acquistato particolari caratteristiche che le avrebbe permesso di abbandonare l’acqua e conquistare l’ambiente terreno e/o sub-aereo, fino ad arrivare all’uomo. Stessa cosa secondo Eckel avviene nell’ontogenesi: una cellula al momento della fecondazione come sopravvive? Come respira? Con le branchie che inizialmente sono tre. E poi, altra cosa importante, prima di acquistare la postura eretta, un bambino sta su 4 “zampe”: per cui l’ontogenesi rappresenta la rivisitazione della filogenesi.




Analizziamo l’invecchiamento: perché si invecchia? Non è facile trovare una risposta, specialmente a livello individuale, ma si sa che è soddisfacente a livello di specie. Se ciò non avvenisse ci sarebbe molta più competizione tra gli individui che finirebbe necessariamente con il soccombere in seguito a violenze fra di loro. Questo fenomeno non solo è stato osservato in via sperimentale ma anche nella realtà con le popolazioni di alcune isole. In pratica si potrebbe arrivare fino all’estinzione della specie se non fosse presente il processo di invecchiamento. Altra domanda che viene spontaneo porsi è: ma quando si invecchia? Quando arrivano i primi segnali dell’invecchiamento? Molto interessante a tal proposito è ciò che dicono i libri di gerontologia, che trattano l’invecchiamento normale, a differenza della geriatria che studia le patologie dell’invecchiamento. La gerontologia produce i suoi primi volumi alla fine dell’800: si può notare come vari autori attribuiscano diverse età all’inizio dell’invecchiamento. Nell’800 esso è fissato intorno ai 65 anni, poco dopo si sposta a 60 anni. Fra la prima e la seconda guerra mondiale intorno ai 50 anni, nel 1950 già tocca la soglia dei 40. Verso gli anni ’80 si parla di 25 anni, mentre negli anni ’90 si scende ulteriormente intorno ai 18-20 (termine fase di accrescimento). Oggi si è scesi ancora arrivando ad affermare che i primi segni dell’invecchiamento si hanno a partire dalla 3-4° settimana di vita intra-uterina. Quindi ancora prima di nascere. Vediamo nel dettaglio in base a cosa ogni autore attribuì il proprio valore e come si è arrivati a quest’ultimo che desta non poche perplessità. Nell’800, e sarà così fino agli anni ’90, si guardava all’invecchiamento di un apparato particolare: il primo ad essere osservato fu l’apparato cerebrale (65 anni) poi quello riproduttivo (55 anni) e via via uno dopo l’altro l’apparato scheletrico (40 anni) e quello muscolare (25 anni). Per quanto riguarda l’ultimo dato, quello della 3-4° settimana, seppur il più strano esso appare il più corretto: questo perché in questo periodo di vita, le cellule, che fino ad ora sono tutte identiche tra loro, si sistemano su 3 strati (vedi disegno) tanto da formare tre “foglietti embrionali”. A questo punto accade un fatto misterioso ma fondamentale: dalle cellule che costituiscono il foglietto interno si dipartono delle linee cellulari che si specializzano (fino ad ora erano tutte uguali, senza particolarità) in cellule dell’epidermide e cellule del sistema nervoso (neuroni). Assistiamo ad un processo detto “processo di specializzazione improvviso”. Dal foglio intermedio si dipartono linee cellulari che formeranno le ossa, il pancreas e il fegato, mentre dalle cellule del foglio più esterno si formeranno le viscere ed altri organi interni. In poche parole, nel periodo della 3-4° settimana di vita intra-uterina, assistiamo al processo di specializzazione della cellula che fino a quel momento non ha particolarità e soprattutto è ancora eterna; specializzandosi la cellula firma la propria “condanna a morte”, in un periodo che può essere piò o meno lungo. Per questo i gerontologi che sostengono questa tesi particolare forse non hanno poi tutti i torti. Soffermiamoci ora su due termini usati per lo più in malafede dagli esperti del settore: ovvero la durata media di vita e la speranza media di vita. Ovvero DmV e SmV; la maggior parte degli studiosi utilizza tali termini a seconda del proprio tornaconto ma indicano due dati completamente diversi. La DmV rappresenta una sorta di “fotografia” di una popolazione; ad esempio poniamo il caso che si voglia sapere la DmV dei genovesi nel 2000-2004. Si va presso gli archivi comunali e si guardano tutti i certificati di decesso del periodo 2000-04: ipotizziamo siano 50000, si guarda l’età e si fa la media; il numero che si otterrà, diviso per 50000, darà la DmV. Per quanto riguarda invece la SmV essa è tutt’altra cosa: è in pratica un’estrapolazione statistica. Si considerano 25-30 parametri (quelli oggi utilizzati) del tipo seguente: capacità economiche della famiglia di appartenenza (ricche, buone, discrete, sufficienti, . ). A seconda della risposta viene attribuito un coefficiente: si parte dal presupposto che migliore è la condizione in cui un soggetto nasce e maggiori saranno le cure, attenzioni, alimenti, . . Si considerano inoltre parametri quali la vicinanza da ospedali e farmacie, e la specializzazione di tali ospedali: ovviamente anche tali parametri attribuiscono un coefficiente. Tutti i coefficienti contribuiscono a formare un valore finale che è appunto la SmV. Quindi i due valori, DmV e SmV, sono completamente diversi ed hanno anche una valenza differente. Unico carattere comune è l’essere entrambi indicatori di invecchiamento. Guardiamo il caso della Liguria:




SmV donne = ± 83 anni

SmV uomini = ± 78 anni

DmV (2000-04) = 47.5 anni


Per cui le differenze non sono di poco conto, anzi. Oggi purtroppo si gioca su questi termini, un po’ per ignoranza e un po’ per tornaconto. La SmV ha la caratteristica di non essere influenzata dalle morti perché si calcola in base a parametri. La DmV invece è influenzata da esse che, a seconda dell’età del defunto, alzeranno o abbasseranno il valore. Negli anni scorsi il C.N.R. di Napoli ha svolto un lavoro di studio su tutte le regioni italiane dividendoli per zone (litoranee, rurali, montane) e per grandezza (città e piccoli centri), e ne ha calcolato sia la DmV che la SmV. Ne emerse che le situazioni più favorevoli erano al Nord Italia e nelle grandi metropoli, dove la SmV era più alta: seguivano i grandi agglomerati e le grandi città del Sud. All’ultimo posto stavano i paesini isolati del Sud-Italia che presentano la minor speranza di vita. Ma come detto poco fa, essi studiarono anche la DmV e il risultato fu esattamente l’inverso di quello verificato per SmV: ovvero ai primi posti vi erano i paesini del Sud mentre all’ultimissimo posto le grandi metropoli del Nord Italia. Quindi da ciò si deduce che spesso questi due dati, SmV e DmV, se considerati per lo stesso luogo possono dare anche informazioni molto distanti tra loro, ma questo è normale in virtù del fatto che esprimono due valori differenti. Piuttosto bisognerebbe riflettere su tali dati e sulle contraddizioni sociali che da essi emergono (basti pensare alla Liguria, di cui sopra). Il fenomeno di una DmV molto più corta rispetto alla SmV è un fatto normale ormai nei paesi industrializzati; osserviamo le curve di sopravvivenza (vedi appunti) dei paesi altamente industrializzati e successivamente quella dei paesi in via di sviluppo. Il crollo, come si può vedere chiaramente dal disegno, si ha nei 16-21 anni, falcidiati dagli incidenti stradali. Se guardiamo invece ai paesi del 3° mondo, la fase cruciale è rappresentata dalla peri-natale, ovvero quella subito successiva alla nascita: la mortalità peri-natale in alcuni paesi infatti raggiunge punte del 15 %, con una media generale del 10 %, mentre da noi è dello 0,02 %). Per cui il crollo è nella mortalità infantile dove la selezione naturale continua a farla da padrona, ma chi arriva a superare tale soglia sembra poi essere più resistente. Per cui i due grafici non discostano poi di molto. Ci avviciniamo così a studiare la longevità e soprattutto gli ultra centenari: chi sono? Che caratteristiche hanno? Da dove “escono”? Dalle metropoli o dai paesini? Sono li di ricchi o poveri? La risposta ad alcune di queste domande è la seguente: vengono per lo più da ambienti poveri, lontani dai grandi centri urbani. Lo studio sui longevi è nato con la volontà di scoprire le loro caratteristiche; oggi si calcola che al mondo mediamente vi sono tra gli 8 e i 10 ultra centenari ogni 100000 abitanti (8-l0 u.c./100.000 ab.). A Genova dovrebbero esservene circa 50. Ma nel mondo questo dato non è omogeneo. Le prime osservazioni in merito ad una elevata presenza di ultra centenari in comunità giunsero dalla regione Caucasica (1800-2000 m); partì dunque un’equipe e fece i suoi studi calcolando che questa popolazione aveva valori più elevati rispetto alla media, poiché si assestava sui 12-l3 u.c./100.000 ab.; venti anni dopo (negli anni ’70) arrivarono nuove segnalazioni da una regione posta tra Ecuador e Colombia. Partirono altre equipe, qui l’altitudine era di circa 2500 m e il valore di ultra centenari di 15-l6/100.000 ab. Vennero elaborate le prime ipotesi, tra cui che l’altitudine influenzasse la durata della vita. Non trovò tutti d’accordo questa tesi, tanto che altri focalizzarono la propria attenzione sullo stile di vita. Passano pochi anni ed un’altra segnalazione, questa davvero incredibile, arriva dall’Italia, da Limone sul Garda: lì si trasferù in blocco il C.N.R. di Milano insieme ad altri 8-9 centri di ricerca mondiali. Qui l’altitudine non c’entra, forse le condizioni di vita sì: il luogo è fuori dai grandi centri abitati e vi è turismo. Venne addotta una nuova considerazione: questa popolazione aveva un buon stile di vita e presentava una proteina in più, che fu chiamata L, dal nome del limone, l’agrume così frequente in quella zona. Quindi comincia ad entrare il fattore alimentare. Siamo agli inizi degli anni ’80. Fu studiato anche che i longevi mangiavano meno rispetto agli altri, per cui arrivarono le prime critiche al fabbisogno quotidiano stimato in 2500-3000 Kcal, mentre queste persone ne consumavano si e no 900. Qualcuno cominciò dunque a domandarsi da dove provenissero tali tabelle, chi le avesse preparate e in base a cosa. Fu un giovane ricercatore che si rivolse a vari enti a livello mondiale che lo spedirono negli Usa dove scoprì che tali analisi erano state svolte presso alcune università su un campioni di studenti di 20 anni che praticavano più di uno sport! I dati più interessanti che completarono il quadro sulla longevità si ebbero quando all’interno di una popolazione, nera, Usa della zona del Mississipi-Missouri, si trovarono ultra centenari in percentuali altissime (20-22 u.c./100.000 ab.). Lo stile di vita era tipicamente rurale, l’alimentazione buona, ma non potevano bastare queste due sole cause a spiegare un tale fenomeno. Vennero allora avanzate proposte più accettabili, che prevedevano giustificazioni genetiche oltre a quelle sociali/economiche/culturali e alimentari. Tali popolazioni infatti avevano subito in passato una doppia selezione. Una prima selezione avvenne 3 secoli prima, nell’epoca degli schiavisti. Si sa che in questo periodo circa 90 milioni di neri furono deportati negli Usa (ne arrivò solo 1/3). Ma i bianchi nella scelta dei neri da deportare seguivano certi parametri, cioè li selezionavano: questo è testimoniato dal ritrovamento di documenti che lo prova chiaramente, nell’attuale Senegal. I documenti parlano di statura, larghezza spalle, braccia muscolose, larghezza fianchi, . quindi requisiti essenzialmente morfologici. Successivamente vi era la seconda selezione per coloro i quali erano stati scelti e quindi imbarcati: avveniva nel lungo viaggio che li portava in America. Tra alimentazione scarsa e le epidemie (che falcidiavano anche il 60 % dei viaggiatori) chi arrivava in America e dunque sopravviveva aveva guadagnato l’immunità fisiologica. Per cui tali soggetti erano stati selezionati due volte il che sembra spiegare l’iper longevità di questa popolazione. Negli ultimi 15-20 anni gli studi sui longevi furono condotti anche dalle scienze umane e non solo dai medici. Notando il caso di Genova, dei circa 50 ultra centenari il 97 % sono donne, vissute per lo più quasi sempre da sole e che hanno avuto molti li e che allo stato attuale hanno molti nipoti, il che le fa vivere in un ambiente familiare. Quest’ultima osservazione, relativa all’ambiente familiare è stata studiata in alcune tribù: in presenza di villette a schiera, le giovani coppie tendevano a collocarsi all’esterno, mentre crescendo avanzavano verso il centro (lasciando posto ad altre coppie più giovani) fino ad arrivare al centro solo in vecchiaia. Questo è un tratto tipico anche oggi: l’anziano sta in ambienti frequentati, centrali, in cui magari non conosce nessuno ma è comunque contento perché non è solo ed è circondato da un continuo passaggio di persone.




In merito al processo di invecchiamento è bene citare alcune frasi pronunciate da celebri personaggi: “Invecchia chi vuole invecchiare” disse C.Bo, e in effetti non aveva tutti i torti, poiché tale frase contiene in sé i giusti requisiti fisici e psicologici. Fisici nella parola “invecchia” e psicologici nel “vuole invecchiare”, poiché infatti ci sono anziani che sono ancora giovani dentro e al contrario già psicologicamente vecchi. Tra i padri della gerontologia vi è da ricordare un tal Greppi, che affermò: “I gerontologi nei loro studi dovrebbero operare in modo da aggiungere non tanto anni alla vita ma vita agli anni”. Il senso della sua affermazione era che non bisogna cercare a tutti i costi di allungare la vita alle persone se poi esse sono sofferenti, sole o disagiate; piuttosto si cerchi di rendere più vivibile la loro vita. Un altro importante contributo fu dato in un convegno sulla longevità da una serie di “saggi”: fu stilato una sorta di decalogo per poter raggiungere i 100 anni. Si raccomandava ad esempio di non mangiare troppo, di eliminare i vizi, di fare un po’ di movimento ogni giorno e soprattutto di usare il meno possibile i farmaci. Il 9° comandamento era di “scegliersi bene” i genitori e l’ultimo quello di avere una buona dose di fortuna. Per questo motivo tale decalogo di regole sembrò un po’ strano, poiché se da una parte vi erano delle raccomandazioni dall’altra si ricorreva a fattori aleatori (come gli ultimi due). Velocemente passiamo in rassegna alcune tra le principali teorie addotte per spiegare il meccanismo dell’invecchiamento: le prime fioriscono intorno a fine ‘800-primi del ‘900. Si danno alcune spiegazioni piuttosto parziali ed ognuno pone l’attenzione sul proprio campo d’indagine: per cui il cardiologo darà la colpa al cuore, l’ortopedico alle ossa e così via, e tale comportamento verrà mantenuto fino a non molti anni fa. I primi ad elaborare una teoria sui meccanismi dell’invecchiamento furono due studiosi, Bende e Voronov, i quali attribuirono la causa al calo del desiderio sessuale dovuto a particolari ghiandole. Ne erano talmente convinti che nel periodo 1915-l928 fecero costruire a Genova una clinica in cui venivano trapiantati testicoli dalle scimmie agli uomini. E c’era una vera e propria coda per quest’intervento, specialmente tra i ricchi anziani di Genova. Pochi mesi dopo il trapianto il soggetto in effetti presentava nuovamente un aumento del desiderio sessuale ma trascorsi altrettanti pochi mesi esso tornava a calare, anche al di sotto del precedente, per cui se l’operazione non fosse avvenuta la situazione sarebbe stata migliore. Inoltre bisognare considerare le frequenti crisi di rigetto che si verificavano e che portavano molti alla morte (ma un tempo non si avevano conoscenze in merito). Trascorso qualche anno, la causa dell’invecchiamento fu individuata nell’alimentazione: gli studiosi affermavano che gli individui ingerivano nel corso della loro vita una certa quantità di “mondo esterno” e si ipotizzò che tale mondo esterno lasciasse delle tracce tossiche che portavano all’accumulo di scorie e di conseguenza all’invecchiamento. L’ipotesi seppur suggestiva non è del tutto infondata, ma gli studiosi del tempo non si resero conto che essa non era che una con-causa dell’invecchiamento e non la causa principale. Dopo la seconda guerra mondiale la biologia elaborò la teoria dell’orologio biologico: ogni cellula alla nascita è come se fosse caricata con una carica lunga o breve, ed una volta terminata inizia l’invecchiamento. Questo studioso americano che elaborò questa teoria fu il primo a coltivare dei tessuti al di fuori del corpo umano. Si accorse che se una cellula apparteneva ad un neonato si riproduceva per 62 volte prima di morire. Se la cellula apparteneva ad un bambino di 10 anni si riproduceva 50 volte, e via via fino ad arrivare agli 80enni in cui si riproducevano solo 2 volte. Un’altra ipotesi (anni ’50-’60) fu quella dell’uso e consumo degli organi: bisognava considerare l’uomo come una macchina, ideologia tipica di quegli anni. Si ragionò che se in una macchina si rompeva un pezzo lo si sostituiva e lo stesso si sarebbe potuto e dovuto fare con l’uomo: parte l’era dei trapianti. Trapianti migliori rispetto a quelli analizzati negli anni ’20, con maggior attenzione alle condizioni igienico-sanitarie e alle possibili crisi di rigetto. Si va cercando un’immortalità che è impossibile. L’errore però sta alla base: l’uomo non è una macchina, non è costituito di materia inorganica, per cui qualsiasi confronto non è proponibile. Quindi intorno agli anni ’80 anche questa teoria fu archiviata come una con-causa dell’invecchiamento. Successivamente troviamo una teoria detta “della catastrofe degli eventi” fatta propria dalla matematica: una serie di errori, di tagli interni, che porterebbero all’invecchiamento. Poi si aggiunse la teoria “auto-immunitaria”, secondo cui nell’invecchiamento si formano delle sostanze diverse da quelle prodotte in gioventù e il nostro organismo non riconosce più di conseguenza le cellule che noi stessi abbiamo creato, per cui ci sarebbe un rifiuto delle nostre stesse cellule (da cui il termine auto-immunitario). Infatti se si considerano gli anziani, essi presentano sempre un sistema immunitario piuttosto allertato come se combattessero di continuo contro qualcosa. Oggi si è arrivati alla teoria dei “radicali liberi”: essa afferma che l’uomo possiede un insieme di sostanze, proteine, . e le circostanze ambientali fanno sì che in alcuni punti fragili esse si rompano. I punti di rottura sono punti reattivi quindi la sostanza in questione non può rimanere “monca” e cerca un legame per restabilizzarsi e nella maggioranza dei casi si legano fra di loro e quindi portano alla formazione di nuove molecole non più riconosciute dall’organismo. Questa è l’ultima teoria sull’invecchiamento. Per rendere inattivi tali monconi oggi si usano particolari sostanze e proteine che agiscono su di essi (vitamina E degli agrumi). Ovviamente questa carrellata di teoria vale per il mondo occidentale, altre culture avranno prodotto altre giustificazioni. I Cinesi ad esempio idearono un sistema per studiare la longevità: un lungo ideogramma. Uno studioso olandese disse che spiegare ogni ideogramma avrebbe richiesto almeno 30 righe per ciascuno. Il disegno che si ricavava da tale ideogramma assomigliava al nostro numero 125 come forma, per questo oggi ad ogni farmaco o prodotto orientale viene associato questo numero (del tipo “se prendi il ginseng o farai la ginnastica cinese vivrai 125 anni, in armonia con te e con gli altri, senza ammalarti . ”). Ma i Cinesi non intendevano questo. Cerchiamo ora di osservare e di spiegare come si invecchia: da un punto di vista osservativo si potrebbe usare una sola parola “disidratazione”. Infatti se si pensa che un neonato è composto al 93 % di acqua mentre in un anziano tale percentuale scende al 65 %, l’affermazione è giustificata. L’anziano si disidrata e il primo segno è la comparsa delle rughe. Per rappresentare invece l’invecchiamento su di un grafico non si potrebbe ricorrere ad una sola curva, ma bisognerebbe farne di più, tante quante gli organi del corpo. Erroneamente fino a 30 anni fa si riteneva che la ghiandola del timo cessasse la propria attività intorno ai 15 anni e dunque spesso essa veniva necrotizzata con raggi UV: successivamente però si scoprì che il suo funzionamento proseguiva almeno fino ai 70 anni con la secrezioni di altri ormoni fino ad allora sconosciuti. Oggi si fa lo stesso con la milza e le tonsille, ma è la verità di oggi magari un domani verrà smentita. Tutti gli organi invecchiano, in condizioni normali. Invecchia il cuore così come le ossa che hanno attratto molti studiosi: esse non sono tutte piene, altrimenti il peso arriverebbe sui 180 kg solo con lo scheletro!. Le ossa al loro interno sono trabecolate, ovvero presentano dei buchi, a seconda dei movimenti che ogni singolo osso deve poter permettere all’individuo: infatti le ossa hanno ognuna una propria funzione, chi di sostenere il peso, chi di permettere movimenti particolari, . Quindi ogni osso avrà una diversa disposizione delle trabecole. La loro importanza sta nel sopportare anche sforzi intensi e permettere movimenti ampi. Ciò ha stimolato la fantasia di architetti che, sfruttando la bio-meccanica e le sue leggi, hanno dato vita a costruzioni futuristiche. Nell’invecchiamento viene a mancare la materia inerte tra le trabecole che si fanno più rare e diventano più suscettibili agli urti, non tanto agli sforzi (specie quelli alto-basso). Per cui le ossa hanno un proprio “iter” proprio come tutti gli apparati. Quello nervoso merita una più ampia discussione: è diviso in centrale e negli organi di senso. Questi ultimi sentono particolarmente il tempo (udito, vista). L’olfatto e il tatto non sono da meno e forse accusano maggiormente il tempo. Il sistema nervoso centrale è ampiamente trattato nei libri di gerontologia già da molti anni. Esso è costituito da cellule (i neuroni) sulle quali fu impostato uno studio sbagliato: si diede infatti importanza al numero e alla loro diminuzione. Si pensava che i neuroni si esaurissero col tempo ma ciò è falso, anzi col tempo si moltiplicano. Per quanto riguarda la memoria a breve e lungo termine (che sono le due partizioni della memoria) da una serie di osservazioni e questionari somministrati agli anziani, si osservò come essi ricordino perfettamente avvenimenti (anche banali) avvenuti molto tempo prima mentre non si ricordano avvenimenti vicini. C’è quindi un sito dove si accumulano tali informazioni, forse in cellule perenni che permangono (memoria a lungo termine) mentre altre informazioni rimangono in cellule e in un sito temporaneo e quindi temporaneamente. Era un problema ancora irrisolto e dunque si fece un esperimento: si presero dei giovani sani e gli si chiese di andare a fare la spesa (7-8 articoli non di più). Oltre il 90 % di essi tornò con cose dimenticate, mancanti o sbagliate. Uno studioso allora introdusse un elemento nuovo e fondamentale: la motivazione. L’anziano ripone una motivazione affettiva, emotiva in certi avvenimenti mentre in altri no. E stessa cosa vale per i ragazzi: se non c’è motivazione le informazioni non vengono trattenute. Per cui i concetti di memoria a lungo e breve termine furono decisamente rivisitati.




Interessante, ai fini dell’invecchiamento, uno studio compiuto da uno studioso americano che decise di osservare le date di nascita e di morte dei più grandi artisti medioevali. Fece una breve statistica e concluse che l’età media di morte di tali artisti era intorno ai 75 anni; quindi largamente superiore a quella che era la media della popolazione normale (almeno 30 anni in più). Cercò di capirne il motivo, adducendo come prime ipotesi le maggiori disponibilità economiche e una vita più tranquilla (anche se non in tutti i casi erano presenti questi due fattori). Tali consederazioni verranno poi riprese da un gerontologo francese che negli anni ’70 fece un interessante esperimento: selezionò in tutta la Francia un campione di soggetti con 59 anni e 6 mesi. All’interno di tale campione seleziò, dopo accurate analisi, solo quelli che versavano effettivamente in condizioni di buona salute. Per cui arrivò a selezionare un campione sano, di circa un migliaio di persone: le stesse sarebbero dovute tornare esattamente un anno dopo ad effettuare i medesimi controlli. Ciò che stupì, fu che l’anno successivo, dopo le analisi, l’80 % di tali soggetti presentava parametri fisici, psichici e biologici completamente sballati. Perché questo? Perché in un anno le stesse persone subivano cambiamenti così profondi? Non a caso l’età indagata 59.5-60.5 era quella in cui ricadeva esattamente il periodo della pensione (60 anni) e questo momento sociale dell’esistenza comportava uno sfacelo fisico e psicologico. Unendo i dati della vita media degli artisti rinascimentali con i dati di questo campione di persone, il gerontologo concluse che gli artisti rinascimentali non si vedevano mai sottratti dalle proprie occupazioni, nessuno era mai giunto a farlo, come invece nel caso del campione analizzato: lì infatti la pensione sottrae di fatto le persone dalle proprie abituali occupazioni. Si ci rese conto dunque che la creatività, la necessità di lavorare, di svolgere una qualche attività, giocavano un ruolo fondamentale nella vita di ognuno. Di qui in poi cominciarono le iniziative per la 3° età, in modo da coinvolgere gli anziani e motivarli a fare qualcosa che non è più il proprio lavoro abituale. Da un’analisi statistica emerse anche che di questo 80 % che presentava parametri sballati, la maggior parte era rappresentata da uomini che quindi subivano maggiormente il traumo del pensionamento rispetto alle donne. Donne che o facevano le casalinghe oppure svolgevano una sorta di doppio lavoro (casa e lavoro) e vedevano il pensionamento con felicità poiché finalmente potevano dedicarsi ad una sola occupazione. Per l’uomo invece la situazione era diversa, la pensione rappresentava un baratro psicologico che influiva a livello biologico. Spostiamo ora il nostro interesse verso le prime forme umane e verso i resti di esse, vedendo cosa di può ricavare anche da un solo frammento scheletrico. I ritrovamenti scheletrici in genere avvengono in camne di scavo, e tali scavi vengono svolti in siti accuratamente scelti in base ad alcuni parametri. Inoltre bisogna tener conto che le camne di scavo hanno costi altissimi per cui ci si reca dove si stima di avere la maggior probabilità di ritrovare qualcosa. Vengono scartate a priori le zone interessate da glaciazioni, mentre si guardano con maggior interesse le zone temperate ed equatoriali. Anche le zone che per molto tempo sono state occupate dall’acqua vengono escluse perché l’acqua avrebbe corroso e rovinato i reperti. Si è parlato anche di terreno e quello che permette la miglior conservazione dei fossili è quello ricco di silice (sabbioso), non certo quello acquitrinoso, argilloso o glaciale. Il terreno silicio è idrofobo, allontana l’acqua e mantiene costante la temperatura. Negli scavi si opera per mezzo dei carotaggi, ovvero si fa una buca nel terreno nel quale viene mandata una sonda che seziona il terreno in vari strati. In altri casi si ha talvolta la fortuna che avvengano dei sommovimenti terrestri (in 1000 o 10000 anni) che portano in luce antichi reperti. E’ il caso di Olduvay, in cui un sommovimento portò alla luce le prime forme di australopitecine datate 4.200.000 anni fa. C’è stato in quel caso uno sprofondamento del terreno e i paleoantropologi si sono trovati di fronte ad una parete che “parlava”! Avevano di fronte a sé più o meno 8.500.000 di anni di storia dell’umanità. E’ lì che fu ritrovata “Lucy” la prima australopitecina ritrovata quasi intera e datata circa 3.800.000 anni fa. Fu una spedizione franco-americana ed ebbe davvero molta fortuna. Ovviamente quando si ha a propria disposizione solo frammenti possiamo ricavare poche informazioni, se invece si trova un osso lungo possiamo cominciare a stabilire il sesso, la forza muscolare, . e via così fino al caso in cui si possa disporre di un cranio da cui veramente si può ricavare qualsiasi tipo di informazione. In ogni caso, di fronte ad un reperto scheletrico, la prima cosa da fare è stabilire una datazione del reperto per cui bisogna datarlo. Seconda cosa, datare l’età del soggetto a cui apparteneva tale reperto, poi stabilirne il sesso e così via. Non è mai sufficiente una sola osservazione per stabilire questi parametri ne servono molte e creano una probabilità (quindi non si parla mai di certezza). Inoltre dal particolare si può ricostruire addirittura un habitat (come da un dente: si possono ricavare informazioni circa l’alimentazione e quindi l’ambiente circostante) oppure risalire alle malattie avute (perché lasciano impronte sullo scheletro). Oggi possiamo anche contare sul cosiddetto DNA storico, leggibile dal frammento osseo opportunamente trattato; si possono ricavare 1-2 molecole e tramite enzimi vengono fatte riprodurre in vitro. Ci aiuta a capire meglio la storia di alcune malattie ma anche la filogenesi umana. Il suo limite è di andare indietro nel tempo solo per migliaia di anni, non per milioni di anni.




Tra i metodi biologici per datare un reperto fossile, vi è anche l’inversione del magnetismo terrestre: ci si è accorti che periodicamente si assiste ad un’inversione dei poli magnetici (il N va a S e viceversa), grazie alle eruzioni vulcaniche che emettono veri e propri magnetiti (come aghi di bussole) nel sottosuolo, i quali una volta arrivati in superficie si orientano secondo l’orientamento che avevano nel momento in cui furono prodotti. Vengono prodotti con la lava e in determinati periodi si è visto che sono tutti disposti parallelamente ed orientati verso nord mentre in altri periodi verso sud. Servono relativamente per la datazione dei fossili, ma in Africa a Laetoli, fu ritrovata una “passeggiata” di circa 10 metri di tre australopitechi, individuata in base alle impronte dei piedi: si trattava con ogni probabilità di due adulti ed un bambino, e sempre in base alle orme si stimò che i due adulti dovessero pesare intorno ai 50 kg mentre il bambino meno della metà. In questo caso i magnetiti presenti nella zona hanno permesso una datazione di circa 4 milioni di anni fa. Micro-fauna e micro-flora rientrano anch’essi tra i metodi biologici come la dendro-cronologia così come la racemizzazione (dal racemo, cioè una sostanza che si può presentare con una spigolatura a destra o sinistra a seconda della luce: con la morte del soggetto le proteine deviano verso destra. Vedi disegno su appunti). Ogni anno un tot percentuale di proteine (circa il 13% annuo) cambia da sinistra a destra. Passiamo ai metodi di datazione chimico-fisici: ce ne sono moltissimi. Per stabilire una datazione tramite essi bisogna usare una porzione di ossa molto elevata (circa 1 etto). Con il metodo del C14 (Carbonio 14) si riesce a sacrificare solo pochi grammi del reperto e si ottengono informazioni anche maggiori. Tali metodi si basano su un principio fondamentale: ogni elemento chimico che noi ingeriamo nel corso della vita, alla morte si trasforma o diminuisce in termini di contenuto, per cui o si trasformano o si eliminano. Le ricerche hanno cercato di capire la quantità annua di trasformazione o eliminazione. Quindi ad esempio si prendono elementi come il potassio, l’uranio, ecc . e tramite analisi si giunge ad una datazione. Il Carbonio 12 (C12) è l’elemento stabile, che si può trovare ovunque, mentre il Carbonio 14 (C14) è il suo prototipo, è attivo e o si può trovare in ogni luogo solo in certe quantità. Nel corso della vita introduciamo una certa quantità sia di C12 che di C14 (carbonio instabile), più o meno 70 % C12 e 30 % C14. Nel momento in cui l’individuo muore il C14 si trasforma progressivamente in C12. Si stima che trascorsi 1000 anni dalla morte del soggetto, il C14 si sarà ridotto al 20 %; facendo due calcoli si giunge fino ai 57-58 mila anni, dopodiché il C14 non lascia più tracce, essendosi trasformato tutto in C12. L’emivita, il periodo di dimezzamento del C14 in C12 è di circa 5600 anni. Per cui se troviamo un individuo con più di 60000 anni il metodo del C14 è inutilizzabile, poiché non ve ne è più alcuna traccia. E questo rappresenta appunto il suo limite; la critica che invece viene mossa al C14 è che la sua percentuale nel corso dei 60000 anni della sua esistenza potrebbe anche essere rimasta sempre la stessa (cosa peraltro probabile). Esistono infine altri metodi, come la termo-luminescenza, che però non datano gli scheletri ma i manufatti. Come già visto in precedenza, la prima domanda da porsi di fronte ad un reperto è la datazione, la seconda l’età del soggetto: è possibile arrivare a questo dato attraverso parametri o dei cosiddetti “range”. Si fa infatti rientrare il soggetto in alcune soglie, tipo 3-5 anni, 5-8, 8-l2, 12-l5, 15-l8, 18-25, 25-40. Come si può notare con il sopraggiungere ed il consolidarsi dell’età adulta diventa molto difficile stabilire con esattezza la data di morte per cui le soglie si allargano molto. Anche in questo campo, l’esperienza e l’abitudine del paleoantropolo sono molto importanti nello stabilire una prima datazione approssimativa (da verificare poi tramite accurate analisi). Ovviamente il lavoro del paleoantropologo dipende dai reperti di cui si dispone: meglio riuscire a disporre di più ossa e magari in buono stato. Spesso infatti molti reperti vengono bollati come SD (senza data) perché risulta impossibile stabilirne una datazione corretta o credibile. Analizziamo i criteri: se siamo in possesso dei denti possiamo ricavarne informazioni importanti, ad esempio sulla loro comparsa (7 mesi per i primi incisivi interni, 10-l1 mesi incisivi interni superiori, 14-l5 mesi incisivi laterali, e così via per i canini e i molari fino ai 5-6 anni in cui si forma la dentatura lattea di 20 denti; negli anni successivi si ha la dentatura adulta con i denti del giudizio intorno ai 20 anni). Ovviamente anche in questo caso si usano le fasce precedentemente descritte, cioè ricorrendo ad espressioni del tipo: “L’individuo in questione doveva avere più dei . anni ma meno dei . anni”. Disponendo delle ossa si possono invece fare osservazioni sulle trabecole, sugli spazi infra-trabecolari, ecc . Esiste una mappa abbastanza precisa per stabilire le datazioni: il cranio. Bisogna immaginare di spianarlo e poi suddividerlo in un certo numero di ossa (vedi disegno su appunti). Come si sa alla nascita il cranio deve ancora svilupparsi in alcune sue zone, le cosiddette “fontanelle”, formate da cartilagine. Solo ad un certo dell’evoluzione si verifica l’ossificazione tra tutte queste varie zone (frontale con parietale, parietale con occipitale, . ) e non è un processo immediato, dato che può concludersi anche intorno ai 50 anni. La saldatura completa si nota dal perfetto incastro, per cui le due ossa formano un unico incastro (vedi disegno). I paleoantropologi conoscono le date in cui avvengono queste “saldature” fra le varie parti craniche, per cui in base a ciò che hanno di fronte possono stabilire anche con il semplice sguardo una datazione approssimativa del soggetto. La terza cosa da stabilire, dopo datazione assoluta e del soggetto, è il sesso: i criteri per stabilirlo possono essere ad esempio le osse più lunghe, come il femore. Anche in questo caso l’esperto riesce a capire subito il sesso, anche dal peso: il femore di un uomo è più pesante rispetto a quello femminile, perché ci sono maggiori “creste”. Le creste rappresentano i punti in cui i tendini si saldano ai muscoli che a loro volta sono attaccati all’osso: quindi si deduce che la muscolatura di un uomo è più massiccia. Per stabilire il sesso si fa una sorta di tabella, in cui vengono elencati alcuni parametri: creste, ossa del bacino (tendente a V = donna; a U = uomo), da cui si ricava una percentuale finale sui due sessi (ad esempio, 80 % maschio e 20 % femmina). Se si ha a disposizione un cranio si ha tutto: innanzitutto le forme (e l’esperto capisce subito) poi grandezza, peso, rapporto tra volume del cranio e peso (se è più pesante sarà maschile). La forma è più tondeggiante, più armonica, più arrotondata se appartenente ad una femmina; poi vi è l’analisi dell’orbita oculare (se presenta il bordo tagliente è di una femmina), delle cavità nasali in rapporto alla testa (se sono grosse sarà di un uomo) e delle mandibole (si osservano anche lì le creste poiché le mandibole presentano una muscolatura molto intensa). Tutti questi dati che si possono osservare in un cranio contribuiscono ad un’analisi probabilistica sul sesso del soggetto: più indietro si va nel tempo e più è difficile stabilirlo, perché in periodi molto antichi le differenze sessuali non erano poi così marcate. Ci si rifà dunque ad altri dati indicativi, come la statura e le dimensioni. Oltre alle prime tre importanti informazioni da ricavare da un reperto, si possono ottenere informazioni anche in altri ambiti, come ad esempio quello alimentare. Grazie agli “elementi in traccia”, scoperti con l’uso di moderni strumenti tecnologici super-sensibili, i quali scovano anche le minime tracce di qualsiasi elemento chimico indicandone la percentuale. Sempre in merito agli elementi chimici, si è scoperto grazie alle nuove tecnologie che essi sono contenuti in determinati alimenti. Tali elementi chimici, quando presenti in sovrappiù, si posizionano in determinate zone dello scheletro: ad esempio il ferro nello sterno, il calcio nelle ossa lunghe, il molibdeno nel cranio e così via, per cui possiamo ricavarne una sorta di mappa e determinare una sorta di paleo-alimentazioni. 






Iniziamo la nostra analisi delle malattie che colpiscono l’uomo tramite un’osservazione significativa: oggi è sempre più diffuso l’allattamento artificiale rispetto a quello naturale. Eppure esso rappresenta un elemento molto importante per la crescita del bambino, poiché con l’allattamento naturale la madre trasmette parte delle difese immunitarie al lio che quindi si trova parzialmente difeso. Le malattie di oggi, ci si è accorti da studi adattativi-evolutivi, erano presenti anche nell’antichità. Le malattie che colpiscono l’uomo sono di più rispetto a quelle che colpiscono gli animali o le piante, esse rappresentano una sorta di indice di adattamento al proprio habitat: l’uomo quindi non si adatta facilmente al suo ambiente visto che si ammala così di frequente e con così tante e differenti patologie. Si può dire quindi che la sua nicchia sia stata toccata, modificata, inquinata. La visione Darwiniana è quella che sostiene l’indice di adattamento nell’ammalarsi. Negli ultimi due secoli inoltre si è notato che gli agenti patogeni sono stati come “incattiviti” dai farmaci: essi sono sicuramente un bene ma dalla fine della 2° guerra mondiale se ne è fatto un abuso, soprattutto di determinati farmaci come gli antibiotici, ed oggi se ne ano le conseguenze. Spesso sono stati anche mal utilizzati e in tal caso possono diventare micidiali: per prima cosa perché se un individuo si ammala di una patologia batterica essi vanno bene ma se si ammala di malattie virali (in cui il virus entra nelle cellule e sostituisce il codice a suo favore) gli antibiotici non servono. Contro i virus oggi esiste solo la vaccinazione; i virus sono sensibili solo alla temperatura. Vivono sul nostro pianeta da poco dopo la sua conformazione (quindi da 2-3 miliardi di anni) quindi hanno avuto tutto il tempo per regolarsi al materiale organico che in esso è presente. Anche attraverso studi scheletrici, si è notato che le famiglie di virus 10 milioni di anni fa erano molto meno rispetto ad oggi. Una loro moltiplicazione si è avuta proprio con i farmaci, quando cioè hanno dovuto affrontare elementi chimici: per cui essi mutano. Sono sensibili, come già detto, alla temperatura e si sono scelti la loro nicchia ideale. Quando è comparso l’uomo lì hanno individuato il loro habitat, perché esso è omeotermo, cioè presenta temperatura costante, non come i rettili che sono eterotermi oppure altri animali che non presentano una circolazione interna. L’uomo inoltre vive in piccoli spazi con molti altri suoi simili, quindi il virus trova il suo habitat ideale nell’uomo. Ciò fornisce alcune indicazioni: i virus preferiscono animali omeotermi, ma l’uomo per difendersi innalza la propria temperatura corporea che è di fatto l’unica arma a sua disposizione per ammazzare i virus. Per oltre 60 anni la somministrazione di antibiotici è stata esagerata con dosi altissime a cui ovviamente i virus si sono abituati. Questo ha favorito la formazione di nuovi e strani ceppi virali. Il primo antibiotico fu la penicillina che pero, data in grandi quantità, ha dato luogo a virus penicillo-resistenti e successivamente penicillo-dipendenti. Stessa cosa con altri antibiotici come le cefalosporine. In definitiva si contano due atteggiamenti, uno medico che vede il virus come un nemico da scongere e uno antropologico che vede la battaglia come già persa in partenza, e che comunque considera che il virus non abbia intenzione di distruggere la sua nicchia per cui bisogna imparare a convivere pacificamente. Un importante modo per convivere con essi è un’attenta analisi della flora intestinale: lì vi sono i batteri e i virus della peggior specie. Alcuni aiutano anche nella metabolizzazione di alcuni elementi. Intervengono quando si verificano delle modificazioni al Ph. Dalla medicina sappiamo che molte patologie hanno accomnato da sempre l’uomo, in alcuni casi l’opposizione dell’uomo era maggiore, in altri lo è solo oggi. E’ il caso delle epidemie. E’ possibile leggere dagli scheletri le patologie del passato: possiamo addirittura scoprire alcuni atteggiamenti comportamentali. La volta interna del cranio infatti presenta una serie di vasi e canali che un tempo erano vene ed arterie: è dunque l’impronta della circolazione sanguigna. La presenza di più vasi a sinistra e più profondi indica che l’individuo era destro (viceversa per i mancini). Dagli incisivi si po’ notare il tipo di striature (vedi disegno) e da ciò come addentava il cibo, ma anche in questo caso si può stabilire se fosse destro o mancino. La presenza di destrismo o mancinismo oggi è ampiamente descritta, ma in passato no perché abbiamo pochi esemplari su cui effettuare analisi. Quindi ogni raffronto con la nostra civiltà è improponibile. Fino ad un milione di anni fa comunque la percentuale doveva essere tra il 25-35 %. Intorno a 100-l50 anni fa, è stata attuata una vera e propria “persecuzione” verso i mancini e si è osservata via via una diminuzione del fenomeno del mancinismo; in Cina fino a 6 anni fa i mancini venivano puniti fisicamente tanto che oggi la loro percentuale è solo dello 0,3 %. Nel ‘900 in Italia da una situazione superiore al 20 % si è passati ad un 4 %, mentre oggi la situazione si sta lentamente riprendendo e si pensa si possa tornare ad un 35 %. Tornando invece alle analisi da operare di fronte ad un reperto scheletrico, analizziamo il caso di Luni (Lunigiana-Toscana), in cui furono ritrovati individui con crani interi su cui lavorare intensamente. Come al solito si procedette determinando età, sesso, abitudini ma sorse un’altra domanda, ovvero a che popolazione appartenessero. Perché effettivamente in quella zona vi era lo sconfinamento di Liguri ed Etruschi, per cui l’interrogativo era se appartenessero all’una o all’altra popolazione. In genere questo tipo di analisi non sono facili e non sempre portano a risposte veritieri o comunque credibili, ma in questo caso il problema fu risolto abbastanza semplicemente: infatti l’abbondante presenza di tombe etrusche aveva dato vita ad una serie di analisi craniche fino a stabilire una media del cranio etrusco rispetto ad un qualsiasi punto di riferimento. Erano presenti anche molti scheletri descritti come “sicuri Liguri” con le relative analisi grafiche e i rispettivi riferimenti cranici: perciò non fu poi così difficili stabilire a quale delle due popolazioni appartenessero, bastò svolgere delle analisi sui crani ritrovati e poi vennero sovrapposti ai due modelli precedentemente creati. Si notò una sovrapposizione quasi speculare con il modello dei proto-liguri. Cerchiamo di determinare ora, cosa si possa dedurre culturalmente da un reperto scheletrico: innanzitutto è necessario stabilire il volume (o anche capacità cranica) Con i computer oggi si possono fare molte analisi anche se i paleoantropologi preferiscono comunque calcolarla da sé. Nel corso del tempo, a partire dalle Australopitecine, quindi 4.000.000 di anni fa circa, poi con l’Homo abilis e l’homo erectus (1.000.000 di anni fa), l’uomo ha sempre vissuto in Africa e solo con quest’ultimo abbiamo l’abbandono dell’Africa, la conquista di tutta l’Europa e l’arrivo in Cina e a Giava. Il popolamento dell’America avvenne probabilmente per mano di popolazioni mongole che attraversarono lo Stretto di Bering: per popolarla tutta, cioè arrivare fino alla Terra del Fuoco, impiegarono circa 10 mila anni. L’homo abilis cominciò a trasformare le pietre in manufatti, l’homo erectus cominciò anche nelle sembianze ad assomigliare all’uomo attuale, l’homo di Neanderthal originò invece una disputa ancora irrisolta: rappresenta una specie a sé o è un ramo di un’altra? Sembra, dagli ultimi studi, che l’homo di Nearderthal appartenesse ad un ramo laterale, quindi non diretto, della specie umana. Si potrebbe dunque pensare ad una sua estinzione, ma restano da chiarire allora i motivi e i metodi. Si pensa per lo più fisicamente, anche perché l’homo Sapiens e l’homo di Cromagnon sembrano aver avuto il sopravvento. Ma resta comunque un fatto molto strano, anche pensando alle dimensione dell’Europa e al fatto che era popolata solo da circa 2 milioni di abitanti quando comparve l’homo di Nearderthal, per cui ci sarebbe stato spazio per tutti. C’è chi invece percorre un’altra strada, ovvero quella dell’estinzione culturale: le loro capacitò sarebbe state inferiori rispetto all’Homo Sapiens e quindi non vi sarebbe stata comunicazione, soprattutto verbale. Una terza teoria, ma poco accreditata, è quella che parla di un’unione con il nuovo Sapiens Sapiens emergente, ma in molti non sono d’accordo (infatti si cerca un riscontro nella genetica). Questo ci apre ad un nuovo problema, quello dell’ominificazione: esistono infatti teorie discordanti e posizioni antitetiche in materia. Si parla per lo più di monogenismo e poligenismo. Il monogenismo sostiene che vi sia stata un’unica genesi umana, partita dall’Africa circa 4 milioni di anni fa e giunta fino ai giorni nostri (ed è la più accreditata). Il poligenismo invece afferma che l’uomo sarebbe nato contemporaneamente in più luoghi al mondo. In Cina ad esempio sono votati al poligenismo. Per cercare di tamponare questo netto divario tra le due teorie è sorto una specie di multi-regionalismo secondo cui diversi focolai sarebbero nati un po’ qua e là sulla Terra: rappresenta una via di mezza. Spesso gli Europei hanno contestato i Cinesi per quanto concerne le datazioni dei reperti scheletrici, perché essi cercavano sempre di giustificare la propria civiltà e origine tramite datazione volutamente sballate. Ultimamente, dopo una pessima ura rimediata a livello mondiale proprio in campo di datazioni, la Cina svolge analisi molto accurate e forse anche più precise rispetto agli occidentali. In conclusione quasi tutti comunque sono d’accordo sul fatto che la forma più antica di uomo sia da collocare in Africa (Tanzania, Olduvay, zona dei grandi laghi africani). L’evoluzione biologica di un’individuo la si può osservare dal cranio: bisogna notare la mappatura delle aree neurologiche, dove si trovare le aree di Broca e di Vernice, le aree del dolore e del senso, e così via. Oggi sappiamo che gli Australopitechi avevano una capacità cranica tra i 430 e i 510 cm³, mentre l’uomo moderno ha in media 1450 cm³. Un salto tra le scimmie antropomorfe e gli australopitechi comunque c’è stato, così come tra questi ultimi e l’homo abilis che arriva quasi a 700 cm³, mentre l’homo erectus arriva a 1000 cm³. Si registra quindi un aumento della capacità cranica fino ad arrivare all’homo Sapiens Sapiens con 1450 cm³. L’unico interrogativo riguarda i Neanderthaliani che avevano una capacità cranica vicina ai 1600 cm³. Alcuni studiosi però predicano cautela, perché a loro giudizio gli esemplari a nostra disposizione sono ancora troppo pochi per poter fare dei raffronti credibili (fino a qualche decennio fa, quando gli esemplari a disposizione erano solo 7-8, la media era ancora più alta e toccava i 1700 cm³, per cui con i nuovi ritrovamenti si è già abbassata). Per cui il cranio riesce a collocare filogeneticamente l’uomo in una scala solo in base alle sue dimensioni, rappresenta quindi un “discrimine”. Per molto tempo i paleoantropologi e i paleoetnologi si sono chiesti se potevano rappresentare l’evoluzione biologica e quella culturale. Non sapevano se gli elementi a loro disposizione erano abbastanza sia per l’una che per l’altra disciplina. Giunsero alla conclusione che entrambe potevano essere messe su un grafico e successivamente si poteva osservare se fossero andate di pari passo, sia biologico che culturale. Furono due studiosi, un belga ed un francese, a proporre di trovare parametri per le due evoluzioni e le sorprese non furono da poco.




Trattiamo oggi il rapporto tra l’evoluzione biologica e quella culturale. Evoluzione biologica: il dato più interessante riguarda la capacità cranica che è indiscutibilmente aumentata. Con l’aumentare di essa si hanno le prime lavorazioni di oggi, per cui rappresenta un indice di sviluppo molto valido. Evoluzione culturale: è da rapportare con il dato biologico, come nel grafico proposto. A tal proposito però introduciamo il concetto del “principio edonistico” secondo cui l’uomo, come l’animale, utilizza appunto il principio edonistico, cioè legato al piacere (dal greco ηδονη). L’homo abilis utilizzava delle pietre scheggiandone solo una parte: facciamo il rapporto tra peso e superficie tagliente. Successivamente il peso della pietra diminuisce ma aumenta la superficie tagliente, e ciò testimonia un’evoluzione culturale. Il parametro coincide con le variazioni sul tema di un attrezzo costruito (n variazioni sul tema). E’ il caso ad esempio di un amo da pesca che può subire variazioni in base alle situazioni. Non esistono correlazioni tra evoluzione biologica e culturale, potrebbe trattarsi del fenomeno del linguaggio. Oggi utilizziamo circa il 20 % delle nostre potenzialità craniche ma fra molti anni sapremo sfruttarle adeguatamente. Uno studioso, Ruffiè, prende in considerazione dei fenomeni di ingigantimento come per esempio la lunghezza delle elitre, le ali degli insetti. Egli notò che si passa da ali piccole ad ali molto grandi dopo alcune migliaia di anni, ma tali insetti poi si estinsero. Altro esempio è quello relativo alle tigri a sciabola. Ruffiè ricerca tutti gli animali in cui vi è stata un’esplosione di un organo, e nota che dopo diverse generazioni si ha uno svincolamento a livello genetico, il che fa sì che l’organo aumenti per conto suo. L’aumento della capacità cranica ha subito uno svincolamento come è avvenuto in alcune specie animali. Vediamo ora come un individuo è diventato ortostatico: la struttura scheletrica di un quadrupede è conformata per subire la forza di gravità. La colonna vertebrale si inserisce nel cranio tramite un foro occipitale, ed è in posizione opposta rispetto al cranio facciale. A livello di proscimmie troviamo un bipedismo imperfetto, più regolare. Ad esempio gli scimpanzé che presentano un bipedismo ortostatico per alcune ore al giorno. Si ha dunque una migrazione della colonna vertebrale di qualche grado verso il basso e così facendo si sposta anche il foro occipitale. Nell’uomo questa migrazione ha comportato la migrazione degli occhi che da laterali, si pongono sullo stesso piano. Ciò permette la visione stereoscopica binoculare. Per quanto riguarda la colonna vertebrale, se essa nelle scimmie è un arco, nell’uomo invece ha una forma a doppio S che serve per sopportare la forza di gravità. Con lo spostamento del foro occipitale si è liberato un volume immenso per lo rimpimento di materia celebrale e tutto ciò grazie all’ortostatismo. In pratica si sono registrati 90° di modificazione biomeccanica. Gli arti superiori sono più lunghi rispetto a quelli inferiori per adattamento; nelle scimmie infatti gli spostamenti erano per lo più aerei e quindi i piedi erano adibiti all’appoggio, con il passare del tempo poi è avvenuto il contrario. Il bacino con l’ortostatismo diventa più ampio e quindi a U; le prime forme di australopitechi presentavano già un bipedismo acquisito in maniera perfetta, lo si può notare dal foro occipitale spostato di 1,5° più indietro rispetto a quello dell’Homo Sapiens sapiens. Dall’Habilis fino a noi la postura è la stessa. Questa rotazione di 90° comporta uno svincolamento degli arti che da anteriori sono diventati posteriori. I piedi invece sono interessati dalla Teoria del piede ancestrale cioè un piede piatto: perché nel corso dell’evoluzione il piede è sempre stato piatto, solo l’uomo moderno è dotato di un piede cavo e ciò è avvenuto solo recentemente.




Abbiamo osservato il passaggio al bipedismo e le successive trasformazioni che ad esso sono seguite. C’è stata una sostanziale modifica del cranio nella parte posteriore tanto che si è formata un’area “libera”, la quale ha permesso il processo di encefalizzazione. Si è avuto quasi un raddoppiamento della capacità cranica. Tale passaggio al bipedismo è avvenuta in tempi relativamente brevi, circa in 1 milione di anni. Una troppo rapida acquisizione della postura bipede porta all’insorgere di alcune patologie della colonna vertebrale. Una di queste, abbastanza frequente, è la “ptosi”: indica uno scivolamento degli organi (cuore, reni, viscere) dalla loro posizione originale. Ovviamente tale scivolamento porta anche numerosi problemi. Ciò avviene perché non si sono ancora formate delle strutture in grado di “trattenere” gli organi nella loro posizione. Molti studiosi quindi sono concordi nell’affermare che l’uomo non si sia ancora adattato alla sua postura. Tornando sullo sviluppo umano, facciamo un breve resoconto:

gracili (più antiche)

Australopitecine (da 4 ad 1 milione di anni fa):

robuste (più recenti)

Luoghi: localizzate nell’Africa sub-sahariana o centro orientale

Statura: tra 1 m e 1.20 m

Peso: tra i 25 e i 35 kg

Capacità cranica: 440-450/500 cm³


Non hanno mai abbandonato l’Africa, la loro espansione è stata piuttosto limitata. Forse avevano trovato il loro habitat. Non sono mai stati ritrovati utensili lavorati: probabilmente utilizzavano le pietre così com’erano. Si ritiene che avessero comportamenti particolari dopo averli confrontati con alcune popolazioni che, oggi, vivono allo stato naturale. Non tutti però sono d’accordo con questo raffronto, ritenendolo improponibile. Di sicuro vivevano in gruppi (e per questo accostati a forme pigmoidi non solo delle foreste ma anche dei deserti, come i Boscimani del Kalahari) composti da non più di 25-30 persone, un numero ideale per le economie nomadi. Bisogna infatti distinguere tra popolazioni nomadi e sedentarie. In popolazioni di questo tipo (nomadi) con la nascita dei li i gruppi si separavano ed in genere erano i giovani ad andare a costituirne di altri. Forse era presente un nomadismo di ritorno, magari ogni 3-4 anni (fenomeno tipico ad esempio dei pescatori). Nelle popolazioni nomadi non c’è necessità di accumulare beni perché basta lo stretto necessario a sopravvivere in un luogo per 5-6 mesi. L’accumulo e la conservazione di beni sono caratteri tipici delle popolazioni sedentarie. Più gruppi nomadi composti da 25-30 persone si univano per la caccia all’elefante: lo uccidevano e lo spartivano fra i vari gruppi. In genere la carne durava per 6 mesi. Il nomade non nasce altruista, non ha interesse però nemmeno a fare le guerre: perché non potrebbero ad esempio fare prigionieri (dovrebbero metterli nelle loro piccole comunità ma ciò comprometterebbe l’economia della popolazione) e soprattutto la maggior parte di loro non la volevano perché riconoscevano in essa scarsa convenienza. Il contrario avviene invece con la sedentarizzazione; nel momento in cui occupo un territorio, magari fertile, alcuni possono voler espandere le proprie conquiste e quindi la guerra viene vista come conveniente. In questi gruppi, agli uomini erano demandati i compiti più duri e difficili, alle donne la cura della casa e dei li. L’uomo doveva essere cacciatore. Si nota dunque già una differenziazione dei ruoli tra uomo e donna. Nelle società sedentarie c’è una suddivisione dei ruoli ancora maggiore: non solo in base al sesso ma anche all’interno del sesso stesso. Nel mondo sedentario alcuni studi hanno individuato persone più attive, altre meno attive, altre ancora governanti. Fu un certo Tobias, studioso sudafricano, a svolgere questo tipo di indagini. Aveva vissuto nelle aree interessate da quelle popolazioni che poi lui studiò. Affermò che i  nomadi potevano arrivare a percorrere anche 20 km al giorno e anche un bambino di 5-6 anni doveva essere in grado di reggere alla fatica. Chi non vi riusciva veniva di fatto eliminato, tramite un rito. Ciò testimonia quanto l’interesse dell’individuo fosse secondario in queste popolazioni rispetto alla collettività. Tobias fece studi di economia alimentare su molte popolazioni, anche occidentali, studiando il rapporto consumo/utilizzo, cioè quante Kcal utilizziamo per ottenere un tot di kcal dall’ambiente? Voleva stabilire se si fosse in deficit o in vantaggio. Tobias notò che nelle popolazioni antiche il rapporto era 1/1, cioè tante kcal consumo e tante ne riprendo. Ovviamente per tali popolazioni questo calcolo era completamente inconscio, ma quando in un certo senso si rendevano conto che il rapporto cominciava ad essere negativo allora si spostavano. Tobias poi riportò anche il rapporto delle popolazioni occidentali moderne, in cui vengono considerati alcuni fattori come il lavoro, gli spostamenti, . : tale rapporto è di 1/200 !. Si è stimato che le popolazioni antiche, ma anche gli Indios, necessitassero di almeno 5-6 ore al giorno di svago, quindi è sbagliato immaginarseli tutto il giorno intenti a cacciare.




Homo habilis (da 2.5 a 1.8 milioni di anni fa)


Ad essi furono trovate associate le prime “industrie”; molto elementari, anche solo per creare un utensile, scheggiare una pietra o renderla più tagliente. Si stanziò in Kenya, nel Corno d’Africa ed in Sudafrica. Statura intorno al 1.50 m, mentre la capacità cranica era ancora sotto i 1000 cm³


Homo erectus (da 1.8/1.7 milioni di anni fa a 500-600.000 anni fa)


Per primo superò i 1000 cm³ di capacità cranica ed abbandonò finalmente l’Africa andando a popolare l’Europa e la Cina. Nel frattempo continuavano ad esistere anche gli Australopitechi che dunque hanno convissuto con habilis ed erectus (magari senza mai incontrarsi).


Homo Sapiens (300.000 anni fa)


Alcuni parlano dell’esistenza di una forma ancora più evoluta, il Sapiens Sapiens (che analizzeremo in seguito).


Homo di Neanderthal (250-200.000 anni fa)


e in un periodo particolare e viene a contatto con le forme già evolute di Homo Sapiens. Fa anch’egli parte della categoria del Sapiens ma possiede caratteristiche proprie. Vive per 200.000 anni circa poi si estingue, e su tale estinzione ci sono varie teorie che cercano di spiegare i motivi. ve intorno al periodo della grande glaciazione quindi era abituato al freddo. Occupò zone di Francia, Germania e Mediterraneo fino alla Palestina (ma la morfologia europea non era quella attuale per cui le distanze, seppur considerevoli, erano minori rispetto alle attuali).


Homo Sapiens Sapiens (35.000 anni fa)


Detto anche di Cromagnon dal nome del luogo francese in cui vi furono i ritrovamenti. E’ la forma che popolò poi definitivamente l’Europa. Ci fu un’accesa discussione su questa forma: dai luoghi del ritrovamento e dalle dimensioni craniche si stabilì (o forse si pensò solo) che l’uomo di Cromagnon fosse nero.


Introduciamo ora un altro aspetto, quello relativo all’adattamento umano. Non è solo una caratteristica dell’uomo ma di tutti gli organismi, a partire dagli unicellulari. In particolari condizioni climatiche (glaciazioni, desertificazioni, . ) vengono esaltate alcune caratteristiche umane. L’uomo si adatta alle regole che l’ambiente detta, e si costruisce il proprio habitat in modo che il mondo esterno diventi secondario. Ma per fare ciò bisogna intervenire culturalmente, quindi creiamo altri ambienti artificiali a cui ci adattiamo. Il grado di adattamento all’ambiente lo si può leggere tramite determinati parametri: le nostre valutazioni saranno sempre fuori luogo. E’ evidente che situazioni climatiche estreme lasciano un’impronta sull’organismo: esistono addirittura leggi ecologiche che parlano della struttura corporea in ambienti estremi. Si può dire generalmente che le popolazioni che vivono in ambienti caldi hanno arti (superiori ed inferiori) più lunghi mentre quelli che vivono in climi freddi (Lapponi, Innuit) sono più brevilinei. E’ un fenomeno fondamentale chiamato “termo-regolazione”. E’ uno sforzo continuo dell’organismo (inconscio) di tenere la temperatura costante. L’uomo infatti è omeotermo, quindi come pochi altri viventi ha una possibilità di oscillazione di temperatura molto limitata. Sotto i 35° corporei si rischia la morte o comunque tale valore è incompatibile con la vita così come i 41°-42°. Quindi un’oscillazione molto limitata specie se si pensa ad altri animali, come ad esempio le lucertole, che possono arrivare a 55° interni e scendere poi fino a 15°.




L’adattamento è un fenomeno che coinvolge tutti gli esseri viventi e si concretizza come uno scambio continuo tra organismo e ambiente. Quindi non solo l’uomo ma anche animali e piante ne sono interessati. ½ sono caratteri morfologici (che si notano a prima vista), fisiologici (che non si vedono) e psicologici che intervengono in questo importante processo. La base dell’adattamento è la termoregolazione, processo che permette nell’immediato la sopravvivenza in un determinato ambiente. L’uomo è un essere omeotermo, quindi con una temperatura costante ed un’oscillazione tra i 36°-42°, molto contenuta. Ovviamente ogni popolazione si è adattata al clima ed alla temperatura esterna in una certa maniera: le popolazioni delle zone calde tenderanno a disperdere il calore (quindi si ha un aumento della superficie corporea: i neri infatti hanno arti più lunghi) mentre le popolazioni delle zone fredde tenderanno a trattenerlo. Aumentare la superficie corporea, e quindi quella espositiva, significa avere un aumento dei pori della pelle (legati alle ghiandole sudorifere). Per le popolazioni fredde un corpo ideale sarebbe quello sferico (massimo contenuto col minimo di superficie esterna) il quale permetterebbe di esporre il minimo di superficie al mondo esterno. I pori devono eliminare sudore quindi far emergere un liquido (sudore) che appena giunge in superficie evapora. Ogni cambiamento di stato avviene con sottrazione di calore quindi con raffreddamento. Per cui il sudore, evaporando, raffredda la pelle. Un dato significativo è quello del numero di pori tra popolazioni fredde (150-200 pori/cm³) e popolazioni calde (500-600 pori/cm³). Si nota quindi una forte differenza. Anche il brivido è legato al raffreddamento della temperatura: esso infatti rappresenta uno sfregamento tra fasci muscolari che provoca proprio un raffreddamento della temperatura. Anche la pigmentazione cutanea è un fattore morfologico, nato in base all’ambiente e al soleggiamento del luogo in cui si vive. Non sono ancora chiari i meccanismi dell’eredità dei colori della cute: si sa solo che in genere la pelle scura si ha in zone a forte soleggiamento mentre pelle chiara in zone a scarso soleggiamento. La pigmentazione è provocata dalla melanina che si trova nella zona interna del derma: è contenuta come in serbatoi dalle cellule e quando c’è soleggiamento, tale melanina sale negli strati superiori e provoca un inscurimento della pelle. Questo processo si innesca per proteggere la pelle dai raggi solari, perché costituisce uno schermo. I raggi solari più pericolosi sono gli ultra-violetti, se vi fossero solo gli infra-rossi con ci abbronzeremmo. Sono più pericolosi e a breve lunghezza d’onda. (vedi disegno su appunti)

La pericolosità dei raggi sta nella loro “acrofase” (fase più alta, indicata nel disegno con in punto): quindi si può facilmente dedurre che una cellula può anche non essere mai attraversata da un’acrofase di raggi infrarossi poiché la lunghezza d’onda è molto lunga. L’inverso succede con i raggi UV i quali hanno una lunghezza d’onda molto breve e possono attraversare la cellula anche più di una volta. La cellula quindi si schermisce con la secrezione di melanina. Per quanto riguarda le differenze nella pigmentazione, già Linneo aveva provveduto a dividere le popolazioni in melanoderme (neri; molta melanina), leucoderme (bianchi; poca melanina) e xantoderme (gialli; melanina + xantina). Esistono popolazioni bianchissime nel Nord-Europa ma anche nere in alcune isole del Mediterraneo, e ciò rappresenta ancora una volta come le differenze intra-gruppali siano molto più ampie rispetto a quelle inter-gruppali. Altri caratteri sono ad esempio la fora del naso: largo e basso (pop.calde), stretto e alto (pop.fredde). Perché occorre che arrivi aria ai polmoni a temperatura ambiente. Poi ci sono i capelli, che alcuni studiosi hanno diviso in 3 tipi in base alla sezione (circolare, ovale o ellittica). Con sezione circolare il capello è piatto, pesante; con sezione ovale è più ondulato e leggero; con sezione ellittica stringe la nervatura quindi si hanno i riccioli. Il 1° tipo lo si trova per lo più nelle popolazioni fredde: non lascia spazio all’aria; il 2° tipo è invece tipico delle popolazioni più calde. Il 3° tipo rappresenta capelli ricci e così resistenti che viene detto “a grano di pepe”, poiché si ripiegano in se stessi. Ci sono i caratteri fisiologici, a cui si accennava all’inizio: sono il risultato di un adattamento a situazioni esterne (che possono essere rappresentate anche da un agente patogeno). L’innalzamento della temperatura è ad esempio un carattere fisiologico, come il battito cardiaco (maggiore frequenza cardiaca, maggior vaso-dilatazione, maggior sudorazione) o la pressione sanguigna. La vaso-dilatazione comporta un abbassamento della pressione. L’ambiente svolge un ruolo importante nella modificazione dei caratteri fisiologici. Anche la capacità respiratoria si può misurare e la media in un soggetto normale è di 3-3,5 litri; chi fa sport arriva anche a 4-4,5 litri, con il record detenuto dai pallanuotisti (7.5 litri). Quindi con lo sport si hanno spesso delle modificazioni. Un’eccessiva attività sportiva fa male, perché comporta modifiche irreversibili o quasi. Per quanto riguarda i caratteri psicologici, anche in ambito sportivo è stato dimostrato che la motivazione psicologica è fondamentale. A parità di prestazione vince chi è più motivato psicologicamente. Motivazione che può essere rappresentata ad esempio dal premio messo in palio. ½ è poi tutta una temporizzazione delle gare dovute alle risposte dell’organismo, quindi ambiente ed organismo sono sempre in contatto, in stretta relazione. Ciò comporta l’esistenza nel mondo di un’estesa variabilità quindi diversificazione di modelli di vita. Non riusciamo a cogliere quelle di esseri a noi inferiori, perché magari ci fermiamo alla morfologia. Ci sono segnali di altro tipo che testimoniano la diversità. Riusciamo ad evidenziare solo la nostra diversità. A questo punto è lecito chiedersi il perché di tutta questa diversità, perché non vi siano cloni: la risposta è molto semplice, tale diversità garantisce la sopravvivenza della specie. La natura ha come sommo interesse non quello individuale ma quello della specie. Se fossimo tutti uguali, quindi 6 miliardi di cloni sulla Terra, succederebbe qualcosa di simile a questo caso avvenuto in Russia: lì si decise di creare in laboratorio dei semi di grano per diventare indipendenti nella produzione. L’idea fu di un famoso genetista russo, Lisenko, e fu subito accolta tanto che il governo russo gli diede carta bianca. Egli sapeva che da seme a seme c’era differenza e quindi pensò di creare un “super-seme” e poi tanti cloni di quest’ultimo. Prese in esame tutti i diversi tipi di semi e calcolò le temperature estive ed invernali degli ultimi 50 anni nell’area che poi avrebbe coltivato. Creò semi che dessero il massimo della propria germinazione alla temperatura di -l5° e tutta la Russia fu seminata con tali semi. Il primo anno andò bene, anche perché furono confermate le previsioni invernali ma l’anno successivo, più freddo, non vide spuntare neppure una spiga. Questo perché non c’era variabilità, tutti i semi erano “programmati” per una temperatura di -l5° ed alla minima variazione il risultato fu catastrofico. Chi salvò l’Urss dal disastro fu un altro agronomo, il quale non avendo più semi di grano a sua disposizione in natura, si recò al museo dell’agricoltura dove erano conservati ancora alcuni semi ad alta variabilità “pre-clonazione”: grazie ad essi l’Urss fu riseminata. Quindi ne consegue che la non specializzazione è dannosa, e la variabilità significa sopravvivenza. Se fossimo “programmati” per un certo clima, umidità, insolamento, . , alla minima variazione dei fattori ambientali moriremmo tutti. Se persiste e permane una certa variabilità invece ci garantiamo la continuità. Per adattarci ad un ambiente comunque abbiamo a nostra disposizione anche un’altra arma, ovvero la cultura. Non sempre le modifiche che dovrebbero migliorarci la vita arrivano per tempo, in genere sono molto lente. Ad esempio i cromosomi nostri sembrano più grossi rispetto a quelli di 4 secoli fa, ma per arrivare a dei risultati bisognerebbe attendere altre 5 generazioni. La cultura ci permette di trovare soluzioni adattative immediate. Si parla quindi di eredità adattativa genetica (nel nostro genoma, ma è quella più lenta) e di eredità adattativa culturale (immediata). Ne emerge il nostro corpo come un’immagine sociale, una costruzione sociale. Abbiamo l’impressione che sia un oggetto biologico, a volte che sia un oggetto. Ma guardando con una certa distanza vediamo che esso rappresenta un progetto sociale, costituito e modellato dalla cultura d’appartenenza.




Vediamo alcune scienze che sono state afferenti all’antropologia ma che poi sono cadute nel dimenticatoio. Sono studi (antropometria, biotipologia) volti a classificare i viventi, le popolazioni e l’uomo. Da Linneo (‘700) e fino agli anni ’60 si utilizzò sempre la parola “razza” per descrivere individui diversi. Poi questo termine fu cancellato dagli antropologi perché privo di connotazione biologica e quindi fu introdotto “etnia”. Anche quest’ultimo è un termine con il quale si sono classificate le popolazioni umane (per lingua, costumi, abitudini, teologia): nacque già nell’800. La razza descriveva i caratteri appariscenti, quindi morfologici, mentre qualche decennio dopo nacque etnia per classificare l’uomo secondo altri criteri. E proprio questa “gabbia” sta facendo abbandonare anche il termine “etnia” perché non permette un’evoluzione. Una cultura infatti deve essere dinamica, deve subire le influenze delle altre popolazioni, quindi subire un’eredità culturale in tempi brevi; le popolazioni si modificano e le classificazioni non sono valide per sempre ma solo per brevi periodi. Quindi parlare di etnia significa riferirsi a qualcosa di obsoleto e statico. Oggi infatti si parla di “popolazioni umane”: è il termine che crea meno scontenti. Sta però emergendo una nuova “mania” classificatoria di tipo genetico, detta “genotipo”. Inizialmente questi termini erano stati usati senza questa mania classificatoria. Prendiamo infatti alcuni esempi molto remoti anche non occidentali: nell’India del II° Millennio a.C. sappiamo dell’esistenza di un certo “Dosha” che rappresenterebbe il giusto equilibrio dell’umore e del corpo. Ne abbiamo testimonianza grazie alla letteratura aiurvetica, che spiega tale “dosha” come un liquido circolante nel corpo umano che può assumere tre differenti aspetti: si parla infatti di teoria del “tri-dosha”. In Cina, in tempi più recenti (VIII°-IX° sec. a.C.), troviamo teorie dello stesso tipo che parlano di “energie circolanti” che possono assumere cinque forme, dunque pressoché la stessa cosa. Solo in tempi più recenti arriveranno le classificazioni occidentali, e il primo ad operarne una fu Ippocrate (IV° sec. a.C.) colui che viene considerato il padre della medicina. Egli classifica le persone secondo due diverse tipologie, in base al loro “habitus”: 1) habitus phisicus; 2) habitus apoplepticus. La finalità era quella di inserire in una delle due categorie un individuo, con la sola osservazione. Ed ovviamente Ippocrate fornisce anche una descrizione dettagliata di entrambi gli habitus, che ora riduciamo così: phisicus = secco, magro, longilineo; apoplepticus = più alto, un po’ soprappeso, . In verità la finalità era, più che inserire un individuo in una categoria piuttosto che nell’altra, quella di capire a quale patologia tale individuo era maggiormente esposto. In Occidente poi questa corrente è continuata in maniera particolare. Dopo Ippocrate ci sarà Galeno, ma ben 7 secoli dopo: egli lesse molto attentamente il suo predecessore e formulò la teoria “dei 4 umori” o Ippocratico-Galenica. I “4 umori” a cui Galeno fa riferimento sono: sangue, bile, linfa e atrabile. Dalla loro presenza un individuo era classificato come Sanguigno, linfatico, bilioso, atrabilioso. L’atrabile non esiste in realtà, è solo una forma patologica della normale bile. Questa teoria costituirà fino al 1600 la base per gli studi medici e filosofici. Fino al ‘600 infatti, non vi era un medico che non conoscesse questa teoria in ogni suo minimo dettaglio; da quel periodo in poi però cominciarono nuovi tentativi di classificazione in base a nuovi criteri ma solo con la seconda metà dell’800 si ottennero nuove classificazioni biotipologiche. Sarà un francese, Sigaud, che in base all’eccesso di un apparato rispetto all’altro, elabora una teoria divisa in 4 diversi stati: digestivo, respiratorio, muscolare, cerebrale. C’è una quasi totale sovrapposizione con il metodo ippocratico-galenico, si nota solo una terminologia più moderna. Si può dunque concludere che le concezioni fra Oriente ed Occidente sono molto diverse: nel primo caso ogni teoria prevede almeno 3 casi, o comunque un numero dispari e ciò significa che esiste uno stato di mezzo, che rappresenta la normalità. Ed è proprio questo il punto: in Oriente esiste la normalità, non è un caso la numerazione dispari. Ciò non si verifica in Occidente dove invece si ragiona in termini pari e quindi oppositivi: escludiamo la normalità anzi rappresentiamo ognuno una deviazione dalla normalità. C’è un diverso rapporto tra l’individuo e il sistema medico.




La biotipologia nasce come studio completo sull’uomo; nel 1925 a Genova nasce la prima società di biotipologia umana fondata da N.Pende. Da qui in poi, società francesi, tedesche e americane fioriranno a grappoli per studiare la morfologia, la fisiologia e la psiche umana. Pende fu il padre dell’endocrinologia. Questo tentativo biotipologico fornì nuovi elementi per il processo evolutivo della medicina: furono infatti approfonditi alcuni temi (quali ad esempio l’endocrinologia). Successivamente alla seconda guerra mondiale la biotipologia fu abbandonata, salvo essere ripresa recentemente dagli studi di neuro-scienze. Nel 1925 con Pende si ha una nuova classificazione su base endocrinologia con 6 tipi fondamentali (sempre n° pari): sono fondamentali soprattutto 3 ghiandole endocrinologiche (ipofisi, surrenali, sessuali). Egli ritiene l’uomo come una struttura piramidale a base quadrangolare da cui si ergono 4 facce: 1) faccia morfologica; 2) faccia fisiologica; 3) faccia psicologica; 4) faccia intellettiva (valutativa dell’intelligenza). La base, quadrangolare, è il patrimonio ereditario del soggetto. Il vertice è la sintesi del biotipo (vedi disegno su appunti). Ciò che screditò maggiormente il modello di N.Pende fu soprattutto la cosiddetta faccia intellettiva, perché gli antropologi ancora oggi non sanno dare una definizione di intelligenza, urarsi 80 anni fa e su basi del tutto infondate. Tra coloro i quali invece impostarono la loro biotipologia in 3 fasi troviamo per primo un francese, Martigny: prevedeva una struttura a 3 foglietti (endoderma, esoderma, ectoderma). Dal momento in cui si forma questa struttura, egli afferma che inizia la specializzazione (qualcosa di simile già visto nell’invecchiamento). Da ogni “foglietto” partiranno linee cellulari che porteranno alla formazione dei vari organi. Ad accrescimento avvenuto, a seconda che prevalgano organi di un foglietto piuttosto che di un altro, Martigny individua 3 tipi fondamentali (endoplastico, esoplastico, ectoplastico). Esiste poi un 4° tipo, che si ottiene però solo se fra i 3 tipi precedenti si ha un equilibrio perfetto, ovvero non c’è prevalenza di uno sugli altri. Un tedesco invece, Kreischmer, fece una classificazione particolare: era direttore degli ospedali psichiatrici tedeschi nel periodo tra la 2° guerra mondiale e gli anni ’60. Si accorse che vi erano fondamentalmente alcune patologie psichiche differenziali che colpivano persone con morfologie differenziali. Analizzò molti pazienti e soprattutto fotografò i volti. A quel tempo si dividevano le patologie psichiche sostanzialmente in due gruppi, schizofrenia e psichico-depressive. Osservò che molti suoi pazienti affetti da psicosi manioca-depressiva avevano un volto largo, tondeggiante, picnico (dal greco πυχνος, largo) e con vestiboli ampi (occhi); gli schizofrenici invece erano leptosomici (stretti), alti, magri e con vestiboli piccoli. Prova tutto statisticamente. La ciclo-timia è la fase precedente alla maniaco-depressiva, gli schizoidi sono individui invece non schizofrenici ma quasi: si hanno quindi altre due categorie. Tutto ciò che è stato espresso finora richiama la fisionomica, il cui padre fu Cesare Lombroso: egli osservava il volto delle persone e lo metteva in relazione psichico-caratteriale. Kreischemer prende molto dalla fisionomica. I primi scritti occidentali in materia sono di un monaco, Lavater, austriaco: descrive tutte le possibili presenze di piccole bozze, protusioni, foruncoli, . , sul viso umano. Non è nemmeno certo che abbia provato tutto ciò su una sufficiente casistica di persone per sostenere poi le sue tesi. Con tutt’altra impostazione e visione furono i lavori di Dalla Porta: si basò su affinità nei profili del volto tra animali e uomini. Si parte ad esempio da una pecora e si arriva all’uomo, e quindi chi risponde a questa somiglianza sarà, in questo caso specifico, un codardo, senza iniziativa, . , e così per molti altri casi. Tra fine ‘700 ed inizio ‘800 c’è una fisionomica senza troppo rilievo. Si arriva dopo la seconda guerra mondiale a Curry (austriaco) che dà un certo contributo: studia il volto. Era un medico generalista di Vienna e veniva sempre chiamato per le diagnosi di decesso. Nel corso della sua vita professionale si accorse che i suicidi (coloro che si suicidavano) avevano delle caratteristiche del volto particolari: individuò due categorie. Si rivolse al servizio meteorologico e si fece consegnare tutti i dati (temperatura, gradienti, umidità, . ) e stabilì correlazioni tra certi decessi e certi gradienti. Fondò poi la biometeorologia (1955) e nel 1967 a Milano ci fu la prima cattedra di bioclimatologia. Si studiano le reazioni ai gradienti esterni (elettricità dell’aria, per esempio). Curry stabilì principalmente due gruppi: F (degli individui più sensibili al fronte freddo) e C (degli individui più sensibili al fronte caldo), oltre ad un gruppo M (medio). Credeva che vi fosse tra questi gruppi un elemento comune e discriminante, per cui un soggetto si suicidava in presenza di un determinato gradiente ambientale. Creò a Vienna le “stanze climatiche”, luoghi in cui le condizioni si modificavano a piacimento dei ricercatori, per studiare le reazioni. Gli studi confermarono in buona parte le premesse sulle osservazioni dei suicidi ma non trovò quel famoso elemento comune e discriminante. Fu solo dopo la sua morte che i suoi studenti stabilirono che l’ozono combinato con l’elettricità dell’aria determinava reazioni opposte. Per cui è importante il rapporto tra ambiente e salute, che da sempre è stato sottolineato. Questi studi ormai oggi sono sconfinati, in qualche caso, nell’antropometria, specialmente negli ambiti sportivi e pediatrici. In quest’ultimo caso esistono infatti ancora gli auxogrammi, grafici con riportati i dati medi (e quindi normali) relativi a peso e statura a seconda degli anni di età.




Stilando una sorta di cronologia dei sistemi di classificazione umana, per primo fu utilizzato quello zoologico, poi quello genealogico (o gerarchico) ed infine, per terzo, quello geografico. Il primo a classificare l’uomo fu Linneo, con il sistema zoologico. Con questo metodo ci si basava sulla morfologia, sui caratteri quindi evidenti, quelli usati per classificare anche gli animali. Linneo considera caratteri morfologici ma anche caratteriali: arrivò a considerare anche la forma di governo, il modo di vestirsi, il temperamento . Ci mise un po’ di tutto insomma. Successivamente verranno gli autori che privilegiarono un solo carattere morfologico: da lì in poi nascerà allora il fattore della pigmentazione della pelle, ma anche della forma del naso, del capello, della testa. Tra questi studi e il razzismo c’è una stretta correlazione, anzi di sicuro contribuirono all’emergere di certe forme di razzismo ma non tanto quanto l’antropologia culturale e l’etnologia. Inoltre questi studi erano rivolti a poche persone, ad un’elite, ed anche i mezzi di divulgazione riservati a tali teorie erano pochi (le riviste che pubblicavano tali studi erano 7 in tutto il mondo). Gli antropologi culturali invece, con i loro giudizi, hanno dato un apporto maggiore e determinante al razzismo. Dalla fine dell’800 alla 2° guerra mondiale entrò infatti in gioco il criterio genealogico (o gerarchico) da cui gli antropologi culturali attinsero molto. Si arrivò a dividere le popolazioni in: primitive, principali e derivate; oppure in primarie, secondarie e terziarie. Si arrivò anche a determinare le cosiddette popolazioni neo-derivate, per marcare una sorta di superiorità. Con la fine della seconda guerra mondiale si abbandona il termine razza (1960). Si comincia a parlare di popolazione umana e quindi del criterio geografico.  Autori famosi in questo ambito sono Vallois e Biasutti (storico-geografico). Il primo cerca le “isole antropologiche”, gli isolati. Parla delle condizioni della Terra dalla sua esistenza ad oggi, individuando 6 aree antropologiche (America, Europa, Asia Cis-Himalayana e Trans-Himalayana, Africa sub-sahariana, Oceania). Cerca di capire gli elementi che impedivano le facili comunicazioni tra i continenti (montagne e oceani) e che dunque hanno impedito la “libera circolazione” degli uomini sulla Terra da sempre e quindi anche la formazione di un’unica popolazione umana. Infatti, secondo Vallois, questo isolamento portò alla formazioni dei vari gruppi umani dato che le persone si accoppiavano solo all’interno della stessa popolazione. Biasutti invece fa una classificazione per lo più storica, cerca le origini storiche di tutte le popolazioni, descrivendone i flussi migratori. Considera 29 popolazioni diverse divise in ulteriori sotto-popolazioni. Una nuova corrente di genetisti sta riproponendo classificazioni di stampo genetico.



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