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Pietro da Cortona

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Pietro da Cortona



Pietro Berrettini ma chiamato da tutti Pietro da Cortona perché Cortona era il suo paese nativo, che si trova in toscana. Architetto e pittore contemporaneo di Bernini e Borromini, Pietro Berrettini condivise con loro la scena artistica romana del Barocco romano. Nasce nel 1597 a Cortona da una famiglia di modesti artigiani, si formò inizialmente presso il pittore fiorentino Andrea Comodi. Fu proprio questo pittore che lo aveva a bottega a portarlo nel 1611 a Roma. Una volta a Roma entra nella protezione di un conte fiorentino, Sacchetti, che aveva interessi e ambizioni a Roma. In questo contesto il giovane autonomamente si dedicò alla studio della pittura classica e a quella di Raffaello. Il conte Sacchetti lo introduce, dopo alcuni anni, nelle committenze delle grandi famiglie romane: Barberini, Bernini, Panfili .

Pietro da Cortona pittore e architetto barocco lavorò senza interruzione a Roma fino alla sua morte nel 1669. Le sue prime collezioni sono per la famiglia Sacchetti in una villa successivamente distrutta e per i Barberini. Il Berrettini dimostrò grande padronanza del mezzo tecnico del disegno, caratteristica, tipica della sua formazione fiorentina.






Fondamentale è il contributo che Berrettini da alla pittura decorativa ad affresco, per la quale propone un nuovo stile che arricchisce la narrazione di inediti effetti scenografici e di un suo efficacismo di colore. Ciò è particolarmente presente nel Trionfo della Divina provvidenza un grandioso dipinto che orna la volta della Salone del Palazzo Bernini, famiglia di Urbano VIII. La decorazione del salone è di 600 m2 e il tema del dipinto è il trionfo della divina provvidenza che doveva esaltare il casato dei Barberini. Riempie la volta con molte ure, come è nello stile barocco che tende a fare una macchina decorativa. Non c’è una rigida divisione dello spazio, però si può dire che si sono cinque spazi: rettangolo centrale da cui scendono dei pentagoni, uno per lato. In alto (guardando il libro) nel riquadro centrale troviamo lo stemma dei Barberini con le tre api dentro una ghirlanda d’alloro e sotto ci sono le impersonificazioni della virtù, della fede, della speranza, della religione (una porta in mano il cappello e una le chiavi della Chiesa), di Roma, della provvidenza e dell’immortalità (quella con la ghirlanda di stelle). In basso seduta sulle nubi c’è la divina provvidenza ed ha in mano uno scettro. Sotto la divina provvidenza c’è un uomo con una falce che è il tempo, anche perché è attorniato dalle parche che erano divinità che tagliavano il filo della vita. Alla destra del tempo troviamo impersonificazioni di altre virtù. Nelle altre quattro parti troviamo episodi della mitologia che servono per esaltare la famiglia Barberini. Berrettini ha dato poca divisione perché voleva che l’osservatore guardasse velocemente in tutte le parti. Molte ure sui lati sono dipinte in scorcio. Grande spettacolo, ure che salgono e scendono. Questa pittura doveva emozionare, colori caldi. Molta attenzione al colore perché deve dare vita alle ure. Immagini di fantasia che dovevano sembrare reali, verosimiglianza. Lo spettatore deve sentirsi rapito dall’immagine. Berrettini arriva a ricreare l’illusione di una straordinaria profondità prospettica, gettando le basi per quello che sarà uno dei temi fondamentali della pittura sei e settecentesca. La novità della realizzazione è tale che la consistenza materiale del soffitto pare dissolversi e conseguentemente “le ure per entro le sue chiarezze appaiono vive” come scrive un uomo del tempo “e che attraversino l’aria volando, o portate da spiriti invisibili”, sullo sfondo fantastico “di una purissima conica trasparente”.












Doveva essere inizialmente la chiesa dell’accademia di santa Luca e per questo motivo quando si decide di ricostruire la chiesa precedentemente medievale. Per la costruzione di questa chiesa viene portato alla luce il corpo di san Martina, così che questa diventi una doppia chiesa. Chiesa di Santa Luca e di Santa Martina. Una parte della struttura è dedicato a Santa Luca e uno a Santa Martina. Sotto Santa Martina ed è una cripta., sopra Santa Luca. La costruzione sorge hai piedi del Campidoglio ì, tra il Foro di Cesare e l’antica Curia. La pianta originariamente scelta fu quella circolare per evidente omaggio alla tipologia dei primi martyria. In seguito però l’architetto decise di usare una croce greca di ispirazione rinascimentale anche se ne rinventò la collocazione spaziale. Il braccio verticale della croce è leggermente più lungo, anche se entrambi terminano con absidi semiellittici. Le pareti interne si snodano lungo il perimetro della croce con un particolare e suggestivo alternarsi di rientranze e aggetti, scanditi dal plastico e ininterrotto susseguirsi di colonne, nicchie e paraste culminate all’addensarsi nell’incrocio tra i due bracci. Non ci sono angoli secchi. All’esterno troviamo degli elementi che abbiamo analizzato in Bonarroti. Facciata divisa in due da una traebeazione aggettante che svolge anche una funzione decorativa. Due ordine di colonne, capitelli che inquadrano l’ingresso e sopra una finestra. Alternarsi di semicolonne e paraste, la facciata è un po’ convessa. La cupola ricorda molto il Panteon per i lacunari e la struttura di costoloni ricorda San Pietro.

Lavora a quest’opera dal 1635 al 1668 poco temo prima della sua morte.






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