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DALLA MONARCHIA ALLA REPUBBLICA CONSOLARE

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DALLA MONARCHIA ALLA REPUBBLICA CONSOLARE

Alla fine del V secolo a.C. Tarquinio il Superbo venne deposto da un gruppo di aristocratici e venne istituita una repubblica, in cui la più alta carica era affidata a due consoli.

Il passaggio non fu indolore perché Roma fu impegnata in una serie di guerre con gli Etruschi e con i Latini, che volevano estrometterla dalla lega. Ma la città ne uscì vittoriosa grazie ad un esercito reso più forte e numeroso. Le guerre misero in risalto l’importanza delle masse plebee che rivendicarono e ottenerono un maggior peso politico.


Il passaggio dalla monarchia alla repubblica

La leggenda narra che il lio di Tarquinio il Superbo fece violenza alla nobile Lucrezia, che si uccise per la vergogna. Il marito di lei e con lui altri nobili fecero una rivolta e chiusero le porte di Roma lasciando fuori il re che invano chiese l’aiuto degli Etruschi, perché i romani riuscirono a respingerlo.



In realtà la rivolta fu provocata dall’atteggiamento tirrenico di Tarquinio e dall’insofferenza dei romani verso la dominazione etrusca. La guerra si concluse con la vittoria di Roma, che poteva così rientrare nella lega.


Consoli e senato

I nobili fecero in modo che il potere non fosse affidato più ad un uomo solo, ma ai due consoli che detenevano il supremo comando civile e militare e il loro grado era pari in tutto. Rimanevano in carica un anno solo ed erano assistiti dal senato, di cui diventavano membri alla fine del loro incarico. In circostanze particolarmente difficili i consoli potevano nominare un dittatore unico, che durava in carica sei mesi e aveva poteri assoluti.

Il senato era formato soprattutto dai patrizi. Ai senatori era proibita qualsiasi attività commerciale, in pubblico indossavano la toga ed a teatro e alle cerimonie occupavano i posti d’onore. I senatori restavano in carica tutta la vita.


I patrizi e i plebei

I patrizi erano la classe dominante, appartenevano a famiglie di grandi proprietari terrieri, si riconoscevano come discendenti di un unico capostipite, avevano proprie tradizioni ed erano unite dal culto di antenati comuni.

Tutti gli altri abitanti di Roma erano plebei: erano cittadini romani ma non avevano gli stessi diritti dei patrizi. Furono proprio quest’ultimi a causare la caduta della monarchia perché era cresciuta l’importanza dei singoli cittadini e diminuita quella delle famiglie nobili. Le riforme di Servio rimasero in vigore anche con la repubblica e il popolo contribuiva ai successi di Roma, cosicché cominciò a rivendicare più giustizia.


I clienti

I clienti erano uomini liberi, ma in condizioni economiche disagiate, infatti questi venivano mantenuti dai patroni che chiedevano la loro disponibilità. Gli obblighi dei clienti verso i patroni prevedevano la prestazione di vari servizi e la garanzia di fedeltà assoluta. I patroni obbligavano il cliente a votarlo in sede di elezioni.


Le rivendicazioni dei plebei 

Le disuguaglianze fra patrizi e plebei provocarono numerosi scontri ed il segno più evidente era il divieto di matrimoni misti fra le due classi. I plebei non potevano accedere alle più alte cariche dello stato che erano riservate ai patrizi, non ottenevano gli stessi benefici dalle vittorie in guerra e molti di loro erano oppressi da debiti.

Una delle richieste più insistenti era che le terre pubbliche venissero divise fra la plebe.

Quando nel, 494 a.C. , i plebei uscirono di Roma e si ritirarono sull’Aventino, minacciando di non tornare più in città, la vita economica fu paralizzata. A quel punto i patrizi scesero a patti.

Le vittorie dei plebei

I plebei ottennero i tribuni della plebe, incaricati di tutelare i loro diritti e con la possibilità di veto contro ogni legge o provvedimento dannosi per la plebe. I tribuni erano inoltre inviolabili.

La conquista decisiva fu il decemvirato. Nel 451 a.C. furono nominati, i decemviri, che per la prima volta compilarono un codice di leggi scritte, poiché prima venivano usate dai magistrati come volevano. In seguito fu abolito il divieto di matrimoni fra patrizi e plebei e gradatamente questi ultimi poterono ricoprire le cariche più alte. Nel 366 a.C l’elezione del primo console plebeo segnò anche la pacificazione fra i due ordini.




Le magistrature repubblicane

Questori: amministravano le finanze dello stato.

Pretori: amministravano la giustizia.

Edili: rifornivano di viveri la città, curavano le strade e organizzavano i grandi giochi pubblici.

Censori: erano i magistrati che ogni cinque anni si occupavano del censimento, cioè coloro che si occupavano di ripartire i cittadini, in base alla ricchezza, nelle cinque classi. Completavano la lista dei senatori.


Il “cursus honorum”

La sequenza delle cariche da quella più bassa alla massima carica veniva chiamato “cursus honorum”e comprendeva la questura, la pretura e infine il consolato. I magistrati meritevoli venivano inclusi nel senato.

I patrizi riuscivano a farsi eleggere grazie alle loro clientele mentre i plebei non avevano né il tempo né il denaro.


Le assemblee popolari: i comizi centuriati e i comizi tributi

I cittadini romani si riunivano e votavano in comizi. I più antichi erano i comizi curiati. Dopo le riforme di Servio persero tutto il potere che passò a comizi centuriati. In queste assemblee i cittadini-soldati votavano divisi per centurie ed ogni centuria aveva a disposizione un voto. Il voto di questi rispecchiava la volontà dei cittadini più abbienti.

A fianco dei centuriati vi erano i comizi tributi dove il criterio della ricchezza contava molto meno. Proprio per questo i secondi divennero più importanti rispetto ai comizi centuriati.


LA FAMIGLIA E LA VITA RELIGIOSA NELLA ROMA ARCAICA

La sua autorità, la patria potestas, su tutti i componenti della famiglia e sugli schiavi dura finché egli è in vita ed è un potere totale, di vita o di morte. È il pater familias che dispone i matrimoni dei li e che celebra i culti delle divinità protettrici della casa: i Lari, i Penati e i Mani.

Se il lio acquisiva una certa autonomia con la ssa del padre, la donna aveva comunque bisogno di un tutore. Per il mondo romano le virtù richieste ad una donna erano quelle tradizionali legate alla famiglia e alle attività domestiche.

Quanto agli schiavi erano privi di qualsiasi diritto, ma era loro possibile acquistare la libertà se un padrone benevolo li affrancava. In questo caso passavano alla condizione di liberti. La centralità del ceppo familiare nella vita romana si coglie anche nel modo di assegnare i nomi: quello del ceppo passava come una sorta di cognome a tutti i li e diventava l’unico nome delle lie.








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