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Imperialismo e rivoluzione nei continenti extraeuropei

Imperialismo e rivoluzione nei continenti extraeuropei
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Imperialismo e rivoluzione nei continenti extraeuropei



L’ascesa delle nuove potenze (Usa, Cina e Jap) segna il declino del primato mondiale dell’Europa. In particolare, si comincia a parlare di “pericolo giallo” a partire dalla


guerra russo-giapponese del 1904-05 – Dopo la vittoria sulla Cina (1894), il JAP entra in concorrenza con la RUS per il controllo delle zone di influenza dell’Impero Cinese ormai indebolito. Quando la RUS rifiuta l’accordo di spartizione della Manciuria proposto dal JAP, quest’ultimo attacca a sorpresa (1904) la flotta russa nel Mar Giallo, penetrando quindi in Manciuria, dove sconge anche l’esercito russo. Il JAP ottiene così la Manciuria meridionale e il protettorato sulla Corea (di fatto controllata dal 1895).


Per la Russia la sconfitta portò all’aggravarsi delle tensioni interne e allo scoppio della rivoluzione del 1905.



Caduta del mito dell’uomo bianco: i Giapponesi scongono la Russia, potenza europea, e l’Estremo Oriente rimane di fatto territorio di contesa tra JAP e USA.


Crisi dell’Impero Cinese – Perso ormai ogni prestigio dopo la sconfitta con il Giappone (1895) e le infiltrazioni commerciali occidentali, la dinastia Manciù si rivela incapace di avviare un processo di rinascita simile alla “restaurazione Meiji” del JAP e lascia spazio al sorgere di movimenti democratico-occidentalizzanti.

In particolare, Sun Yat-sen, medico di Canton, nel 1905 fonda un movimento basato sui tre principi del popolo (di ampio respiro): indipendenza (nazionalismo), rappresentanza popolare (democrazia), benessere del popolo (socialismo). Nel 1912 un’assemblea rivoluzionaria dichiara decaduta la dinastia imperiale Manciù e Sun Yat-sen diventa presidente della Repubblica Cinese.

Il generale Yuan Shi-kai, inviato dal governo di Pechino per sedare la rivolta, si schiera coi repubblicani in cambio della nomina a Presidente al posto di Sun Yat-sen. Era la fine del più antico impero del mondo (3.000 anni di storia).

I conservatori che facevano capo al Presidente si oppongono presto alle forze democratiche del Kuomintang (Partito Nazionale) di Sun Yat-sen, finché  Yuan Shi-kai pone questo partito fuori legge e instaura una dittatura personale, dando inizio a una serie di guerre civili che termineranno solo nel 1949 con la vittoria della rivoluzione comunista di Mao.


Il ruolo egemonico degli USA veniva intanto affermandosi sul continente americano, soprattutto grazie a una crescita industriale ed economica che non aveva pari nel mondo. Si formano grandi concentrazioni industriali e finanziarie (corporations) e l’Antitrust Act (che vieta l’accordo sui prezzi dei cosiddetti “sectiunelli”) non fa che incentivare le fusioni delle imprese di settore. Anche l’agricoltura fa registrare sviluppi e progressi soprattutto nel Midwest. Parallelamente si sviluppano le organizzazioni operaie che però non mirano alla lotta di classe né al rovesciamento del capitalismo.

Svolta in tema di politica sociale si ha con Theodore Roosevelt, eletto Presidente degli Usa nel 1901 come esponente dell’ala progressista del partito Repubblicano. Alterna la diplomazia del dollaro alla politica del “grosso bastone” per difendere gli interessi Usa nel mondo.

Esempio ne è la questione del Canale di Panama, progettato dagli Usa con autorizzazione della Colombia (di cui faceva allora parte Panama) nel 1901 per collegare il Pacifico al mare dei Caraibi. Nel 1903 il governo colombiano rifiuta di ratificare l’accordo per orgoglio nazionalista e gli Usa minacciano un intervento militare. Come già nel caso di Cuba (1898), si giunge così alla nascita della Repubblica di Panama, indipendente ma di fatto controllata dagli Usa. Il canale viene aperto nel 1914.



Sensibile alla questione sociale, Roosevelt cercò di attuare una legislazione sociale e di limitare il potere dei trusts, senza mettere in discussione però i principi del capitalismo americano.

Appena Roosevelt lasciò la presidenza (1908), il partito Repubblicano si spaccò, fino alla vittoria dei democratici e la presidenza di Woodrow Wilson (1912). Wilson inaugura una politica estera più prudente e attenta gli equilibri internazionali, ma sempre volta a tutelare gli interessi degli Usa, identificando nei principi democratici il fondamento del ruolo degli Usa nel mondo (paradossalmente, proprio per tali principi Wilson porterà gli Usa in guerra nel 1917)


L’America Latina conosce un buon momento economico a inizio Novecento per le esportazioni nei diversi Paesi americani, restando però in una posizione di dipendenza economica (produrre ciò che richiede il mercato esterno e svilupparsi con capitali esteri), limitandosi spesso alla monocultura (caffè per il Brasile, grano in Argentina, canna da zucchero a Cuba) e favorendo il persistere del latifondo. Nella maggior parte degli Stati latino-americani i regimi parlamentari e repubblicani assumono spesso i connotati di dittature personali.

Regna tuttavia una certa stabilità politica, interrotta solo dalla rivoluzione in Messico del 1910 contro il regime dittatoriale del presidente Porfirio Diaz, cui si oppongono capi rivoluzionari come Emiliano Zapata e Pancho Villa che costringono Diaz ad abbandonare il Paese nel 1911. La rivoluzione prosegue però per i contrasti tra la componente borghese-moderata e quella contadina che mira a una radicale riforma agraria (tre quarti della popolazione sono infatti peones, cioè poveri braccianti senza terra). Il conflitto termina solo nel 1921 (dopo un milione di morti) con il varo di una costituzione democratica aperta alle istanze di riforma sociale.








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