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LA SECONDA REPUBBLICA - I GIORNI NOSTRI

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LA SECONDA REPUBBLICA - I GIORNI NOSTRI

E’ ormai consuetudine indicare con l’espressione ‘seconda Repubblica’ il nuovo assetto politico determinatosi in Italia dal 1992-94 in seguito alla nuova legge elettorale maggioritaria ed alla nascita di un tendenziale bipolarismo.

Apertosi, sul piano internazionale, con una serie di grandiosi mutamenti, l’ultimo decennio del secolo iniziava, anche per l’Italia, all’insegna di alcune rilevanti novità politiche, accomnate però da un complessivo aggravarsi dei sintomi di disagio nella società civile e nelle istituzioni. Segnali negativi venivano innanzitutto dall’economia: la crescita produttiva si era interrotta a partire dal 1990; il tutto mentre l’inflazione, alimentata dalla crescita della spesa pubblica, restava ben al di sopra della media europea e mentre il deficit del bilancio non accennava a ridursi.

I problemi dell’economia e della finanza pubblica non erano il solo motivo per cui l’Italia rischiava di restare emarginata dal processo di integrazione europea. Un motivo più grave era rappresentato dall’accresciuta offensiva della malavita organizzata nel Sud del Paese.



Sul piano della vita politica le novità dei primi anni ‘90 furono numerose e rilevanti. La prima, legata ai mutamenti nell’URSS e nell’Europa dell’Est, fu la trasformazione del PCI nel nuovo Partito democratico della sinistra di Ochetto (PDS). Ma i suoi progetti di collaborazione col PSI non andarono a buon fine ma anzi, il neo partito PDS assistette alla scissione dell’ala più legata al vecchio PCI del suo gruppo che diede vita a Rifondazione Comunista. Sul versante opposto si consolidarono movimenti regionalisti fra cui spicca la Lega Lombarda. Nel ‘92, pochi mesi prima della fine del suo mandato, Cossiga decise di sciogliere le Camere; le elezioni registrarono alcune clamorose novità: seccamente sconfitti sia la DC che il PDS, stazionario il PSI, i veri vincitori delle urne furono i Verdi ma soprattutto il neo partito di Bossi, la Lega Nord, evoluzione della Lega Lombarda. La coalizione quadripartita conservava una maggioranza parlamentare ridottissima ma decisiva, perché al momento, priva di alternative (DC, PDS, PCI, PSI).

Dopo le dimissioni di Cossiga, il Parlamento elesse il 25 maggio Scalfaro, vecchia gloria dell’ormai screditato da Tangentopoli partito democristiano. Da alcuni mesi, infatti, un nuovo scandalo stava coinvolgendo un numero crescente di uomini politici accusati da aver preteso ed ottenuto tangenti per la concessione di appalti pubblici. L’inchiesta, avviata dalla magistratura milanese svelò un diffusissimo sistema di finanziamento illegale dei partiti e di autofinanziamento dei politici. Destinatari principali erano i partiti di maggioranza: DC, PDS, PCI, PSI.

In una situazione già carica di difficoltà, si inserì l’improvvisa recrudescenza dell’offensiva mafiosa contro i poteri dello Stato. A questi due problemi si aggiungevano anche quelli legati alla crisi produttiva e la gravissima posizione debitoria dello Stato. Caduta la candidatura di Craxi, nel mirino dei magistrati di Tangentopoli, Scalfaro affidò l’incarico ad un atro socialista, Amato. Il nuovo governo, sempre quadripartito, affrontò subito il problema finanziario con interventi di tipo fiscale sui cittadini, quindi con una più incisiva manovra destinata a contenere le spese riducendo in primis quelle per la sanità. Rimaneva irrisolto il problema delle riforme istituzionali; il tema più discusso ed il nodo più difficile da sciogliere era quello della legge elettorale. L’introduzione di un nuovo sistema maggioritario uninominale, nel 1991, sembrò la via più rapida per la riforma. Il disaccordo fra le forze politiche spianò la strada ad una soluzione imposta da un referendum abrogativo nel ‘93: i cittadini approvarono a larghissima maggioranza quel referendum che, attraverso la soppressione di alcune formulazioni di legge elettorale, introduceva il sistema uninominale maggioritario al Senato. Contemporaneamente veniva abolito il finanziamento pubblico dei partiti in vigore dal 1974.

All’indomani del referendum, Amato, convinto della fine di un’epoca, annunciò le dimissioni del suo ministero. Scalfaro designò allora Ciampi per formare un nuovo governo che varò ottenendo l’appoggio della vecchia maggioranza quadripartita (DC, PSI, PSDI, PLI) e l’astensione di PDS, Lega, Verdi e PRI. L’impegno del nuovo esecutivo era rivolto a favorire il varo di una nuova legge elettorale per le due camere, approvate ai primi di agosto: esse introducevano il sistema maggioritario uninominale per il 75% dei seggi, mentre il restante 25% era da assegnare con sistema proporzionale.



A partire dal 1993, alcune forze politiche cominciarono a proclamare nuove elezioni, mentre la maggioranza puntava deliberatamente a ritardarle. I partiti della vecchia maggioranza avevano in questo periodo avviato una trasformazione: il PSI aveva affidato la segreteria del partito prima a Benvenuto, quindi a Del Turco, ma non sembrava più in grado di ridarsi credibilità dopo lo scandalo di Tangentopoli. La DC, guidata da Martinazzoli aveva deciso di tornare alle origini riassumendo il nome di Partito popolare italiano coniato nel lontano ‘19 (?) da Sturzo, ma al momento del varo della rinascita, un gruppo di democristiani ostili al predominio delle sinistre nel partito, si raccolse in una nuova formazione, il CCD. L’anno seguente la DC si spaccò ancora dando vita ad un nuovo partito detto CDU. Riassumendo, siva la DC e ritornava il vecchio PPI, indebolito però dalla scissione di due suoi gruppi, il CCD ed il CDU. Ma l’elemento di maggior novità nello scenario politico italiano fu l’ingresso in politica dell’imprenditore Silvio Berlusconi, proprietario delle tre maggiori reti televisive del Paese, del Milan e del gruppo Mondadori. Berlusconi era sceso in campo per arginare la situazione post-tangentopoli per ricostruire un centro ormai disgregato e per dar vita ad una coalizione di centrodestra capace di opporsi al centrosinistra. Nel giro di qualche mese riuscì non solo a fondare un proprio movimento politico, Forza Italia, ma anche a costruire un’alleanza politica con la Lega, con Alleanza Nazionale, coi radicali di Pannella e col CCD. Sul fronte opposto il PDS coagulò attorno a sé tutte le forze di sinistra, dagli estremisti di Rifondazione ai socialisti. Le elezioni del 1994 decretarono lo strasuccesso alla Camera di Berlusconi che ottenne 302 dei 475 seggi uninominali, mentre al Senato sfiorò di poco la maggioranza assoluta. Il PDS si assestò come secondo partito, seguito da Alleanza Nazionale e del Partito Popolare, gli ex della DC. Le ragioni della vittoria di Berlusconi furono attribuite non solo alla sua abile camna pubblicitaria agevolata dal suo network, ma soprattutto alla sua capacità di proporsi come l’unico in grado di sostituire il governo spazzato via degli scandali di Tangentopoli. Nel 94 Berlusconi formava così il suo governo insieme alla Lega, ad Alleanza ed ai Democristiani di centro, ma i contrasti con la Lega lo costrinsero a dimettersi già a dicembre dello stesso anno lasciando il via al governo Dini, espressione del centrosinistra ora rafforzato dall’arrivo della Lega. La realizzazione più significativa del governo Dini fu la riforma del sistema pensionistico. Intanto si stava delineando il vero bipolarismo: da una parte il Polo (Forza Italia, Alleanza e CCD) e dall’altro l’Ulivo di Prodi, una coalizione di centrosinistra. Nelle nuove elezioni, anticipate, l’Ulivo prevalse di misura grazie al supporto, negoziato, con Rifondazione. Il primo obbiettivo del governo Prodi fu quello di ridurre il deficit entro il rapporto del 3% con il prodotto interno lordo, il parametro necessario fissato a Maastricht per l’ammissione nell’Unione monetaria europea. Una serie di interventi consentirono all’Italia di entrare nel sistema monetario alla fine del ‘96 e di ottenerne l’ingresso ufficiale nel ‘98. Intanto Berlusconi, d’accordo con D’Alema, aveva favorito la costituzione di una Commissione bicamerale per delineare in Parlamento un progetto organico di riforme istituzionali. La proposta prevedeva l’introduzione di un sistema semipresidenziale ad elezione diretta dal Presidente della Repubblica, ma il progetto saltò per l’acutizzarsi delle tensioni fra i due poli. Nel finire del 1998, dopo un ennesimo contrasto sulla politica economica, Rifondazione negò la fiducia al governo Prodi, costretto perciò a dimettersi; si formò un nuovo governo di centrosinistra presieduto dal leader del PDS D’Alema, sostenuto dall’Ulivo e dall’UDR e dalla nuova ala comunista, formatasi dalla scissione da Rifondazione, il Partito dei comunisti italiani guidato da Cossutta.







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