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L'ITALIA NEL TRAVAGLIO DEL DOPOGUERRA EUROPEO



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L'italia nel travaglio del dopoguerra europeo

Alla fine della guerra in Europa la situazione economica e politico-istituzionale dell'Italia versava in condizioni disastrose: l'opinione pubblica non poteva non aver risentito delle diffidenze e delle divergenze sorte in seguito alle differenti esperienze affrontate dal Sud, che aveva conosciuto l'occupazione degli alleati sia in regime di armistizio che di cobelligeranza, e dal Nord, dove aveva preso corpo la Resistenza politica e militare contro i Tedeschi e la Repubblica di Salò grazie all'iniziativa dei partiti antifascisti organizzati nei Comitati di Liberazione Nazionale (CNL).

Cresceva il fermento politico dovuto al processo di epurazione dalle cariche e di smantellamento delle strutture burocratico-amministrative dello Stato fascista: tuttavia i governi di emergenza istituiti tra il '44 e il '45, pur essendo espressione unitaria delle nuove forze politiche organizzate nei partiti e nei CNL, non furono in grado di dare una risposta adeguata alle reali esigenze del paese.



A liberazione compiuta, Bonomi cedette il governo a Parri, esponente del Partito d'Azione e delle correnti politiche più innovatrici: nonostante il sostegno dei principali uomini politici del tempo come il socialista Nenni, il liberale Brosio, il democristiano De Gasperi, e il comunista Togliatti, Parri non riuscì a controllare le tensioni provenienti dai partiti esterni alla maggioranza di governo, né a stabilizzare il funzionamento degli apparati amministrativi, e a favorire la ripresa economica. Infatti, venuta meno la fiducia della maggioranza, il governo Parri cadde nel novembre '45: fu nominato capo del governo il democristiano Alcide De Gasperi che inaugurò una svolta in senso moderato della politica italiana.

Il 2 giugno 1946 i cittadini vennero chiamati alle urne, a suffragio universale maschile e femminile, per le elezioni dell'Assemblea costituente ma avrebbero anche dovuto decidere, mediante un referendum, se mantenere in vita la monarchia o trasformare l'Italia in una repubblica democratica. I risultati decretarono l'affermazione della repubblica e la crescente avanzata dei partiti di massa, come la DC il PCI e il partito socialista, a discapito dei vecchi gruppi liberal-democratici.

Gli anni successivi furono decisivi per il futuro della neonata Repubblica: l'Assemblea Costituente nominò provvisoriamente capo dello Stato Enrico De Nicola, e il governo continuò a fondarsi su di una maggioranza di coalizione costituita da democristiani, socialisti e comunisti.

Si avvertì ben presto tuttavia il contrasto insanabile apertosi tra la DC e i partiti di sinistra, specie in concomitanza con il profilarsi della guerra fredda. A farne le spese fu soprattutto il partito socialista con l'estromissione dal quarto governo De Gasperi nel luglio 1947.

Alcide De Gasperi aveva inaugurato una nuova formula di governo detta comunemente centrismo oppure quadripartitismo, infatti, dal 1948 fino ai primi anni Sessanta, la DC associò al governo i partiti laici minori. Sotto i suoi governi l'Italia si incamminò verso una ripresa economica, favorita dagli aiuti concessi dagli Stati Uniti nell'ambito del Piano Marshall: l'afflusso di capitali e di merci dagli Stati Uniti creò le condizioni per la ricostruzione dell'economia nazionale, avvenuta nell'ambito di un inserimento dell'Italia, nel sistema delle relazioni internazionali, nello schieramento filoamericano.

Con le elezioni del 18 aprile '48 nasceva la nuova Repubblica Italiana.

In seguito alla conferenza di Parigi per il trattato di pace, nel 1947, i confini nazionali furono ridimensionati per decisione delle quattro potenze vincitrici della guerra: Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e Unione Sovietica. L'Italia perse l'Istria, Fiume, Zara, le isole della Dalmazia e alcuni territori alla frontiera con la Francia (Briga, Tenda e altre zone di piccola estensione), mentre la città di Trieste fu sottoposta a un'amministrazione internazionale.

Chiaramente l'Italia era stata considerata a tutti gli effetti come una nazione sconfitta, nonostante la cobelligeranza con gli alleati tra il '43 e il '45 e il riconosciuto contributo apportato dalla guerra partigiana alla causa della liberazione: tuttavia il paese riuscì a mantenere intatta la sua integrità etnica e territoriale.

Senza dubbio il problema centrale della politica estera italiana era quale atteggiamento assumere nei confronti delle due grandi potenze che si fronteggiavano sulla scena europea: già con l'estromissione delle sinistre dal governo e in seguito alle elezioni del 18 aprile 1948 l'indirizzo filo-occidentale della politica italiana era stato esplicitamente dichiarato.



L'Italia aveva aderito al piano Marshall nel 1947, e nel '48 era entrata a far parte dell'Organizzazione Europea di Cooperazione economica: De Gasperi grazie all'appoggio delle correnti più "illuminate" dell'opinione pubblica, aderì calorosamente alle iniziative europeistiche contribuendo attivamente alla creazione del "Consiglio d'Europa".

Nel 1949, affrontando l'ostruzionismo, la dura opposizione social-comunista, le perplessità di buona parte del mondo politico cattolico e centrista e contando sul sostegno della sua maggioranza, De Gasperi riuscì a far approvare la partecipazione italiana all'Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, la grande alleanza difensiva della NATO.

L'alleanza era senza dubbio un utile strumento per garantire al paese una stretta integrazione con l'Occidente, ma d'altra parte per l'Italia, che si sentiva in debito verso i paesi vincitori della guerra, in particolare verso gli USA, fu una scelta obbligata partecipare a simili iniziative politiche a livello internazionale.

Nel 1952 l'Italia aderì alla Comunità europea del carbone e dell'acciaio (CECA), primo organismo della futura unione economica dell'Europa occidentale, nel 1954 venne ratificato l'accordo italo-iugoslavo che regolava la questione di Trieste, nel 1955 venne ammessa alle Nazioni Unite

Negli anni successivi l'equilibrio politico basato sui governi centristi si rivelò difficile da mantenere a causa soprattutto della debolezza dei partiti alleati. Lo si vide con il fallimento della legge elettorale del 1953, una legge maggioritaria definita dall'opposizione 'legge truffa', che garantiva un premio di maggioranza alla coalizione che avesse superato il 50% dei voti. Alle elezioni di quell'anno la maggioranza di governo non varcò quella soglia, così che De Gasperi diede le dimissioni. Lo schieramento centrista entrò in una lenta crisi; con il passare del tempo anche all'interno della DC affiorarono posizioni che proponevano un'apertura verso sinistra, al fine di intraprendere una serie di riforme sociali ed economiche e garantire l'esistenza di esecutivi stabili e autorevoli

L'alleato della DC in questo nuovo assetto politico fu il Partito socialista, che da qualche tempo aveva accentuato la sua autonomia dal PCI, soprattutto dopo la Rivoluzione ungherese del 1956, e che aveva accettato l'ingresso nella NATO. Per queste scelte veniva ormai considerato una forza leale al sistema democratico. L'apertura a sinistra si realizzò a partire dai primi anni Sessanta, per iniziativa dei democristiani Amintore Fanfani e Aldo Moro: dapprima i socialisti entrarono nella maggioranza parlamentare, poi, a partire dal 1963, parteciparono direttamente al governo. Si aprì così la fase del centro-sinistra, termine con il quale si indica una coalizione di governo formata da quattro partiti, DC, PSI, PSDI, PRI, che, con fasi alterne e con qualche intervallo, sarebbe durata oltre un decennio. Essa rappresentò la risposta politica, in termini di riforme e di allargamento del consenso, alle grandi trasformazioni che l'Italia viveva in quegli anni sul piano politico-istituzionale e socio-economico.







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