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La globalizzazione, la cultura, il sapere

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La globalizzazione, la cultura, il sapere


La realtà quotidiana è più comprensibile se leggiamo il mondo suddiviso in sistemi economici ove, nell'epoca della globalizzazione, di Maastricht, dell'Euro:

la vera forza dominante non sono più gli eserciti ma il sapere.
Anche la forza di un esercito è in funzione della quantità e qualità di sapere che incorporano le tecnologie, le armi che detto esercito utilizza;



poca cultura significa:

basso rapporto PIL/pro capite;

basso reddito;

alto tasso di istruzione in materie scientifiche significa:

elevato export di prodotti ad elevata tecnologia;

competizione sul lavoro crativo, sul sapere, su prodotti innovativi;

bassa istruzione significa:

export di prodotti maturi;

competizione sul costo del lavoro;

la conoscenza abbraccia più discipline, è interdisciplinare;

la competitività si fonda sulla conoscenza più avanzata, sulla ricerca;

cultura + ricerca significa:

lavoro qualificato;

occupazione


6.a - Il concetto di globalizzazione

Sinonimi: mondializzazione - geoeconomia

Significato:

mercato globale, il mercato diviene il mondo;

economia senza confini;

accentuata interdipendenza tra i sistemi economici;

competizione globale che coinvolge gli Stati, le imprese, il lavoro;

che un'impresa deve competere con le corrispondenti del proprio settore in tutto il mondo;

accettazione della concorrenza, fine dei monopoli;

elevata disponibilità di prodotti a prezzi competitivi, provenienti da tutto il mondo;

mettere consumatore e la marca" class="text">il consumatore al centro del sistema aziendale;

confronto su tutto: dalle merci agli usi, al lavoro, alla cultura, ai modelli di Stato.



6.b - Causa - effetto della globalizzazione

La globalizzazione è:

la causa ed il risultato della competizione tra USA - Europa - Giappone iniziata nel secondo dopoguerra;

Il frutto della strategia delle imprese tese:

al massimo profitto per soddisfare i risparmiatori - investitori;

a pervenire al miglior rapporto qualità/prezzo per soddisfare i consumatori:

favorita dalle telecomunicazioni, dalla tecnologia informatica che annulla le distanze geografiche e dai trasporti a basso costo.



6.c - Confronto tra le economie dei G 3

Attualmente le tre maggiori economie esprimono questi valori





6.d - Le maggiori economie del 2020

Le previsioni economiche disegnano un mondo in cui i Paesi asiatici sono in crescita, soprattutto la Cina che esprimerebbe la maggior entità del PIL.
Meno peso avrebbero i Paesi europei.
Degli attuali Paesi europei nel G 7 rimarrebbe solo la Germania.



.e - Perché nasce il trattato di Maastricht

Maastricht nasce quindi da cause oggettive:

perchè l'economia è globale, senza confini;

ogni impresa deve competere con le corrispondenti nel mondo in termini di qualità/costi, soddisfare i consumatori, offrendo loro merci col miglior rapporto qualità/prezzo, soddisfare i risparmiatori (chi investe in azioni - obbligazioni - fondi comuni) in termini di redditività;

perché la competizione è guidata dalle scelte di Stati che rappresentano le macro - aree;

perché l'unione fa la forza, e quindi solo un'Europa unita che abbia una sola moneta, un solo governo, un solo ministro degli esteri, un solo esercito (similmente agli USA) potrà parlare con la voce della sua forza economica.

6.f - Cosa richiede - determina la globalizzazione

La Globalizzazione:


richiede che i ceti produttivi dominanti siano sempre più forti per meglio competere e ottenere successi;

accentua l'incertezza a livello sociale, politico, industriale, monetario, occupazionale;

ha riflessi sulla gerarchia sociale in quanto polarizza la società

Da un lato chi

ha sapere - cultura

ha mezzi

ha un buon reddito

svolge lavori qualificati

Dall'altro chi

ha scarsa cultura

ha scarsi mezzi

ha uno scarso reddito

svolge lavori saltuari, dequalificati

determina il superamento degli stati europei centralizzati in quanto sono

troppo piccoli di fronte ai fenomeni economici mondiali;

troppo grandi per affrontare tempestivamente i problemi locali1;

ha riflessi sulle imprese in quanto richiede:

strutture degerarchizzate, deburocratizzate, flessibili, ove il potere gerarchico, l'autorità, è sostituita dalla autorevolezza, dalla conoscenza e dalla assunzione di responsabilità dei dipendenti che diventano collaboratori ---> federalismo aziendale;

massima attenzione:

ai bisogni del cliente, consumatore, in quanto guida la produzione;

al rapporto qualità / prezzo;

alle attese degli investitori - risparmiatori;

dipendenti:



soprattutto missionari, poco mercenari, collaborativi;

che antepongano i doveri ai diritti;

con buona professionalità, dotati di autonomia, flessibilità mentale e comportamentale, orientati al cliente e ai risultati aziendali;

di produrre beni con sempre più breve ciclo di vita, che incorporano quote crescenti di innovazione, scienza e conoscenza.

Un po' folle, quella avidità
Che rende la terra un posto inabitabile
Finchè nulla resterà, se non la razza umana
Che si autodistruggerà'
'Critical Mass' - Nuclear Assault (dall'album 'Handle With Care


GLOBALIZZAZIONE


E' un fenomeno contraddittorio e complesso. Lo straordinario benessere di cui hanno usufruito negli ultimi cinquant'anni le popolazioni del mondo occidentale non ha cancellato poverta' e disperazione. E le condizioni deplorevoli in cui vivono i tre quarti della popolazione mondiale hanno messo in moto la piu' grande migrazione di massa mai vista verso le aree sviluppate del pianeta. Eppure nell'ultimo quarto del ventesimo secolo l'economia mondiale ha continuato a crescere e si e' profondamente trasformata, facend o riemergere nazioni in ritardo come la Cina e India, le cui popolazioni sono piu' di un terzo dell'umanita'; mentre crollava l'economia dei paesi ex comunisti che erano stati parte integrante del mondo 'sviluppato'. La crescente omologazione culturale e nei consumi, prodotta dai media, e il trionfo dell'anglofonia hanno ibridato le civilta' del pianeta con le idee, i valori, i gusti americani. Eppure gli Stati Uniti, 'i primi del mondo', sono oggi il luogo dove le grandi societa' multinazionali asiatiche ed europee vanno ad acquistare imprese e a fare investimenti finanziari. La messa in 'rete' di officine e laboratori sparsi nel mondo per produrre, progettare e svolgere le funzioni aziendali ha creato imprese in grado di operare in tempo reale nei diversi continenti. Ma le transazioni d'affari e finanziarie semplificate dalla 'rete' hanno operato nuovi varchi per l'economia illegale; e il crimine organizzato si e' fatto anch'esso globale. Come ammonisce David Landes, solo la vigilanza e l'educazione morale possono impedire a molti di 'arraffare piuttosto che fare'; e solo lo sviluppo culturale, politico e civile possono generare uno sviluppo economico non reversibile.


Per 'globalizzazione' si intende anche e innanzitutto il processo di internazionalizzazione capitalistica di cui sono protagoniste le grandi societa' multinazionali. Le societa' multinazionali sono imprese che posseggono impianti di produzione in paesi diversi. La sede e il quartier generale di solito restano nel paese d'origine( per esempio, FIAT ha sede in Italia anche se ha impianti in Argentina, Brasile, Tunisia, ecc..). Sono queste imprese che realizzano gli scambi fra nazioni e i loro interessi possono anche essere in contrasto con quelli dei paesi dove operano. La forma piu' antica di mondializzazione e' il commercio internazionale basato sulle importazioni sulle seportazioni di materie prime e manufatti. Una seconda forma e' costituita dagli investimenti diretti che l'impresa fa all'estero, dove essa acquista o crea stabilimenti di produzione. In questo caso l'impresa diventa 'multinazionale'. Una terza e piu' recente forma d'internazionalizzazione e' la rete d'impresa. Grazie allo sviluppo accelerato di mezzi di comunicazione e informatici, le multinazionali integrano le loro attivita' su scala mondiale. Ogni filiale e impresa dipendente si specializza in un particolare prodotto o fase di produzione, con il compito di servire un'area piu' vasta di quella dove opera e di scambiare i suoi prodotti o servizi sia all'interno del gruppo sia all'esterno (impresa transnazionale) .

Il concetto di globalizzazione implica percio':

1) un'estensione del processo di internazionalizzazione che nella prima meta' del secolo ha visto protagoniste soprattutto le imprese inglesi, prima, e quelle statunitensi, dopo. Nel 1912 il 45% degli investimenti esteri direti mondiali proveniva dalla Gran Bretagna. Dopo la seconda guerra mondiale sono divenuti primi gli Stati Uniti, che nel 1973 controllavano il 48% degli investimenti transnazionali mondiali. Il mutamento piu' significativo si e' avuto negli ultimi decenni, quando e' emerso fra i protagonisti dell'investimento estero il Giappone, che ha modificato la direzione dei flussi di questi capitali. Oggi gli Stati Uniti, pur restando il primo paese investitore, sono il luogo in cui le multinazionali asiatiche ed europee vanno ad acquistare imprese e a fare investimenti finanziari

Alla fine degli anni ottanta piu' del 60% degli investimenti esteri delle societa' multinazionali era diretto non verso i paesi arretrati o in via di sviluppo, ma verso l'Europa occidentale e gli Stati Uniti, ossia le aree piu' avanzate, escluso (a causa di barriere protettive che sono state oggetto di contenzioso con la CEE e gli USA) il Giappone. Nel 1988 quattro paesi (USA, Regno Unito, Giappone, Germania) controllavano il 66% di tutti gli investimenti effettuati all'estero dalle imprese livello mondiale.

2) Una crescente omologazione a livello mondiale della domanda, dovuta a fenomeni culturali e di comportamento innescati da media (cinema, televisione). Ma anche un'omologazione delle idee e dei metodi di gestione delle imprese e delle tecnologie.

3) L'integrazione su scala mondiale delle attivita' e degli obiettivi d'impresa, basata su: a) ricerca di prodotti che si adattino ai diversi mercati b) la massa in 'rete' grazie all'informatica di officine e laboratori sparsi nel mondo per produrre, progettare e svolgere le funzioni aziendali.

Un paradosso: le potenze coloniali crescono piu' lentamente

A lungo si e' discusso se causa della ricchezza dell'Occidente siano stati i possedimenti coloniali e lo sfruttamento delle ricchezze e dei mercati di quei Paesi. In questo senso, l'atto d'accusa piu' noto e' costituito dal famoso pamphlet di Lenin su imperialismo e capitalismo. Ma oggi l'analisi dei dati sul commercio estero sembra dimostrare che in realta' il colonialismo ha portato vantaggi del tutto relativi ai Paesi che hanno intrapreso avventure coloniali. 'Un elemento addizionale che porta a rivedere il ruolo della colonizzazione nell'industrializzazione e nello sviluppo dell'Occidente puo' essere trovato nel seguente paradosso. Se si confrontano i tassi di crescita durante il secolo XIX emerge che i Paesi non coloniali, di regola, hanno avuto uno sviluppo economico piu' rapido dei paesi coloniali. La correlazione e' quasi perfetta. Paesi coloniali come la Gran Bretagna, la Francia, i Paesi Bassi, il Portogallo e la Sna sono stati caratterizzati da un tasso di crescita economica e d'industrializzazione inferiore a quelli dei Belgio, della Germania, della Sa, della Svizzera e degli Stati Uniti. La 'regola' e' valida, in una certa misura anche per il secolo XX. Cosi' il Belgio, mentre si univa al club coloniale nei primi anni dei nostro secolo, simultaneamente diventava membro dei gruppo caratterizzato da crescita piu' lenta. La perdita dell'impero coloniale dopo la seconda guerra mondiale ha coinciso per l'Olanda con la rapida accelerazione dei suo sviluppo economico'.

Mondializzazione, omologazione e occidentalizzazione: 'uno sradicamento etario'

La mondializzazione e' un fenomeno complesso, che riguarda molteplici aspetti del vivere collettivo. Essa e' una tendenza che affonda le sue radici nel progetto moderno di costruire una societa' razionale, di cui le forme economiche sono soltanto un aspetto. La mondializzazione delle tecnologie e della cultura e' infatti altrettanto importante. Tutti questi aspetti sono complementari e interdipendenti. Non puo' esistere un mercato finanziario a livello mondiale se non c'e' un collegamento fra le varie Borse e dunque senza satelliti; non una rete etaria di trasporti senza un sistema di controlli computerizzati. Il progetto di Global information infrastructure (infrastrutture per l'informazione globale), nato sotto l'impulso degli Stati Uniti con l'obiettivo di creare le 'autostrade dell'informazione', mira esplicitamente alla creazione di un mercato mondiale piu' generalizzato e piu' immediato. 'L'omologazione mondiale e' un processo complesso, di natura culturale, ma con una presenza grandissima dell'economia perche' essa ha assunto nella societa' occidentale dimensioni ipertrofiche. L'origine di questo processo e' antica. Le sue forme mutano nel tempo. Eppure si ritrova sempre una tendenza a uniformare modelli di vita e modi di pensare. Il movimento e' strettamente collegato all'ascesa dell'Europa come potenza mondiale e poi all'egemonia americana. Ormai il fenomeno e' iniziato e continua a procedere in un sistema a scala mondiale sotto l'egida dell'Occidente'. Ma se la globalizzazione e' un fenomeno, oltre che economico, soprattutto tecnologico e culturale che tende a estendere il modello di vita occidentale a tutto il mondo, che cosa accadra' delle culture altre? Valori occidentali come quelli della scienza, della tecnica, dell'economia, dello sviluppo, del dominio della natura introdotti in altre societa' e culture del pianeta divengono il 'cavallo di Troia ' con cui si innesca un processo che sconvolge le basi stesse delle culture locali. Come la conversione a una nuova religione, l'assunzione di questi valori implica che siano rinnegati i valori e i dogmi precedenti. A giudizio di Latouche l'effetto di sradicamento per le popolazioni locali che deriva dal processo di occidentalizzazione e' il risultato degli stessi interventi (politica di sviluppo e modernizzazione) messi in atto per aiutare il Terzo mondo. 'In tutte le societa' il donatore ricava prestigio e diventa creditore di un debito di riconoscenza che niente puo' cancellare. Il neocolonialismo con l'assistenza tecnologica e con gli aiuti umanitari ha fatto senza dubbio molto di piu' per la deculturazione che la colonizzazione brutale. Colpite al cuore, le societa' non occidentali possono soltanto girare a vuoto. La perdita di senso che le investe e le consuma come un cancro non diventa coi tempo un'acculturazione, ovvero l'acquisizione pacifica della cultura dell'altro, ma e' una deculturazione. il semplice fatto che l'Occidente e' la', come presenza ineliminabile e inassimilabile, non implica che si assorbano le sue risorse e i suoi segreti. Questa presenza, senza alcuna violenza fisica, senza tentativi di spoliazione e di sfruttamento e' di per se' sola un cataclisma. La favolosa societa' di Bali e' stata intaccata piu' dai trent'anni di turismo internazionale che dai duecento di colonizzazione olandese, pur reputata dura. Il verme e' dentro il frutto. Il vuoto creato dalla perdita di senso insidiosa e progressiva creata dall'esistenza dell'Occidente e' in certa misura colmato da quello che possiamo definire il fascino dei modello. Questa sostituzione non e' pero' sinonimo di acculturazione, poiche' non si tratta dell'adozione dei miti dell'Occidente e dell'integrazione dei suoi valori. ( ) Che cosa rimane [alla societa' non occidentale] quando i suoi dei sono morti, i suoi miti tacciati di essere favole, i suoi sforzi impotenti e inutili? ( ) La societa' non occidentale puo' solo scoprire di trovarsi in una nudita' senza senso, come ha decretato l'Occidente: e' una societa' miserabile, destinata ad avere un'alta mortalita' infantile, una speranza di vita irrisoria, consumata da parassiti di ogni sorta, possiede solo tecnologie arcaiche e ridicole che le forniscono un prodotto nazionale lordo infimo e quindi un reddito procapite bassissimo. Non vede piu' nei suoi riti altro che mostruosita' (cannibalismo, sacrifici umani) generate dal delirio della miseria e dall'oscurantismo. Giudicata in base alla raffica di criteri di valutazione stabilita dall'ONU, e' vinta. Essa stessa si dichiara vinta. Richiede persino a gran voce di essere inserita nel gruppo delle nazioni meno sviluppate. ~ solo piu' in grado di mendicare la carita' internazionale'.



Quella che ancora pochi anni fa era soltanto una sorta di divertente stranezza, e cioe' Internet, comincia ad assumere i contorni della vera, grande rivoluzione tecnologica dei Terzo millennio. E tutti stanno correndo verso Internet, anche se non sanno ancora bene perche'. Tutti sono convinti che l'affare dei prossimo secolo sara' proprio la rete delle reti. Mai si era visto qualcosa dei genere. In passato ci sono state tante innovazioni tecnologiche che hanno poi cambiato il mondo, ma in genere all'inizio sono state sottovalutate. Con Internet, invece, sta accadendo il contrario: tutti sono convinti che il futuro e i soldi sono li'. Anche, ripeto, se non e' dei tutto chiaro quello che poi accadra' in pratica. Per ora si possono solo citare assurde cifre, poche, per documentare come la rete stia crescendo a ritmi assolutamente impensabili. Si stima che nel 1994, cinque anni fa, non cinquanta, gli utenti, gli abbonati, fossero in realta' non piu' di tre milioni in tutto il mondo. In pratica, un pugno di scienziati, ricercatori, piu' qualche maniaco modernista. Ma nel giro di appena tre anni, ecco la prima esplosione: gli abbonati, gli utenti collegati a Internet passano da tre a 50 milioni, sparsi nel mondo, in grado di comunicare fra loro con pochi, semplici tasti dei computer. E in grado di scambiarsi non solo testi, ma anche disegni, foto, immagini. Fra questi primi 50 milioni di utenti ci sono, naturalmente, tutte le maggiori aziende del mondo, le maggiori universita', le maggiori istituzioni, le case discografiche ecc. Ma troviamo anche siti creati da singole persone, che mettono li' la fotografia dei gatto adorato, della nonna amata, dei bambini, della fidanzata, e cosi' via. Nei due anni successivi, fra il 1997 e il 1999, c'e' la seconda esplosione della rete. Quella che fa capire a tutti che ormai siamo davanti a un fenomeno mondiale, epocale (come si usa dire), insomma grandissimo. Gli abbonati volano infatti da 50 a 170 milioni. Impossibile, a questo punto, fare previsioni, ma non e' difficile immaginare che qualche anno dopo l'inizio dei nuovo millennio la rete arrivera' al miliardo di utenti. Tutti collegati fra di loro, utilizzatori dei ,servizio di posta elettronica, abilitati a girare (navigare) per delle ore dentro la rete, a curiosare qui e la'. Si dira' che gli abbonati del telefono sono molti di piu'. Certo, ma Internet e' tutto diverso. Con il telefono io parlo con un altro abbonato da me scelto. Qui invece posso andare a caso, possiamo essere mille che stiamo guardando la stessa ina di Repubblica o dei New York Times o della Cnn. La faccenda, insomma, e' molto diversa. E si comincia anche a non capire che cosa sia o cosa possa diventare, Internet. Certo, un grande mezzo di comunicazione, di sicuro destinato a soppiantare il fax, che rispetto alla posta elettronica appare un arnese antidiluviano, quasi paragonabile ai segnali di fumo. Ma non e' solo di questo. Sono in molti, ad esempio, a pensare che Internet e' destinato a diventare il piu' grande supermercato dei mondo. Con miliardi di utenti-clienti e centinaia di migliaia, o addirittura milioni, di 'negozi'. Chiunque, infatti, su Internet puo' esporre la sua merce (libri, dischi, software, ma anche automobili, mazze da golf, camicie e scarpe). Internet, insomma, e' destinata a diventare la vetrina mondiale dei prossimo secolo. Chi non c'e', non contera' veramente niente. Lo hanno capito benissimo tutti quelli dello show-business. Ormai non esiste modella, attrice, cantante che non abbia il suo bravo sito su Internet, pieno zeppo di fotografie (che uno si puo' scaricare sul computer di casa e quindi stampare), biografie, interviste. Quasi tutti, ormai, hanno persino i registro dei visitatori, cosi' uno puo' mandare il suo messaggio di saluto, la sua dedica, a Sharon Stone o a Demi Moore. Non li leggera' mai nessuno, ma non importa: quello che conta e' aver mandato il messaggio. Se Internet e' destinata a diventare la piu' grande vetrina dei mondo, il piu' grande supermarket dei pianeta, si tratta anche di organizzare il modo di vendere. In proposito esiste un ramo di Internet diventato quasi una scienza: L'e-business. Che significa il commercio via Internet, il commercio elettronico. Siamo solo agli inizi, ma tutte le grandi aziende stanno investendo somme folli in questa nuova attivita', convinte che prima o poi scatteranno anche gli affari. I problemi da risolvere sono due. Primo quello della sicurezza. in pratica, si puo' are solo con la carta di credito, ma uno vorrebbe essere sicuro che i suoi numeri e i suoi codici non finiscano nelle mani di qualche pirata informatico, che poi con quei numeri e quei codici si prenota stupende vacanze caraibiche. Ci sono vari progetti e varie possibilita'. Ed e' abbastanza certo che in breve tempo sara' raggiunta una ragionevole sicurezza. Il problema, cioe', esiste, ma e' largamente risolvibile. La seconda questione, invece, e' molto piu' delicata e in proposito si naviga un po' nella nebbia: che cosa vendere (e comperare) su Internet. Per ora, si e' partiti lavorando con lo schema delle vendite per corrispondenza: Internet e' una specie di enorme catalogo, uno dice quello che vuole e poi gli viene consegnato a casa. Con questo schema, in pratica, si puo' vendere di tutto: dalla pizza agli elefanti, dalle penne stilografiche alle Rolls Royce. Solo l'esperienza potra' dire, fra qualche anno, che cosa la gente scegliera', veramente, di comprare attraverso Internet piuttosto che nel negozio sotto casa. Al momento si e' capito che ha un certo successo la vendita di beni tipicamente immateriali: azioni e obbligazioni, ad esempio. La finanza su Internet e', in America e in parte anche in Italia, un vero boom. E un boom anche preoccupante perche' sa il cielo che cosa possono combinare milioni di internettisti collegati direttamente con i mercati finanziari. Intanto, Internet si avvia verso una nuova rivoluzione tecnologica. Fino a oggi per navigare, per muoversi, era necessario avere un computer e un modem. Ma siamo alla vigilia dell'Internet-Gsrn. Con trovate da fantascienza. Tipo il telefonino con un programma che 1egge' la vostra posta elettronica e ve la ripete in audio, cioe' in voce, mentre siete in macchina o al bar davanti a una birra. Ma fra poco Internet si potra' anche 'vedere' sul telefonino. E quindi e' facile capire che Internet + telefonino rischia di diventare veramente qualcosa che cambiera' la faccia dei prossimo millennio. in ogni luogo dei mondo ci si potra' collegare facilmente alla rete e vedere, leggere, comunicare. Insomma, si potra' ordinare un paio di scarpe o sfogliare l'ultimo rapporto dei Fondo monetario internazionale. Seduti al bar, con la fidanzata, davanti a una bella coppa di gelato'.

L'indebolimento degli Stati nazionali

La logica transnazionale e' quella della 'rete', ossia dell'articolazione per nodi legati fra loro. La globalizzazione si accomna alla moltiplicazione delle 'reti': reti stradali, ferroviarie, aeree, marittime nei trasporti, oleodotti, gasdotti per il petrolio e il gas, reti di derivazione dell'acqua per le citta', l'irrigazione o l'evacuazione delle acque usate, reti di telecomunicazioni ecc. Ciascuna rete, interconnessa o no alle altre, costituisce un 'macrosistema, tecnico', che richiede la messa in relazione di un gran numero di tecnologie differenti, con brevetti, licenze, saperi. Le reti inoltre richiedono spazi e risorse naturali. L'impianto delle reti non solo richiede investimenti che possono essere ammortizzati sul lungo periodo, ma anche un'organizzazione del territorio di lunga durata. E questi grandi impianti richiedono tecnici, specialisti, giuristi, finanzieri con un tale concorso di risorse che solo le imprese piu' grandi possono affrontarlo. Grandi imprese di cui diventa difficile stabilire la nazionalita' anche se esse hanno una sede legale localizzata su un territorio ben definito. Tutto cio' ha contribuito a togliere valore alle frontiere, limite della sovranita' nazionale, divenute inutili per i controlli delle informazioni trasmesse dai satelliti. Gli Stati nazionali hanno subito un duplice attacco, dall'alto e dal basso, alla loro sovranita': da una parte le istituzioni e gli accordi internazionali liberamente sottoscritti dagli stessi Stati (come la CEE, il Fondo monetario internazionale ecc.); dall'altra gli enti e le autonomie locali di governo all'interno del territorio nazionale (come le Regioni in Italia e i Lander in Germania) hanno contribuito a indebolire la sovranita' dello Stato che oggi appare inevitabilmente 'limitata: da un lato, dalla internazionalizzazione delle imprese, che le sottrae a un rapporto di stretta di pendenza dai contesti nazionali; dall'altro lato, dalla necessita' di confrontarsi con altri livelli di governo: quelli sovranazionali, che lo spogliano di competenze e poteri, e quelli subnazionali, che ne disarticolano i processi decisionali'. Gli Stati nazionali continuano pero' a svolgere funzioni essenziali anche per le imprese internazionali: dalla politica fiscale e finanziaria all'esercizio del controllo militare e di polizia, alla mediazione sociale interni e a quella diplomatica all'estero. t accaduto cosi' che, nella seconda meta' degli anni Ottanta, l'acquisizione di un'importante impresa americana produttrice di semiconduttori da parte di una grande multinazionale giapponese sia stata bloccata proprio grazie all'intervento del potere politico (negli USA il governo varo' una apposita norma di legge per impedire che societa' straniere potessero acquisire imprese giudicate importanti per la sicurezza nazionale).

UN MONDO CHE CAMBIA
La tradizione nell’epoca della globalizzazione

Il valore della tradizione ed il pericolo attuale.

La tradizione 'è come l’ipotesi di lavoro con cui la natura ci mette nel grande cantiere della vita e della storia': questo, in primo luogo, è il suo valore. Si tratta insomma del primo approccio che si ha con la realtà, di quella trama di rapporti e di storie che ciascuno di noi porta con sé dalla nascita.

La diffusione del linguaggio e delle immagini dei mass media (l’aspetto più quotidiano della tanto discussa globalizzazione), porta tutti i suoi fruitori ad avere gli stessi gusti. E questo non solo a causa di una pretesa uniformità di vedute, ma anche e soprattutto perché nessuno prova più il gusto delle cose. In concreto la globalizzazione altro non è se non una cosa nuova che arriva, cambiando la tradizione e la vita della gente.

La tradizione è un tentativo di risposta a questa insopprimibile necessità di non perdere se stessi e la propria identità, un’esigenza che si trova connaturata nel cuore dell’uomo. Normalmente ciò che fa parte più strettamente della tradizione viene eliminato da chi detiene il potere: al limite si salvaguarda il folklore. E questo non per particolari, sotterranei disegni, ma unicamente per una convenienza di mercato.

Internet

Si sta facendo strada questo nuovo, importantissimo strumento tecnico: uno strumento, appunto, una conquista dell’uomo, che può, però, avere la possibilità di spersonalizzare l’uomo stesso, facendo perdere, come conseguenza più allarmante di tale fenomeno, la passione per le cose. E’ come se i giudizi di valore ultimativi su quanto accade fossero già stati dati, come se qualcuno avesse già vissuto al posto nostro.

Il problema che si pone, allora è di tornare a recuperare le ragioni di ciò che accade intorno a noi. Ma nella messe enorme di informazioni che quotidianamente ci vengono sciorinate davanti, l’impressione è che la risposta a quello che cerchiamo ci sia già, e sia reperibile in una delle infinite possibilità che vengono proposte, in cui sembra sufficiente incasellarsi. Tale fenomeno si sta accelerando negli ultimi anni e mesi.

Come orientarsi? Un tentativo di risposta.

La tecnologia, con i suoi portati (di cui internet è solo la punta dell’iceberg) sembra rendere tutto più facile. Ed in effetti chi, a tutt’oggi, rinuncerebbe alle comodità che essa comporta? In realtà, il rischio è ben più elevato: la perdita della propria identità, personale e di popolo.

Paradossalmente, è sempre più interessante avventurarsi, giocare se stessi in un tale contesto: rischiare, cioè, la tradizione a cui si appartiene, che è il dato più originario della nostra personalità. Una bella sfida, anche in considerazione del fatto che oggi nessuno sa ancora indicare quali possano essere le modalità per un simile tentativo, dal momento che si tratta di un terreno in parte inesplorato.

Il modo più semplice per iniziare a giocare questa partita è domandarsi che cosa realmente conta, cosa ultimamente desideriamo. Riscoprendo magari l’interesse per ciò che stava a cuore ai nostri vecchi.







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