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L’aborto in Grecia

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L’aborto in Grecia


Come logica conseguenza del dovere della donna verso Atene, il matrimonio e la maternità erano considerati lo scopo principale di ogni cittadina. Spesso la morte di una giovane fanciulla suscitava compianto specificamente per il mancato adempimento del ruolo di moglie a cui era destinata. Questo sentimento è espresso in alcuni epitaffi, e talvolta le tombe di fanciulle morte prima del matrimonio sono contrassegnate da vasi della forma usata per il trasporto dell'acqua per il bagno prenuziale. In questi vasi commemorativi la fanciulla morta è ritratta in abito da sposa.

Lo scopo del matrimonio, dunque, era la procreazione, entro i limiti delle risorse economiche della famiglia. Il giorno del matrimonio, prima che lo sposo la raggiungesse, la sposa mangiava un frutto con molti semi, simbolo della fertilità. La nascita di un lio, soprattutto se maschio, era considerata come il raggiungimento dello scopo del matrimonio.



Era, quindi, logico, come leggiamo in Galeno (An animal sit id quod in utero est, XIX, 158-l81 Kuhn) e nello stoico Musonio Rufo (del sec. I d.C.), che da statisti, quali Licurgo e Solone, ed in genere dai legislatori del tempo, onde impedire alle donne di procurarsi l'aborto, fossero state fissate delle pene contro chi si fosse reso responsabile di tale delitto.

Nelle condizioni ideali la fanciulla si sposava per la prima volta a quattordici anni con un uomo sulla trentina. La necessità che la sposa fosse vergine, unitamente all'antica credenza che le fanciulle giovani fossero sensuali, rendeva desiderabile un matrimonio precoce. Il marito che si era sposato a trenta anni poteva anche essere morto a quarantacinque, avendo avuto dal matrimonio due o tre li e lasciando la moglie candidata a nuove nozze. Il fatto che ad Atene gli uomini si sposassero tardi può essere attribuito al dovere di servire nell'esercito per dieci anni, ma pare anche che fosse un espediente per compensare la bassa proporzione di donne rispetto alla popolazione. Una giovane vedova poteva servire da moglie in un certo numero di matrimoni consecutivi.


A Roma


Il matrimonio e la maternità erano la prospettiva tradizionale delle donne benestanti di Roma, come lo erano stati in Grecia. La scarsità di donne nubili indica che la maggioranza si sposava almeno una volta, sebbene in seguito un certo numero preferisse rimanere divorziata o vedova.

La maggior parte delle Romane di ceto elevato riusciva a trovare marito non solo per il primo matrimonio, ma anche per i successivi. Un motivo evidente era che nell'ambito della loro condizione sociale le donne erano meno numerose degli uomini. Come in Grecia, questa sproporzione era causata dalla minor durata della vita delle femmine, il cui numero si assottigliava sensibilmente al raggiungimento del periodo della fertilità. Nel 'Truculentus' di Plauto (vv. 200-211), la cui scena è ambientata ad Atene, l'aborto, tra le cause di quanto prima detto, è chiaramente inteso come omicidio: la cortigiana Fronesia, a sentire la sua serva Astafia, avrebbe evitato di abortire e di 'enacare puerum', portando coraggiosamente avanti la sua gravidanza al fine di rendere padre il soldato Stratofane.

C'erano in più i fattori dell'infanticidio selettivo e dell'esposizione delle femmine neonate e, forse più importante, una tendenza, sfuggente, ma dominante, a dare ai ragazzi un trattamento preferenziale.

La legislazione di Augusto si proponeva di tener quante più donne fosse possibile nello stato matrimoniale e di far generare li. Le sanzioni per il mancato matrimonio o paternità diventavano operanti a venti anni per le donne ed a venticinque per gli uomini. Il divorzio non era disapprovato esplicitamente, a patto che ogni successivo marito venisse reclutato nell'ambito del ceto sociale appropriato. Chi non si risposava veniva punito, sempre allo scopo di non sprecare gli anni della fertilità. Le donne non potevano sfuggire alle sanzioni della legislazione augustea con la stessa facilità degli uomini.



Il tasso di natalità continuava ad essere basso, e la legislazione matrimoniale di Augusto fu rafforzata da Domiziano e rimessa in vigore nel II e III sec. d.C.. Appare evidente che le donne, come gli uomini, si stavano ribellando contro i ruoli biologicamente determinati. Una spiegazione del basso tasso di natalità era la pratica della contraccezione.

Le coppie romane, per limitare il numero dei li, non ricorrevano solo all'infanticidio ed all'abbandono dei neonati, ma anche ai contraccettivi ed all'aborto, mentre le donne non sposate o adultere vi ricorrevano per evitare o troncare gravidanze illegittime. Fra le classi superiori era presente l'elemento essenziale alla contraccezione: il desiderio di non avere li. La contraccezione era evidentemente preferibile all'aborto ed all'infanticidio, poichè la madre evitava il fardello ed i pericoli della gravidanza e del parto. La letteratura medica e scientifica sull'aborto e la contraccezione aveva una lunga tradizione, ma la maggioranza delle nostre testimonianze è tratta da Autori che raccolsero le nozioni più antiche ed aggiunsero le proprie raccomandazioni.

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Repertorio Bibliografico:


§ ROVERI - ENCICLOPEDIA CLASSICA

§ MOSSE - LA VITA QUOTIDIANA DELLA DONNA

NELLA GRECIA ANTICA

§ PAOLI - VITA ROMANA

§ POMEROY - VITA ROMANA

§ NOLI/SANTI - VITA ROMANA

§ ARCHEO - n. 60, gennaio 1990



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