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Le conseguenze della grande guerra e l’avvento del fascismo

Le conseguenze della grande guerra e l’avvento del fascismo
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Le conseguenze della grande guerra e l’avvento del fascismo



La partecipazione dell’Italia alla grande guerra sconvolse completamente l’assetto politico ed economico preesistente: la guerra era stata un’eccezionale esperienza di massa ed aveva messo in evidenza quelle contraddizioni e quei conflitti interni che, venuti meno i presupposti di un solido Stato Liberale, avrebbero dato vita ad una serie di episodi rivoluzionari, determinanti per il futuro del nostro paese. La guerra aveva inevitabilmente accelerato una serie di processi di trasformazione e di rinnovamento che ebbero un peso determinante negli sviluppi della politica sociale ed economica del periodo postbellico.

A partire dal 1876, con l’avvento della sinistra al potere che , in un certo senso, aveva “istituzionalizzato” la politica del trasformismo, il processo di evoluzione dello Stato Liberale sembrava volgere al termine: si trattava chiaramente di un sistema politico innovativo che tuttavia, pur tentando di venire incontro alle esigenze del Paese, mancava di ogni fondamento ideologico e programmatico e sarebbe entrato in crisi con la nascita dei primi partiti politici e con lo sviluppo delle organizzazioni sindacali. Infatti, a lungo andare, questa politica di compromessi si rivelò inadeguata alle reali esigenze del paese: Giolitti aveva sì concepito una visione più organica e completa di questo sistema politico ma il volto della politica italiana cominciava a cambiare fisionomia ed era ormai indispensabile porre le basi per un’evoluzione in chiave democratica del regime liberale. Questo senso di crisi latente sempre più diffuso negli ambienti politici fu contenuto, entro certi limiti, da Giolitti che conferì allo Stato il ruolo di arbitro super partes dei conflitti di classe e dello scontro tra “capitale” e “lavoro”, ma il radicalizzarsi della lotta politica continuò a ripercuotersi su un’economia strutturalmente squilibrata e debole che, esauritasi ogni spinta espansiva, attraversava una grave fase di depressione.



Tutte le contraddizioni di fondo esplosero solo a dopoguerra inoltrato senza che la classe politica avesse preso coscienza dell’enorme potenziale liberato dalla guerra e della direzione verso la quale si stavano muovendo le nuove forze politiche.

Sul piano economico l’Italia sembrava ormai prossima ad un grave crollo e ad una crisi finanziaria senza precedenti che forse era stata scongiurata dalla guerra ma ormai iniziava a manifestarsi chiaramente. Le esigenze della guerra avevano motivato un notevole sviluppo di alcuni settori industriali determinando problemi di riconversione; avevano alterato gli equilibri internazionali ed incentivato un rapido processo inflazionistico oltre che un grave deficit del bilancio statale.

Quella sofferta vittoria sembrava aver esaltato al massimo i sentimenti patriottici ma tradiva inevitabilmente le speranze delle persone comuni, di coloro che avevano “ato” il prezzo della vittoria sacrificando il loro sangue, la loro vita durante gli anni di trincea. Chi era stato disposto a rischiare la vita sul campo aveva probabilmente raggiunto la consapevolezza di essere un uomo al quale spettavano diritti mai concessi che in quel momento era necessario rivendicare per reinserirsi nella società.

Aldilà delle profonde trasformazioni della mentalità e del costume legate all’esperienza di una guerra vissuta e combattuta su due fronti, e del grave problema del reinserimento dei reduci esistevano ulteriori motivi di dissenso e punti di contrasto. La vittoria rappresentava il successo più importante che l’Italia avesse mai conseguito nella sua storia unitaria ma la guerra avrebbe rivelato ben presto elementi di contraddizione e di squilibrio nella composizione sociale: i ceti medi che si erano dilatati a dismisura, a causa delle trasformazioni sociali legate alla diversificazione delle esigenze economiche del Paese durante il conflitto, si sentivano sprofondare lentamente verso i gradi inferiori della scala sociale senza aver ottenuto alcun riconoscimento per la funzione portante assunta durante la guerra, e nessuna possibilità di reinserimento nella struttura sociale del Paese durante il dopoguerra. La borghesia cominciava a temere l’eventuale perdita del potere politico ed economico difronte all’esplosione di tendenze eversive: le “aristocrazie operaie” del Nord, che non avevano partecipato alla guerra, riacquistata la libertà sindacale, manifestarono il loro senso di disagio seguendo linee di tendenza rivoluzionarie e antimilitariste che destarono risentimenti in vasti settori dell’opinione pubblica poiché simili prese di posizione “bolscevizzanti” erano considerate come una violazione di quei motivi ideali in nome dei quali era stata combattuta e vinta la guerra. Anche i contadini del Centro-Sud manifestavano la loro insofferenza per quel sistema di “equilibri sociali” ormai inadeguato e versavano in un pericoloso stato di frustrazione psicologica.

Quegli ideali superiori di unità nazionale in nome dei quali l’Italia aveva vinto la guerra erano stati rinnegati in nome di un massimalismo bolscevizzante che si richiamava apertamente alla Rivoluzione russa e che si manifestava quotidianamente nelle agitazioni di piazza, negli scioperi di operai, nelle occupazioni di terre da parte di contadini, in violente manifestazioni antimilitariste. La classe dirigente liberale sembrava sempre più disorientata di fronte a questi fenomeni di mobilitazione sociale e perse progressivamente il controllo della situazione politica ed economica del Paese. I ceti medi erano ormai pienamente consapevoli del loro peso sociale ed erano disposti a rivendicare il ruolo di classe dirigente. In questo contesto risultarono favorite le forze socialiste e cattoliche che da sempre si erano dichiarate estranee ai principi ispiratori del regime liberale, che non avevano alcuna responsabilità nei confronti della guerra e che erano più propense ad interpretare vantaggiosamente le proporzioni assunte dalla lotta politica.

Il rafforzamento del Partito socialista sotto la spinta del massimalismo e la nascita del Partito popolare italiano costituirono due importanti fattori d’innovazione nel panorama politico italiano. Il Partito popolare italiano, costituito dai cattolici, pur presentando un programma di impostazione cattolico-democratica ed essendo legato alle strutture organizzative del mondo cattolico, si dichiarava laico e aconfessionale mentre il Partito socialista, essendo espressione del massimalismo e aspirando all’instaurazione di una repubblica socialista basata sulla dittatura del proletariato, finì per radicalizzarsi isolando il movimento operaio, riducendone il campo d’azione politica e precludendo ogni possibilità di cooperazione con le forze democratico-borghesi.

Sotto il profilo della politica estera l’Italia dovette affrontare la cosiddetta questione adriatica: le clausole del Patto di Londra del 26 aprile 1915 prevedevano che in caso di vittoria l’Italia avrebbe ottenuto il Trentino, il Sud Tirolo, la Venezia Giulia, la Dalmazia e l’Istria ad esclusione della città di Fiume che sarebbe rimasta in possesso dell’Impero austro-ungarico. Chiaramente Sonnino all’epoca non avrebbe mai potuto prevedere che la guerra si sarebbe conclusa con la completa sconfitta della Germania e il disfacimento dell’Impero austro-ungarico, inoltre la nascita della Jugoslavia aveva reso alquanto problematica la questione di Fiume tanto che in occasione della conferenza di Versailles dell’aprile 1919, la delegazione italiana costituita dal presidente del Consiglio Orlando e dal ministro degli esteri Sonnino, richiese l’annessione della città in base al principio di nazionalità. La proposta incontrò l’opposizione degli alleati e la delegazione italiana abbandonò la conferenza di pace ma dovette ripresentarsi un mese dopo a Parigi senza peraltro ottenere alcun risultato. Orlando fu costretto a rassegnare le dimissioni: il nuovo governo presieduto da Saverio Nitti doveva affrontare una difficile situazione interna.

Si diffuse ben presto il mito della vittoria mutilata e sorse in larghi strati dell’opinione pubblica un risentimento nei confronti degli ex alleati e della stessa classe dirigente, apparentemente incapace di tutelare gli interessi della nazione. L’impresa di Gabriele D’Annunzio che, alla guida di gruppi armati di ribelli e volontari, occupò Fiume nel settembre del 1919 di chiarandola città aperta e istituendo una “reggenza provvisoria”, ebbe vasta eco a livello internazionale.

Le prime elezioni del dopoguerra, nel novembre 1919, che si svolsero seguendo il sistema di rappresentanza proporzionale, videro la perdita della maggioranza da parte dei gruppi liberal-democratici e l’affermazione dei socialisti e dei popolari e l’unica maggioranza realmente costituibile era quella tra popolari e liberal-democratici.

Con il ritorno di Giolitti alla presidenza del Consiglio, nel giugno 1920, la questione fiumana sembrò volgere ad una soluzione definitiva: il trattato di Rapallo con la Jugoslavia stabiliva che l’Italia, conservando Trieste, Gorizia e tutta l’Istria, avrebbe ottenuto la città di Zara e il riconoscimento di Fiume città libera mentre il resto della Dalmazia sarebbe spettato alla Jugoslavia. Questo trattato fu accolto con favore dalle forze politiche e D’Annunzio dovette abbandonare Fiume. Fra il 1919 e il 1920 l’impresa fiumana e la questione adriatica avevano suscitato una serie di agitazioni e l’innalzamento del costo della vita aveva provocato per riflesso un’ondata di agitazioni sindacali che culminarono con l’occupazione delle fabbriche da parte di 400000 operai aderenti alla Fiom (Federazione degli operai metallurgici) movimento sindacale dipendente dalla Cgl.

Giolitti, come prevedibile, tentò di raggiungere un’accordo e vi riuscì suscitando dissensi da parte degli industriali e di tutto il mondo borghese. Proprio quando la “grande paura” della rivoluzione sembrava essere svanita, sorsero ulteriori polemiche: le correnti estremiste del movimento operaio dei consigli di fabbrica accusarono i sindacalisti della Cgl di aver rinunciato a ogni prospettiva rivoluzionaria preferendo un’accordo sindacale. Fu così che, in occasione del congresso di Livorno, la minoranza estremista guidata da Antonio Gramsci diede vita al Partito Comunista caratterizzato da un orientamento decisamente internazionalista e rivoluzionario.

Il biennio rosso era ormai giunto al suo inevitabile epilogo e la classe operaia era ormai indebolita, priva di risorse: a questo progressivo indebolimento aveva senza dubbio contribuito la nascita improvvisa del fascismo. Il 23 marzo 1919 Benito Mussolini fondò i Fasci di Combattimento: fino alla fine del 1920 e agli inizi del 1921 non furono altro che un fenomeno quantitativamente e politicamente irrilevante per quanto caratterizzato da un acceso nazionalismo e da un’ evidente avversione nei confronti dei socialisti dalle file dei quali proveniva lo stesso Mussolini. Il leader del “movimento fascista” preferì sfruttare a suo vantaggio il riflusso antisocialista seguito al biennio rosso abbandonando l’originario programma d’impostazione radical-democratica e ingaggiando una sorta di “guerra civile” in particolare contro le leghe rosse della Valle Padana attraverso strutture paramilitari, le squadre d’azione. Atttraverso le leghe rosse e una fitta rete di cooperative i socialisti aspiravano ad ottenere progressivamente il controllo delle amministrazioni comunali di buona parte delle città del Centro-Nord. Tuttavia questo “sistema” nascondeva elementi di intrinseca debolezza per via dei conflitti di interessi tra le categorie medie e i lavoratori contadini. La scintilla scoccò quando il 21 novembre 1920 i fascisti si mobilitarono per ostacolare l’insediamento della nuova amministrazione comunale socialista a Bologna: tragicamente i socialisti schierati in difesa della sede del comune fecero fuoco per errore sulla folla composta in gran parte dai loro stessi sostenitori. Prese corpo così una serie di ritorsioni antisocialisti ad opera delle squadre d’azione fasciste: lo squadrismo si diffuse rapidamente in tutte le provincie padane e in diverse zone del Centro-Nord e parte del mondo piccolo-borghese cominciava ad avvicinarsi al movimento.



Giolitti come buona parte della classe dirigente preferì non opporsi agli sviluppi del movimento fascista: forse lo squadrismo si sarebbe ben presto estinto e il fascismo sarebbe stato facilmente “costituzionalizzato” e assorbito nella maggioranza. Tuttavia alle elezioni del maggio ’21 i fascisti conquistarono 35 seggi e guidati da Mussolini avrebbero in seguito giocato un ruolo decisivo per la politica italiana. Durante i governi Bonomi e Facta i socialisti non furono in grado di rispondere all’offensiva fascista tanto che lo stesso Mussolini sconfessò il patto di pacificazione e il suo movimento assunse le linee di un vero e proprio partito il Partito nazionale fascista. Fallito il progetto dei socialisti di organizzare uno sciopero generale legalitario fissato per il 1° agosto ’22 e definitivamente eliminato l’ostacolo costituito dal movimento operaio, i fascisti cominciarono a mirare direttamente alla conquista dello Stato. Era il momento della marcia su Roma (ottobre 1922) una semplice ma quantomai efficace dimostrazione di forza, una rivoluzione simulata che con la nomina di Mussolini capo del Governo segnava il crollo definitivo del sistema liberale.

Una volta giunto al potere Mussolini mise in atto una politica autoritaria e diede vita a nuove forme istituzionali, sotto molti aspetti incompatibili con i principi liberali, collaborando con le altre forze politiche. Le opposizioni uscirono ulteriormente ridimensionate dalle elezioni del ’24 e nel giugno dello stesso anno il deputato socialista Giacomo Matteotti, che aveva denunciato i brogli elettorali e le violenze dei fascisti durante le elezioni, fu rapito e assassinato da un gruppo di squadristi. Due mesi dopo, al ritrovamento del cadavere, il governo fu investito da un’ondata di polemiche e di sdegno tanto che il potere di Mussolini sembrò vacillare: tuttavia le opposizioni, che avevano abbandonato la Camera (secessione dell’Aventino) erano troppo deboli per mettere effettivamente in crisi il governo. Il discorso di Mussolini del 3 gennaio ’25 sancì la svolta autoritaria del governo e l’inizio del cammino verso la più compiuta forma di totalitarismo che fosse mai stata realizzata nella storia. Inizialmente l’opera di fascistizzazione delle masse intrapresa dal duce incontrò diversi ostacoli: il consenso popolare era decisamente limitato alla piccola e media borghesia e a fasce ristrette del ceto popolare. L’Italia era un paese arretrato a livello culturale ed economico e il progetto totalitario di Mussolini potè prendere il via definitivo solo in seguito al riconoscimento ufficiale dei Patti Lateranensi e al plebiscito del ’29.

Il regime monopolizzò in modo evidente l’ambito educativo, informativo e culturale del paese per accrescere e gestire nel migliore dei modi il consenso popolare.

Sul piano strettamente economico Mussolini seguì una linea protezionistica e di maggiore intervento statale: con la “battaglia del grano” l’Italia avrebbe dovuto rispondere ad una sfida molto importante ma l’economia italiana cadde in un periodo di crisi al quale il regime rispose con una politica di lavori pubblici e di intervento diretto dello Stato in campo industriale e finanziario. Superata la fase più drammatica della crisi l’economia italiana venne indirizzata verso la produzione bellica.

In politica estera il successo della guerra d’Etiopia del 1935 rappresentò per Mussolini la realizzazione del “sogno imperiale” anche se il consenso ottenuto dal regime cominciò progressivamente a scemare: la politica dell’”autarchia” finalizzata al conseguimento dell’autosufficienza economica del paese aveva ottenuto scarsi risultati e la subordinazione alla Germania di Hitler, con la nascita dell’Asse Roma-Berlino e la firma del patto d’acciaio nel 1939, suscitò forti perplessità, timori e dissensi.



Il problema delle origini del fascismo italiano, un fenomeno politico e sociale di proporzioni straordinarie, riserva tutt’oggi non poche chiavi di interpretazione.

Renzo De Felice, attualmente considerato come il maggiore studioso del fascismo, nel suo libro “Le interpretazioni del Fascismo” evidenzia la necessità preliminare di risolvere il problema della periodizzazione della storia del fascismo per poterne individuare le origini.

Come e perché è nato il Fascismo? Quali sono effettivamente i presupposti storici, culturali e politico-economici di un fenomeno di così vasta portata, e che ha influenzato e condizionato i più comuni aspetti della vita quotidiana di ogni italiano per più di un ventennio?

“ . la grande levatrice del fascismo fu la prima guerra mondiale.” ma in riferimento a questa ipotesi, peraltro generica, emergono diversi punti di vista, in quanto ogni storico ha evidenziato come fattore determinante non tanto la guerra in sé quanto un particolare momento di rottura, o un evento apparentemente di importanza marginale.

Lo studioso sovietico G. Sandomirskij ha identificato la guerra come il momento culminante di una crisi politico-istituzionale: le prime manifestazioni del fascismo si possono individuare già prima dell’intervento italiano nel conflitto. In questo senso “il fascismo riflette la delusione d’una parte della borghesia sulla efficacia delle forme democratiche del potere statale e la sua aspirazione a riportare una vittoria sul movimento rivoluzionario del proletariato attraverso l’oppressione, non fidando nell’aiuto del governo.” Il fascismo italiano, come scrive Sandomirskij, traeva origine da quello stato d’animo provocato dalla guerra e dalle sue conseguenze economiche.

Secondo L.Salvatorelli quella “commistione di nazionalismo e mussolinismo” avrebbe cominciato ad influenzare gli sviluppi della politica italiana solo con il radiosomaggismo del 1915, che segnò l’entrata in guerra da parte dell’Italia.



Differentemente, per Tasca e Chabot “..il fascismo (fu) un fenomeno del dopoguerra..” per quanto fosse stato il conflitto in sé a porne le premesse indispensabili. In quest’ottica tali premesse vanno individuate in tre fattori generali: la crisi economica, la mobilitazione sociale e la “psicosi di guerra”.

Questo punto di vista secondo Renzo De Felice resta indubbiamente quello maggiormente significativo per poter risolvere il problema della periodizzazione del fascismo: nell’Italia prebellica infatti si possono ravvisare alcune anticipazioni del fascismo per quanto riguarda lo sviluppo economico, sociale e culturale del Paese ma nulla autorizza a ritenere che questi “semi” sarebbero germogliati senza la guerra. Per quanto riguarda l’ipotesi di Salvatorelli relativa al radiosomaggismo senza dubbio le difficoltà politiche del 1915 aprirono la strada ad una crisi ancor più grave.

Per concludere secondo De Felice le origini del fascismo vanno ricollegate essenzialmente alla crisi postbellica. Tuttavia il fascismo, fino alla prima fase della crisi postbellica che coincide con la conclusione del biennio rosso, non fu che un fenomeno politico e sociale di scarsa rilevanza, ma risulta piuttosto difficile determinare, a partire dalla fine del 1920, quale sia stato momento decisivo per la trasformazione del fascismo in regime politico.

A questo proposito De Felice offre due punti di riferimento piuttosto comuni: la marcia su Roma con la conseguente ascesa al potere di Mussolini e il cosiddetto “colpo di stato” del 3 Maggio 1925. Tuttavia mentre la marcia su Roma con le sue conseguenze immediate, fu un “ . momento - per importante che esso fosse – della vita del fascismo e della sua rivoluzione ,..“ , che rese consapevoli le forze politche del significato dell’affermazione del fascismo, il discorso di Mussolini del 3 Maggio 1925 ha un evidente valore periodizzante poichè segnò la fine della legalità statutaria e determinò una “ . presa di coscienza antifascista unitaria . ”.

Lo storico L. Paladin ha evidenziato in realtà come sia difficile stabilire con precisione questo momento di rottura proprio per “ . la gradualità estrema con la quale il fascismo costruisce il proprio edificio giuridico..” . Inoltre G. De Rosa rilevò acutamente come quella presa di coscienza antifascista fosse legata al delitto Matteotti del 10 giugno 1924, e come da quel momento in poi il fascismo sarebbe passato alla fase della sua maturità .

Secondo De Felice per offrire una periodizzazione soddisfacente di questo fenomeno bisogna considerare un terzo ed ultimo periodo, dopo quello delle origini e quello del regime o della maturità: quello successivo al 25 luglio 1943 che segnò il crollo del regime fascista.

Renzo De Felice quindi individua le possibili origini del fascismo su piani differenti evidenziando il legame esistente fra l’ascesa del fascismo e la crisi politico-sociale del dopoguerra, e il ruolo fondamentale svolto dai ceti medi.

Sul piano economico il dopoguerra era stato caratterizzato da una grave crisi economica che aveva dato luogo ad un vasto fenomeno di mobilitazione primaria e secondaria che determinò una notevole policitizzazione di massa. Sul piano morale e culturale il dopoguerra era stato caratterizzato dall’emergere di un forte atteggiamento critico nei confronti del positivismo e di una netta propensione verso tendenze scettico-relativistiche, irrazionalistiche ed attivistiche. Tuttavia sotto questo profilo il dopoguerra fu segnato da due fenomeni peculiari: l’ideologizzazione delle masse e la crisi dei valori tradizionali e dei modelli culturali di riferimento. Sul piano politico a livello governativo e parlamentare L’Italia versava in uno stato di grave instabilità che durante il dopoguerra si sarebbe rivelato fatale per la sopravvivenza del sistema liberale.

Il problema delle origini del fascismo e dei suoi rapporti con forme di antifascismo viene affrontato da Norberto Bobbio, in “Dal fascismo alla democrazia” , sulla base di determinati fattori economici e sociali e ricondotto a quattro differenti interpretazioni.

La prima, un’interpretazione di destra, propria dei conservatori che originariamente non si opposero al movimento fascista, considerandolo come un’evento occasionale e di importanza non rilevante per il futuro del paese, che avrebbe solo eliminato dal campo i “nemici socialisti”. La seconda, un’interpretazione opposta alla prima, propria dei radicali, della sinistra laica e democratica che ravvisava nel fascismo l’inevitabile epilogo di una crisi politico-istituzionale ed economica che aveva radici profonde.

La terza, elaborata direttamente dagli storici marxisti secondo i quali il fascismo non era altro che la violenta reazione da parte della borghesia di fronte alla minaccia della rivoluzione popolare, la dittatura della borghesia contro la temuta dittatura del proletariato. Infine, come quarta interpretazione, Bobbio propone la tesi di Luigi Salvatorelli secondo la quale “..il fascismo fu la reazione non della grande borghesia ma della piccola borghesia frustrata nelle sue aspirazioni dalla crisi economica del dopoguerra, convinta di essere la vittima designata nel duello tra la grande borghesia e il proletariato, particolarmente sensibile per mancanza di ideali propri ai facili idoleggiamenti della potenza nazionale e alle ipocrite querimonie sulla vittoria mutilata” . Fu il ceto medio ad alimentare lo squadrismo per cui il fascismo può propriamente essere considerato come l’antitesi del comunismo, una rivoluzione reazionaria, una controrivoluzione che prese piede sul terreno di una debole democrazia.

Il fascismo fu il risultato, secondo Bobbio, dell’abile mediazione di Mussolini tra istanze conservatrici, che miravano al mantenimento dell’ordine politico-sociale, e istanze eversive, che puntavano al conseguimento di un nuovo ordine. Il “fascismo conservatore” non era che un fascismo strumentale, quello “eversivo” un fascismo finalistico: entrambi avevano come punto comune l’antidemocratismo, ma ideologie di base differenti che affondavano le loro radici una nell’esaltazione dello Stato l’altra nell’esaltazione della Nazione. Probabilmente anche l’antifascismo aveva due anime una liberale, che condannava il fascismo come una dittatura che aveva abolito le libertà statutarie, e una socialista, che condannava il fascismo come una dittatura di classe che aveva soffocato definitivamente le classi lavoratrici.


Lauriello Massimiliano V°B





































































Renzo De Felice, “Le interpretazioni del Fascismo” , parte seconda, modulo primo; 1976

B.L. Lopukhov, “Il problema del fascismo italiano”.

L. Salvatorelli, “Pensiero e azione del Risorgimento”; 1944.

A. Tasca, “Nascita e avvento del fscismo”; 1971.

L.Paladin, Fascismo (diritto costituzionale) in Enciclopedia del Diritto, XVI; 1966.

G. De Rosa su “Considerazioni storiografiche sulla crisi dello Stato prefascista e sull’antifascismo”, in “Il movimento di Liberazione in Italia”; 1959.

Norberto Bobbio, “Dal fascismo alla democrazia”.


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