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Perché gli Etruschi sono un popolo misterioso?, Il problema delle origini, Il paese degli Etruschi, La civiltà villanoviana e orientalizzante,

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Perché gli Etruschi sono un popolo misterioso?


Noi siamo in grado di dare un profilo, anche se incerto nei particolari, della civiltà etrusca nel suo svolgimento; abbiamo una gran ricchezza di documenti sui costumi e la vita quotidiana di questo popolo, riprodotta specie nelle pitture funerarie con una esattezza ed una vivacità fotografica; conosciamo almeno l’essenziale della lingua, degli avvenimenti storici, degli ordinamenti politici, dell’organizzazione sociale, dell’arte e della vita economica.

Quindi, nessun mistero avvolge la civiltà etrusca.

Si tratta però di un popolo diverso dagli altri con cui è venuto e restato in contatto nella storia, Greci, Romani, Fenici; diverso perché isolato in tante manifestazioni della sua civiltà.

Non tragga in inganno l’aspetto greco delle sue divinità; la religione etrusca appare in sostanza primitiva ed oscura. Un rapporto di apprensione vige tra uomini e dei; le divinità erano imprecisate nel numero, nel carattere, nella volontà, a differenza del pantheon della religione greca e di quella romana.



Siamo perfettamente in grado di leggere e di comprendere la lingua etrusca, almeno nel significato essenziale; resta il fatto che la lingua etrusca, di fronte alla famiglia numerosa e ben ordinata delle lingue indoeuropee resta unica, isolata, di carattere arcaico, relitto di una famiglia linguistica per il resto totalmente ssa. Gli studiosi latini di grammatica conoscevano qualcosa della lingua etrusca: Varrone ci dà il significato di alcune parole, l’imperatore Claudio fu uno studioso di etruscologia; l’uno e l’altro si fondavano nei loro studi sui testi di “autori etruschi” che quindi erano in grado di comprendere e capire.

Ai Romani dovette apparire ben strano il popolo etrusco, che già assoggettato da decenni manteneva in vita il nome e gli attributi di magistrature che già da secoli non avevano più senso; questo atteggiamento conservatore appare anche nella vita sociale degli etruschi.

Nella storia di Roma e della Grecia lotte politiche e sociali si susseguono; la società etrusca, invece, ci appare immobile, congelata per sempre in un rapporto fra padroni e servi, fra aristocratici e popolo, creatosi sin dal VII secolo. La quiete è rotta solo dal passaggio dalla monarchia alla repubblica aristocratica, che è un fatto più apparente che sostanziale.


Vediamo ora di approfondire i vari aspetti della vita, della cultura e degli usi di questo popolo, la cui storia è ancora parzialmente avvolta dal mistero.



Il problema delle origini


Da dove proviene il popolo etrusco?


Già gli storici antichi non erano d’accordo: la notizia più autorevole ci viene da Erodoto:

“Ai tempi del (re dei Lidi) Atys, lio di Manes, sulla Lidia si abbatté una tremenda carestia . ; e siccome al male non si poteva porre rimedio, il re, divisi i Lidi in due gruppi, fece decidere dal sorteggio quale dovesse restare e quale avrebbe abbandonato la patria; a capo di quelli destinati all’esilio avrebbe posto il lio Tirreno. Questi ultimi, radunatisi a Smirne e costruita una flotta su cui caricarono tutti i loro oggetti di valore, partirono alla ricerca di un altro paese da abitare; dopo aver vagato attraverso molti popoli, giunti fra gli Umbri vi fondarono quelle città che ancora oggi abitano. Cambiarono il loro nome di Lidi con quello del principe che li aveva guidati, e si dissero Tirreni”.

(Erodoto, Le Storie, I, 94)



I Tirreni non sono altro che gli Etruschi, secondo il nome sempre conosciuto ed usato dai Greci. L’origine asiatica quindi entrò fra le notizie che gli storici antichi accettarono come sicure. Ma quattro secoli dopo Dionisio di Alicarnasso, nelle sue Antichità romane, dice che gli Etruschi non sarebbero venuti da fuori, ma originari del paese da loro abitato e che il loro nome non sarebbe stato quello di Tirreni ma di Rasenna:

“Credo che i Tirreni non fossero neppure dei coloni Lidi; infatti non parlano la loro lingua né hanno conservato qualche altro segno dell’antica patria . Perciò mi sembra sia più vicino alla verità chi sostiene che questo popolo non è venuto di fuori, ma è indigeno. Può darsi che dai Greci siano stati chiamati Tirreni o perché abitavano in torri, o dal nome di un capo. Però il nome che essi stessi si danno è Rasenna, dal nome di un loro condottiero”


(Dionisio di Alicarnasso, Antichità romane, I, 30)



Dionisio era di certo ben informato, perché effettivamente le iscrizioni ci confermano il nome di Rasna o Rasenna.


Gli storici moderni hanno ripreso la discussione tra queste due opinioni, aggiungendovene una terza: fondandosi sul fatto che la civiltà villanoviana del IX - VIII secolo è legata senza dubbio ad altre civiltà fiorite nell’Europa centrale, alcuni studiosi hanno supposto una provenienza degli Etruschi dal Nord. Nello stesso tempo l’ipotesi di Erodoto sembrava confermata dalla scoperta e dallo studio di una civiltà “orientalizzante” del VII secolo (mentre la migrazione di Tirreno e dei suoi comni sarebbe avvenuta almeno mezzo millennio prima).

Chi ha ragione e chi torto?

E’ chiaro che l’errore non è nelle risposte ma è nella domanda formulata in modo non corretto. Non bisogna chiedersi da dove venga un popolo, ma come si sia formata la sua civiltà.

Così noi ci dobbiamo porre il problema della “formazione” della civiltà etrusca come risultante di apporti derivati da popoli e civiltà diverse e successive, dalla penisola italica o esterne, definendone volta a volta i vari aspetti e potendo solo dopo dare un giudizio sul suo carattere, anche mettendo in evidenza gli scambi che vi furono certamente con altri popoli e civiltà che gli Etruschi conobbero.



Il paese degli Etruschi


Gli antichi storici greci e romani in parte, e in parte l’archeologia, ci dicono quale fosse la regione abitata dagli Etruschi. Da una parte gli antichi autori ci ricordano il nome ed i fatti di grandi e piccole città; ma di molte tra queste non era rimasto sui luoghi dove sorgevano neanche il ricordo del nome. Il borgo medievale sorto al posto della famosissima Tarquinia si chiamava Corneto, la notissima Veio si cercava a Civita Castellana.

L’archeologia ci restituisce i resti materiali delle città etrusche e permette di ricollegare le rovine ad un nome. Così oggi conosciamo perfettamente quale fosse il luogo delle più grandi città etrusche: Veio, Cere, Tarquinia, Vetulonia, Populonia, Vulci.

Altre città, specialmente quelle della zona interna settentrionale, non hanno subito interruzioni nella loro vita, e sono sopravvissute sul luogo che occupavano e col loro nome; sono quelle che hanno avuto una continuità in età romana: Chiusi, Cortona, Fiesole, Arezzo, Perugia, Volterra.

Esse non sono mai morte perché divenute parte della civiltà romana, e con questa sopravvissute fino ai giorni nostri.

Fra queste città etrusche bisogna comprendere Roma stessa che fu una città etrusca.

Le leggende romane tentano di travisare la realtà, si ammette solo una supremazia dell’elemento etrusco con la dinastia dei Tarquinii. Roma, in realtà, fiorì come parte integrante della civiltà etrusca, e quando si distaccò dai legami politici con l’Etruria e trovò la sua strada di città unificatrice dell’Italia e del Mediterraneo non dimenticò mai le proprie origini; se i Romani cercarono di cancellare dal ricordo la dipendenza politica dagli Etruschi, continuarono ad ammettere l’origine etrusca di gran parte dei loro costumi, delle discipline religiose, delle forme e insegne del potere vantandola come segno di antica, nobile civiltà.

Nell’età più antica della storia etrusca ebbero precoce e fiorente sviluppo le città della costa tirrenica, legate all’estrazione e al commercio dei metalli ed ai traffici marittimi. Tipica è la loro posizione: affacciate al mare, a pochi chilometri dalla costa, sfruttano zone di bassa collina profondamente incise dai corsi d’acqua.

Diversa è la posizione delle città dell’interno, spesso arroccate su rupi scoscese, come Volterra ed Orvieto. Queste città definiscono il territorio propriamente etrusco, compreso all’incirca fra il corso dell’Arno e del Tevere, e che ricopre le zone centromeridionali della Toscana e quelle settentrionali del Lazio.

I territori coloniali, che esamineremo più approfonditamente in seguito, si estesero a Nord verso la Pianura Padana e a Sud verso il Lazio meridionale e la Campania.



La civiltà villanoviana e orientalizzante


Dal X secolo in tutta l’Italia tirrenica fino al Lazio e nella pianura padana troviamo diffusa una civiltà che chiamiamo “villanoviana”. Il popolo che possedeva questa civiltà viveva in piccoli o medi villaggi di capanne, quale doveva essere anche Roma nell’epoca leggendaria della sua fondazione. Gli scavi sul Palatino hanno restituito quanto resta di un villaggio di quest’epoca; i fori per i pali di sostegno tutt’attorno, e le tracce di focolare al centro.

Qualche altra informazione ci viene dai cimiteri: i morti erano bruciati, i frammenti di ossa raccolti con cura in ossuario con profilo di doppio cono, decorato con motivi puramente geometrici ed in cui venivano posti pochi semplici oggetti personali: un rasoio, spille di sicurezza (fibulae), fusaiole. Ciò indica una civiltà che aveva il senso del possesso individuale, poneva la massima cura nell’osservare un rito speciale ben definito per i suoi morti, credeva quindi in una vita destinata al di là della morte.

Il vaso funerario, in terracotta, è simile a quelli che nell’uso quotidiano servivano a raccogliere e conservare l’acqua. E’ di impasto grezzo, nerastro e pesante, dalla tipica sagoma a doppio tronco di cono, decorato a graffiti o a impressione con motivi geometrici. La forma accenna a riprodurre quella del corpo umano: il vaso infatti ha un ventre espanso, una spalla, un collo, ed anse laterali come braccia.

Una delle due anse veniva regolarmente costruita, e poi rotta al momento di deporre le ceneri nell’ossuario.

Il riferimento al corpo umano è reso più evidente dal coperchio, che è a forma di elmo, o addirittura un elmo vero e proprio. Questi riti funerari dipendono dall’idea della sopravvivenza del defunto in un mondo al di là del nostro, e contrastano con il rito della cremazione, usato di solito per esprimere la convinzione che con la morte l’uomo finisca interamente.

Le urne ci appaiono estremamente uniformi tra loro, deposte fittamente in brevi spazi (“campi di urne”), segno di una società di livello di vita non molto elevato, in cui non si cercava nulla di superfluo, e nella quale le differenze di ricchezza e di potere tra i vari appartenenti dovevano essere ridotte al minimo.

La società era fondata sulla famiglia; l’uomo è rappresentato spesso come guerriero, con scudo, elmo e giavellotto, e sul suo vaso cinerario il coperchio ha spesso la forma di un elmo.

Alla fine del periodo villanoviano troviamo nelle tombe importanti novità: appaiono nel corredo funebre oggetti di ornamento personale più numerosi e ricchi: gioielli in vetro colorato, fibule di ambra, vasi di forme varie e di tecnica più accurata. Tutto ciò testimonia di una maggiore prosperità, della nascita di un artigianato specializzato in varie tecniche di lavorazione, di contatti commerciali con gli altri popoli del Mediterraneo.

Il fondamento di questo commercio fu senza dubbio nella ricchezza in minerali del suolo etrusco; ciò pose gli Etruschi in grado di iniziare rapporti commerciali con i Greci, che avevano cominciato a fondare le loro colonie nella Sicilia e nell’Italia Meridionale, e con i Punici, che esercitavano il commercio marittimo nel Mediterraneo.

Per esercitare il commercio marittimo per proprio conto, ed affrontare le spese di allestimento di una flotta, non bastavano le forze dei piccoli villaggi villanoviani: nascono ora le città, mentre sulla costa si sviluppano i porti.

Subito al di fuori delle città, lungo le strade di comunicazione, si sviluppano gli immensi e ricchi cimiteri, vere e proprie necropoli, città dei morti, con strade principali e secondarie, impianti di scolo delle acque, tombe monumentali. Alcune tombe contenevano tesori immensi.



L’arte di questi oggetti non ha nulla in comune con le povere tradizioni villanoviane, ma riporta motivi tratti dalle antiche civiltà della Mesopotamia e dell’Egitto; i nuovi ricchi Etruschi volevano possedere quanto di più costoso e bello gli artigiani orientali potessero produrre. La ceramica urata viene acquistata in Grecia, specialmente piccoli preziosi vasetti per profumi ed olii rari, fabbricati a Corinto e decorati con animali, spesso ure mitiche.

Ma non tutti avevano la possibilità di procurarsi i preziosi e costosi vasi importati dall’Oriente. Alcuni dovevano così accontentarsi di imitazioni locali. Nasce così il bucchero, bellissima ceramica nera lucente, dalle pareti sottili, ricoperta di una patina argentea che la faceva somigliare moltissimo ai più pregiati esemplari di metallo.

E’ chiaro come tutto ciò abbia portato a trasformazioni sociali profonde. Le differenze di ricchezza sono ormai enormi; alla antica organizzazione egualitaria, in cui ogni capo famiglia era pari agli altri accettando solo la guida di un capo villaggio liberamente scelto, si sostituisce una società dove I ricchi formano una classe aristocratica di padroni, sono i soli ad esercitare il potere politico; sotto di loro non vi sono che servi. Questi ultimi vivono sotto la protezione dei padroni, senza godere di alcun diritto, producendo per la classe dirigente lavoro e ricchezza non compensati. Sono, se non di nome, schiavi di fatto. Col decadere della potenza etrusca questo ordinamento sociale resterà immutato, sopravvivendo alle ragioni che lo avevano creato.



Storia ed arte nel VI secolo


Nel VI secolo è il massimo fiorire della potenza etrusca. Per offrire basi al proprio commercio marittimo e contrastare le colonie greche, gli Etruschi si assicurarono il dominio territoriale del Lazio Meridionale e della Campania, dove non solo Capua etrusca formava un argine contro l’avanzata dei Greci, ma l’influenza etrusca giungeva sempre più a Sud, fino a Pompei, dove sono stati ritrovati cocci di bucchero con iscrizioni etrusche.

Pure la valle padana fu in parte occupata; centro d’irradiazione fu la città di Felsina (Bologna), di dove il commercio etrusco raggiungeva e varcava le Alpi. A questo periodo si riferiscono le leggende romane che parlano dei re Tarquinii, evidentemente etruschi, e che sotto tali racconti vogliono mascherare un periodo in cui Roma era in effetti una città etrusca.


Si parlerà dopo le conquiste coloniali di cinque regioni popolate dagli Etruschi:

1) L’Etruria Meridionale

dove si trovavano le più importanti città: Tarquinia, Caere, Vulci e Veio

2) L’Etruria Marittima

costituita dai territori di Volterra, Roselle, Vetulonia e Populonia

3) L’Etruria interna

con Chiusi, Volsinii, Perugia e Cortona


Queste 12 città costituivano la dodecapoli (12 città o meglio 12 popoli) una lega religiosa che vedeva le 12 città-stato riunirsi una volta l’anno a Voltumna (non ancora ritrovato, probabilmente sul Lago di Bolsena), sede di un santuario sacro a tutti gli Etruschi, dove si svolgevano giochi e feste solenni e dove si prendevano, anche, decisioni politiche comuni.


Queste tre regioni costituiscono l’Etruria propria; i “territori coloniali” sono:

4) L’Etruria campana

dove sarebbe stata fondata un’altra dodecapoli della quale conosciamo le città di Capua, Pontecagnano, Paestum e Pompei

5) L’Etruria padana

dove sarebbero state fondate altre 12 città delle quali conosciamo Felsina (Bologna), Modena, Spina, Marzabotto, Mantova, Melpum (Milano).


La ricchissima Etruria attira artisti greci, che vengono qui a lavorare o a vendere i loro prodotti. Gli Etruschi furono il primo popolo del mondo ad essere attratti dalle opere dell’arte greca, ed in questo periodo i legami tra le due civiltà sono profondissimi.

Nella seconda metà del sesto secolo le importazioni di oggetti artistici greci sono documento non solo della potenza finanziaria degli Etruschi, ma anche di una precisa scelta di civiltà. Gli Etruschi si orientano cioè verso le forme della civiltà greca. Essi furono favoriti dalla ricchezza, e quindi dal potere di acquisto, ma anche spinti da una sincera e appassionata ammirazione. L’arte etrusca, almeno tra VI e V secolo fu così profondamente imbevuta di insegnamenti greci da apparire partecipe attiva di quel mondo artistico.





La scrittura


Ecco un’iscrizione etrusca, graffita su un vaso:


Si può osservare che le lettere sono aperte verso sinistra; quindi è molto probabile che l’iscrizione corra in questo senso. Molte lettere sono riconoscibili, perché simili o identiche a quelle dell’alfabeto usato da greci, latini e da noi.

L’iscrizione recita più o meno così: “mi mulvanice Mamarce Velkanas”. Il significato è: mi ha dedicato Mamarce Velkanas (nome di chi ha dedicato il vaso a qualche divinità; si pensa che il vaso parli in prima persona).

Sono stati ritrovati oggetti del VII secolo sui quali è riportato un alfabeto greco di 26 lettere: si assiste così al momento in cui gli Etruschi imparano a scrivere, e vogliono avere l’abbecedario sotto gli occhi su vasi, su tavolette. Non tutte le lettere erano utili: la lingua etrusca non possedeva i suoni b, d, g, kh, ks, e i relativi segni greci non furono mai utilizzati. Occorreva invece il suono f, che fu reso col segno 8.

Se è facile decifrare un’iscrizione etrusca, non è altrettanto semplice interpretarla. Infatti l’etrusco non è parente di nessuna delle lingue indoeuropee (come l’italiano, il francese, lo snolo, il rumeno . ); di conseguenza non è possibile confrontare l’ignota parola etrusca con parole greche o latine per poter conoscerne il significato.

Vivendo per secoli a contatto le varie popolazioni si sono scambiate alcune parole con gli Etruschi; ma sono poche. Ci sono quelle che riconosciamo, poi gli scrittori latini ci hanno lasciato la traduzione di qualche termine. Infine possiamo cercare di comprendere il significato di una parola dal contesto e dalla sua posizione nella frase.

Purtroppo gli Etruschi scrivevano poco, e solo testi funerari o religiosi; quindi i 9000 reperti con iscrizioni non sono molto utili poiché le scritte sono sempre epigrafi che utilizzano sempre le stesse parole.

Ma alcuni documenti che differiscono da questo “genere letterario” sono stati rinvenuti. Ad esempio, da ricordare ci sono:

la tegola di Santa Maria Capua Vetere, la quale in realtà è un calendario rituale, inciso su una lastra di terracotta, il cui testo presenta una scrittura continua, senza divisioni fra parole e sembra databile nel V secolo a.C.;

un cippo rinvenuto presso Perugia che riporta una lunga iscrizione (45 righe); è la versione monumentale di un documento privato fra la famiglia dei Velthina e quella degli Afuna.

le laminette auree del Santuario di Pyrgi (Santa Severa) su cui è riportata la dedica in etrusco e in fenicio di un’ara sacra a Uni (Giunone) da parte di Thefarie Velianas.

il “Liber Linteus”, un manoscritto tagliato in strisce, era stato impiegato per avvolgere la mummia di una donna: il riutilizzo lo ha conservato. La mummia, acquistata da un collezionista, fu poi lasciata in eredità al Museo di Zagabria, dove è ancora conservata. Successivamente le bende vennero riaccostate e riconosciute come parti di un libro di lino scritto in etrusco. Il contenuto concerne testi e prescrizioni di carattere sacro redatte in forma di calendario; per il luogo della redazione si è pensato a Volterra, o a un’area situabile fra Perugia, Cortona e il Lago Trasimeno.

Considerando quanto detto sopra non sarà sorprendente notare l’assenza di una letteratura degna di questo nome, con testi storici, scientifici, narrativi, drammatici. Gli autori greci e latini ci parlano di una letteratura etrusca composta di opere religiose riguardanti le arti divinatorie (Libri Haruspicini) e minuziose prescrizioni sui riti religiosi (Libri Rituales). Queste sono opere per noi tutte perdute eccetto il Liber Linteus

Lamine di Pyrgi         


L’origine di questi libri era considerata antichissima, e la loro compilazione attribuita ad essere soprannaturali; sarebbero stati cioè dei libri di origine divina, rivelati. In realtà pare che solo in epoca tarda, corrispondente alla conquista romana e forse ancora posteriore, tutte le norme e consuetudini di epoche diverse siano state raccolte sistematicamente in opere generali, e talvolta tradotte in latino, passano così in parte nella tradizione religiosa romana.

Ma la scrittura “non era uguale per tutti”: la diversità di grafia di alcune lettere permette di distinguere almeno due diverse aree di scrittura: una settentrionale ed una meridionale comprendente anche Volsinii e Vulci.




Architettura e pittura funeraria




Nel VI secolo i morti venivano deposti in vaste camere sotterranee, scavate nella roccia e sormontate da un enorme tumulo di terra. L’interno riproduce l’architettura della casa: nella roccia tufacea sono scolpite porte, finestre, travi del tetto, mobili, ornamenti, mentre i morti venivano distesi su banconi, lungo le pareti, con un grande corredo di vasi e di oggetti personali.

Si diffonde anche l’uso di dipingere le pareti di queste camere; appaiono scene di vita reale, di caccia, di pesca, giochi sportivi, scene di banchetto con musica e danze, di vita familiare. Queste pitture hanno uno scopo magico-rituale: gli Etruschi credevano che l’uomo sopravvivesse alla morte, sia pure senza più corpo, ma con il suo nome, aspetto, carattere, dignità sociale e ricchezze, e quindi ponevano nella tomba tutto ciò che potesse assicurare allo spirito la continuazione della vita terrena, ricordandogliene la ricchezza ed i piaceri.

Le pitture delle tombe non possono essere considerate semplici opere d’arte, ma veri e propri riti magici. Si tratta di scene che vogliono rappresentare un preciso episodio con i personaggi che effettivamente vi hanno preso parte.

La rappresentazione del banchetto serve ad assicurare nutrimento allo spirito che ha sede nella tomba; i giochi funebri, atletici o teatrali, gli assicurano con la loro celebrazione, perennemente ricordata nel dipinto, il diritto a passare e risiedere nell’oltretomba. Le scene di caccia e di pesca, di vita pubblica o familiare, attorniano il morto, facendolo vivere nei luoghi a lui abituali, ricordandogli le persone care ed il suo prestigio sociale.

Inoltre esse sono un prezioso documento per ricostruire gli aspetti della vita di ogni giorno, nelle ore più liete.

Al pasto della numerosa famiglia assisteva uno stuolo di servi, giocolieri, attori, cuochi, ancelle; giovani e fanciulle curano e servono i padroni in ogni loro necessità, li rallegrano con la loro presenza. La musica del doppio flauto e della lira, il canto, danze lente e fluide o sfrenate esibizioni accomnano ogni attività della vita, anche il lavoro nei campi. Gli abiti sono sontuosi, diversi secondo la condizione sociale e l’attività del momento, di svariati tessuti, leggeri o pesanti, i più lussuosi dipinti o ricamati. Giochi sportivi servono allo spettacolo in sé, ad accomnare raduni politici o religiosi, e si celebrano durante i funerali.

Dopo il IV secolo si trovano soggetti diversi e soprattutto una profonda modificazione degli scopi che la rappresentazione si proponeva.

Le anime vivono nell’Ade, immaginato alla maniera greca come dimora sotterranea dei morti e degli dei infernali; esse vengono tormentate dalla presenza di esseri mostruosi, questi sconosciuti ai greci, come Tucul cha, mostro cornato di serpenti, dal becco di avvoltoio, che infliggono loro pene anche corporali, picchiandole con mazze.

In questo ambiente di angoscia vivono le anime dei mortali, avvolte in nuvole nere che si sollevano dalla palude infernale.

Accanto ad esse le anime di esseri famosi del mito e della leggenda greca, Teseo, Agamennone, Nestore, tutte ure che ci ricordano episodi di sangue e di guerre.

Al mondo infernale presiedono gli dei degli Inferi, Ades e Persefone.

Molto spesso la rappresentazione fantastica del viaggio agli Inferi, dove il morto appare su un carro accomnato dai demoni infernali, si confonde con la rappresentazione realistica della vita e della dignità sociale dello stesso individuo.




Charun, demone etrusco della morte

La ura di Caronte, Charun presso gli Etruschi, e sulle urne funerarie etrusche di età ellenistica, nella fattispecie in scene che rappresentano il passaggio all’Ade del cavaliere accomnato dai demoni della morte.

Le urne accomunate da questo soggetto sono le più antiche tra quelle che rappresentano il viaggio all’aldilà e si datano alla seconda metà del III secolo a.C.

Nei rilievi delle stesse Charun è rafurato con naso adunco, orecchie ferine e indossa corta tunica e alti calzari. In alcuni esemplari è alato e reca inciso su un’ala un occhio, chiaro segno apotropaico. I suoi attributi sono il martello che lo contraddistingue nella quasi totalità delle rafurazioni e una spada che e più raramente.

Nelle scene del viaggio del cavaliere, Charun conduce per le redini il cavallo o lo scorta. Inoltre la sua funzione di custode degli Inferi sembra attestata anche dalle pitture tombali della Tomba degli Anina di Tarquinia in cui Vanth fronteggia Charun ai lati della porta dell’Ade e anche dell’omonima tomba di Tarquinia in cui due Caronti sorvegliano una porta dorica a due battenti. Caronte seduto su una roccia con il martello rovesciato e anche nella Tomba 5636 di Tarquinia e altri due Caronti nella Tomba Querciola II : il primo in atteggiamento dinamico riveste il ruolo di accomnatore e il secondo in posa statica custodisce l’ingresso all’Ade.



La religione


“Hoc inter nos et Tuscos: nos putamus quia collisae sunt fulmina emitti; ipsi existimant nubes collidi ut flumina emittantur; nam, cum omnia ad deum referant, in ea opinione sunt, tamquam non, quia facta sunt, significent, sed quia significatura sunt, fiant”.                       

(Seneca, Quaestiones naturales, II, 32,2)


Cioè, dice Seneca, questa è la differenza fra Etruschi e Romani: noi diciamo che un fulmine è scoccato poiché delle nubi sono venute in contatto, gli Etruschi credono che le nubi sian fatte incontrare perché ne possa nascere un fulmine; dal momento che attribuiscono ogni fatto della natura alla volontà degli dei, pensano che una cosa avvenga non perché una causa l’ha prodotta, ma perché provocata (da un dio) per esprimere la sua volontà.

I popoli di natura greco-romana davano cioè dei fenomeni naturali una spiegazione scientifica, gli Etruschi vedevano in ogni avvenimento la manifestazione della volontà divina.

La volontà divina regola tutte le cose dell’universo e pretende dagli uomini una sottomissione assoluta. Questi non hanno alcun potere nelle mani, non possono opporsi alla volontà divina che tutto regola, non hanno con gli dei nessun rapporto.

L’uomo vive nell’angosciosa attesa che la volontà divina sia compiuta, nella paura continua che gli sia sfavorevole; per questo non può far altro che non irritare gli dei sottoponendosi a sacrifici e cerimonie in cui tutto deve avvenire esattamente e scrupolosamente così come descritto nei libri cerimoniali.

L’unica cosa che gli uomini potevano fare era quella di cercare di spiare per quanto possibile la buona o cattiva disposizione degli dei con le arti che insegnano a prevedere il futuro: l’aruspicina, l’auspicio, l’arte fulguratoria.

Per gli Etruschi la sfera celeste si divideva secondo i quattro punti cardinali, ed ogni settore era diviso ancora in quattro parti: sedici parti in tutto. In ogni parte del cielo si immaginava avessero sede i diversi dei: a Nord-Est le supreme divinità celesti, a Sud le divinità della terra e della natura, a Nord-Ovest le divinità infernali e del fato.

Il fegato di un animale poteva divenire in piccolo un equivalente della sfera celeste, e come in questa vi si manifestavano i segni della volontà degli dei. Questo è il concetto di templum, cioè un settore del mondo che orientato secondo norme rituali si trova ad essere messo misteriosamente in rapporto con le sedi divine. L’auspicio si fondava sull’osservazione del volo degli uccelli, l’arte fulguratoria sullo studio della direzione e forma dei fulmini, l’aruspicina sull’analisi delle viscere di animali sacrificati.

Gli dei non avevano numero, carattere, aspetto ben definito. In origine non esisteva che un vago concetto di forza divina. Gli dei si moltiplicavano, mentre fra essi emergevano poche ure ben definite: un dio-signore, una dea della natura, dell’amore e della vita.

Più tardi, sotto l’influsso greco, gli dei prendono un nome, caratteri e aspetto fisico definito, e vengono spesso identificati con le ben note divinità greche e latine.

Abbiamo così Tin (Giove), Uni (Giunone), Turan (Venere), Maris (Marte), Menvra (Atena). In ogni città alla coppia che governava sugli dei (Tin e Uni) e alla lia Menvra dovevano essere dedicati tre templi a triplice cella. Conosciamo poi gli dei Superi assistenti di Tin nel lancio di fulmini, i Complici, pure consiglieri di Tin, i Penati, genii del cielo, delle acque, della terra e spiriti di morti, i Lari, i Mani.

Accanto a queste, altre divinità conservavano un carattere tipicamente locale: Veltha o Voltumna era una piccola divinità locale che acquistò importanza fino a divenire la divinità nazionale di tutto il popolo etrusco.





Le istituzioni politiche e sociali


Nella fase villanoviana, gruppi di villaggi, vicini ma separati tra loro, paiono rispecchiare un’organizzazione tribale, in cui la tribù, pur restando unita nelle attività fondamentali, vive ed opera divisa in sottogruppi minori.

Agli inizi della fase storica, fra il VII e il VI secolo, si può immaginare qualcosa di simile alla polis greca o al Comune medievale: una forte città, al centro di un più o meno vasto territorio agricolo-commerciale, in rapporti non necessariamente di ostilità con le città vicine, ma certo spesso di concorrenza e rivalità.

All’interno della città si forma una classe scelta; queste avevano il controllo di tutta la vita economica. Attorno a queste grandi famiglie vive la massima parte della popolazione: i contadini, i sorveglianti, gli artigiani, i negozianti, i bronzisti, i servi, i domestici, i buffoni, le fanciulle da comnia. Tutte queste persone dipendono dall’amministrazione della casa e vivono in una condizione subordinata al capo famiglia, condizione che noi non possiamo definire precisamente, ma che variava tra quella di schiavo, domestico, dipendente e cliente.

La città almeno fino al VI secolo fu governata da re. Non si conosce con sicurezza il termine che designasse la ura del monarca: gli storici latini ci tramandano il titolo di Lucumones (anche se questo potrebbe semplicemente essere il nome proprio di uno dei re).

Gli storici latini e greci parlano degli Etruschi nel loro insieme come dei duodecim populi, con un chiaro riferimento alla dodecapoli. Essa non nacque subito come una lega; rappresentava semplicemente la superiorità di queste città sulle altre. Inizialmente la dodecapoli ebbe soltanto carattere religioso, ma successivamente assunse anche un valore commerciale.

Dopo il VI secolo pare che alla forma monarchica sia succeduta una oligarchia: il potere era nelle mani di una ristretta cerchia di famiglie, e tale sistema rimase in vita fino alla conquista romana ed oltre. Il regime oligarchico sopravvisse in forme immutabili fino al IV - III secolo.

Ma ormai dopo la conquista romana gli eredi delle vecchie famiglie si tramandavano titoli e cariche di cui non rimaneva che il nome: il potere effettivo era nelle mani dei magistrati del sistema coloniale o municipale romano.







Storia etrusca dopo il VI secolo


Il fattore decisivo della supremazia etrusca nel commercio marittimo fu l’alleanza con i Cartaginesi: assieme navigavano indisturbati in tutto il Mediterraneo occidentale.

Se riflettiamo sulle lamine iscritte di Pyrgi, ne abbiamo la conferma: siamo di fronte ad un fenomeno di fusione tra le due civiltà per quello che riguarda la lingua e la religione.

I Greci non rinunciavano a contrastare questo dominio: verso la metà del VI secolo tentarono di collegare la greca Marsiglia alle colonie della Magna Grecia, per creare una via marittima commerciale verso la Francia e di là verso l’Europa centrale. Etruschi e Cartaginesi nel 535 stroncarono questo tentativo riportando una vittoria navale presso Aleria (Corsica).

Nonostante tutto, però, i rapporti tra Greci ed Etruschi continuavano, anzi andavano via via crescendo. Cominciano ora i rapporti di commercio con Atene, che esporta in Etruria la maggior parte dei vasi dipinti di sua fabbricazione. E’ questo il momento in cui troviamo nelle tombe etrusche le ceramiche a ure rosse.

Immediatamente dopo, alla fine del VI secolo, alcuni avvenimenti, di cui abbiamo notizie fra storiche e leggendarie, segnano il declino del dominio territoriale etrusco nella regione campana, ed anche della loro potenza marittima.

La leggenda ci dice che nel 509 i Romani avrebbero cacciato da Roma Tarquinio il superbo, e riconquistato l’indipendenza; essi si attribuiscono cioè il vanto di aver cacciato gli Etruschi dalla zona a sud del Tevere. Altre notizie, però, fanno intravedere un altro seguito dei fati, in cui i Romani avrebbero avuto ben poca parte.

Il motivo è questo: sulle coste tirreniche c’erano delle città greche ed etrusche ricche e circondate da territori fertili ben coltivati.

Le tribù indigene che abitavano gli Appennini trovano ora la capacità di premere se queste grandi città che rappresentano un’attrazione per il loro levato grado di civiltà e ricchezza.

I Greci colgono l’occasione per allearsi con le popolazioni indigene contro gli Etruschi.

Gli Etruschi, ormai soli, senza alcun alleato, persero il dominio sulla regione campana, a causa della sconfitta contro i Sanniti nel 423 a Capua. Decaderono così le antiche città della costa tirrenica, mentre acquisivano maggior forza quelle interne.

I problemi dell’influenza etrusca nella valle padana sono ancora da chiarire: alcune città sono sicuramente di fondazione etrusca, come Misa (Marzabotto), mentre altre come Bologna esistevano già. Pare che non vi sia stata una vera e propria dominazione politica etrusca, né tanto meno un colonizzazione profonda nella valle del Po, ma che in questa zona gli Etruschi siano stati gli intermediari del commercio fra l’Europa e l’Italia peninsulare.

L’egemonia etrusca sulla regione padana dura poco più di un secolo. All’inizio del IV secolo, infatti, orde di Galli scendono nella valle padana e, attraverso l’Etruria, arrivano a conquistare e devastare Roma nel 390.

Da questo momento in poi gli Etruschi, ormai ridotti ai loro territori originari fra Arno e Tevere, vengono a trovarsi direttamente contro i Romani. Di fronte alle città etrusche, isolare fra loro e divise da rivalità, che tentano in modo improvvisato di unire le loro forze, c’è lo Stato Romano, con la sua solida organizzazione interna; così cadono Veio (396), Cere (353), Tarquinia (351).

Le guerre puniche, l’invasione di Annibale, offrono l’occasione di isolate ribellioni; ma i Romani procedono inflessibilmente alla fondazione delle loro colonie e legano sempre più il territorio etrusco al loro Stato. Infine, dopo le guerre sociali, le città etrusche ricevono la cittadinanza romana e così i cittadini di questa nazione perdono anche il loro antico nome.




La donna etrusca


La “Cistellaria” è una commedia di Plauto, importante perché contiene una battuta assai significativa: il servo Lampadione riferendosi alla protagonista femminile, la bella Silenia, afferma di essersi adoperato in tutti i modi perché non fosse costretta “come le etrusche” a procacciarsi la dote vendendo il proprio corpo. Questo sembra riassumere in sé quel giudizio morale negativo che il mondo latino e greco ha sempre espresso sulla donna etrusca. Le donne etrusche, la cui libertà, l’ascendente politico, il ruolo non subordinato nel ruolo sociale erano esempi in negativo, modelli da rifiutare e da additare al pubblico disprezzo. Infatti per i romani, sono viste in sintonia con la complessiva immagine che gli autori latini e greci ci hanno tramandato degli etruschi: “diversi”, “gli altri”, in una parola “i nemici”.

É da un’interpretazione errata di fonti come questa che, alla metà del secolo scorso, si propose addirittura l’idea di un vero e proprio matriarcato nell’Etruria arcaica. In realtà una “tirannide delle donne” non sembra stata mai possibile in Etruria dove, evidentemente, la notevole dimensione sociale di queste non è mai stata serenamente valutata dai moralisti di tutte le epoche.

La grande autorità morale e l’ascendente politico delle donne etrusche è fuori da ogni discussione. La differenza in termini di dimensione sociale è evidentissima nel confronto con le donne greche chiuse nell’opprimente ambiente del gineceo o le matrone romane cui era destinato un ruolo subordinato legato essenzialmente alla cura dei li e della casa. Il giudizio degli storici romani di fronte a tanta importanza e libertà fu notevolmente severo.

Un esempio può essere un brano di Livio, istruttivo al riguardo:

Trovatisi a festeggiare la vittoria presso Sesto Tarquinio, il discorso venne a cadere sulle loro mogli; accesasi una disputa Collatino disse che non c’era bisogno di tante parole perché la sua Lucrezia era migliore di tutte le altre. Decisero così di recarsi a casa di Collatino per cogliere la moglie di sorpresa, eccitati dal vino. Giuntivi verso l’imbrunire, non trovarono Lucrezia a spassarsela in sontuosi banchetti insieme alle comne, ma seduta in mezzo all’atrio, benché fosse notte inoltrata, intenta alle sue lane. La vittoria in quella gara muliebre toccò a Lucrezia. Ivi Sesto Tarquinio è preso dal capriccio di far violenza a Lucrezia; lo invogliano non solo la sua bellezza, ma anche la sua specchiata onestà.

L’aneddoto contrappone alla dissolutezza delle etrusche la virtù delle donne romane delle quali Lucrezia incarna il modello. Questo “racconto morale” divenuto quasi proverbiale nello stesso mondo antico ha, per Livio, il senso di un vero e proprio esempio che compendia la sua concezione moralistica della storia. L’archeologia è una fonte di straordinaria importanza per determinare il ruolo e la funzione della donna etrusca, specie tramite i materiali rinvenuti in sepolture femminili e le rappresentazioni urate su vasi, pitture o sculture. É presumibilmente durante la fase cosiddetta “villanoviana” che riteniamo debba essersi codificato il ruolo della donna nella società etrusca: tecipe a pieno titolo della vita comunitaria, ma fondamentalmente subalterna.

Un indizio rivelatore dell’altissimo grado della dimensione della donna etrusca è costituito dall’onomastica. Lo studio dei nomi, è molto importante dal punto di vista sociale.

Innanzitutto un elemento che emerge come fondamentale è il fatto che le donne etrusche avevano un prenome, ovvero un corrispondente del nostro nome personale.

Nelle formule onomastiche latine i prenomi femminili sono tabù.

In Etruria le donne aggiungevano il prenome anche il gentilizio, o nome di famiglia, una specie di nostro cognome. Questo rimaneva anche dopo il matrimonio.

Addirittura gli uomini -caso veramente particolare per il mondo antico- aggiungevano nella formula onomastica che li designava, il matronimico, cioè il nome della madre, che seguiva, di norma, quello del padre.

Conclusione


Qual è stato il contributo degli Etruschi alla civiltà dell’uomo? Quali conoscenze e realizzazioni sono poi rimaste patrimonio delle civiltà successive?

Anzitutto gli Etruschi furono il primo popolo della storia della penisola italica che ci appaia nella piena luce della storia. Essi costituiscono un punto di partenza, il più remoto per ora, nella ricostruzione delle vicende storiche di questo territorio.

L’impero etrusco che si estendeva come penetrazione politica e commerciale, sia pure in forma e gradi diversi, dalla pianura padana a quella campana, fu la prima realtà politica della penisola italica, e il più ampio fenomeno unitario prima della conquista romana.

Alcuni caratteri e realizzazioni della civiltà etrusca sono ancora un patrimonio vivo, come realtà o come esempio. L’impianto di oliveti e di vigneti a sostegno vivo (con viti cioè appoggiate a filari di piante viventi) caratterizza ancora il paesaggio toscano e padano, e l’economia agricola italiana. A queste colture si accomnava una cura attenta per la sistemazione del terreno, attraverso lo scavo di canali e gallerie di scolo delle acque eccedenti, per combattere quella che per natura è, e per lunga imprevidenza rimane, una delle piaghe dell’Italia: essere soggetta a frane ed alluvioni.

Il commercio marittimo e il dominio dei mari indicò per tempo una delle possibilità di sviluppo economico per i popoli abitanti il territorio italiano; quando Roma volle uscire dall’isolamento provinciale della sua politica ed inserirsi nella scena storica di tutto il Mediterraneo venendo a confronto con le potenze greca e cartaginese, dovette ricorrere all’esperienza marinara di tradizione etrusca.

Ancora grande merito degli Etruschi fu di essere il primo popolo della penisola ad aprirsi alla civiltà greca, ridiffondendola fra i popoli con cui era in contatto. Fu una conoscenza parziale e non profonda quella che gli Etruschi seppero avere della civiltà ellenica; le manifestazioni di cultura etrusche sono incomplete, lacunose proprio nei campi essenziali del pensiero storico e filosofico, oltre che nella grande letteratura drammatica, lirica e narrativa.

Ma l’essere stati mediatori sensibili, se non intelligenti, della civiltà greca e l’aver contribuito all’incivilimento dell’Europa con la fondazione di una vita cittadina resta forse il merito principale degli Etruschi.

Si può aggiungere qualche parola sul contributo alla civiltà romana. Le origini di Roma furono quelle di una qualsiasi civiltà etrusca, e della civiltà etrusca Roma fece parte almeno fino agli inizi del V secolo; ciò permise a Roma di divenire una città a tutti gli effetti.

Forse minore importanza hanno dei fatti che più spesso si sentono ricordare: l’adozione da parte dei Romani dei titoli e delle insegne di magistrature etrusche; il passaggio a Roma di insegnamenti e di forme religiose dall’Etruria. E’ avvenuto qui un fenomeno strano ma spiegabile. I Romani, volendosi gloriare di origini indipendenti, hanno cercato di nascondere nella leggenda quella antica fase etrusca della loro storia da cui tanto vantaggio avevano tratto, perché li aveva portati a far parte di una civiltà avanzata. Le istituzioni politiche etrusche, così presto sorpassate dalla storia, non avevano nulla da suggerire alla politica interna ed espansionistica romana, che noi sappiamo essere nuova e creatrice perché si trova ad agire in situazioni originali, per le quali nessun insegnamento di un passato remoto e diverso poteva essere utile. Così si dica per la religione romana, che ci appare nuova e diversa da ogni altra; è una religione essenzialmente politica, che tende a favorire l’assimilazione dei popoli nello Stato romano, e istituisce fra uomini e divinità un rapporto giuridico preciso, secondo leggi che da entrambe le parti devono essere ugualmente rispettate.

Il fatto è che gli Etruschi, ormai sconfitti ed assorbiti, potevano liberamente essere citati senza pregiudicare l’orgoglio romano, specialmente nei campi dove gli Etruschi godevano di fama di antica divina saggezza: nella religione e nelle cerimonie rituali.






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