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CONVERSAZIONE IN SICILIA – Elio Vittorini

CONVERSAZIONE IN SICILIA – Elio Vittorini
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CONVERSAZIONE IN SICILIA – Elio Vittorini

“ . ..Non erano che topi, scuri, informi, trecentosessantacinque e trecentosessantacinque, topi scuri dei miei anni, ma solo dei miei anni in Sicilia, nelle montagne, e li sentivo smuoversi in me, topi e topi fino a quindici volte trecentossessantacinque, e il piffero suonava in me, e così mi venne una scura nostalgia come di riavere in me la mia infanzia. Ripresi e rilessi la lettera di mio padre e guardai il calendario; era il sei dicembre; avrei dovuto scrivere per l’otto la solita cartolina d’auguri a mia madre, sarei stato inqualificabile a dimenticarmene ora che mia madre era sola nella sua casa.

E scrissi la cartolina di auguri, me la misi in tasca, era sabato di fine quindicina e riscossi il mio salario. Andai alla stazione per impostare, passai davanti all’atrio, era pieno di luce, e fuori pioveva, l’acqua mi entrava nelle scarpe. Salii nella luce le scale dell’atrio, per me ero lo stesso continuare sotto la pioggia verso casa o salire quelle scale, e così salii nella luce, vidi due manifesti. Uno era di un giornale, squillante per nuovi massacri, l’altro era della Cit: “Visitate la Sicilia”, cinquanta per cento di riduzione da dicembre a giugno, 250 lire per Siracusa, andata e ritorno, terza classe.

Mi trovai allora un momento come davanti a due strade, l’una rivolta a rincasare, nell’astrazione di quelle folle massacrate, e sempre nella quiete, nella non speranza, l’altra rivolta alla Sicilia, alle montagne, nel lamento del mio piffero interno, e in qualcosa che poteva anche non essere una così scura quiete e una così sorda non speranza. Mi era lo stesso tuttavia prendere l’una o l’altra, il genere umano era lo stesso perduto, e seppi di un treno che partiva per il Sud alle sette, di lì a dieci minuti.



Suonava acuto in me il piffero e mi era lo stesso partire o non partire, chiesi un biglietto, lire duecentocinquanta, e mi restarono, del salario quindicinale appena riscosso, altre cento lire in tasca. Entrai nella stazione, tra lumi, tra le alte locomotive e i facchini urlanti e cominciò un lungo viaggio notturno che per me era lo stesso di essere in casa, al mio tavolo sfogliando il dizionario o a letto con la mia moglie-ragazza.”


Vittorini, negli anni 1938-40, scrisse il suo romanzo più importante al centro del quale egli pose il tema del “mondo offeso” dalle dittature e quello delle responsabilità individuali dell’uomo di cultura. “Conversazione in Sicilia” tratta il racconto di un viaggio, reale e simbolico insieme, del protagonista ed al contempo narratore Silvestro, dall’Italia settentrionale, dove abita da molti anni, fino in Sicilia, dove è nato; un viaggio, da un presente di torpore e di indifferenza alla vita, all’indietro nel passato, alla riscoperta delle proprie origini e di sé stesso, e da qui ad una più chiara coscienza del presente. Il viaggio di Silvestro inizia in un inverno non ben precisato, a seguito di una lettera del padre che lo informa di aver abbandonato la madre per seguire un'altra donna. Giunto al paese della madre, Concezione, Silvestro ripercorre con lei le tappe più significative della sua infanzia, riscopre il passato e con esso le motivazioni del presente. Nel racconto della madre la storia del nonno si confonde inevitabilmente con quella del marito, e da quella confusione di immagini prende corpo l'immagine assoluta dell'Uomo, sensibile e buono come il marito, ma anche forte e proteso verso altri doveri come il nonno, tanto che alla fine alla mente di Silvestro le due immagini si identificano con quella del Gran Lombardo, conosciuto in treno. In questa profonda conversazione Silvestro riesce a far confessare alla madre di aver tradito (come il marito faceva con lei) il suo coniuge. In seguito, seguendo la madre nel suo giro per le iniezioni in varie case del paese, il giovane ha l'occasione di entrare in contatto con un mondo di miseria, di malattia, di rassegnazione, che lo induce a riflettere e a chiedersi se non sia 'più genere umano' quello dei sofferenti e dei morti di fame. Durante il tragitto l’uomo sollecita la madre con 'strane domande' che vorrebbero 'strane risposte'. Il viaggio diventa così una 'conversazione' a tutti gli effetti, un confronto tra presente e passato, tra storia reale ed immaginazione. L'esplorazione di Silvestro continua, a tratti, anche senza la madre. Incontra alcuni umili siciliani, tra i pochi che sanno di essere 'offesi' e non intendono arrendersi: l'arrotino Calogero, Ezechiele e il panniere Porfirio. Nell'ultima parte del romanzo, la più fortemente simbolica, Silvestro incontra al cimitero l'ombra del fratello Liborio, morto in guerra da pochi giorni, anche lui uomo 'offeso'; l'apparizione preannuncia la notizia della morte, che arriverà l'indomani. A questo punto la 'conversazione in Sicilia' è finita, il viaggio può dirsi concluso e Silvestro è pronto a ripartire, conscio di essere vincolato a 'nuovi doveri' e alla volontà di adempirvi.

Nella parte del romanzo presa in esame, Vittorini, che vede nella guerra civile snola il crollo di molte sue certezze, trova sfogo ed al contempo consolazione in un immaginario viaggio al centro di un altrettanto immaginaria Sicilia, che sta a simboleggiare il luogo d’origine, quello che si è guardato con occhi e purezza d’un bambino. Difatti sono qui segnalate numerose parti descrittive, ma viene, nel complesso, anche messo in risalto lo stato di indecisione cui si trova coinvolto Silvestro, combattuto tra il partire o meno. Nel complesso, questa parte dell’opera, non presenta parole difficili, data anche l’indirizzazione della stessa e la sua “interpretazione” ad una classe di bassa estrazione sociale. Essendo una parte puramente descrittiva della storia, essa racchiude un gran numero di nomi concreti ed astratti: sia gli uni che gli altri sono utilizzati spesso con senso urativo, metaforico: ad esempio i topi, la luce ed il piffero, a loro volta accomnati da aggettivi sia di tipo attributivo che predicativo, che rendono il testo ricco ma contemporaneamente statico. Un aggettivo ricorrente è “scuro”: difatti sono così definiti i topi (i giorni ed i ricordi dell’infanzia), la nostalgia che Silvestro ha, appunto, nel ricordare i trascorsi da bambino, ma soprattutto la quiete, quella quiete apparente che caratterizza il romanzo tutto. Il passo analizzato si compone di verbi che hanno diversa natura: si va da quelli statici (rileggere, guardare, chiedere), a quelli dinamici (riprendere, smuovere, scrivere, suonare, andare, riscuotere, prendere, partire) per finire con verbi psicologici (sentire, dimenticare, sapere). E’ però da precisare la posizione di alcuni verbi dinamici, come smuovere e suonare, che nel testo assumono veste di verbi che indicano non azioni pratiche del protagonista, ma sue sensazioni interne: sono i topi a smuoversi dentro di lui, i ricordi; è il piffero che gli suona dentro, l’inquietitudine.



Segnali deittici di ordine spaziale o temporale, sono numerosi: la vicenda trattata da questa parte del romanzo si ambienta alla stazione, probabilmente di Milano, in una piovosa notte di un sabato 6 dicembre. Raccontare lo svolgersi delle azioni l’una dopo l’altra, in ordine cronologico, col contemporaneo utilizzo di connettivi logici semplici, quali virgole ma soprattutto congiunzioni, rendono la sintassi poco articolata. E proprio da un punto di vista sintattico, è da notare la costante presenza di ricorrenze: più volte è menzionata l’espressione “topi scuri” e, come detto in precedenza il termine “luce”. E’ presente anche una forma di parafrasi: difatti viene ripetuto lo stesso concetto con strutture sintattiche differenti nel caso, ancora una volta, dei “topi scuri”: difatti può essere effettuato un accostamento con “scura nostalgia”, dato che ambedue le espressioni stanno ad indicare i ricordi di fanciullo di Silvestro. Nella parte iniziale del passo vi è un’ellissi nominale, difatti non è menzionato il termine topi nell’espressione “li sentivo smuoversi in me”.

Il testo ha forti elementi retorici: metafore già segnalate sono quelle iniziali, in cui la parola topo, è utilizzata in senso urato, difatti Silvestro, per dare un senso di angoscia e nostalgia a quelli che sono i suoi ricordi d’infanzia, associa il termine “topi” all’attributo “scuri”. Altra metafora, è l’espressione “il piffero suonava in me”, che sta ad intendere lo stato di inquietitudine scaturito dalla voglia di ribellarsi ai “massacri” annunciati dai manifesti visti per strada.Le montagne, nominate sia nella parte iniziale che verso la fine di questo frammento del romanzo, possono essere considerate un correlativo oggettivo: infatti sono proprio queste a riportarlo ai suoi primi quindici anni, trascorsi nella natìa Sicilia.  Vi è anche un ossimoro, infatti l’espressione “scura quiete” pone, consecutivamente due parole dal significato opposto. Da notare l’iperbato, ossia la separazione di parole che invece nella disposizione naturale sono legate fra loro, determinato dal periodo “suonava acuto in me il piffero”.

Per Vittorini, l’utilizzo di ure di suono è fondamentale, per dare alla prosa la musicalità della lirica. Difatti nella prima parte del terzo capoverso (fino alla fine del periodo) del passo tratto da “Conversazione in Sicilia, è significativo l’utilizzo ripetuto delle consonanti “L”, “S” ed “R”: la prima addolcisce i suoni, mentre le altre due rafforzano la pregnanza delle immagini.




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