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IL ROMANZO 'DELLA CRISI'

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IL ROMANZO 'DELLA CRISI'


Introduzione


L'esperienza della Grande Guerra aveva lasciato negli animi degli intellettuali un senso di disperazione e di disorientamento: le opere di questo periodo, infatti, erano il segno evidente del disagio storico ed esistenziale, vissuto negli ambienti di cultura, ed, inoltre, di una concezione della vita segnata dalla precarietà delle cose e dalla costante presenza della morte.

Il modello intellettuale che operava, quindi, nell'età fra le due guerre, si faceva portavoce di una fortissima eredità decadente, riscontrabile, questa, nella coscienza lacerata e nello stato di perenne viaggio e ricerca; teso ad esplorare gli angoli più riposti dell''Io', destinato, però, a perdersi in un mondo estraneo ed indifferente alla sua sensibilità. Freud parlava di un intellettuale ' sempre meno padrone in casa propria ', alla ricerca costante di un equilibrio tra la crisi esistenziale e l'esigenza di valori e ideologie cui fare riferimento; rivolto, attraverso il ricordo, a riaffermare uno spazio e un tempo lontani da lui.



Si cominciò, quindi, a parlare di un passaggio dalla fase della 'crisi', appartenente all'età decadente e ai primissimi anni del '900, alla 'coscienza della crisi'. L'intellettuale, infatti, non si abbandonava più 'alla malattia, alla follia, alla nevrosi, al delirio, al sogno e all'incubo, all'allucinazione, come strumenti privilegiati del conoscere', ma, con una maggiore consapevolezza critica, voleva indagare nella psiche umana, guardando attentamente alla propria realtà interiore e alle sue intime lacerazioni.

A questa coscienza critica del proprio stato esistenziale corrisposero, dunque, notevoli innovazioni nell'arte e, in particolare, nella narrativa.

Attraverso l'uso del monologo interiore e del 'flusso di coscienza', infatti, scrittori, quali Italo Svevo, James Joyce e Virginia Woolf, attuarono un passaggio dal cosiddetto ROMANZO ESTETIZZANTE al nuovo ROMANZO PSICOLOGICO. In questi autori, quindi, non ritroviamo paesaggi e atmosfere, che erano state proprie di Oscar Wilde o Gabriele D'Annunzio; il loro era un 'romanzo della crisi': la crisi e la frantumazione dell''Io', della società, del narratore e del personaggio.

Il romanzo dell'800 era nato come espressione di una società e di una cultura dai valori ben definiti, affidandosi a personaggi dall'identità ben precisa e collocando le vicende secondo un preciso ordine temporale e causale: si trattava, quindi, di una narrazione di fatti e di ambienti sociali descritti con esattezza e collocabili in un dato momento storico. Fu, invece, il romanzo decadente a ribaltare completamente questa concezione, introducendo, a sua volta, un'analisi più attenta dei sentimenti interiori. Nel '900, così, la mutata situazione culturale, determinata dalla consapevolezza dei limiti della conoscenza scientifica e dalla 'relatività' dei concetti tradizionali di tempo e di spazio, generò un nuovo tipo di romanzo, quello psicologico

Esso presentava personaggi INQUIETI, in cerca di un'identità precisa, nei quali il tempo era puramente interiore ed i fatti erano collegati secondo la soggettiva coscienza di ciascuno. In termini strutturali, a tale innovazione corrispondeva la dissoluzione della trama romanzesca tradizionale: nasceva, infatti, una nuova tecnica espressiva, il MONOLOGO INTERIORE, appunto, che univa le idee, non secondo un ordine logico e causale, ma secondo la SOGGETTIVITA' del personaggio. Si trattava di un romanzo non di fatti, cose, eventi, ma di riflessione, di analisi minuziosa degli stati d'animo e dei conflitti interiori.

Per fare questo, naturalmente, diventava difficile, o addirittura impossibile, raccontare attraverso un punto di vista esterno, osservando, vale a dire, dall'alto i personaggi e la vicenda: ai fatti che si intersecavano in trame avvincenti ed entusiasmanti, si sostituivano, ora, i flussi di coscienza, ciò che accadeva nella mente, gli impulsi dei personaggi. I protagonisti vivevano in una condizione di normalità e le loro vicende erano più che altro interiori. Quando si raccontava con gli occhi dei personaggi, si dava voce almemoria - I processi di memorizzazione dall’acquisizione al richiamo - Studi comparati" class="text">la memoria, alle emozioni e alle idee, in altre parole a qualcosa che non aveva una dimensione temporale: questo, quindi, comportava che il tempo della storia e quello della narrazione si allontanassero, a volte, a dismisura (nell'Ulysses di Joyce, ad esempio, si raccontava, in circa mille ine, una sola giornata).

La cultura di inizio secolo aveva fatto oramai comprendere come il tempo non fosse una realtà oggettiva, misurabile, ma una percezione individuale, soggettiva: il tempo non esisteva all'esterno dell'individuo, ma era INTERIORIZZATO, e ciò non si esplicava soltanto in 'flashbacks' e in ricordi: i pensieri, i ricordi e gli affetti del cuore erano espressi attraverso la tecnica del monologo interiore e del flusso di coscienza; tecnica, questa, utilizzata nelle opere letterarie di Svevo, Joyce e Virginia Woolf.



'LA COSCIENZA DI ZENO'


'La Coscienza di Zeno' esce nel 1923 presso l'editore Cappelli di Bologna.

A differenza dei due romanzi precedenti, 'Una vita' e 'Senilità', si svolge in prima persona: esso non si presenta come narrazione di una vicenda particolare, ma come un'autobiografia aperta, in cui non si segue un discorso organico, ma si aprono squarci su diverse situazioni e occasioni della vita del protagonista.

Si tratta di un personaggio fittizio, Zeno Cosini: egli è un ricco esponente della borghesia commerciale triestina, che, per guarire dalle sue nevrosi, si rivolge ad uno psicanalista, il dottor S., il quale gli consiglia di scrivere le tappe fondamentali della sua vita, da cui poi trarre il materiale necessario per una terapia psicoanalitica. Di fatto, il romanzo inizia con una prefazione del dottor S., che dichiara di pubblicare le memorie del paziente per vendicarsi della sua improvvisa sospensione della cura. Segue un preambolo con i primi tentativi di autoanalisi, dopo di che si entra nel pieno della descrizione del diario, dove, attraverso sei episodi tematici, si colgono le varie tappe della 'coscienza di Zeno':

il fallito tentativo di superare il vizio del fumo;

il difficile rapporto con il padre;

la grigia e assurda storia del suo matrimonio;

la storia della fallita relazione extra-coniugale;

l'impresa commerciale avviata con il cognato e positivamente condotta dopo la morte di quest'ultimo;

la convinzione finale di essere sano e di volersi liberare definitivamente dalla cura.

Tutto il discorso del protagonista si sviluppa in un'oscillazione continua tra malattia e salute, tra narrazione e riflessione, tra coscienza ed inganno, tra bisogno degli altri e difficoltà di instaurare con loro un rapporto, tra desiderio e aridità sentimentale. Zeno è alla ricerca di un equilibrio che gli sfugge continuamente e che egli stesso sa di non poter conquistare. La sua non è una personalità sicura e definita, ma ricca di contraddizioni e di paure: 'giunge al matrimonio con Augusta dopo aver cercato di conquistare Ada e Alberta; ha bisogno della moglie per amare l'amante e dell'amante per amare la moglie; vive il suo rapporto con Guido come riflesso ambiguo del rapporto impossibile con Ada, ecc. . '. Zeno è immerso fino in fondo in un mondo borghese, del quale il suo racconto ci presenta personaggi chiusi in valori sicuri, in certezze quotidiane, in abitudini e regole di vita, da tempo consolidate: ma, allo stesso tempo, in quel mondo egli si sente a disagio, in uno stato di eterna inferiorità, che gli impedisce sempre di comportarsi come si dovrebbe, di fare le mosse giuste, di commisurare sforzi e risultati.

Nella sua ottica, i valori su cui si regge la vita borghese non sono altro che inganni e schermi che danno un senso di rispettabilità e un'apparenza di equilibrio che è alla base dell'esistenza umana. Egli elabora molteplici strategie per sottrarsi a quei valori, pur continuando a rispettarli, per condurre una vita borghese seppur non partecipandovi attivamente. Ad ogni passo egli scopre, così, l'imprevedibilità della vita, la sfasatura tra l'idea che ognuno ha di sé e ciò che effettivamente accade. Nel corso di un dialogo con Guido, una casuale associazione di parole lo porta a coniare un'ironica definizione, in cui si può riassumere tutto il senso delle vicende del romanzo:

'La vita non è né brutta né bella, ma è originale . '

Tutto il vivere si risolve in un''enorme costruzione priva di scopo', in qualche cosa di 'bizzarro' e di strano, che fa concludere che 'forse l'uomo vi è stato messo dentro per errore e che non vi appartiene'.

Come individuo, Zeno è smemorato, distratto, dimentica l'ora in cui deve sposarsi, sbaglia funerale, si sente indebolito, ma, nello stesso tempo, si ritiene superiore agli altri. E' L'UOMO DELLE CONTRADDIZIONI.

E ciò da cui egli trae maggiormente linfa vitale, è la MALATTIA, punto di partenza e di arrivo della sua coscienza. Essa diviene per il protagonista strumento fondamentale di conoscenza, perché può rivelargli le contraddizioni più nascoste della realtà, l'inganno che si nasconde sotto le apparenze sociali, tanto che arriverà a dire:

'la malattia è una convinzione e io nacqui con quella

convinzione . '

La malattia si presenta come nevrosi, abito etico, patologia psico-mentale, paura di invecchiare e di morire. Una malattia che molto spesso è immaginaria, che egli vuole vedere sia in sé sia negli altri e in cui ama vivere e da cui potrà uscire solo affidandosi alla fuga e al caso. E a questo punto interviene proprio il caso , ovvero l'incoerenza della vita che lo dichiara, così, vincente: addirittura, l'arrivo della guerra lo farà arricchire.

Nell'ultimo modulo, l'abbandono della cura si collega alla frattura tra il protagonista, oramai vecchio, e le sue avventure precedentemente narrate. E' certo, comunque, che la frattura su cui l'opera si chiude è segnata fortemente dall'incombenza della guerra: questa si pone anche come segno simbolico dell'uscita da un'epoca, della rottura di un mondo compatto quale era stato, al di là dei suoi precari equilibri, quello del giovane Zeno, della nuova minaccia di distruzione che incombe sul mondo borghese.

Raggiunto improvvisamente da una guerra che aveva creduto fino all'ultimo lontana, Zeno si accorge che la sua malattia ed il gioco dei suoi desideri gli hanno fatto ignorare la realtà.

E proprio da questa presa di coscienza, Zeno sembra ottenere la guarigione, che lo riconduce, però, ad allargare lo sguardo alla malattia, alla crisi che ha colpito l'intera civiltà umana: nella ina finale del romanzo, Zeno, dopo aver ripercorso le tappe fondamentali della propria vita, prende coscienza dell'inutilità della psicoanalisi, che non avrebbe mai potuto curare né lui né il mondo. Il suo pensiero, allora, estendendosi all'essere umano, decreta l'inquinamento radicale della vita, fra pulsioni esistenziali connaturate all'uomo e la crisi degli ideali salvifici dello scientismo positivistico e dell'ottimismo della società borghese, nonché sull'esperienza negativa della Grande Guerra e dell'avvento del Ventennio Fascista.

L'uomo, a differenza dell'animale, con la sua scienza distruttiva, ha sovvertito ogni equilibrio biologico, contravvenendo alla legge della selezione naturale, da cui si è distaccato con la creazione artificiosa di ordigni distruttivi. Egli non si rende conto che più si allontana dalle leggi della natura, più decreta la propria debolezza e quindi la malattia. Questa può facilmente degenerare nel delirio e nella follia, sino alla catastrofe finale, che, con un'esplosione enorme, ridurrà la terra allo stato di nebulosa.



Notevole influenza sull'opera sveviana ebbero le teorie filosofiche di Schopenhauer, Nietzche e Freud, che si andavano diffondendo nei primi anni del '900, quando Svevo scriveva i suoi romanzi. Nella sua natura, infatti, confluiscono filoni di pensiero contraddittori e, addirittura, inconciliabili: da un lato, il positivismo; dall'altro, il 'pensiero negativo' degli esistenzialisti e l'evidente influenza degli studi psicoanalitici.

Dal positivismo egli riprende la fiducia nell''onnipotenza' del metodo scientifico, applicato allo studio della realtà, e il rifiuto di qualunque ottica di tipo metafisico, spiritualistico o idealistico, nonché la tendenza a considerare il destino dell'umanità nella sua evoluzione complessiva. Per quel che riguarda il rapporto con Schopenhauer, pur riprendendone alcuni strumenti di analisi e di critica, non accetta la proposta di una saggezza da raggiungersi attraverso la 'noluntas', ovvero la rinuncia alla volontà e il sacrificio degli istinti vitali. Lo stesso atteggiamento Svevo rivela nei confronti di Nietzche e di Freud: il primo, infatti, è, per l'autore , il teorico della pluralità dell'io e il 'demolitore' dei valori della moderna società borghese occidentale, certamente non il creatore del mito dionisiaco, fatto di razionalità, orgia e passione sfrenata; così come Freud si rivela un maestro nell'apprendimento delle teorie psicoanalitiche sull'ambiguità dell'io e nella comprensione materialistico-razionalista dell'inconscio, ma naturalmente non è accettato da Svevo sul piano dell'ideologia, ossia della visione totalizzante della vita e della terapia medica.

Sul piano della tecnica narrativa, il romanzo ha dato luogo a contrastanti definizioni: può, infatti, essere letto o come un'autobiografia, o come un romanzo analitico. Il racconto è fatto in prima persona: Svevo funge da testimone esterno alla vicenda narrata, mentre Zeno assolve alla doppia funzione di narratore e di protagonista. Questa soluzione, decisamente innovativa in rapporto al romanzo veristico-naturalistico, consente all'autore di abbandonare la focalizzazione esterna, espressa dal 'narratore onniscente' che narra in terza persona, e di passare alla focalizzazione interna, con il protagonista 'che si narra'.

La tecnica narrativa, dominante nel romanzo, consente frequenti richiami al monologo interiore: il vissuto di Zeno viene filtrato direttamente dalla sua coscienza svogliata e abulica, che preferisce le dimensioni interiorizzate e sfuocate a quelle chiare e precise. Ciò, quindi, si traduce in una rottura delle coordinate logico-sintattiche e in una continua alternanza della narrazione presente o passata: il presente del narratore e il passato del protagonista.

Sia il tempo sia lo spazio, inoltre, perdono il senso della linearità e della oggettività tipiche del romanzo ottocentesco e si ricoprono di valenze simboliche e psicologiche. Considerando che Zeno funge da voce narrante e da protagonista che guarda alla vita passata , non con scansione cronologica, ma attraverso continue anticipazioni e retrospezioni, il tempo appare ovviamente discontinuo: alla frantumazione dell'io, corrisponde quella del tempo. Il tempo della prefazione è posteriore al tempo del racconto, il tempo della fine del racconto si riallaccia a quello della prefazione. E proprio questa nuova concezione del tempo consente a Svevo di seguire il libero fluire del pensiero del protagonista: ciò determina nel lettore un doppio tempo narrativo e un duplice punto di vista, quello di Zeno protagonista e quello del vecchio Zeno narratore, che, con sottile ironia e con 'occhio straniato', riflette sulle proprie vicende passate. Così come lo spazio del romanzo non si sofferma mai su descrizioni paesaggistiche esterne, ma ruota attorno alle vicende dei personaggi, limitandosi al salotto, l'ambiente borghese per eccellenza.

Pochi furono i critici che colsero subito la grandezza ed il significato dell'opera sveviana, in un ambiente letterario, quello italiano, ancora arretrato, chiuso in una concezione tradizionale della letteratura, intesa come proposizione dei valori dominanti attraverso il decoro della forma letteraria.

Tra i primi, Eugenio Montale: ancora un giovane poeta, nel 1923, pubblicò un saggio su Svevo nella rivista 'L'esame', in cui considerava quanto i romanzi dello scrittore, sondando una 'zona sotterranea e oscura della coscienza', mettessero in crisi la maniera più comune di intendere il reale. Montale esprimeva la sua preferenza per 'Senilità', mentre nutriva delle riserve sul 'La Coscienza di Zeno' , che non lasciava spazio all'ordine e all'armonia nella forma e nel contenuto.

Anche Giacomo Debenedetti, nel 1929, gli dedicò un saggio sul 'Convegno': il critico ne coglieva la novità strutturale, ma ne sottolineava i limiti espressivi e formali.

Nel secondo dopoguerra, dopo lunghi anni di abbandono, la critica torna a rivolgere la sua attenzione a Svevo, soprattutto con Giorgio Luti, Arcangelo Leone de Castris e Sandro Maxia, che mettono in rilievo il carattere antiretorico e analitico del romanzo, inteso come 'analisi delle contraddizioni' della società italiana e dei valori in cui essa afferma di credere.

La critica di impostazione psicoanalitica, a partire dagli anni '70, intende l'opera come romanzo psicoanalitico, non solo perché la psicoanalisi vi è presente come contenuto, ma anche perché ne determina lo stesso impianto formale.

Il posto che oggi Svevo occupa nella narrativa italiana di inzio secolo è di primo piano. I suoi 'inetti' si allineano perfettamente con la narrativa di Gozzano e Tozzi, così come Zeno Cosini è stato il personaggio su cui si è innestata la ura di Mattia Pascal, protagonista del più famoso romanzo di Luigi Pirandello.

Sottolineerà il de Castris:

' . con Svevo entrava nei nostri confini l'Europa con la sua spiritualità e la sua crisi; ed entrava la vita vera, il coraggio della denuncia drammatica, totale, di un'umanità eccezionalmente scoperta ed indifesa da falsi pudori e da mistificazioni. Entrava con Svevo la coscienza dell'Europa postromantica, il fermento di una cultura in cui si annunziavano i destini dell'anima contemporanea, i termini concreti di un dramma storico che non era lecito eludere o ignorare . '


'ULYSSES'



'Ulysses' è la chiave di volta della carriera artistica di James Joyce, e uno dei grandi successi della letteratura del XX secolo.

Composto a Trieste e a Zurigo durante la I guerra mondiale e completato a Parigi dopo il conflitto, l'epica di Joyce esprime pienamente il caos e il dramma di 'un mondo in transizione'.

L'opera rappresenta il massimo approdo artistico dello SPERIMENTALISMO linguistico e dell'analisi psicologica dell'autore che, rifacendosi alle peregrinazioni dell'Ulisse omerico, trasforma quelle peripezie nei movimenti di Leopold Bloom e del giovane Stephen Dedalus, per le strade di Dublino. I due personaggi sono destinati ad incontrarsi per una sorta di reciproco richiamo: l'uno, Leopold (Ulisse), rappresenta il 'padre' che va alla ricerca del lio, essendogliene morto uno in tenera età; l'altro, Stephen (Telemaco), rafura il 'lio', che va alla ricerca di un padre che possa compensarne le carenze affettive e gli squilibri mentali ed interiori. Tutto ciò accade nell'arco dell'intera giornata del 16 giugno 1904 nella città di Dublino, dove avvengono l'incontro e la reciproca identificazione dell'uno nell'altro, con il finale ricongiungimento a casa di Leopold e di sua moglie Molly (Penelope).

Joyce imposta l'opera su una suddivisione in tre momenti:

la prima parte, 'Telemachia', ovvero il lio alla ricerca del padre;

la seconda parte, 'Odissea', ovvero le peregrinazioni di Leopold alla ricerca del lio;

la terza parte, 'Nostos', cioè il ritorno dei due a casa.

E proprio lo stesso Joyce, nel 1918, a proposito del romanzo, lo definirà come un' 'Odissea moderna': si era rifatto ad Omero per guidare gli inquieti vagabondaggi del suo eroe moderno, Leopold Bloom.

L'opera, però, non nasceva come un caso isolato, bensì si collocava come continuazione di due opere precedenti, 'Dubliners' e ½ portrait of the artist as a young man'. Ne ereditava gli spunti autobiografici e le vicende interiori di alcuni personaggi, come Stephen Dedalus, ma, allo stesso tempo, ne approfondiva anche l'analisi psicologica, allargando lo sguardo alla città e smascherando la realtà desolata che essa racchiudeva e i suoi effetti sull'individualità.

E la singola giornata che Joyce descrive riassume in sé tutti i valori negativi della moderna società postbellica: oramai non c'è più posto per l'autenticità dei rapporti umani, ma solo per le ipocrisie, per le volgarità, per le alienazioni, per il rifugio nelle fantasticherie sessuali (come in Molly Bloom), capaci di compensarw la tristezza e la mancanza d'amore.

Ed è proprio in questo caso che si può parlare dell''Ulysses' come 'Odissea moderna': non più l'eroe classico, risoluto nei propri intenti, fermo nelle certezze, uomo d'ingegno e di grande forza interiore; ma l'uomo del '900, con la coscienza frantumata e i valori dissacrati, con le paure e le inquietudini; 'l'uomo che ai mari sterminati sostituisce l'opprimente città, che trasforma il mito nella caotica società urbana'. Ed è su quest'uomo che si posa l'occhio di Joyce, come testimone impietoso, ma anche sofferto, della crisi della nostra civiltà.

Analizzando l'intera opera, mi è piaciuto soffermarmi sul famosissimo 'MONOLOGO INTERIORE DI MOLLY BLOOM', nella parte finale del libro, rappresentante il disordinato e tumultuoso scorrere notturno dei flussi mentali della donna.

E' difficile dare una caratterizzazione logico-razionale ad un contenuto mentale che si presenta come un 'flusso di coscienza', come un'immediata registrazione del pensiero, colto nelle sue libere e analogiche associazioni in uno stato di dormiveglia.

Siamo nella parte terminale dell'opera: il personaggio è rappresentato in un momento di insonnia alle due e un quarto di notte, nel pieno delle sue divagazioni sul sonno. Ed ecco, in un susseguirsi simultaneo di immagini, i cinesi che già si stanno alzando, data la differenza di fuso orario tra Dublino e la Cina; l'angelus dublinese che sta quasi per suonare; la 'sveglia di quelli accanto' che 'al primo chicchirichì si fa uscire il cervello a forza di far fracasso' ed, infine, il tentativo di contare per addormentarsi.

Dal nulla, poi, come frutto dell'inconscio, sorgono nella mente di Molly simbolismi floreali, che si conurano nell'idea di 'una bella piantina' e nel desiderio di sentirsi circondata da rose. Tutto ciò nasconde la straordinarietà del personaggio, amante della natura e sensibile verso 'ogni specie di forme e odori e colori', segno, questi, della presenza regolatrice di Dio, negato dagli 'atei' che, comunque, non hanno alcun potere sulla natura da riuscire ad 'impedire che domani sorga il sole'.



Ed è a questo punto che la naturalità e la femminilità di Molly emergono, definendosi meglio come vera e propria sensualità. La libera associazione di idee, infatti, si focalizza sull'immagine del sole che, prima è visto come fatto astronomico, poi si trasforma nel simbolo del calore passionale, 'e il sole splende per te disse lui'. Affiora il ricordo del primo bacio datole dal marito 16 anni prima, immersi nello scenario naturale dei rododendri, il cui colore rosso si tinge di simbolismi sessuali, perché segno della passione.

E di qui il pensiero corre verso il primo rapporto amoroso con il marito, tra il profumo del suo petto femminile, i battiti impazziti del cuore del giovane e l'inno finale alla vita e alla speranza, scandito dal cadere vorticoso di quei 'sì', nei quali si condensa tutto l'impeto istintuale, la fisicità travolgente e l'accettazione incondizionata del suo essere donna.

La grande rivoluzione dell''Ulysses' si ha, proprio, nella particolare tecnica narrativa di cui si serve Joyce, lo 'stream of consciousness', il 'flusso di coscienza', e di cui il monologo di Molly è il migliore esempio. Esso si risolve nell'adesione immediata dello scrittore allo svolgersi dei pensieri, delle percezioni sensoriali, degli stati d'animo, delle emozioni, delle  associazioni di pensieri, colte in una zona della psiche in cui le parole scorrono fluide e libere, caotiche e disordinate, prive di strutture causali e consequenziali. Ciò significa, quindi, disgregare sintatticamente la frase, abolire la punteggiatura, sperimentare nuovi linguaggi e nuovi stili, deformare le parole ed eliminare ogni ordine logico-grammaticale. Con il flusso di coscienza il narratore funge da 'registratore del pensiero', riproducendolo allo stato puro, nel suo attuarsi. E' questo un 'viaggio all'interno della coscienza', dove l'autore 'si è proposto non soltanto di rendere, nei minimi particolari, con estrema precisione e bellezza, gli spettacoli e i suoni tra cui si muovono i suoi personaggi, ma, rivelandoci il mondo come essi lo percepiscono, di scoprire quel vocabolario e quel ritmo che, unici, possano rappresentare il pensiero di ognuno.'

E l'arte di Joyce è pienamente riuscita nei suoi intenti.


'TO THE LIGHTHOUSE'


'To the lighthouse', pubblicato nel 1927, può essere considerato come il capolavoro letterario di Virginia Woolf; l'opera in cui confluiscono al meglio, oltre ad una serie di temi fortemente sentiti, come la solitudine, il ricordo e la morte, anche affetti e memorie personali e in cui si precisano e si concretizzano tutte le sue ricerche formali.

La gita al faro della famiglia Ramsay appare come l'occasione per svelare tutta una serie di contrasti tra i vari personaggi: Mrs Ramsay, la bella ed affascinante moglie di un famoso accademico, madre di cinque li; James, il più piccolo di questi; Mr Ramsay e il suo collega Tansley, e vari ospiti nella villa al mare. Tra questi, Lily Briscoe, che sta dipingendo un quadro, le cui varie fasi composizione appaiono nel romanzo fino al completamento finale.

Il contrasto più evidente, nell'opera, è quello tra Mr e Mrs Ramsay, che vede la  contrapposizione tra cervello e cuore, ragione ed intuizione, fatti e sensazioni, ognuno dei due chiuso in un proprio mondo isolato da cui è difficile comunicare, e che può trasformarsi in solitudine e desolazione. Ma, a differenza del marito, la donna, sempre proiettata verso l'unione e la fusione con gli altri, ha la possibilità, attraverso la solitudine, di penetrare la realtà, capirla, abbandonandosi al fluire delle cose e, allo stesso tempo, divenendone parte.

Anche Lily Briscoe ricerca la vera essenza delle cose: quest'ultima, però, attraverso la pittura, che le permette di sollevarsi al di sopra del flusso della vita per fermarlo, fissarlo e comprenderlo, anche solo per un istante. Ambedue, lei e Mrs Ramsay, raggiungono, rispettivamente nella vita e nell'arte, la visione della realtà, la prima ritirandosi in sé stessa, l'altra concentrandosi sulla sua pittura. E nel completare il quadro, al termine del romanzo, Lily traccia sulla tela 'una purpurea forma triangolare', che corrisponde a 'il cuneo d'ombra' in cui Mrs Ramsay si identifica, comprendendone dunque la realtà segreta, centro di intense relazioni umane, tanto ricercata e, alla fine, ritrovata.

Terminata l'opera, infatti, 'in mezzo al caos era la forma; l'eterno transito, l'eterno flusso . potevano trasurarsi nella stabilità.'

Funzione molto importante ha nell'opera il tempo: presente, passato e futuro vengono, anche qui come in altri romanzi, a coincidere. Ma, questa volta, il tempo che passa, il vero tempo, è quello dei momenti in cui le due donne protagoniste riescono a cogliere aspetti significativi della realtà, perché è proprio intorno a questi due personaggi che ruotano le vicende del romanzo.

Solo il faro non muta mai, seppure intermittente: al contrario, infatti, di Lily e Mrs Ramsay, esso rimane fisso, immobile, nel fluire delle onde, illuminando, solo per un istante, incessantemente, il buio della notte.

Con questo romanzo, Virginia Woolf raggiunge una perfezione stilistico-narrativa mai realizzata precedentemente. Lily è la sua 'controura' nel romanzo: è, come lei, un'artista e, allo stesso modo, ricrea il fluire della vita, di cui coglie la vera essenza, attraverso l'opera d'arte. E la sua esperienza si rivela nell'equilibrio della dimensione spaziale e temporale; e il passaggio da un flusso all'altro intensifica la contrapposizione delle due donne, che vivono circondate dal mare e dall'aria. Il mare costituisce un elemento essenziale nel romanzo, ritmato dal movimento continuo del faro che lo illumina con il suo fascio di luce: è, allo stesso tempo, protettore e distruttore, divide gli elementi, minaccia il mondo, ma, alla fine, ricompone tutto.

Così come l'aria. Mrs Ramsay si sente come 'un falco sospeso nell'aria', Lily ' per un momento . rimase tremando in una penosa ma eccitante estasi nell'aria'. Entrambe sono dominate dall'aspirazione a comprendere totalmente la vita, come il faro domina il mare, come il falco sovrasta i cieli.

Molti critici, analizzando l'opera hanno parlato di ROMANZO POETICO, soprattutto per l'apparato simbolico e la rete di metafore di cui è intessuto: il fluire delle parole 'produce un senso di estasi', creando, così, una prosa che si avvicina alla poesia lirica. Particolarmente nei brani in cui si parla di Mrs Ramsay, emerge agli occhi del lettore un ritmo incalzante di pause e metafore, che esprimono il contrasto di due opposti sentimenti: da un lato, l'amore per l'unione degli uomini e delle cose; dall'altro, il timore di vedere quest'unione spezzata o resa impossibile.

Famoso è rimasto il saggio di Erich Auerbach, 'Il calzerotto marrone, Mimesis' del 1956, in cui si analizza il flusso di coscienza di Mrs Ramsay intenta a lavorare a maglia per il lio James e si nota come, ad un'azione del tutto banale, corrispondano molti altri elementi particolari ed originali, caratterizzati da personaggi e movimenti esteriori e secondari.

Questo romanzo è, dunque, un momento fondamentale nella narrativa di Virgina Woolf. Come il faro, il romanzo è il punto d'incontro di una serie di elementi, temi, soluzioni stilistiche, tra loro perfettamente fusi e correlati, che, come il faro sul mare, illuminano la realtà, non tanto armonica, delle cose e permettono di penetrare a fondo in quelle che sono le intenzioni della scrittrice, per coglierne, così, il percorso artistico e letterario.


L'ETA' GRECA DELLA CRISI


Il romanzo è l'ultimo genere letterario che sorse presso i Greci, considerato, però, il meno pregevole, in quanto 'manifestazione secondaria' della loro cultura, motivata soltanto dalla volontà di accontentare i gusti abbastanza facili di un pubblico intellettualmente disimpegnato.

Naturalmente, esso fiorì in un'età, quella greco - romana, in cui maggiormente si avvertì una radicale e irreversibile 'crisi' della cultura classica greca.

Riferendoci, dunque, alla storia, possiamo notare come questo periodo, preso in considerazione, ebbe inizio nel 30 a. C., quando Ottaviano conquistò l'Egitto, e terminò nel 529 d. C., quando l'imperatore d'Oriente Giustiniano fece chiudere la scuola neo- platonica di Atene. Durante tutti quegli anni, la Grecia conobbe vari periodi di impoverimento e di crisi demografica, aggravata, inoltre, da molte calamità naturali, quali carestie e pestilenze, dalla calata di molte orde barbariche e dall'accentuarsi del fiscalismo fiscale. Inoltre, dalla fine del II sec. d. C., si avviò un processo di 'orientalizzazione' dell'impero, attraverso la riforma dell'apparato amministrativo delle province e dell'esercito e l'introduzione e la diffusione dei culti misterici.

Tale processo non tardò a farsi sentire anche in ambito culturale e soltanto sotto Adriano, Atene visse un momento di ripresa intellettuale, sebbene per un breve periodo. Anche Alessandria e le altre capitali dei regni ellenistici cominciarono a perdere il loro predominio intellettuale: nuovo centro della cultura era, oramai, Roma, da cui gli scrittori greci trassero l'ispirazione delle loro opere, seguendo le idee e l'esempio del grande storico Polibio.

La letteratura di questo periodo era, sostanzialmente, simile a quella del periodo ellenistico: erudita, riflessa e povera di originalità. Una volta cadute, infatti, le certezze ideali e politiche dell'età della polis, l'uomo greco, non più cittadino, ma suddito, andò soggetto ad una radicale metamorfosi intellettuale e spirituale: estraniato sempre di più dalla realtà, avvertiva ora il bisogno di ripiegarsi su se stesso, studiare la propria interiorità, privilegiando la vita erudita e contemplativa. Compito dell'uomo di cultura era quello di trattare argomenti, non destinati alla massa, ma ad un ristretto circolo di persone competenti, in maniera preziosa e raffinata, fin troppo precisa e minuziosa.

Il genere letterario che maggiormente risentì della profonda crisi che coinvolgeva ormai tutta l'Ellade fu la poesia; la produzione in versi, infatti, sve quasi del tutto, ad eccezione dell'epigramma, per lasciare il posto al nuovo genere teatrale della pantomima, alle polemiche retoriche, agli studi grammaticali e lessicali della Seconda Sofistica e, infine, proprio al romanzo, che dovette la sua grande fortuna alla capacità di unire elementi da sempre cari al gusto del pubblico, come l'amore, l'avventura e l'esotismo.                



IL ROMANZO GRECO


Caratteri generali


Alcuni generi di narrazione nati in Grecia nell'età ellenistica, sono stati definiti, in età posteriore, come 'romanzi', con un termine di origine medioevale.



I Greci non avevano un termine preciso per definire questo genere letterario, che definivano in vario modo: 'racconto', 'storia', 'narrazione', 'favola', 'mito'.

Quest'ultimo termine veniva, addirittura, usato sia per la prosa, che per la poesia, il che conferma l'ipotesi, fatta da alcuni studiosi, che , anteriormente all'età ellenistica, non si era sviluppato un filone di narrativa chiaramente definibile.

Nel 1893, fu pubblicato un papiro del I sec. d.C., che conteneva due lunghi frammenti del cosiddetto 'ROMANZO DI NINO', scritto non più tardi del I sec. a.C. Questo smentiva l'ipotesi di uno studioso tedesco, Rohde, il quale, invece, faceva risalire i primi romanzi al II sec. d.C., nell'età della seconda sofistica.

Anche se anticipata al I sec. a.C. la nascita di questo genere è di gran lunga posteriore rispetto agli altri. I motivi che probabilmente spiegano questo ritardo vanno individuati nelle trasformazioni politiche e sociali e nelle nuove esigenze spirituali che caratterizzarono l'età ellenistica. Infatti, le conquiste di Alessandro Magno ed il consolidamento dei regni greco-orientali dei diadochi determinarono il crollo della , e quindi l'allontanamento del cittadino greco dalla vita politica. Nelle classi alte al sentimento religioso si sostituì l'indagine filosofica dello stoicismo e dell'epicureismo, che rivolse l'attenzione all'uomo come individuo e alle sue passioni, intendendo fornirgli delle norme di vita. Venuti meno il sentimento nazionale e la fede, si affermarono i sentimenti privati, tra cui, in primo luogo, l'amore, tema principale del romanzo greco, insieme con l'avventura.

E' questione molto dibattuta tra i critici stabilire quale sia la genesi del romanzo greco e quali generi letterari precedenti il I sec a.C. contenessero elementi erotico-avventurosi.

I generi pre-letterari, il mito e la leggenda, presentavano anch'essi delle narrazioni: il mito però le collocava in una dimensione divina, eroica e meravigliosa, mentre la novella e il romanzo le trasferivano in una dimensione umana. Le saghe e le leggende , da una parte furono elaborate in versi da poeti dotti; dall'altra, quali testimonianze di usi e costumi locali, confluirono nelle opere storiografiche, dove ebbero però una collocazione marginale, poiché semplici digressioni.

Anche nell'epica troviamo digressioni 'romanzate' e mitologiche, imperniate comunque sull'eroicità dei protagonisti, come Achille e Ulisse. Quando, però, questi personaggi saranno ripresi dal romanzo, interesseranno per i loro amori e non per il loro eroismo. A questo proposito, lo studioso Weinreich definisce il romanzo greco un 'allegro bastardello . frutto di una relazione allacciata tra l'epos invecchiato e l'aggraziata e capricciosa storiografia ellenistica'. Altra ipotesi è quella di Cataudella, che considera il romanzo come un aggregato 'di varie novelle giustapposte' o 'quasi una grande novella variata ed ampliata con altre novelle'.

Per quanto concerne la fabula, ossia il contenuto, essa è piuttosto uniforme in tutti i romanzi greci; si fondono avventure e vicende amorose: in genere, la coppia protagonista, inizialmente contraria all'amore, subisce la vendetta di Eros e di Afrodite, che la fanno incontrare e innamorare durante una festa religiosa, tanto che il Kerenyi ha addirittura pensato che nei due amanti sia riflessa la coppia divina egizia di Iside ed Osiride, e la costringono ad affrontare peripezie avventurose, in cui il caso gioca un ruolo fondamentale, prima di permettere ai due giovani di unirsi definitivamente.


IL ROMANZO EROTICO-AVVENTUROSO DI SENOFONTE EFESIO


'Le avventure di Abrocome e Anzia' è un romanzo in cinque libri, scritto, in età ellenistica, da Senofonte Efesio.

La storia prende le mosse dal momento in cui Abrocome, un bellissimo giovanetto, si innamora perdutamente della bella Anzia e la sposa.

Essi devono recarsi in Egitto, ma numerosissime avventure intervengono per separarli, continuamente travolti da ricongiungimenti e nuove separazioni, false morti e rapimenti, in un'incessante ricerca l'una dell'altro, piena di pericoli. Alla fine naturalmente si ritrovano, ritornano ad Efeso, dove vivranno felici, grazie al forte amore che li lega.

La storia, scritta in un linguaggio assai semplice e non particolarmente incisivo, dà l'impressione di essere destinata non ad un pubblico di elevata cultura, ma piuttosto a lettori che si potessero entusiasmare per l'edificante motivo dell'amore e della fedeltà coniugale difesi ad ogni costo. Anche la struttura del romanzo appare quella tipica del genere, con il racconto delle vicende parallele dei due protagonisti, complicate all'infinito da tutte le possibili situazioni che potevano tenere desta l'attenzione del lettore. Da notare l'ambientazione geografica, che include solo località mediterranee, senza indulgere il gusto per l'esotico, tipico del romanzo, e la cronologia, che identifica il tempo della storia con quello stesso in cui è vissuto l'autore.

La fortuna del romanzo di Senofonte Efesio è stata discreta; in particolare, esso attirò l'attenzione di Agnolo Poliziano, che ne tradusse alcuni brani e giudicò l'autore 'non insuavior' del suo più celebre omonimo. La prima traduzione completa fu eseguita nel secolo XVIII da Anton Maria Salvini, pubblicata a Londra e seguita a breve distanza di tempo da quella del cardinale Giacomelli, pubblicata a Roma.


IL ROMANZO EROTICO-PASTORALE DI LONGO SOFISTA


La 'Storia efesia delle avventure di Dafni e Cloe', ad opera di Longo Sofista, richiama fortemente, per l'ambientazione e lo stile, il tema bucolico: i due protagonisti sono, infatti, due giovani che vivono semplicemente, pascolando lui un gregge di capre, lei un gregge di pecore. Cresciuti insieme, trovatelli, adottati da due pastori che vivono in poderi vicini, essi scoprono, crescendo, l'amore, che naturalmente è contrastato, in quanto i genitori di Cloe decidono di darla in sposa ad uno che non sia povero come Dafni. Ma quando quest'ultimo scopre di essere lio di un ricco cittadino di Mitilene, e Cloe, a sua volta, viene a sapere di provenire da una famiglia benestante, allora possono, finalmente, aver luogo le loro nozze.

L'opera differisce dagli altri romanzi perché viene meno, anche se non del tutto, l'elemento avventuroso, e tutta la vicenda poggia sul gioco del primo apparire dei turbamenti amorosi, sulla sottile analisi psicologica che consente di scoprire lentamente la nascita del forte sentimento, non senza una maliziosa venatura di erotismo, sullo sfondo di un'idillica natura teocritea.


IL ROMANZO PARODISTICO-SATIRICO DI LUCIANO DI SAMOSATA


La 'Storia vera' di Luciano di Samosata è un'opera narrativa, in due libri, in forma autobiografica, detta 'vera' per antifrasi: l'autore, infatti, in polemica con il carattere romanzesco e falso della storiografia del tempo, narra una 'storia' incredibile, fino all'assurdo, in cui elementi fantascientifici si intrecciano con elementi favolosi, il tutto permeato da una satirica comicità.

Questo romanzo è, dunque, il racconto di un viaggio (immaginario, s'intende) verso l'Estremo Occidente, al di là di quelle colonne d'Ercole che le credenze degli antichi avevano posto come limite alla conoscenza umana del mondo.

L'impostazione narrativa non si allontana da quelle che erano le concezioni geografiche popolari, discendenti dalle concezioni più dotte di Pitea di Marsiglia e di Platone, descrittore della favolosa Atlantide, e, più vicini nel tempo a Luciano, di Antonio Diogene, per le 'Meraviglie al di là di Thyle', e di Iambulo, per lo scritto 'Sull'Oceano', come segnala Fozio, patriarca ed erudito di Costantinopoli (827-886 d.C.).

Insieme con 50 coetanei Luciano, dunque, si imbarca alla volta dell'Oceano occidentale, animato, come Ulisse, dal desiderio di conoscere cose nuove, ma è colto da una tempesta di vento che sballotta la nave per 79 giorni: all'80esimo, placatasi la tempesta, essi sbarcano in un'isola, la esplorano e s'imbattono in una colonna di bronzo, dove era incisa quest'iscrizione:

'Fino a qui giunsero Ercole e Dioniso'

con accanto le impronte di piedi, l'una della lunghezza di un pletro, l'altra, quella di Dioniso, più piccola.

Qui, in queste prime battute del racconto, vi è già tutto il carattere artistico e satirico di esso.

E precisamente la conquista di una nuova dimensione temporale, in quanto troviamo personaggi mitologici e creature poetiche, e di una nuova dimensione spaziale: l'isola raggiunta, la città di Lucernaria, le avventure nel ventre della balena, il fiume di vino con i pesci ubriachi, la visita ai Campi Elisi, l'isola dei Beati, l'isola dei sogni e quella di Ogigia, ecc .

Anche la formula artistica è, 'in nuce', sin dai primi episodi: giacchè è nell'esagerazione, nell'auxesis, che è una delle manifestazioni del Sublime, che la parodia trova il suo strumento più efficace e caratterizzante: il pletro, ad esempio, è l'unità di misura in base alla quale è calcolata la misura delle pulci-sagittario, grosse quanto dodici elefanti, e delle uova, più grosse di una botte di vino di Chio, e dei pulcini degli alcioni, grandi quanto venti sparvieri ciascuno, e quella del ventre della balena, capace di contenere una città per diecimila abitanti. Proporzioni semplicemente mostruose!

Ma un'iperbole come questa, se è disdicevole in un poema epico, sta invece al suo posto in un racconto come la 'Storia Vera', dove l'esagerazione iperbolica non mira, come nell'epica, a destare impressioni sbalorditive, ma a far ridere, semplicemente, trascinando, così, il lettore in un mondo irreale e mostruoso.

Accanto all'esagerazione c'è un altro strumento espressivo che riesce a causare il riso, ed è la precisazione che, affiancandosi ad un dato evidentemente esagerato, ne mette in risalto l'aspetto grottesco, determinando un contrasto tra due modi di rappresentare questa 'comica realtà'.

Altro effetto di contrasto è ottenuto con la continuità dell'antico nel nuovo: ci sono, infatti, caratteri divini e mitici applicati all'esperienza umana, che li rende più veri; e fanno perciò ridere. Oppure ci sono rovesciamenti della realtà umana, per cui si parla, ad esempio, di 'rugiada calda', e di alberi privi di radici, e si giudicano belli i calvi, e detestabili coloro che hanno molti capelli.

Originale è, comunque, l'idea, del tutto nuova, di organizzare in un tutto le peripezie e le complicazioni di un viaggio meraviglioso nel regno dell'impossibile: anche solo per questo Luciano sarebbe da annoverare tra i maggiori 'poeti' dell'antichità.

Egli non fu mai uno scrittore popolare: fu e rimase un letterato che scrive per letterati. Ebbe degli ammiratori, come Fozio, ma anche dei contestatori nei tempi relativamente vicini a lui, come i cristiani che si sentivano offesi dalle sue 'irriverenze'. Ebbe anche degli imitatori: come, nell'XI secolo, e dopo, Teodoro Prodromo, che scrisse cose non indegne del satirico e dell'arte di Luciano. La sua fortuna cominciò per merito di quei romanzi di fantascienza, ispirati alla sua opera, fioriti in anni recenti: essi sono i 'Viaggi di Gulliver' di Swift, l''Utopia' di Moro, le 'Ventimila leghe sotto i mari' di Verne.

Ma difficilmente si potrà ritornare alla profondità di spirito, all'andare dritto all'essenza delle cose nella polemica, alla chiarezza e alla semplicità di linguaggio e di stile, che solo Luciano riuscì a raggiungere.








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