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IL MANIERISMO, ARTE E CONTRORIFORMA, IL SEICENTO. MOMUMENTALITÀ E FANTASIA

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IL MANIERISMO

Il termine manierismo veniva associato al termine dispregiativo di “imitazione” e veniva riferito a quegli artisti che operavano alla maniera di Leonardo, Raffaello e Michelangelo riproponendo cose già viste e privandosi di una propria identità. Vasari riconosceva il manierismo come uno stile mentre al giorno d’oggi un opera manierista ricerca principalmente grazia (cioè eleganza, dolcezza, la facilità di esecuzione) e licenza (cioè lo straniamento dalle regole). Non esistono più, dunque, regole prospettiche ma il singolo disegno si basa sul suo giudizio personale.

Pontormo

Jacopo Crucci, detto Pontormo, fu il primo artista manierista fiorentino. La sua arte tenta di conciliare la ricerca volumetrica michelangiolesca con l’effetto luministico dello sfumato leonardiano. Nella Deposizione che dipinge per la cappella Barbadori della chiesa fiorentina di Santa Felicità la scena, che si rifà alla Pietà di Michelangelo, nella posizione del braccio del Cristo (a cui si rifà anche Caravaggio), mostra un’ambientazione innaturale dove l’equilibrio compositivo è dato dalla nuvola in alto e da un drappo e i personaggi hanno una posa teatrale che da impressione di slancio, i corpi sono allungati, esili e snodati e le vesti sembrano essere incollate ai corpi. I gesti principali sono dati dall’incrocio delle varie mani. I colori hanno toni chiari e le ombre sono inesistenti, nell’opera si nota lo spirito complesso e tormentato dell’autore.



Rosso Fiorentino

Nella Deposizione commissionata per la Chiesa di San Francesco a Volterra si può notare che gli uomini sulle scale e Cristo sono disposti in modo complesso e scomposto tanto che i gesti sembrano essere bloccati. La tavola si ispira all’omonima di Lippi e Perugino ma tuttavia si distacca profondamente da questa per la forma e la posizione della croce su cui si poggiano tre scale che hanno il compito di definire lo spazio che in basso è, invece, limitato dalla forma cubica nella quale sono rappresentate le tre Marie e San Giovanni.

Parmigianino

Francesco Mazzola detto parmigianino per le sue origini lavorò insieme al Correggio al Duomo di Parma. Si trasferì a Roma dove rimase fino al Sacco poi andò a Bologna per rientrare definitivamente a Parma. Egli unì la grazia di Correggio e la monumentalità di Raffaello grazie a una pennellata svelta e concisa. La sua opera più importante è la Madonna dal collo lungo. Le proporzioni sono molto sfalsate, la testa appoggiata sul lungo collo è molto piccola mentre il corpo, messo in mostra da un leggero abito, mostra larghi fianchi e lunghe gambe, dall’abito poi emerge l’ombelico e una fascia triangolare, che si rifà alla Pietà michelangiolesca, fa risaltare i seni. Il Bambino addormentato come nel Cristo della pietà ha un braccio addormentato simbolo della morte del Salvatore, tema dato anche dalla croce rispecchiata nell’anfora di sinistra. Mentre in basso a destra molto più piccolo è presente un San Girolamo che mostra i suoi scritti a un suo interlocutore. La prospettiva dal basso verso l’alto con la linea d’orizzonte molto bassa conferisce monumentalità all’opera

Giulio Romano

Giulio Romano, detto romano per le sue origini, fu collaboratore di Raffaello. Le sue opere più importanti si trovano a Mantova dove lavorò su commissione di Federico II Gonzaga. La sua opera più importante è sicuramente la costruzione di palazzo Te che progetto e decorò una volta ultimato. Il palazzo prende il nome dall’isola di Tejeto (su cui si trova) e aveva principalmente funzione di luogo di svago, qui si trovavano infatti le stalle cavalleresche famose in tutti il mondo. L’edificio è a forma quadrata basato su un solo piano sovrastato da un piano rialzato, si articola intorno ad un giardino facendogli prendere le sembianze di un’antica domus romana. Il palazzo è formato a nord, est e ovest da facciate tutte diverse mentre a sud la facciata manca totalmente. La facciata a nord che volge verso la città ha un portale basato su tre aperture intervallate da lesene doriche che danno unanimità al piano della casa e definiscono le strutture murarie. La facciata ad ovest ha un unico accesso formato da lesene binate e diviso in tre spazi da colonne rustiche. La facciata ad est è la più monumentale ed è divisa da arcate, lesene e colonne trabeate. Sta i vari stili si possono quindi trovare timpani classici, colonne lesene, bugnati e finestre a serliana. Per quanto riguarda gli affreschi la stanza più importante è la sala dei giganti in cui è rappresentato Giove che punisce i giganti che si erano ribellati, insieme a quella di Amore&Psichè e quella dei venti.

Il Vignola

Jacopo Vignola, così chiamato per il paese natio (famoso per le ciliegie) progetta e costruisce il Sacro Bosco di Bomàrzo uno dei più bei giardini italiani. In questo periodo si era infatti sviluppata questa nuova forma d’arte, iniziando ad introdurre magici giochi d’acqua, a modificare la sagoma degli elementi vegetali, a creare grotte artificiali e fontane al fine di trovare un ricercato effetto scenografico. Nel giardino da lui progettato non regna più alcun ordine e l’unico scopo del committente sembra esser quello di voler stupire e meravigliare il visitatore.

Giorgio Vasari

Giorgio Vasari fu un grande pensatore del suo tempo egli è infatti pittore, scrittore e architetto. Dopo aver iniziato come pittore con gli affreschi in Santa Maria del Fiore del giudizio universale si affermò come scrittore con l’opera: le vite de più eccellenti architetti, pittori ed scultori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri. Il Giudizio Universale affrescato con Federico Zuccai mostra le caratteristiche chiare del tempo, inserite nella visione della controriforma, infatti, ognuno ha già il suo livello inserito in una parte incasellata precisa. Le anime non cercano più infatti la salvezza ma si sono arrese alla giustizia divina. Prima di loro già Pietro Cavallini aveva incasellato la sua opera del giudizio universale.

Un'altra importante opera del Vasari architetto fu la realizzazione degli uffizi di Firenze, su commissione di De Medici. Lo scopo di questo palazzo doveva essere quello di riunire tutti gli uffici amministrativi del ducato e creare un piano per accogliere le collezioni artistiche medicee. Il palazzo si compone di due porzioni paralleli uniti da un blocco perpendicolare dove è presente una grande finestra a serliana. L’edificio fu costruito in pietra di fossato è intonacato nelle parti non sporgenti ed è composto da un piano terreno porticato, un piano rialzato e due piani superiori di cui uno fu poi chiuso. Per permettere al De Medici di passare dagli uffici a casa fu costruita una galleria vasariana che le collegasse.

ARTE E CONTRORIFORMA

Dopo lo scandalo della riforma attuata da Lutero la chiesa si trovò costretta a rivedere la sua pozione e a dare origine a una controriforma. Riaffermò l’importanza dei sacramenti e diede nuove regole per sacerdoti e vescovi che dovevano frequentare un seminario diocesano per poter diventare chierici. Si sviluppò anche il Tribunale dell’inquisizione che aveva il compito di difendere la Chiesa dalle eresie e giudicare l’operato dei sacerdoti e dei fedeli.

La chiesa del Gesù di Vignola

La principale opera di questo periodo è la Chiesa del Gesù del Vignola a Roma, così chiamata perché fu commissionata dai gesuiti, un ordine creatosi proprio con la controriforma, mostra (come tutte le altre chiese dei gesuiti) una pianta basilicale e una grande navata centrale affiancata da cappelle laterali. La grande Chiesa è coperta da un’unica volte a botte che si conclude in un abside semicircolare dove poi il presbiterio è coperto da una cupola a se stante. La facciata della chiesa compiuta da Giacomo della Porta mostra le caratteristiche si Santa Maria Novella di Firenze.

Andrea Palladio

Andrea di Pietro della Gondola nacque a Padova ma iniziò a lavorare a Vicenza come manovale e solo dopo aver conosciuto Gian Giorgio Trissino ebbe un’educazione letteraria, dopo essere entrato a contatto con la cultura classica di Vitruvio scrisse I quattro libri dell’Architettura anche grazie al contatto romano con le opere di Raffaello, Bramante e Michelangelo. Egli lavora soprattutto a Vicenza dove la sua prima importante opera fu il Palazzo della Ragione o Basilica di Vicenza. Gli fu commissionata poiché si voleva dare un nuovo involucro loggiato alla sede della magistratura, il precedente edificio era però basato su una pianta quattrocentesca irregolare che lo portarono a utilizzare un doppio ordine di pilastri e semicolonne (tuscaniche e ioniche) addossate, con all’interno un complesso di serliane creando così un effetto regolare, in realtà inesistente.

Nel 1566 si trasferisce momentaneamente a Venezia per ricostruire la Chiesa benedettina di San Giorgio Maggiore. La facciata ha un unico accesso nella navata centrale formato da quattro semicolonne composite che reggono un timpano classico. La pianta rettangolare è divisa in tre navate e si conclude con un presbiterio quadrato. La navata centrale è formata da grandi volte a botte ed è presente in oltre un doppio timpano: uno nella navata centrale e uno nelle due laterali (con parti aggettanti e rientranti) dove le proporzioni, diverse da quelle romane, sono di ordine degigante. La struttura mostra inoltre la presenza di mattoni intonacati.

Dopo la peste gli fu commissionata la costruzione della Chiesa del Redentore, dove la facciata poggia con paraste e semicolonne sui piani d’imposta e mostra la sovrapposizione di due schemi templari uno più piccolo e uno più grande che determina l’effetto dominante, grazie a due grandi colonne che definite da potenti paraste definiscono un frontone: in antis. Mentre lo schema più piccolo è articolato su paraste sostenenti due semitimpani dentellati col geison e la sima. L’interno mostra una sola navata rettangolare con tre profonde cappelle per lato e un presbiterio con forma accentrata. Oltre ai timpani sovrapposti, sono presenti cupole con dei costoloni molto piccoli e poco evidenti (tipici della cultura veneta). Il classicismo è utilizzato da Palladio in modo libero ed originale, infatti, ai pregiati marmi e rivestimenti romani egli sostituisce materiale povero, come legno o mattoni intonacati o stuccati.

Iniziò anche il progetto del Teatro Olimpico di Vicenza che portò poi a termine l’allievo Vincenzo Scamozzi, seguendo i passi che Vitruvio dedica alla costruzione di questo edificio. La struttura è coperta mentre i teatri romani erano all’aperto ma il soffitto piano è dipinto con un cielo nuvoloso, mantenendo così l’idea ideale. Palladio però è innovativo nella scena infatti grazie all’illusionismo prospettico delle tre aperture del fronte architettonico sembra che ci siano cinque strade lunghissime esse in realtà si restringono semplicemente in salita occupando in realtà pochi metri.

Progetta poi due tipologie di ville che avevano la funzione di residenze estive e quindi inizialmente erano prive di abbellimenti ed erano case formate da un unico nucleo o case formate da un nucleo centrale e due blocchi laterali dette barchesse che a seconda della loro tipologia fanno cambiare la tipologia (ne esistono circa 8 tipi). Tutte le case sono composte di un semi-interrato, una scala esterna da cui si accedeva ai piani nobili e una interna a chiocciola da cui si accedeva agli alloggi degli schiavi.

Il Tintoretto



Jacopo Robusti detto Tintoretto perché lio di un tintore nacque a Venezia. A 15anni inizia a lavorare sotto Tiziano ma fu allontanato quasi subito probabilmente per le sue straordinarie doti. Una delle sue caratteristiche principali è data dal colorismo e dalla luce, espressione del manierismo veneto. I punti di riferimento dell’artista sono quindi Michelangelo nel disegno e Tiziano nel colore che utilizza per accendere di luce il disegno. Attraverso la luce evidenzia i personaggi staccandoli dal reale contesto per proiettarli in uno spazio scenografico fantastico che preura l’età barocca. Il suo manierismo riguarda principalmente la drammaticità delle scene, la ricchezza e la composizione. Le sue opere furono apprezzate solo dopo la sua morte in età barocca e in parte impressionista.

L’ultima opera di Tintoretto fu l’ultima cena che tuttavia si dissocia dalle tele omonime per importanti innovazioni: la collocazione non è più all’interno di una stanza fatta preparare appositamente ma all’interno di una grande osteria, dove sono presenti anche popolani; la composizione che con la mensa traversale mostra una prospettiva esasperata molto diversa da quella solita centrale. La luce è protagonista, non è naturale ma proviene principalmente da una lampada a olio appesa al soffitto fa assumere alla rappresentazione un realismo sincero e profondo. Gli apostoli e Gesù in modo particolare godono di luce propria. Qui il disegno e il colore diventano elementi secondari infatti il colore sembra monocromato e si perdono le dimensioni del reale.

Il Veronese

Paolo Caliàri detto Veronese quando giunse a Venezia in ricordo della città natale. La sua prima formazione avvenne a Verona da cui i particolari sviluppi artistici, essendo infatti una città ricca di mercanti gli aveva facilitato lo scambio di idee ed esperienze artistiche. Entrando in contatto con il classicismo di Mantenga, il manierismo di Giulio Romano e il pre-barocco di Correggio acquisisce e raggruppa nelle sue opere tutte e tre le tipologie, essendo in grado di operare con tutti i materiali. Giunto a Venezia fu accolto con piacere nella bottega di Tiziano poiché i suoi disegni non si rifanno al tonalismo ma egli predilige la giustapposizione dei colori piuttosto che la gradazione di un colore stesso che danno un effetto più luminoso e squillante. Egli utilizza i colori complementari per ottenere questo effetto abbandonando completamente l’uso del bianco e del nero, così per esempio le ombre non appariranno più nere ma col colore secondario generato dai due vicini.

La cena in casa levi, in realtà fu dipinta come ultima cena per la Chiesa di San Zanipolo non fu approvata dall’inquisizione e quindi gli venne cambiato il nome. I commensali sembrano appartenere al ricco patriziato veneziano, la città sullo sfondo non è reale ma composizione di architetture intervallate da un azzurro cielo che è fonte di luce chiara. Non fu accettata come ultima cena in quanto egli affermò di aver inserito i personaggi che voleva in quanto essendo lui l’artista poteva prendersi tutte le libertà desiderate, dipingendo ciò che vuole senza troppa ideologia. L’inquisizione, forse perché formata quasi interamente da veneziani, su particolarmente clemente facendogli fare solo piccoli ritocchi ma lasciando tuttavia lo spirito complessivo del dipinto.

IL SEICENTO. MOMUMENTALITÀ E FANTASIA

L’evento caratterizzante del seicento è sicuramente la guerra dei Trent’anni (1618-l648) che benché fosse una guerra religiosa in quanto gli stati cattolici volevano imporre la propria superiorità sugli altri in realtà riguardava anche la praticità in quanto tutti volevano ridisegnare i confini dei paesi. Ma le condizioni di miseria portarono allo scoppio di molte insurrezioni come ad esempio Napoli dove Masaniello capeggiò una rivolta che si concluse nel sangue. Se pur indirettamente le conseguenze della grande guerra giunsero anche in Italia dove si riconfermò il forte predominio snolo.

I caratteri del Barocco

Il seicento è il secolo dell’applicazione della Controriforma, essa però viene applicata con rigidità chiudendosi in se stessa e nei suoi dogmi. Sul piano dottrinale nascono due nuovi ordini: i Padri Gesuiti e i Padri Oratoriani, ma è l’arte ad assumere un valore fondamentale in quanto è il mezzo più efficace per aggiungere tutte le persone con essa la Chiesa crede di poter rievangelizzare gli eretici e i miscredenti attraverso la capacità di suscitare emozioni e sentimenti (Cristo). L’arte dei seicento è dunque in pittura e scultura l’arte dei sentimenti mentre in architettura viene espressa principalmente la monumentalità delle costruzioni. Le chiese hanno un’unica navata, la pianta centrale, la copertura a cupola, la volte a botte, a volte la decorazione ha il sopravvento sulla struttura. La facciata ha un’importanza scenografica

Nel seicento trova il suo massimo sviluppo anche il giardino, dove le realizzazioni non coinvolgono più solo la scultura e l’architettura ma anche la botanica, ‘idraulica e la meccanica.

Con il termine Barocco si intende quindi lo spirito complessivo di un secolo ricco di molti particolari, il termine deriva dallo snolo o dal portoghese col significato di scaramazza un tipo di perla molto particolare. Nel XVIII secolo acquista un significato dispregiativo di esagerato, bizzarro, ridicolo ma la critica moderna ha eliminato questa valenza negativa. In questo periodo inizia la pittura di genere che farà poi capolinea nel ’700 ed è rappresentata dai pittori fiamminghi che rappresentano scene di tutti i giorni (soprattutto natura morta).

L’Arcimboldo

Giuseppe Arcimboldo è uno dei più grandi artisti italiani della seconda metà del cinquecento, nato a Milano lavora principalmente per la corte di Praga, la sua grandezza è data dalla capacità di inserire il realismo del particolare in contesti assurdi. Una delle sue più importanti opere è la ciotola di ortaggi, in realtà, capovolgendo l’immagine si vede la faccia dell’ortolano. Un’altra sua opera molto importante sono le stagioni: la primavera: è il ritratto di una persona formata da fiori; l’autunno: ha una zucca per testa e l’uva; l’estate: è formata da frutti estivi. Un’altra opera sono gli elementi: fuoco, terra, aria e acqua. Sono rappresentati da personaggi di profilo, l’acqua ad esempio è fatta di pesci del colore stesso dell’acqua, la bocca è data, per esempio, da uno squalo.

L’accademia degli Incamminati

Nel seicento c’è una rivalutazione delle accademie, che sono col tempo, molto cambiate, ora infatti si studia letteratura, matematica… intorno al 1585 i pittori bolognesi Ludovico Carracci, il cugino Agostino e il fratello Andrea si uniscono per fondare la prima scuola privata dell’arte, sotto il nome di Accademia del Naturale, in quanto si prediligeva la visione del vero, il nome venne poi mutato in accademia dei Desiderosi, per i desiderio che avevano tutti di imparare, e infine prese il nome di accademia degli incamminati per ricordare il difficile percorso formativo a cui ogni autore era chiamato.

Pur essendo bolognesi la loro formazione è molto varia accostano, infatti, la classicità di Raffaello e Michelangelo ai colori veneziani. Importantissimo rimane comunque l’utilizzo particolare della luce. Annibale Carracci, meglio conosciuto come il Caravaggio, è il più importante dei tre, ha una cultura in contrasto col tempo, egli contesta infatti le opere su commissione affermando che l’artista deve essere libero di lavorare, un critico valuterà poi il suo lavoro. Egli dipinge principalmente soggetti religiosi, ma è famoso anche per due importanti opere: il mangiatore di fagioli e la macelleria. Egli ha un ritorno alla classicità riprende il mito pur non disdegnando il realismo. Si trasferisce a Roma dove lavora per i Farnese. Il mangiatore di fagioli è una delle sue opere più importanti mostra un contadino stanco di ritorno dai campi, la scena è molto realistica, negli occhi infatti si può vedere l’avidità della fame, nel cucchiaio si vede il brodo che scende e il cappello in testa fanno capire che ha molta fretta, che è affamato. Tutto poi è reso in modo molto realistico e naturale: il pane, il vino, le mani grosse (dal faticoso lavoro). Un’altra importante opera è la macelleria, qui, viene alzata tantissimo la linea dell’orizzonte per mettere bene in mostra tutte le scene. Il personaggio più idealizzato è il soldato (sembra quasi un ballerino), la scena è teatrale e importantissimi sono i colori verde e rosso che fanno risaltare la scena. Annibale inoltre fu chiamato a dipingere la galleria di Palazzo Farnese ma per verificare la reale bravura del pittore gli fu prima chiesto di dipingere la stanza del lio, visti poi gli ottimi risultati passò alla pittura dell’intera galleria. Le rafurazioni sono di carattere mitologico e hanno come soggetto principale gli Amori degli dei. Sulle volte a botte sono presenti nove dipinti come a rappresentare una pinacoteca, mentre dietro viene rappresentata una struttura architettonica prospetticamente aperta verso il cielo, essa è incorniciata da statue e medaglioni che richiamano l’arte del Correggio. Tutta questa illusione complessiva è segno tipico dell’età barocca. L’opera più importante dell’intera galleria è il grande affresco al centro: il trionfo di Bacco e Arianna, in esso è rafurato il festoso corteo nuziale nel quale l’autore la sfoggio della propria erudizione mitologica. I due personaggi principali sono contornati da ure mitologiche.

Annibale riesce a far convivere l’equilibrata compostezza classica con il gusto per il barocco nelle prospettive fantastiche. I gesti e gli atteggiamenti degli dei e degli eroi classici vengono rivisitati attraverso la sensibilità dell’autore ma non si può parlare di realismo poiché lo studio è così severo da togliere il senso di spontaneità.




Il caravaggio

Michelangelo Merisi più comunemente noto come Caravaggio per il luogo natio, si trasferisce a Roma ma mantiene le caratteristiche della pittura veneta, principalmente nel colore, in questo luogo viene continuamente paragonato a Annibale Carracci poiché vengono dalla stessa zona, e si nota che Annibale segue più il classicismo di Raffaello mentre Caravaggio segue principalmente quello esasperato di Michelangelo. Il carattere rissoso dell’autore è riscontrabile anche nelle sue opere, le esperienze della vita lo portano a viaggiare molto, infatti, dopo aver ucciso un uomo, grazie alla protezione del Cardinal Dal Monte riesce a fuggire a Napoli e poi a Malta per poi ritornare nuovamente a Napoli, dove avvisato dal cardinale che può rientrare a Roma perché è stato graziato compie il viaggio di ritorno ma giunto a Roma viene colpito dalla malaria e muore. Fra le opere più importante commissionategli c’è sicuramente il dipinto della canestra di frutta sembra una semplice rafurazione ma in realtà la mela bacata al centro dell’opera è metafora della società del tempo: bella complessivamente ma bacata all’interno. Nel bacco si può notare invece un ragazzo malinconico e triste dato dal classicismo unito col realismo, nell’opera si può notare come si a presente anche qui la mela bacata all’interno del cesto di frutta. Il giovane è parzialmente avvolto da un lenzuolo (imitazione di una veste). Il volto è lievemente inclinato in avanti. Tra il pollice e l’indice tiene una coppa di vetro quasi completamente piena di vino rosso. Il cesto sulla tavola presenta frutta già marcia, simbolo del tempo che scorre. Questo dipinto può esser visto anche in chiave cristiana in quanto l’atmosfera fosca, il melograno spaccato, il drappo nero, la cintura sembrano rimandare il pensiero alla Passione di Cristo.

Nella vocazione di San Matteo, commissionatagli per la Cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi, rappresenta il momento in cui Gesù chiama a se Matteo, il gabelliere. La scena si svolge in un luogo scuro, sotterraneo, l’unica luce arriva infatti da un alta finestra. All’estrema destra della tela ci sono Cristo, che tende il braccio verso Matteo, e Pietro, rivolto di spalle, che lo accomna. Matteo è invece posto dalla parte opposta contornato da altri gabellieri si porta il dito indice sul petto, come conferma che fosse proprio lui il prescelto. Altri due dei gabellieri presenti si accorgono della chiamata di Cristo mentre il più anziano il gio sono troppo inventi a contare i loro soldi. Questa visione è prettamente metaforica e simbolo che la chiamata di Dio è rivolta verso tutti ma solo alcuni aderiscono ad essa mentre altri la respingono, questo simbolizza dunque anche la dannazione o la salvezza del singolo secondo un proprio libero arbitrio. Oltre tutte le simbologie però la vera protagonista è la luce, infatti, attraverso questa che i singoli personaggi assumono volume rispetto al cupo locale. La luce poi sembra contemporaneamente reale e ideale, reale perché sembra provenire da un’apertura che da sull’esterno dalla quale probabilmente sono entrati Cristo e Pietro e che mettono in mostra la bruttezza del locale simile alle bettole romane che era solito frequentare l’autore, ideale perché sembra proiettare il braccio di Cristo nella direzione, in una sorta di luce spirituale, congelando la scena in uno spazio senza tempo.

La conversione di San Paolo, dipinta per la Cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo, tratta appunto della conversione di Saulo sulla via di Damasco, in realtà la scena viene dipinta al chiuso in una stalla, dove vengono presentati solo tre personaggi: Saulo, il cavallo (che occupa quasi mezzo dipinto) e il vecchio stalliere. Saulo è posto per terra con gambe e braccia divaricate è rappresentato un attimo dopo che la luce lo sfolgorò. Gli ultimi studi hanno fatto risaltare che sotto il dipinto ne è presente una prima stesura dove Paolo è rappresentato molto più anziano con il volto atterrito. Anche in questo dipinto la luce gioca un ruolo fondamentale, essa viene dall’alto e indica la condanna divina che squarciate le tenebre del anesimo arriva a colpire il corpo riverso di Saulo, ma al di là di questo suggestivo è il realismo di questa che gettato a terra nonostante la spada è indifeso e colto in totale stupore, come nella vocazione di Matteo.

La morte della vergine, dipinta per i carmelitani scalzi per la Chiesa di Santa Maria della scala, fu rifiutata perché ritenuta irrispettosa nei confronti della Vergine (si pensa infatti che per dipingere la Vergine abbia utilizzato il corpo di una prostituta morta nel Tevere). La scena rafura la Vergine subito dopo la morte mentre la Maddalena e gli Apostoli le si stringono attorno disperati. Il ventre innaturale e la giovinezza irreali della Vergine hanno significato simbolico di perenne scrigno di grazia divina e la volontà di rinnovamento dei canoni controriformisti. Il realismo della scena è dato dalle ure della Maddalena e degli Apostoli che sono colti da un genuino pianto, lo stesso che cogli chiunque perde una persona cara. La scena appare come sempre cupa, e la teatralità viene data dal drappo rosso, simbolo di sangue e violenza. La luce arriva dal retro sottraendo solo in parte i personaggi dalle tenebre, mostrandone solo i volti distrutti e mantenendone nascosti i corpi.

Gian Lorenzo Bernini

Bernini a differenza di Caravaggio che vive sempre un po’ segregato, vive pienamente il suo tempo tanto da ricevere l’appellativo di “Gran Michelangelo del suo tempo”. Egli nasce a Napoli ma la sua formazione avviene principalmente a Roma, dove vive l’intera vita. Egli sembra essere un vero artista, completo, infatti è sia scultore che architetto, pittore, scenografo, commediografo e disegnatore. La sua carriera si svolge interamente all’interno della corte papale della quale diventa portavoce artistico, portando alla massima fioritura il linguaggio  barocco attualizzando i progetti barocchi che voleva la Chiesa controriformista. Egli concepisce architettura, scultura e pittura come un’unica grande e importante arte.

Nell’Apollo e Dafne l’artista rappresenta il momento in cui Apollo, dio greco della musica, sta per raggiungere la bellissima Dafne di cui era perdutamente innamorato a causa di una freccia di Eros. Dafne per sottrarsi all’amore non corrisposto del dio si fa tramutare in pianta di alloro. Bernini riesce attraverso la gamba alzata di Apollo, al corpo della donna inarcato in avanti, mediante un colpo di reni, a conferire un senso di movimento fino a quel momento sconosciuto. La donna sta urlando mentre il giovane l’ha raggiunta e inizia a stringerla con la mano sinistra lei inizia a tramutarsi in pianta. Si tratta di una scena drammatica che Bernini riesce però  a ricondurre a una scena di classica armonia attraverso l’uso delle linee curve, la morbida levigatezza e la grazia dei panneggi. La naturalezza dell’opera supera i limiti stessi del marmo arrivando ad evocare i colori della pittura e le forme della realtà.

L’estasi di Santa Teresa, all’interno della cappella Cornaro in Santa Maria della Vittoria esprime la sua volontà a strabiliare il pubblico, la scena mostra Santa Teresa in estasi mistica nell’attesa della soprafazione di Dio. La santa sembra essere appoggiata su un gruppo di nuvole e un angelo, in realtà simile al dio greco cupido, sta per scagliarle una freccia nel cuore, dietro al gruppo marmoreo sono presenti dei raggi dorati illuminati da una finestra nascosta e vogliono alludere alla presenza della divinità. I personaggi sono estremamente enfatizzati come se si trattasse di una scena teatrale, ad aumentare questa idea, è anche la presenza di due finti balconcini ai lati della cappella dove sono rafurati vari membri della famiglia Cornaro. Con Bernini si può quindi notare come qui il confine tra finzione e realtà si fa sempre più incerto. Qui egli abbandona completamente la compostezza classicheggiante della scultura rinascimentale per dedicarsi al libero gioco delle forme.

La fontana dei fiumi di Piazza Navona, realizzata da Bernini dopo aver presentato un primo modello in legno, ha dimensioni colossali ed è una fantasiosa allegoria dei quattro continenti rafurati dalle statue dei fiumi più importanti: il Danubio (Europa), il Nilo (Africa), il Gange (Asia) e il Rio de la Plata (Americhe). I quattro personaggio, realizzati da quattro differenti artisti, siedono ai vertici di un possente blocco di travertino scolpito come una rocca naturale sul quale poggia un obelisco monolitico prelevato all’antico Circo di Massenzio. Il dinamismo, la presenza di animali allegorici e i scenografici giochi d’acqua distolgono l’osservatore dalla staticità della struttura da cui deriva un complesso di grande e suggestiva teatralità data anche dal suono dell’acqua che anima l’intera piazza.

Nel baldacchino di San Pietro, costruito per Papa Urbano II, l’autore riesce a fondere insieme svariate arti che si integrano una all’altra esaltandosi a vicenda. L’opera doveva avere proporzioni e caratteristiche tali da inserirsi in modo armonico e proporzionato sopra l’altare maggiore sottostante la cupola di Michelangelo. Egli vuole evitare di realizzarlo in muratura in quando sarebbe apparso troppo massiccio per la posizione, decide così di dare libero sfoggio alla sua fantasia che lo porta a realizzare una struttura molto suggestiva sia per quel che concerne l’uso di materiali sia per la forma. Su quattro basamenti rivestiti di marmo si innalzano quattro colonne tortili in bronzo dorato che richiamano alla mente l’antico presbiterio della basilica costantiniana e che sono decorate con viticci, api e putti, coronanti di compositi capitelli, sui quali di impostano quattro dadi che servono a distanziare il capitello stesso dalla soprastante trabeazione, aumentando notevolmente l’effetto ottico. La trabeazione verso l’interno imita le falde pendenti di un baldacchino in tessuto. La copertura realizzata nell’unica collaborazione con Borromini mostra quattro enormi volute foggiate a dorso di delfino. Nonostante le enormi dimensioni esso appare proporzionato alla basilica michelangiolesca ed è uno dei maggiori esempi di come l’arte barocca riesca a interagire unendo i diversi linguaggi dell’architettura e della scultura.



Il colonnato di Piazza San Pietro gli fu commissionato da Papa Alessandro VII e conta 284 colonne e 88 pilastri disposti su quattro file. Sopra i quali ci sono capitelli di ordine tuscanico. La copertura è a capanna come nei tempi classici ma verso la gronda si innalza una balaustra sulla quale sono collocate 162 gigantesche statue di santi rivolte verso la Basilica. Il colonnato a forma ellittica si congiunge con la basilica vaticana grazie a due ali tra loro divergenti attraverso cui viene capovolto l’effetto prospettico. Il colonnato assume anche una visione simbolica: i due rami curvi del colonnato fanno pensare a una sorta di grande abbraccio simbolico e fanno sentire chi si trova all’interno come al centro di un grande teatro. In realtà ci sarebbe dovuto essere un terzo braccio frontale alla basilica che avrebbe concluso geometricamente il disegno dell’ellisse della piazza e che avrebbero portato l’osservatore a scoprire pian piano l’immensità della piazza e le grandi opere che lo circondavano.

La chiesa di Sant’Andrea al Quirinale è un vero e proprio gioiello del Barocco romano, fatto costruire dai Padri gesuiti mostra una pianta ellittica come aveva già fatto Borromini per la vicina chiesa di San Carlo alle Quattro fontane. Bernini orienta l’asse maggiore parallelamente alla facciata che a sua volta è allineata alla via che costeggia in Quirinale, ponendo così l’accesso verso l’asse minore, proiettando il visitatore in uno spazio avvolgente e estremamente dilatato. La forma perimetrale ellittica è interrotta da quattro cappelle, anch’esse ellittiche, introdotte da arconi a tutto sesto serrati tra due paraste dai capitelli compositi che modulano lo spazio creando altri effetti di luce. Per copertura viene utilizzata una cupola ellittica scandita da dieci nervature che si rastremano verso la lanterna, per accrescere ancora maggiormente l’effetto di preziosità l’intradosso è decorato con esagoni a fioroni in stucco dorato, mentre sugli otto finestroni alla base della cupola sono presenti disegni di pescatori (comni di Sant’Andrea). L’esterno riprende perfettamente la sinuosità interna ribaltando la curvatura di un’esedra. Il pronao aggettante ripropone la soluzione che Petro da Cortona aveva adottato in Santa Maria della Pace. L’autore ripropone l’uso di elementi classici secondo nuove architetture create in funzione dello spazio circostante. Bernini riesce dunque a creare un perfetto punto di incontro tra città ideale e città reale.

Francesco Borromini

Francesco Castelli meglio noto come Borromini è originario di Bissone sul Lago di Lugano ma si trasferì giovanissimo a Milano dove lavorò nella fabbrica del Duomo ed entrò in contatto con le opere di Bramante. Si trasferì a Roma dove lavorò anche per Bernini con quale non si trovava però per il diverso modo di concepire l’architettura. Su colpito dalle architetture di Michelangelo. Egli operò a differenza di Bernini solo come architetto creando così il primo concetto di specializzazione. Divenne ben presto architetto indipendente aiutato da Bernini che per toglierselo di torno gli fece ottenere la carica di architetto dell’università della Sapienza. Il disegno di Borromini è sempre stato fatto con molta cura attraverso l’uso della graffite, che solitamente era dura per il disegno di base e morbida per modellare e dare luce all’opera.

San Carlo alle Quattro Fontane, chiamata San Carlino, e i relativi chiostro e dormitorio furono creati da Borromini per i Padri Trinitari Scalzi snoli. Il piccolo chiostro ha pianta rettangolare e si compone di un doppio ordine di colonne, quelle inferiori tuscaniche e quelle superiori trabeate. Gli angoli del rettangolo smussati da coppie di colonne trasformano la pianta in un ottagono con quattro lati curvi. La forma convessa del chiostro diventa motivo dominante della chiesa la cui pianta, ellittica, è un susseguirsi di rientranze e sporgenze. Quattro arconi riconducono la struttura alla perfetta imposta ovale della cupola, dove nel complesso disegno del cassettonato si fondono perfettamente croci esagoni e ottagoni. La grande invenzione della facciata consiste della pianta dove una curva continua presenta concavità agli estremi e una convessità al centro.

Sant’Ivo alla Sapienza era basato su un preesistente cortile dove un lato era curvilineo, per questo Borromini nell’ideare la pianta fu costretto a ricorrere a nuovi espedienti: un triangolo equilatero con un semicerchio su ciascun lato e con gli angoli tagliati da un arco di cerchio che costituiscono tre ampie absidi lobate intervallate da tre nicchie introdotte da pareti convergenti. La forma della pianta procede in alzato senza variazioni mostrando la chiarezza e l’organicità della progettazione e che culmina nella cupola che riprende la struttura degli spigoli, delle sporgenze e delle rientranze della pianta che si annullano solo nell’anello di chiusura della lanterna. L’elica che via via si restringe imprime nell’edificio un senso di movimento rotatorio e accelerato.

San Giovanni in Laterano doveva essere trasformata in occasione del Giubileo e l’incarico gli fu dato da Papa Innocenzo in un momento in cui Bernini era in declino. Borromini riuscì a conciliare esigenze statiche (della chiesa che stava per crollare) con quelle di voler mantenere l’antica basilica come richiesto dal pontefice. Inserì dunque l’intero monumento dentro una sorta di reliquiario e poi attuò delle modifiche in modo che fossero solo in parte visibili. Impiegò a coppie le antiche colonne delle navate laterali nelle profonde edicole alla base dei grandi pilastri della navata centrale. L’unitarietà dell’ampia navata centrale si frantuma nelle diverse specie di coperture delle campate delle navate laterali i cui pilastri tuttavia mostrano ancora il tema dell’angolo smussato che avevamo visto impiegato nel chiostro del San Carlino.

La Cappella dei Re Magi fu costruita per la congregazione di Proanda Fide vicino a Piazza di Sna. la struttura mostra una pianta rettangolare a spigoli stondati e lo spazio è scandito ritmicamente da alte paraste architravate doriche. Di cui una parte si trova sotto i busti dei vari benefattori della congregazione un’altra parte sotto i grandi finestroni quadrangolari. Le alte paraste hanno poi una base pulvinata ripresa dall’esterno della raffaellesca Villa Madama e un capitello tipico corinzio. La cornice che contorna l’edificio rappresenta l’elemento che unisce tutte le parti e che corona le pareti.

Guarino Guarini

Guarino Guarini è un sacerdote dei Padri Teatini e lavora a Torino come architetto, trattatista, matematico e filosofo, dove realizzò importanti edifici religiosi e civili. La città viene ingrandita notevolmente in tre diversi processi: il primo sotto la guida di Ascanio Vitozzi che, espandendosi verso est, creò Piazza Castello intorno al castello, appunto, e diede origine a nuovi quartieri, a una Via Nuova (oggi Via Roma) e alla fondazione di Palazzo Ducale che si sarebbe affacciato sulla Piazza da lui creata, il secondo sotto Carlo Castellamonti e il lio Amedeo, che si espansero verso sud, creando un nuovo centro con Piazza Reale (oggi Piazza San Carlo) che si conclude con due chiese quasi gemelle: San Carlo e Santa Cristina che rompono la monotonia delle facciate porticate. Amedeo costruì il Palazzo Ducale già previsto da Vitozzi e iniziò un ulteriore ampliamento della città sempre verso est, creando le strade di Via Po costruite per mettere in comunicazione Piazza Castello con Porta di Po e una regolatissima Piazza Carlina. Il terzo ed ultimo ampliamento fu affidato a Filippo Juvara che si diresse questa volta verso ovest, realizzando un quartiere tra Piazza Susina e la Piazzetta dei Quartieri Militari. Questa città conserva le più importanti opere di Guarino Guarini che dopo esser nato a Modena si trasferisce a Roma per gli studi da novizio ed entra in contatto con le opere di Bernini e Borromini e che una volta rientrato in patria mette a frutto nei suoi progetti. Inizia a viaggiare non solo per l’Italia ma anche per l’Europa, stabilendosi poi definitivamente a Torino. La sua prima realizzazione a Torino riguarda la Cappella della Sacra Sindone già avviata da Amedeo Castellamonti che egli trasforma da circolare a triangolare dove i tre vertici individuano in pianta tre spazi secondari due circolari che collegano la cappella al presbiterio e uno ad arco che immette nel Palazzo Ducale. Questo nuovo andamento triangolare permetteva dunque due ingressi dalla chiesa e uno dal Palazzo Reale perché il sovrano pensandosi uguale a Dio non voleva dover salire per arrivare alla Sindone. Esternamente la copertura rivela la struttura interna e si conura come un insieme di elaborati elementi concentrici che richiamano Sant’Ivo alla Sapienza.

La chiesa di San Lorenzo è la rappresentazione della libertà compositivo di Guarini, qui infatti un grande ambiente accentrato, preceduto da un vestibolo e preceduto da un ottagono dai lati curvilinei fa seguito a un presbiterio ellittico che ha l’asse maggiore parallelo alla facciata (ricordo di Sant’Andrea al Quirinale). Gli elementi strutturali a vista si impongono sul piano estetico e sono il risultato di riflessioni sulla geometria e sul comportamento dei materiali. Lo spazio principale è invaso da altri ambienti curvi che sembrano creare l’edificio come un’aggregazione di tante cellule.

Il Palazzo Carignano mostra un organismo caratterizzato dall’uso del mattone, dove c’è una contrapposizione tra la linea retta e la linea curva, si apre infatti una linea concava. Il fronte sulla piazza si compone dunque di due tratti rettilinei che serrano una superficie ondulata. La facciata è scandita da lesene che diventano binate avvicinandosi all’ingresso monumentale in pietra, quelle inferiori hanno il fusto che da lontano sembrano bugnate mentre quelle superiori sono lisce e sovrastate da una grande trabeazione. Il palazzo è molto finestrato per mostrare al popolo la grandezza dei Savoia.

Baldassarre Longhena

Baldassarre Longhena vive e lavora a Venezia dove prosegue il rinnovamento architettonico iniziato da Palladio. Progetta molte architetture tra cui Ca’ Pesaro dove il barocco si esprime attraverso architettura e scultura. È presente un ampio chiaroscuro che si rispecchia nelle acque ed è realizzata attraverso il bugnato-spigoloso.

La Chiesa di Santa Maria della Salute commissionatagli dalla Repubblica di Venezia fu costruita nei pressi della Punta della Dogana verso San Marco, una posizione strategica e scenografica. In pianta appare costituito da tre ambienti disposti longitudinalmente, dove a un corpo a pianta ottagonale segue un presbiterio dotato di due absidi semicircolari.  Presenta delle parti sporgenti timpanate classiche. E le cupole sono tipiche veneziane poiché mancano di costoloni.






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