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SCAMBIO , INTERDIPENDENZA, EQUITA’ E TEORIE DELL’INVESTIMENTO - REWARD

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SCAMBIO , INTERDIPENDENZA, EQUITA’

E  TEORIE DELL’INVESTIMENTO

 Le teorie dell’apprendimento classico sono state utilizzate in misura limitata per render conto degli aspetti dell’attrazione interpersonale e delle interazioni all’interno delle relazioni. Per esempio Lott e Lott (1974) ricorsero ad un paradigma del condizionamento classico per uno studio sui bambini. I bambini furono suddivisi in gruppi di tre, ed ogni gruppo faceva un gioco nel quale uno o più membri erano ricompensati mentre altri non lo erano. Ad ogni bambino fu poi chiesto con quali bambini avrebbe preferito giocare durante la loro successiva vacanza. I bambini che erano stati ricompensati sceglievano più probabilmente i membri del loro gruppo rispetto ai bambini che non erano stati ricompensati. I dati furono spiegati in termini di “associazione” tra la ricompensa e gli altri membri del gruppo.



Per fare un esempio dell’uso di un paradigma operante, Patterson (1982) spiegò l’utilizzo di tipi coercitivi di comportamento dai bambini in termini del loro effetto nella situazione familiare. Ma è evidente che tali paradigmi sono inadeguati. Per entrambi gli esempi citati essi soddisfano solo ad un livello descrittivo e Neisser (1976) dimostrò che gli esperimenti di laboratorio sui quali furono basate le teorie dell’apprendimento classico difficilmente forniscono una base adeguata per una teoria della cognizione umana. I teorici dell’apprendimento sociale perciò invocarono una gamma di concetti cognitivi (Bandura, 1977). Tuttavia, le relazioni esistono al di là del tempo e implicano sequenze di interazione tra i partecipanti. Questo è il problema supplementare che queste questioni sollevano, che le teorie dello scambio e dell’interdipendenza hanno tentato di affrontare. Che le teorie dello scambio siano svariate diventerà evidente molto presto, ma esse condividono l’assunto che il comportamento sociale è in larga misura determinato dalle ricompense e dai costi, oppure dalle aspettative sulle ricompense ed i costi, conseguenti. Ciò non vuol dire che tutto il comportamento sociale debba essere visto in termini di scambio, sebbene il pensiero dei teorici differisce su entro quale raggio possano esercitare la loro azione.  In ogni caso la maggior parte dei teorici enfatizzano che le relazioni non dipendono dalla mera somma del reciproco dare ricompense  o incorrere in costi, (poiché) per le ulteriori questioni sollevate dal fatto che il dare e ricevere costituisce uno scambio necessario nel tempo e in un contesto sociale.  E questo contesto sociale potrebbe implicare l’aspettativa che le persone potrebbero essere ricompensate nella relazione dai costi in cui è incorsa, e/o che la gente osserva una regola di reciprocità nei loro rapporti con ogni altro – i.e. che ciò che faccio per te sarebbe, approssimativamente e nel complesso, proporzionato a ciò che tu fai per me. Ciò ha richiesto ai teorici dello scambio di muoversi progressivamente oltre  le origini della loro prima (primitiva?) teoria dell’apprendimento.

DEFINIZIONI

La discussione che segue ha lo scopo limitato di stabilire la collocazione delle teorie dello scambio all’interno della cornice generale presentata in questo libro. E’ prima necessario introdurre, in termini sufficientemente ampi da permettere la discussione generale, dei concetti poco usati nella maggior parte delle varianti delle teorie dello scambio e dell’interdipendenza.

a)     REWARD ® “Ricompensa”

Negli studi sull’apprendimento in laboratorio, gli stimoli che aumentano la probabilità della ricorrenza di una risposta sono solitamente denominati “ricompense” o “rinforzi” (Kling e Schrier, 1971). Dei due termini, “rinforzo“ è solitamente preferito perché non porta necessariamente l’implicazione che lo stimolo è piacevole per chi lo recepisce. I teorici dello scambio, interessati alle interazioni tra esseri umani adulti, usano più spesso “ricompensa”, e questo è in armonia con il suo utilizzo, generalmente vago e poco sofisticato, e con il fatto che la principale enfasi è sulla percezione del recepiente, che sia utile o gradevole. Ciò che è percepito come utile o piacevole sarà di volta in volta influenzato dai valori e dalle aspettative dell’individuo, che possono differire tra sessi e tra individui.

b)     COST ® Costi

Si riferisce alla misura in cui una attività è punitiva, includendo la misura in cui la sua performance risulti in alternativa alla precedente ricompensa. Sono qui incluse fatiche fisiche o mentali e difficoltà o ansia, etc. a cui si incorre con il comportamento. (Potremmo inoltre notare che la minimizzazione dei costi può formare una base per l’attrazione. Thibaut e Kelley, 1959, citano il caso di una balbuziente che disse che le piaceva un amico perché quest’ultimo vedeva la balbuzie carina.

c)      Resource ® Risorsa

Talvolta è usato come sinonimo di ricompensa – e.g. talvolta da Foa e Foa (1974), citato nel cap. 20. Comunque spesso si riferisce agli attributi in virtù dei quali P poterbbe modificare le ricompense ed i costi sperimentati da altre persone. Questo potrebbe includere beni materiali che egli possiede, abilità e competenze, e caratteristiche sociali (sesso, età, etc.) che lui o lei portano nella situazione e che devono essere valutate dagli altri. Le abilità e attività sociali sono spesso intesi come i lori “investimenti”, nel senso di quello con cui lui o lei hanno investito.

d)     ed e) VALUE AND DEPENDENCY ® Valore e dipendenza

Una data risorsa non ha uguale  valore per tutti gli individui. Ingfatti il suo valore per ognuno potrebbe variare col tempo e con la situazione. Il valore di una data risorsa per B è generalmente espressa in termini di bisogno o dipendenza di B da A o dalla particolare risorsa in questione.

f)        PROFIT ® Profitto (vantaggio)

È riferito alle ricompense meno i costi per impegnarsi in una attività.

g) Fonti alternative di ricompensa ® L’ambito in cui A può influenzare B dipenderà non solo dal valore per B delle risorse di A, ma anche dalle risorse alternative di tali ricompense disponibili a B.

In queste ampie definizioni, l’enfasi è posta alquanto diversamente dai diversi teorici. Come esempio considereremo brevemente alcuni aspetti degli approcci classici di Homans e di Thibaut e Kelley. Poi esamineremo le proposizioni di base della Teoria dell’Equità, derivate da queste e dal lavoro di Adams (1965) e formalizzate da Walster et al. (1978a), ed il modello dell’Investimento di Rusbult (Rusbult e Buunk, 1993). Saremo quindi in grado di considerare alcuni dei problemi affrontati dalle teorie dello scambio e le limitazioni delle stesse.

HOMANS

Homans (1961, 1974) cercò di costruire una teoria logica dalle ipotesi derivanti che spigano l’attuale comportamento da un piccolo numero di proposizioni esplicative. Le proposizioni iniziali erano destinate ad essere  strettamente collegate a quelle della teoria operante, essendo la ricompensa usata come rinforzo (o premiazione). Essi si interessano alla generalizzazione dello stimolo (rispondendo a stimoli simili agli stimoli associati con il comportamento che era ricompensato); valore e frequenza della ricompensa (quanto più spesso il comportamento è ricompensato tanto maggiore sarà la frequenza con cui si manifesterà); e la soddisfazione (le ricompense diventano meno preziose con la ripetizione). In più Homans introdusse un concetto di “Giustizia distributiva”, suggerendo che un individuo si aspetta di ricevere ricompense in relazione ai suoi costi, e mostrerà collera se non sarà così. Dalle sue proposizioni di base  Homans dedusse proposizioni aggiuntive e corollari con i quali spiegare il comportamento quotidiano.

Una questione centrale, sia nella teoria di Homans che in altre teorie paragonabili, riguarda il modo in cui gli individui valutano le ricompense ed i costi che conseguono. La legge della “giustizia distributiva” descrive il modo in cui gli individui si aspettano di ricevere ricompense commisurate ai costi incorsi in una interazione ed un profitto in linea con l’investimento che hanno compiuto in essa. Cosa conta come un investimento è in larga misura cultura-specifico, benchè cose come l’età, virilità, bellezza, anzianità, ricchezza, saggezza e le abilità acquisite sono d’aiuto in molte società. La gente valuta le ricompense che riceve ed i costi in cui incorre in relazione a quello che ha ricevuto ed ha speso con il confronto con situazioni simili. Come Homans (1961, p. 76) lo pone, “perchè fra gli uomini il cuore di queste situazioni è un confronto”. Se la regola della giustizia distributiva non è affrontata per essere rispettata, Homans postula che l’individuo interessato mostrerà rabbia[1]. Dal suo punto di vista (1976), ciò che è paragonato non è il valore soggettivo ed i costi delle ricompense e contributi, ma piuttosto ammontare esteriore e visibile di ricompense e contributi, come percepiti da tutte le parti interessate. “Così i lavoratori in una fabbrica confrontano i loro guadagni ma non quanto questi significano per ognuno di loro” (1976). Questo implica che un individuo, in una relazione diadica, vedrà giustizia nell’aver dato se egli percepisce il rapporto fra le sue ricompense ed i suoi costi come simile a quelli che percepisce aver ottenuto il suo partner, ed a quelli che vede ottenere da altri paragonabili in situazioni abili. Homans, inoltre, discusse il problema della scelta, suggerendo che la decisione tra azioni alternative dipende in ogni caso dal prodotto del valore del risultato e dalla probabilità di raggiungerlo. La probabilità dei risultati potrebbe, di sicuro, essere valutata durante un lungo arco di tempo, e niente implica che l’individuo sarà necessariamente corretto nella sua valutazione. Così Homans ha tentato di dimostrare la possibilità di arrivare ad uno schema rigidamente deduttivo, definendo i suoi concetti con ragionevole precisione e discutendo il grado in cui le variabili possono essere misurate. Quest’ultimo, come vedremo, pone diverse difficoltà, specialmente quando arriva alla misurazione del valore ed a confrontare i valori di risorse differenti (e.g. Abrahamsson, 1970).



Benché collocato fuori dalla posizione della teoria tradizionale dell’apprendimento, Homans impiegò, soprattutto in relazione alla nozione di giustizia distributiva, concetti cognitivi ed emozionali come ad esempio il valore, la rabbia e la scelta. Poiché qualcuno ha argomentato che tali concetti riducono l’eleganza del suo schema, essi aumentano enormemente la possibilità di fornire spiegazioni plausibili del comportamento sociale della vita reale. Infatti alcuni hanno criticato che Homans non va abbastanza lontano in questa direzione (e.g. Stebbins, 1969; Davis, 1973). Comunque lo scopo di Homans (1976) era di dedurre principi di comportamento sociale da proposizioni molto generali, valide per il comportamento sociale e non.

THIBAUT E KELLEY

Teoria dell’interdipendenza

Thibaut e Kelley (1959; Kelley e Thibaut, 1978; Kelley, 1979) enfatizzarono l’interdipendenza sociale piuttosto che il mero scambio, e hanno avuto una maggiore influenza sulla ricerca nelle relazioni. Come quella di Homans, il loro approccio è basato sulla teoria dell’apprendimento, ma loro danno anche più enfasi alle attività cognitive che guidano scelta d’azione di ogni partecipante, supponendo per esempio, che ogni individuo mantenga un “set” o progetto di azione che è valutato in termini di risultati prodotti. Loro sottolineano soprattutto l’interdipendenza inerente in ogni relazione. Questa interdipendenza deriva dall’abilità di ciascun partner di influenzare il comportamento dell’altro stabilendo le sue ricompense e punizioni. Le interazioni di successo devono comportare la continuità della relazione, e questo dipende dalla soddisfazione di entrambe le parti interessate. In effetti, queste enfasi sull’interdipendenza implica un notevole riconoscimento della continuità della relazione nel tempo. Perché A massimizzi i suoi risultati deve considerare non solo le ricompense ed i costi per lei, che sono conseguenti alle sue azioni, ma anche le conseguenze per B: A deve cercare di massimizzare il profitto di B allo stesso modo del proprio, oppure B potrebbe scegliere di non partecipare alla relazione.

THIBAUT e KELLEY, inoltre enfatizzano che ogni relazione è incastrata in una rete di altre relazioni, entrambe reali e possibili. I partecipanti paragonano i loro risultati all’interno della relazione, definiti come il rapporto di benefici percepiti e costi percepiti, con i risultati che hanno sperimentato nel passato, e con quelli che loro potrebbero aspettarsi in altre relazioni, dalla media di due livelli di paragone. Uno è il livello minimo di risultati possibili che A sente di meritare (paragone dell’attore livello CL), ed è basato sul valore medio dei risultati del passato in relazione con la presente situazione dell’attore, (le qualifiche ecc.) (i requisiti ecc.).

Il secondo è la visione di A sui risultati alternativi aperti a lui in altre situazioni o relazioni (paragone delle alternative livello CL alt), o più precisamente il più basso livello di risultati che A accetterà alla luce delle opportunità alternative disponibili.

THIBAUT e KELLEY suggeriscono che A valuta i risultati che realmente riceve in una relazione in rapporto a questi due livelli. Il confronto con il livello di paragone dell’attore determina la sua soddisfazione rispetto alla relazione, mentre il livello di paragone delle alternative determina la sua dipendenza dalla relazione.

Se i risultati sono più bassi di quelli del livello di paragone delle alternative, l’attore sarà portato ad abbandonare la relazione[2].

La ura 19.1 dovuta a Miller e Parks (1982), illustra sei delle molte possibilità alternative per una relazione diadica. Nella ura 19.1a, entrambi i partecipanti hanno risultati che superano, eccedono il loro livello di confronto, e le alternative percepite (CL alt), non superano i loro livelli di confronto (CL). Entrambi potrebbero essere felici. Nella ura 19.1b, i risultati cadono sotto il CL, ma rimangono al di sopra del CL alt. Entrambi i partners faranno il massimo per rimanere nella relazione in assenza di alternative, anche se non stanno ottenendo ciò che sentono di meritare. Essi potrebbero lamentarsi l’uno dell’altro nel tentativo di aumentare i loro risultati.

Nella ura 19.1c, entrambi i partecipanti non stanno ottenendo ciò che sentono di meritare, ma tutte le alternative disponibili cadono sotto il CL (livello di paragone dell’attore), così che entrambi stanno sempre meglio di come potrebbero stare in ogni situazione percepita come una possibile alternativa. Potrebbero allora accettare di separarsi, ma con lo scontento di entrambi. Per contrasto, la ura 19.1d illustra una situazione in cui entrambi i partners desidereranno sciogliere la relazione, nel momento in cui entrambi possono vedere accettabili alternative nell’essere al di sopra dei loro CL (livello di paragone dell’attore). L’alternativa non è necessariamente un altro partner disponibile, ma potrebbe consistere nel credere che l’autonomia è preferibile ad una relazione stressante. Le ure 19.1e ed f rappresentano la situazione in cui A desidera sciogliere la relazione e B desidera conservarla, anche se B non sta ottenendo i risultati che sente di meritare. A può decidere di ritirarsi unilateralmente, e sarà particolarmente motivato a fare così se il CL alt (livello di paragone delle alternative) è migliore del CL, ma potrebbe incorrere in costi sociali pesanti nel fare ciò. Oppure A potrebbe tentare di convincere B (con il tentativo di sforzarsi) di aumentare il CL alt di B al di sopra dei suoi risultati.

Lo schema di Miller e Parks (1982), così illustra come la teoria dell’interdipendenza può essere usata per comprendere le dinamiche relazionali. Essi sottolineano che, di sicuro, ciò implica una notevole ipersemplificazione. L’analisi delle ure 19.1c-f si focalizza sul partner che è probabile voglia sciogliere la relazione poiché in effetti i risultati dei due partners sono interdipendenti. B potrebbe resistere alla tattica di A, e compiere contromosse. E ci sono evidenti difficoltà nel valutare il CL alt. Mentre il CL alt è solitamente pensato in termini di alternative disponibili attualmente, noi abbiamo visto che una di queste potrebbe essere l’indipendenza da ogni relazione “intima”. Inoltre potrebbero esserci dei costi nel trovare o nell’essere accettati da un altro partner (Simpson, 1987) e i differenti bisogni soddisfatti nella presente relazione (e.g. implicazioni emotive, l'essere comni, la sicurezza) potrebbero esserre soddisfatti in una oppure in diverse altre (Drigotas e Rusbult, 1992). Alcune delle ricerche alle quali il lavoro di  Thibaut e  Kelley diede inizialmente origine hanno implicato/comportato matrici del risultato in situazioni di gioco (game-like) (e.g. Kelley e Thibaut, 1978). Questo può essere visto come un modo per astrarre elementi gli elementi essenziali dalle situazioni della vita reale e per investigare le loro conseguenze. I modelli più utilizzati sono basati sul DILEMMA DEL PRIGIONIERO. Questo gioco consiste in una serie di scelte fatte da ogni partner in assenza di una  qualsiasi conoscenza della scelta corrente del partner. Nella . 19.2 ogni giocatore ha una  scelta binaria. Il risultato per B per ogni combinazione è mostrato nei triangoli in alto a destra, mentre per A nei triangoli in basso a sinistra. Ad ognuno vengono detti i risultati della propria scelta e di quella del partner ma, nella forma classica del gioco, a parte ciò ad essi non è concesso di comunicare. Dal momento che, su ogni turno, ogni partner deve prevedere la scelta del suo partner nello stesso modo in cui compie la propria, i dati su quanto ognuno percepisce che l’altro sia cooperativo, quanto ognuno è accurato nel prevedere le mosse degli altri, e ciò che ognuno fa quando crede che il suo partner collaborerà, sono dati disponibili.

La . 19.2a rappresenta una matrice ipotetica. La . 19.3a mostra alcuni dati ottenuti in una situazione più vicina alla vita reale (Kelley, 1979). I membri di giovani coppie eterosessuali furono intervistate così: “Immagina che tu ed il tuo partner condividete un appartamento. Pulire è un lavoro sgradevole, ma arriva il momento che deve essere fatto. Ognuno di voi deve fare altre cose che comportano dispendio di tempo… valutate ognuno le situazioni che seguono in base al grado di soddisfazione o di insoddisfazione che provereste”.

I quattro casi erano:

1.      Entrambi puliscono

2.      Tu pulisci e il tuo partner fa altre cose

3.      Il tuo partner pulisce e tu fai altre cose

4.      Entrambi fate altre cose

Le valutazioni erano comprese tra –10 (molto insoddisfatto) e +10 (soddisfatto). Sarà evidente, per esempio, che le donne sono in media molto soddisfatte se entrambi puliscono, piuttosto insoddisfatte se nessuno lo fa, e provano sensazioni più forti rispetto ai maschi in entrambi i casi.

La varianza in una matrice di risultati del tipo mostrato nella . 19.3a può essere analizzata all’interno di 3 componenti. La prima, definita “controllo riflessivo”, riguarda il tentativo con il quale ogni partner può influenzare il suo risultato personale. Così per le donne questo è un effetto colonna, mostrando quanto in media può influenzare la sua soddisfazione personale con la variazione del suo comportamento.

La seconda, definista “controllo del fato”, è un effetto fila per le donne, e riguarda quanto in media la sua soddisfazione è influenzata dal comportamento del partner.

La terza, “controllo del comportamento”, è un effetto colonna-per-riga che riflette quanto sulla media i suoi risultati sono influenzati da combinazioni di azioni proprie e del partner. Questo misura la soddisfazione che lei ottiene se entrambi fanno la stessa cosa o cose diverse. Queste componenti sono mostrate nella . 19.3b. Si vedrà che la donna in media guadagna 4.2 unità quando pulisce oppure perde 3.3 quando non lo fa; guadagna 2.8 oppure perde 1.9 a seconda di ciò che fa il partner; e guadagna 2.2 o perde 1.2 se loro fanno cose uguali o differenti. Le combinazioni del controllo riflessivo, del fato, del fato mutuale del partner sono definite “controllo riflessivo bilatelarale”, “controllo mutuale del fato”, e “controllo mutuale del comportamento”.

Le matrici mostrano che le femmine usano 7.5 unità (la differenza tra 4.2 e –3.3) di controllo riflessivo e i maschi 3.9 (la differenza tra 2.8 e –1.1)




La donna in effetti è soggetta a maggiore controllo riflessivo rispetto all’uomo (si cura di ciò che fa più dell’uomo); l’uomo è più soggetto al controllo del fato (si preoccupa di ciò che lei fa più di quanto lei si cui di ciò che lui fa); e lei è più soggetta al controllo del comportamento rispetto a lui (si preoccupa di più che entrambi possano fare similmente).

Come altro esempio (ipotetico), considerate cosa potrebbe succedere ad una coppia sposata nella quale al marito piace giocare a tennis e alla moglie piace andare nei musei d’arte. Che essi giochino a tennis oppure no dipende dalla risultante del desiderio del marito di giocare a tennis, il desiderio della moglie di giocare (o di non giocare) a tennis, ed il loro desiderio di fare le cose assieme. Se entrambi hanno un desiderio di fare le cose insieme (che annulla il resto), loro potrebbero alternare tra tennis e musei d’arte, oppure, se apprezzano l’autonomia al di sopra dell’essere legati, potrebbero andare per la loro strada durante il tempo libero. Così ciò di cui stiamo parlando è il grado di interdipendenza tra partner, oppure i fattori che determinano il modo in cui loro coordinano il loro comportamento (Thibaut e Kelley, 1959). Ritornando al tipo di gioco del DILEMMA DEL PRIGIONIERO, sono possibili molte varianti delle matrici del risultato mostrate nelle ure 19.2a. i valori nell caselle possono essere variati, così che la tentazione di disertare cambia: per esempio in “POLLO/FIFONE” A “CHICKEN” i valori nel triangolo in fondo a destra potrebbero essere –4. Ai partecipanti potrebbe essere permesso comunicare solo attraverso i movimenti che fanno, oppure attraverso mezzi verbali o non verbali. Ancora, uno dei partecipanti potrebbe simulare, passando al soggetto risultati pre-programmati. Utilizzando tali giochi per studiare i processi dello scambio e della negoziazione in una situazione di 2 persone, Thibaut e Kelley (1978; Kelley, 1979) ed altri cercarono di astrarre leggi di validità generale. È discusso che le relazioni della vita reale possono spesso vantaggiosamente essere viste come un proporre ad ogni partecipante il problema di scegliere un corso di azione allo scopo di massimizzare ciò che lui o lei vede come profitto, quando la scelta che lui o lei potranno fare dipende in parte dalla scelta che è stata fatta dall’altro, ed in parte anche dai probabili risultati dell’altro.

Mentre ci sono state alcune dispute sulla generalizzabilità dei risultati di specifiche ricerche derivati da questo approccio derivati da questo approccio, l’utilizzo di matrici di risultato ha prodotto nuove idee sul corso dell’interazione sociale, la natura del potere, la negoziazione ecc.

Di sicuro, come Thibaut e Kelley hanno sottolineato, le persone non sempre valutano le situazioni disinteressatamente o agiscono di conseguenza. Inoltre le persone non agiscono unicamente per massimizzare i loro risultati personali nella matrice data, ma tengono conto anche delle altre persone allo stesso modo. Loro potrebbero dirigere il loro comportamento in modo che i loro risultati congiunti siano massimizzati, oppure per mandare giù il loro partner con gli stessi costi per entrambi, oppure in molti altri modi. In una relazione di vicinanza, i partner potrebbero rinunciare ai propri interessi ed agire così per avvantaggiare il partner oppure la relazione. Oppure ancora, gli interessi dei partners potrebbero diventare interrelati, così che le esperienze positive di uno sono in modo vicariante gratificanti per l’altro. Tali situazioni possono essere concettualizzate come trasformazioni delle matrici presentate. Per esempio, le decisioni per massimizzare i risultati congiunti di entrambi i partecipanti nella ura 19.2a producono la matrice mostrata nella . 19.2b: in questo caso l’utilizzo di una matrice così trasformata da entrambi i partecipanti potrebbe produrre migliori risultati dati. Molti tipi di decisioni possono di sicuro essere possibili. Per esempio per massimizzare i risultati relativi propri di ognuno, oppure la differenza fra i risultati propri e dell’altro. In ogni caso i risultati prodotti potrebbero dipendere dalla decisione presa da entrambi i partners.

Tali decisioni possono essere valutate come, in parte, conseguenza della disposizione ad essere cooperativi, competitivi, leali e così via. Ogni partner attribuisce tali disposizioni all’altro sulla base del suo comportamento osservato, e tali attribuzioni potrebbero o non potrebbero essere rassicuranti circa il futuro della relazione. Ma al di là di questo, mentre la decisione di ogni partner sarà influenzata dalla sua propria natura, loro possono anche essere influenzati dalle disposizioni che egli attribuisce al suo partner, così che la disposizione reale e percepita di ogni partner influenzerà i risultati diretti che ognuno ottiene. In aggiunta ai risultati immediati come specificato nella matrice (. 19.2a) un individuo potrebbe ottenere (ed influenzare l’abilità del partner di ottenere) risultati simbolici astratti dalla manifestazione delle disposizioni (per esempio, essere cooperativi) che preferisce vedere in sé stesso.

In modo concepibile, la soddisfazione al livello delle disposizioni (vedere qualcuno come cooperativo) può compensare per risultati scarsi a livello immediato. Tuttavia se essere all’altezza dei propri principi implica risultati immediati insufficienti, la relazione potrebbe essere inattuabile, non realistica, mentre adeguati risultati immediati ottenuti con le proprie inclinazioni potrebbero essere non adempiute – incomplete – come quando un individuo competitivo ottiene ciò che vuole troppo facilmente (Kelley, 1979; Thibaut e Kelley,1978). E non si può dubitare che essi si adattino a molti fatti delle relazioni personali, e offrano una cornice rispetto alla quale    i dati possono essere esaminati.

TEORIA DELL’EQUITA’

Avendo molto in comune con i due approcci precedenti, la teoria dell’equità fu applicata inizialmente da ADAMS (1965) ed i suoi colleghi in situazioni in cui i costi ed i benefici potevano essere misurati con ragionevole obiettività. Adams, come Homans e Thibaut e Kelley, enfatizzò l’importantza dei processi di confronto sociale nell’equità percepita. Una persona percepisce un’interazione come equa quando vede che le sue ricompense sono proporzionate ai suoi costi, in un confronto fra il suo partner ed altri. Tanto più A vede se stesso come chi offre, in una attività, in confronto con ciò che vede offrire da un altro, tanto più egli sentirà di poter ricevere in cambio. Un’equa relazione tra A e B è detto che esiste se:

                        (OA – IA)                                            (OB – IB)

I                       ­­­_________                  =                      ­­­_________

¯                      ([IA])K A                                              ([IB])K B

Rappresenta

¯

gli inputs dei partecipanti allo scambio che sono visti come concedenti un beneficio o un costo. Possono implicare vantaggi (alto rango, bellezza, lavoro, piacere) che concedono a lui o lei (ricompense), oppure tendenze (e.g. incompetenza, ubriachezza) le quali procurano dei costi. Cosa conta come input potrebbe dipendere dal fatto che gli individui convincano altri che gli inputs che essi posseggono sono importanti e pertinenti.

[IA] e [IB] rappresentano i valori assoluti degli inputs, trascurando i segni. “O” rappresenta i risultati o profitti che il partecipante percepisce di ricevere, che è, ricompense meno costi. Sia I che O presumono uno scrutatore, che dovrebbe essere esterno alla relazione oppure uno dei partecipanti. Nell’ultimo caso, una relazione potrenbbe essere percepita da uno come equa e dall’altro no (Walster, Walster e Berscheid, 1978a).

(O – I) rappresenta il guadagno di ogni individuo, e potrebbe essere positivo o negativo. L’equità ricorre se i rapporti dei guadagni su input sono uguali. La non equità si presenta se un partecipante trova che il guadagno relativo è poco ato con quello degli altri, nel qual caso egli trova la situazione ingiusta, oppure troppo grande, quando è sperimentata la colpa. K può essere +1 oppure –1, che dipende dal segno degli input dell’individuo e dei suoi risultati (KA = segno [IA] x segno [OA – IA]).

La teoria dell’equità è stata ampliata all’interno della teoria generale della psicologia sociale collegandola alla teoria delle norme sociali, e la teoria della dissonanza e dalla formalizzazione di una serie di proposizioni (Walster, Walster e Berscheid, 1976; Walster ed altri, 1978). La prima proposizione dichiara solamente che gli individui cercano di massimizzare i loro risultati. Tuttavia, è sottolineato che se ognuno facesse così, risulterebbe il caos e tutti potrebbero soffrire. I grupppi devono perciò elaborare sistemi di compromesso per l’equa distribuzione di ricompense e costi tra i membri, e per indurre i loro membri ad accettare tali sistemi (proposizione II A). Questo sarà generalmente ottenuto gratificando quelli che trattano gli altri equamente e punendo quelli che non lo fanno (II B). Nel valutare l’equità i risultati (benefici, costi) sono definiti come le conseguenze che il partecipante ha incontrato che uno scrutatore percepisce.

Ulteriori proposizioni dichiarano che gli individui che si considerano partecipanti a relazioni non eque diventano preoccupati, angosciati o afflitti (III) e poi tenteranno di ristabilire l’equità (IV).

La non equità percepita produce stimolazione (attivazione, arousal), ed i tentativi di ristabilire l’equità sono compiuti se l’attivazione è attribuita alla non equità. La restaurazione dell’equità può essere realizzata in vari modi. Primo, “equità reale” può essere ristabilita da appropriate alterazioni dei risultati propri di ogni partecipante con la manipolazione sia delle ricompense sia dei costi, oppure quelli degli altri partecipanti, Alternativamente un partecipante può ristabilire “equità psicologica” distorcendo appropriatamente la sua percezione dei risultati suoi e del partner. Qui la teoria dell’equità assimila la teoria dell’attribuzione (Hassebrouck, 1987). Questi principi possono essere illustrati dalla ricerca sulle relazioni tra chi fa male e le loro vittime. Applicate in questo contesto, i principi indicano che una persona che nuoce potrebbe anche compensare una vittima, oppure potrebbe convincersi che la vittima merita ciò che lui fa, oppure che non soffre realmente, oppure che lui non è realmente responsabile. A questo punto, i teorici dell’equità sono obbligati a prevedere quale corso di azione sarà preso in quel momento. In pratica è possibile classificare la reazione di un malfattore come implicazione o compensazioni o giustificazioni, e poi elaborando le variabili che predispongono verso una o l’altra.

Considerando non solo il malfattore ma anche la vittima e agenti esterni, Walster e al. (1976) hanno riassunto la ricerca sulle variabili che influenzano i passi fatti per ristabilire equità. Walster e al (1978a) elencò alcune delle difficoltà nell’applicare la teoria dell’equità alle relazioni intime. Alcune di queste sono state indirizzate dai teorici dell’Interdipendenza: così abbiamo visto che nelle relazioni profonde i partecipanti si vedono come una coppia, così che i guadagni di uno non corrispondono alle perdite dell’altro (i.e. la matrice è trasformata).

Altri possibili problemi sono considerati in questo modulo e nel prossimo. Comunque Walster e al (1978a), non dichiarano che la teoria dell’equità è adeguata per spiegare tutti gli aspetti delle relazioni intime, ma che questo può offrire importanti intuizioni. In una bilanciata discussione, riconoscono le possibili limitazioni del loro approccio teorico per le relazioni di questo tipo. Un sostegno per l’applicazione della teoria dell’equità alle relazioni intime viene dagli studi nei quali agli individui o alle coppie viene chiesto di valutare i loro inputs, outputs e i risultati nelle loro relazioni. Non è immediatamente evidente che un individuo si sentirà inquieto se sta traendo maggiore vantaggio dalla relazione rispetto al suo partner e, come vedremo, la problematica è ancora controversa. Comunque gli studi sui diversi tipi di relazione, e sulle prime fasi delle relazioni intime, hanno sostenuto l’opinione che gli avvantaggiati (over-benefited) come pure gli svantaggiati provano meno soddisfazione rispetto a quelli che sentono di essere gratificati equamente. Per citare un esempio, Walster e al (1978b) classificarono i partecipanti alle relazioni datate come percepienti se stessi sotto – equamente – oppure sopra gratificati. Si rilevò che le relazioni eque erano più stabili ed erano caratterizzate da un maggiore coinvolgimento sessuale. Gli individui sopra gratificati provavano circa lo stesso grado di soddisfazione, e un considerevole maggiore senso di colpa rispetto ai sottogratificati.



Un altro esempio è mostrato nella ura 19.4. un campione di uomini e donne olandesi furono reclutati attraverso un annuncio su un giornale (Prins, Buunk e Van Yperen, 1993). Le valutazioni furono fatte sulle loro percezioni di equità nei loro matrimoni, la loro soddisfazione coniugale, e il loro desiderio di impegnarsi in relazioni sessuali extra-coniugali. Come mostra la ura, sia le donne che si sentivano deprivate, sia quelle che si sentivano avvantaggiate mostrarono forti desideri di esperienze sessuali extra-coniugali rispetto a quelle che si sentivano di vivere una relazione equa.

Il numero reale di relazioni extra-coniugali delle donne fu collegato alla non equità in modo simile. Gli autori commentano che la direzione della causalità nonpuò essere stabilita dai loro dati (vedi anche Buunk e al., 1993; Hatfield e al., 1985; Van Yperen e Buunk, 1990). In modo interessante, sebbene gli uomini erano predisposti verso le relazioni extra-coniugali più delle donne, soprattutto se erano insoddisfatti del loro matrimonio, il loro reale coinvolgimento extra-coniugale era sorprendentemente indipendente dalla soddisfazione coniugale o sessuale. La relazione tra equità percepita e sesso extra-coniugale per gli uomini non era significativa. Gli autori commentano che, per gli uomini, i desideri extra-coniugali sembrano essere più o meno indipendenti da ciò che provano per il loro matrimonio: la differenza nell’importanza della non equità per gli uomini e per le donne potrebbe essere dovuta ad un grande orientamento allo scambio e quindi una più grande importanza della non equità per le donne, forse come conseguenza del movimento femminile. Studiando le relazioni di studenti, Sprechier (1986) trovò similmente che sopra-gratificando come pure sotto-gratificando detraevano dalla relazione la soddisfazione delle coppie datate. L’impressione globale di inequità spiegava la maggiore varianza nelle emozioni degli uomini rispetto alle donne. Hatfield e al (1985) trovarono che le donne sono più angosciate di essere sopra-gratificate nelle relazioni profonde rispetto agli uomini, mentre gli uomini sono più angosciati di essere sotto-gratificati. In una situazione sperimentale Sprecher (citando Acitelli e Young, 1996) trovò che le donne non solo provavano più angoscia nella inequità implicando sia le sopra-gratificate che sotto-gratificate, ma erano più predisposte a fare qualcosa in merito. Acitelli e Young collegarono questo alla differenza nei self-concepts tra uomini e donne, le relazioni giocano un ruolo molto importante in quelli delle donne. Tutti i benefici non contribuiscono ugualmente alle ricompense percepite. Van Yperen e Buunk (1990), studiando le coppie sposate o conviventi, trovarono che i contributi positivi più importanti erano l’impegno (la responsabilità, commitment), l’essere socievoli e gradevoli nello stare con gli altri, condurre una vita interessante e mutevole, prendersi cura dei li. Dall’altra parte, i dati più negativi erano: essere sospettosi e gelosi, ed essere dediti al tabacco e all’alcool. Van Yperen e Buunk trovarono che gli individui tendevano a soppesare differenti ricompense in modo diverso e alcune donne si consideravano trattate equamente anche se contribuivano alla relazione più dei loro partners, perché si paragonavano alle altre donne. Van Yperen e Buunk inoltre avevano alcune prove che l’equità era un migliore predittore della soddisfazione piuttosto che viceversa.

Principi simili sono stati mostrati per applicarli nel luogo di lavoro. Buunk e al (1993) mostrarono che le relazioni tra uguali erano viste come eque più spesso che le relazioni con i superiori, dove una elevata parte percentuale di soggetti si sentivano sopragratificati. Gli allontanamenti dall’equità causavano una notevole ansia nei soggetti con un elevato orientamento allo scambio, oppure con un basso orientamento alla comunità. Uehara (1995) ha riassunto notevoli prove che gli individui evitano di essere sopra-gratificati, oppure evitano di percepire di essere sopra-gratificati: molti dei suoi esempi riguardano il sostegno sociale oppure gli individui anziani. Comunque la previsione che gli individui sopra-gratificati possono sentire meno soddisfazione di quelli che sentono la relazione come equa non è intuitivamente ovvio, e il sottobeneficio è più strettamente legato alla insoddisfazione piuttosto che il sopra-beneficio. Può darsi che il problema dipenda dalle caratteristiche dei partecipanti oppure della relazione.

E non tutti gli studi sostengono questa opinione. Feeney, Peterson e Noller (1994) rividero un numero di studi nei quali il potere predittivo della equità per la soddisfazione era confrontato con quello di altri predittori, come ad esempio l’equità dei risultati, oppure il loro livello assoluto, oppure la disponibilità di alternative, ma la prova della teoria dell’equità era lontana da essere ben definita.

Alcuni studi indicavano che l’equità non era collegata alla soddisfazione, oppure che il livello della ricompensa può essere una determinante più importante della soddisfazione piuttosto che l’equità (Berg/McQuinn, 1986; Cate e al. 1988). In aggiunta, potrebbero esserci differenze di genere (sesso) e di cultura.

In uno studio trasversale su 373 coppie australiane che si trovavano o in fase pre-genitoriali, in fase di allevamento dei li, in fase di uscita di casa dei li, oppure con tutta la prole indipendente, Feeney e al. (1994), hanno valutato le percezioni di equità globale [n.d.t. la valutazione è stata effettuata sul confronto fra 2 gruppi distinti, il primo dei quali formato da 3 sottogruppi] ( 348). Come mostrato nella tabella 19.1, dall’allevamento dei li in avanti i mariti tendono a sperimentare sopra-gratifiche (over-benefit) e le mogli sotto-gratifiche (under-benefit). Durante l’intero ciclo, coniugi super gratificati riferivano più soddisfazione coniugale rispetto ai sottogratificati, ma anche l’equità forniva un contributo indipendente dalla soddisfazione. Tuttavia gli effetti variavano con lo stadio del matrimonio, l’equità contribuendo alla soddisfazione nelle fasi pre-genitoriale e di allevamento dei li, ma non significativamente durante l’uscita dei li da casa (launching). Nella fase di “vuoto del nido”, solo l’equità prediceva la soddisfazione. Apparentemente vie da cui provengono i guadagni/profitti dei coniugi e l’equità nel matrimonio cambiano quando i li lasciano la casa. Ancora, utilizzando la probabilità percepita di poter rompere la loro relazione nel vicino futuro come misura dell’”impegno” di studenti datati, Michaels e al. (1986) trovarono che l’impegno variava direttamente con i risultati della relazione, con i risultati relativi alle alternative, con la soddisfazione, e con la durata, ma non con l’equità. Loro consideravano le loro scoperte come coerenti con la ricerca che indicava che una relazione non equa è mantenuta fintanto che i risultati superano quelli aspettati dalla migliore alternativa.

IL MODELLO DELL’INVESTIMENTO

La teoria dell’interdipendenza è stata ampliata nel modello dell’Investimento di Rusbult (1980) Drigotas e Rusbult (1992) e di Rusbult e Buunk (1993). Questo amplia i principi dell’Interdipendenza per offrire uno strumento più potente. Questo enfatizza, primo, il contrasto tra la soddisfazione che un individuo può provare rispetto ad una relazione e la sua dipendenza da questa. In termini della teoria dell’Interdipendenza, gli individui valutano le loro relazioni nei termini dei loro livelli di confronto (CL), che dipendono dalle loro esperienze nelle relazioni precedenti, osservazione di relazioni tra pari, e confronti con i risultati del partner. Poiché le aspettative individuali differiscono tra i vari aspetti di una relazione (autonomia, sesso, ecc), il CL è generalmente concepito con una aspettativa di tipo qualitativo. Se i risultati sono più grandi oppure uguali al CL, l’individuo prova soddisfazione.

Tuttavia la dipendenza dalla relazione dipende dal CL alt. - il livello più basso di risultati accettabile alla luce di altre opportunità disponibili. Come abbiamo visto nella . 19.1, sono possibili una varietà di relazioni tra CL e CL alt.

E’ stato inoltre dimostrato che l’impegno è uno stato psicologico che rappresenta l’esperienza della dipendenza e influenza direttamente un ampi orango di comportamenti nella relazione. Il “commitment” è visto come dipendente in parte dalla soddisfazione (che può dipendere dai risultati sia propri che del partner), e quindi dal CL (livello di confronto) dell’individuo, in accordo con la teoria dell’equità, dai confronti degli input/output in rapporto a quelli del partner. In aggiunta l’”impegno” dipende dalla qualità delle alternative che l’individuo percepisce essere disponibili. La qualità delle alternative è valutata in termini di grado al quale l’individuo vede che importanti bisogni potrebbero essere soddisfatti fuori dalla relazione, ma questo non implica necessariamente un’altra relazione. Questo è in armonia con il fatto che il divorzio diventa più frequente se il potere economico, sociale e legale delle donne avvicina quello degli uomini. La percezione delle alternative è inoltre influenzata dalle caratteristiche personali: individui con elevata autostima e quelli con un forte bisogno di autonomia, potrebbero essere più pronti a lasciare una relazione. Un terzo contributo all’impegno è fornito dalle risorse investite nella relazione. Queste possono includere tempo ed energie emotive, amici comuni, confidenze condivise e la conseguente vulnerabilità, l’abbandono di un aspetto della identità personale come conseguenza del fondersi dei sé inerente ad una relazione profonda. Lund (1985) sottolineò che gli investimenti, probabili costi maggiori, implicano azioni sopra le quali le persone hanno controllo, e che l’effetto di un investimento comportamentale è di creare uno scambio cognitivo così che le aspettative sul futuro della relazione sono rafforzate. In uno studio di 129 studenti Lund trovò che l’investimento rafforzava  l’impegno (valutato in parte in termini di aspettative di continuità) ed era associato con una più grande longevità conseguente della relazione. Le norme sociali, interiorizzate o meno, e le pressioni sociali possono anche aumentare l’impegno. Un quarto contributo all’impegno è stato identificato da Lin e Rusbult (1995) – nella misura in cui la relazione è diventata centrale per l’identità personale dell’individuo.  Così l’impegno risulta sia da forze che fanno desiderare all’individuo la relazione più le forze che rendono indesiderabile lasciare la relazione ( vedi anche Johnson, 1991). Queste ultime includono le pressioni sociali. Questo modello è stato applicato ad una varietà di relazioni, includendo uno studio longitudinale di 7 mesi sulle relazioni datate, le quali hanno resistito per la durata da 2 a 8 settimane, nelle quali le variabili menzionate prima erano valutate con questionari. I dati mostrano che crescite nelle ricompense portano davvero ad una notevole soddisfazione, che era insensibile ai costi nelle prime fasi della relazione, ma era diminuita dai costi successivamente.



[1] Esaminata?? (.336)

[2] Possiamo notare qui che il concetto di livello di confronto potrebbe essere troppo semplice. I paragoni  sono verosimili per operare su dimensioni multiple delle caratteristiche individuali con la conseguenza di dipendere dalle aspettative individuali e dai prototipi di relazione (Fletcher e Thomas, 1996). Tuttavia è utile in questa fase dell’analisi.






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