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La società europea dal 1871 alla “grande guerra” - I lavoratori dei campi, Gli operai di fabbrica, Il movimento sindacale, Gli scioperi e il 1°

La società europea dal 1871 alla “grande guerra” - I lavoratori dei campi, Gli operai di fabbrica, Il movimento sindacale, Gli scioperi e il 1°
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La società europea dal 1871 alla “grande guerra”

La borghesia è un ceto medio posto tra la nobiltà e i lavoratori manuali dipendenti. Lo sviluppo della borghesia non fu omogeneo in tutta Europa. Questo ceto medio aveva delle articolazioni interne che possiamo dividere in fasce. La prima fascia era composta dalla piccola borghesia di cui facevano parte i proprietari di botteghe, i piccoli commercianti, gli artigiani e gli addetti al terziario come impiegati di banca e di uffici pubblici, tecnici, insegnanti: persone che erano fornite di un’istruzione superiore a quella elementare. In seguito possiamo trovare la media borghesia che era formata da liberi professionisti, funzionari superiori delle amministrazioni pubbliche, piccoli e medi imprenditori. Al di sopra di questo strato intermedio vi era l’alta borghesia, un gruppo di privilegiati per ricchezza e potere economico che modellavano spesso lo stile di vita su quello aristocratico.

I lavoratori dei campi

Il settore complessivamente più numeroso della popolazione attiva restò quello impiegato nelle camne. All’interno del mondo rurale operarono fattori di differenziazione che portarono all’allargamento di una fascia di contadini piccoli proprietari e affittuari, ma la sorte della grande maggioranza dei contadini restò assai dura, il che spiega il grande esodo dalle camne alle città che alimentò l’urbanesimo e una grande emigrazione transoceanica. Si è calcolato che tra il 1861 e il 1915 abbiamo lasciato l’Europa circa 50 milioni di persone di cui inglesi, tedeschi, italiani, irlandesi, austro-ungarici e russi. Questa è la drammatica testimonianza di un malessere disperato che spingeva milioni di persone ad abbandonare la triste realtà dei campi e le tensioni della società per affrontare un destino spesso altrettanto difficile al di là dei mari.



Gli operai di fabbrica.

Al tempo spesso si verificò un’eccezionale crescita numerica degli operai dei paesi in via di industrializzazione. All’interno di questo proletariato acquistò sempre più peso il mondo della fabbrica. Al vertice della scala gerarchica dei lavoratori addetti alla produzione di fabbrica stava una minoranza di operai qualificati o <di mestiere>, questa era l’aristocrazia operai, meglio ata con un margine di licenziamento minimo. Poi vi era il sottoproletariato formato da una massa di lavoratori semiqualificati o non qualificati, addetti al funzionamento delle macchine utensili. La situazione operaia migliorò nel corso degli anni rispetto agli inizi della rivoluzione industriale. Indici di questo miglioramento, lento ma continuo, furono il consumo più frequente della carne, l’uso del tè, del caffé, del cioccolato, la riduzione della dimensione della famiglia ecc…

Il movimento sindacale.

La grande elevazione delle classi lavorative non fu solo il risultato meccanico del progresso delle forze produttive, ma fu dovuta all’azione diretta e all’iniziativa degli stessi lavoratori, che si organizzarono in sindacati e nei partiti politici di ispirazione socialista per conseguire condizioni più tollerabili di vita e di lavoro e per affermare la loro dignità di uomini. Essi operarono come un importante fattore di modernizzazione contribuendo a spingere gli imprenditori sulla via dell’innovazione tecnologica. L’espansione dei sindacati fu il risultato di un allargamento del loro ambito dai gruppi superiori dei lavoratori qualificati. Lo sviluppo del movimento portò anche a un’evoluzione della sua struttura, che si orientò verso la costituzione di grandi federazioni di mestiere. Il momento culminante del processo di aggregazione sindacale fu la formazione di confederazioni nazionali che raggruppavano le federazioni di mestiere e le unioni operaie di un paese: dopo l’esperienza delle Trade Unions inglesi si costituirono così centrali sindacali in Germania (1892), in Francia(1895), in Sa (1903), in Italia (1906). In alcuni paesi europei come la Germania e L’Italia, si diffusero anche strutture “orizzontali”, a base territoriale, cittadina, anziché di categoria. Furono queste le borse del lavoro francesi, Le Camere del lavoro italiane e i sectiunelli tedeschi, che raggruppavano le leghe di mestiere e le unioni operaie locali, tutelavano gli interessi dei lavoratori, curavano il collocamento della manodopera sul mercato del lavoro, svolgevano compiti di consulenza e si impegnavano in attività culturali e ricreative.

Gli scioperi e il 1° maggio.

L’organizzazione sindacale fu ostacolata in molti paesi dalle restrizioni legali e dalle limitazioni del diritto di sciopero. Le agitazioni dei lavoratori oprarono a duri scontri con le forze dell’ordine e con i crumiri. Grande scalpore provocarono i sanguinosi incidenti avvenuti a Chicago il 1° maggio 1886 tra la polizia e i manifestanti che chiedevano la riduzione delle ore del lavoro giornaliero. Ne seguì un processo chiusosi con la condanna a impiccagione per quattro dirigenti sindacali e dal 1890 il 1° maggio divenne così una giornata commemorativa e di lotto per le otto ore lavorative da parte di tutto il movimento operaio internazionale. Per contrastare il movimento sindacale, gli imprenditori si organizzarono con la serrata: la chiusura dell’azienda e la sospensione della retribuzione ai lavoratori.

Il cattolicesimo sociale

Difficile risultò l’azione dei sindacati di tendenze socialiste nelle camne, la cui aspirazione al possesso individuale della terra era in netto contrasto con le parole d’ordine di socializzazione lanciate da quelle organizzazioni. Il popolo minuto si indirizzò invece con successo l’azione sociale dei cattolici. Venne così intrapresa un’opera di intervento capillare in direzione dei ceti popolari, affiancando alla tradizionale attività religiosa e caritativa un impegno organizzativo incentrato sulla creazione di associazioni previdenziali, di credito, di mutuo soccorso, cooperative, ricreative e poi anche sindacali. Fu quindi elaborato un programma interclassista che mirava a realizzare la conciliazione tra capitale e lavoro e ad assicurare la pace sociale. L’attività dei cattolici in campo sindacale fu favorita e rafforzata dal pontefice Leone XIII che prese posizione sulla questione Rerum novarum pubblicata il 15 maggio 1891. Il documento analizzava realisticamente la dura condizione proletaria, condannava lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo introdotto dal capitalismo e affermava il valore umano del lavoro.

La prima internazionale.

L’espansione del proletariato e la diffusione al suo interno di una coscienza di classe non solo produssero lo sviluppo di un agguerrito movimento sindacale, ma portarono anche alla nascita di gruppi e partiti politici che si inspirarono alle idee del socialismo. Le organizzazioni operaie e socialiste si trovarono una forma di collegamento con la nascita dell’Associazione internazionale dei lavoratori o più comunemente la prima internazionale fondata a Londra il 28 settembre 1864.

Il contrasto tra Marx e Bakunin

L’internazionale del 1864 fu profondamente influenzata da Marx, che voleva farne lo strumento con il quale avrebbero dovuto conquistare il potere politico al fine della trasformazione socialista dell’umanità. Ma dal 1869 l’associazione cominciò a essere lacerata dal contrasto insanabile fra Marx e il rivoluzionario russo Michail A. Bakunin. Per Marx la forza motrice della rivoluzione era la classe operaia dei paesi più industrializzati. I lavoratori di queste nazioni avrebbero dovuto partecipare alle lotte politiche con l’obbiettivo finale della conquista rivoluzionaria del potere, in tal modo si sarebbe avviata l’edificazione di una società socialista attraverso la dittatura del proletariato. Secondo Bukunin il vero potenziale rivoluzionario erano le masse contadine dei paesi non ancora interessati a fondo dall’industrializzazione. Sulla base delle sue concezioni anarchiche egli concepiva, infatti, la rivoluzione socialista come un gigantesco sommovimento spontaneo, attraverso l’eliminazione di ogni potere costituto e di ogni forma di autorità, l’anarchia sarebbe scaturita dal basso verso l’alto. Lo scontro fra i seguaci di Marx e i seguaci di Bakunin provocò il declino e lo scioglimento della prima internazionale nel 1876. Il fallimento dei tentativi insurrezionali promossi dagli anarchici indusse a un ripensamento dei seguaci di Bukinin, questi infatti divennero sempre più consapevoli della inadeguatezza dei metodi di lotta proposti dall’agitatore russo in una situazione contraddistinta dallo sviluppo del proletariato industriale e dalle aperture dei governi in senso liberale e democratico.



La comune di Parigi

La comune di Parigi fu un movimento rivoluzionario (18 marzo-28 maggio) così chiamato perché ebbe il suo centro nella Comune della capitale francese. Esso si inserì negli sconvolgimenti politici verificatisi in Francia nel corso della guerra franco-prussiana che portarono alla proclamazione della repubblica e fu il risultato di vari fattori: l’esasperazione dei parigini assediati dai prussiani e ridotti alla fame, il rifiuto di accettare la sconfitta e la volontà di difesa a oltranza, la diffidenza per il governo Thiers, che il 28 gennaio 1871 aveva accettato l’armistizio, l’ostilità verso la nuova assemblea nazionale eletta l’8 febbraio.

La tensione così accumulata esplose il 18 marzo, quando la popolazione impedì al governo Thiers di impadronirsi dei cannoni acquistati con le sottoscrizioni dei parigini nel corso della guerra con la Prussica. Il 26 marzo i rivoltosi insediarono un consiglio generale della Comune, eletto a suffragio universale. La rivoluzione Parigina fu guidata da un gruppo dirigente a prevalenza socialista, che prese una serie di decisioni le quali aprivano la strada a una forma di potere delle classi lavoratrici: soppressione dell’esercito permanente e sua sostituzione con il popolo in armi, avvio della fusione tra le funzioni legislative e quelle esecutive, affidate a deputati revocabili dagli elettori, l’elettività dei funzionari e dei magistrati. Sul piano sociale le misure adottate dalla Comune ebbero un contenuto tendenzialmente socialista, poiché esse prevedevano l’instaurazione di forme di proprietà collettiva dei mezzi di produzione. Le energie maggiori dei comunardo furono assorbite dalle esigenze della resistenza all’attacco delle forze dei versaglieri di thiers. La difesa disperata si protesse a lungo, con un crescendo di ferocia perché la fucilazione degli insorti fatti prigionieri i comunardi risposero giustiziando degli ostaggi, tra i quali l’arcivescovo di Parigi. Dopo la caduta dei forti esterni i combattimenti proseguirono nelle strade della città nella settimana di sangue (21/28 maggio), cessando dopo gli ultimi scontri rivoltosi nel cimitero di Père-Lachaise, dove gli insorti catturati furono fucilati ai piedi del muro dei federati.  Subito dopo il governo Thiers procedette ad arresti: vi furono molte condanne a morte alla deportazione nelle colonie con un’ondata repressiva che decapitò per un ventennio il partito rivoluzionario. La Comune da un lato fu oggetto di una condanna da parte dell’opinione pubblica moderata. Dall’altro divenne un simbolo e un esempio per le correnti socialiste, acquistando la forza di un mito destinato a svolgere una funzione importante nello sviluppo del movimento operaio e socialista.

Nel 1889 Seconda Internazionale.

Dal liberismo alla democrazia

Il principale fattore di democratizzazione delle strutture politiche fu l’allargamento del diritto di voto. A poco a poco il suffragio universale venne introdotto in molti paesi: Francia, Danimarca,Grecia,Germania,Svizzera, Bulgaria, Sna, Belgio, Norvegia, Sa, Austria e Italia (1912).

L’allargamento del diritto di voto favorì anche la costituzione di partiti politici di nuovo tipo, dotati di forte organizzazione di una base di massa di elettori e di militanti.

Il “cancelliere di ferro”

La vittoria della Prussica nella guerra del 1870 contro la Francia e la costituzione del Reich modificarono radicalmente i rapporti di forza in Europa e fecero della Germania la prima potenza economica e militare continentale. Il dominatore assoluto della scena politica tedesca fino al 1890 fu il cancelliere Otto von Bismarck. Il grande statista prussiano pose al centro del suo sistema lo Stato, da lui concepito con un’entità permanente. Il potere di Bismarck ebbe come conseguenza un’umiliante subordinazione delle forze parlamentari e soprattutto del liberalismo borghese. La posizione di quasi assoluto predominio di Bismark era agevolata dal meccanismo istituzionale imposto al Reich nel 1871. L’impero era una federazione di 25 Stati di dimensioni e di importanza assai diseguali. La carica imperiale spettava di diritto al re di Prussica, il quale deteneva il potere esecutivo insieme al cancelliere. Il potere legislativo era affidato a due camere: il Bundestrat, formato da delegati nominati dai rispettivi Stato, e il Reichstag, eletto a suffragio universale con il collegio uninominale, un sistema voluto da Bismarck non per amore della democrazia ma per creare un contrappeso al particolare dei singoli Stati. Il regime era quindi costituzionale, ma non parlamentare, perché il cancelliere era responsabile solo davanti al Kaiser e le Camere non potevano rovesciarlo con un voto di sfiducia. La vita politica della Germania, sotto Bismarck e dopo, fu caratterizzata, oltre dall’autoritarismo antidemocratico dei gruppi dirigenti, dal peso della casta militare e della burocrazia.




La politica interna

Bismarck  combatté le due formazioni politiche di ispirazione internazionale vale a dire i cattolici, organizzati nel Partito del Centro e i socialisti. La camna contro i cattolici fu presentata da Bismarck come una lotta per la civiltà (Kulturkampf), i cattolici vennero così denunciati come una forza ostile al progresso e oscurantista, inspirata dal papato. Una serie di misure emanate tra il 1873 e il 1875 portò allo scioglimento di varie congregazioni religiose cattoliche , affidò il controllo sulle scuole cristiane ad elementi laici, attribuì allo Stato la sorveglianza sulla preparazione e sulle nomine dei sacerdoti, istituì l’obbligo del matrimonio civile. La salda reazione delle minoranze cattoliche portò a un rafforzamento elettorale del Centro. A partire dal 1879 la tensione si venne così allentando e quindi il potere civile rinunciò gradatamente alla maggior parte dei controlli sulla vita ecclesiastica. Bismarck fu indotto a rinunciare al Kulturkampf per la sua politica di repressione del movimento socialista varata con le leggi eccezionali del 1878. il partito socialdemocratico allargò la sua influenza fra i lavoratori e aumentò costantemente la forza elettorale e conquistandosi le condizioni per la sua libera ricostituzione (1890). Per contrastare i successi del socialismo Bismarck varò tra il 1883 e il 1889 tre leggi che introducevano un sistema di assicurazioni sociali per le malattie, gli infortuni e l’invalidità e vecchiaia dei lavoratori, basandosi sul versamento di contributi da parte dei datori di lavoro e dei dipendenti e su una loro integrazione da parte dello Stato. Egli avviò così la formazione di uno stato sociale. La svolta protezionistica del 1879, portò all’abbandono del liberoscambismo e all’introduzione di un’elevata tariffa doganale.

Imperialismo, colonialismo e nazionalismo

L’imperialismo – cioè la tendenza di uno Stato ad acquistare il dominio o il controllo politico ed economico su un altro Stato o popolo – divenne un’esperienza tipica della società europea nella fase di grande espansione del capitalismo, assumendo soprattutto la forma dell’espansione coloniale. Nel 1914 gli Stati più potenti avevano già completato la spartizione in sfere di dominio di quasi tutto il mondo, e quindi questi decenni sono stati chiamati l’epoca dell’imperialismo.

Il colonialismo- direttiva di politica estera mirante alla conquista dei territori ricchi di materie prime e manodopera- esercitò un peso senza precedenti nella politica generale dei singoli paesi, ed ebbe ampi riflessi nel mondo della cultura e nell’opinione pubblica, alimentando correnti sentimentali e ideologiche nazionalistiche. L’idea di nazione associata al principio di libertà, era stata uno dei punti di forza del liberalismo italiano e tedesco nella fase che aveva portato alla formazione dello Stato unitario ne due paesi. Ma essa si tramutò ora in nazionalismo – corrente opinionistica pubblica e dottrina che sosteneva la necessità di espandere lo Stato al di là dei suoi confini con una politica aggressiva, al fine di affermare la superiorità della propria nazione sulle altre-. I nazionalisti presero quindi a espandere il sentimento nazionale e il patriottismo fino alla loro degenerazione, esaltando i valori della potenza, della grandezza,della conquista di un impero coloniale e introducendo una componente di estrema aggressività nelle relazioni internazionali.

Razzismo e antisemitismo

Le tendenze nazionalistiche e colonialistiche facevano un ampio ricorso a teorie razzistiche che affermavano la superiorità dei bianchi, e una variante del razzismo sfruttata dai movimenti reazionari fu l’odio per gli ebrei o antisemitismo. L’antisemitismo ebbe anche una componente economica. A causa delle interdizioni, glli ebrei rivolsero le proprie capacità imprenditoriali verso il commercio e l’attività finanziaria. A livello di mentalità popolare gli ebrei finirono così per essere identificati con il capitalismo, e particolarmente con quegli aspetti del capitalismo, che disgregavano le vecchie consuetudini e apparivano, come nel caso dell’usura, in diretto contrasto con i settori più  poveri del mondo contadino. La manifestazione più drammatica dell’antisemitismo furono i “pogrom”, vale a dire le ondate di violenza contro le minoranze ebraiche che si ripeterono frequentemente in Russia dal 1881 con il massacro di centinaia di persone e che furono utilizzate dalle autorità e da organizzazioni di estrema destra come mezzo per sviare il malcontento popolare. Nel clima del risveglio delle nazionalità in Europa e come reazione all’antisemitismo sorse il sionismo, un movimento di rinascita politica ebraica che propugnava la riunificazione degli ebrei in un autonomismo Stato territoriale, da insediare possibilmente a Gerusalemme e in Palestina. Il sionismo definì i suoi obbiettivi soprattutto grazie all’opera del giornalista ungherese Theodor Herzl, che nel 1896 diede vita all’organizzazione sionistica mondiale.

Stati Uniti

Tre il 1861 e il 1865 gli Stati Uniti affrontarono la questione della schiavitù. Ma a scatenare la guerra furono anche altri motivi, che avevano profonde radici socio-economiche e politiche. Il settentrione, infatti, era impegnato in una vigorosa espansione industriale e commerciale favorita dalle alte tariffe doganali, che danneggiavano invece il sud, favorevole al libero commercio per poter esportare il cotone delle piantagioni, sua principale ricchezza. Nel nord predominava la tendenza favorevole a una struttura statale centralizzata, con un forte governo federale, e a una limitazione dell’autonomia dei singoli stati. Nel sud,invece, schierato con i democratici, la grande maggioranza era favorevole al decentramento spinto all’estremo, cioè a una forma di federazione tra i singoli Stati meno rigida  dell’unione voluta dal nord. La situazione precipitò con l’elezione alla presidenza del repubblicano Abraham Lincoln (6 novembre 1860), il quale era fermamente contrario all’estensione del sistema schiavistico nei territori dell’ovest.



La successione

Gli Stati del sud risposero all’elezione di Lincoln con l’aperta ribellione. La Carolina del sud dichiarò la sua successione dall’unione (20 dicembre 1860), seguita via via da altri dieci Stati schiavisti, che si costituirono in Confederazione degli Stati d’America, la presidenza della quale venne affidata al generale Jefferson Davis (9 febbraio 1861). La guerra di successione divenne il primo grande conflitto dell’età industriale. Il nord sfruttò a fondo il proprio potenziale industriale e la efficace rete ferroviaria. Il sud fece ricorso per la prima volta nella storia anglosassone, alla coscrizione obbligatoria di tutti i maschi liberi e compensò l’inferiorità numerica ed economica con la migliore qualità delle truppe e soprattutto dei generali, tra  i quali Robert E. Lee, il comandante supremo. Le esigenze belliche stimolarono poi le innovazioni tecniche, che permisero la produzione di nuove armi. Di fronte alla disperata resistenza del sud, il presidente Lincoln impresse al conflitto il carattere di una crociata contro la schiavitù. Il 1° gennaio 1863 egli proclamò infatti la libertà di tutti gli schiavi, appartenenti a proprietari ribellatisi all’Unione e nel 1865 fece approvare dal congresso il 13° emendamento della Costituzione, che aboliva la schiavitù dei negri in tutto il territorio degli Stati Uniti. Con il passare del tempo il rapporto di forze si spostò sempre più decisamente a favore der nordisti. Il 3 aprile 1865 cadde dopo un lungo assedio Richmond, la capitale confederale, e il 9 aprile Lee dovette arrendersi. Finiva così la guerra civile americana.

Il Giappone

Sino alla metà dell’ottocento il Giappone restò chiuso al mondo esterno e fu regolato da un ordinamento politico antiquato e tradizionalista. Al sommo della gerarchia stava l’imperatore. Ma il potere effettivo era detenuto dalla famiglia Tokugawa che dal 1603 si tramandava ereditariamente, per delega imperiare, la carica di “Shogun”, cioè il capo dei grandi signori che possedevano o amministravano vastissime estensioni di terra (i daimyo). Alla dipendenza dei grandi signori stava la classe della piccola nobiltà impoverita dei samurai. Più di tre quarti dei giapponesi erano però contadini, che nelle comunità di villaggio lavoravano piccoli appezzamenti di terra avuti in concessione sai signori. Nelle città infine, si erano sviluppati l’artigianato e una fiorente attività commerciale. Quest categoria era disprezzata dalla religione confuciana in quanto non direttamente produttiva. Nei primi decenni dell’ottocento comunque andò crescendo l’insoddisfazione nei confronti del regime Tokugawa. L’apertura dei porti giapponesi, imposta tra il 1853 e il 1858 dagli Stati Uniti e poi dalle altre potenze occidentali con una serie di “trattati ineguali”, fece precipitare la crisi dello shogunato, accusato dai samurai e aristocrazia imperiale di aver ceduto ai “barbari”. Dopo una sanguinosa guerra civile si arrivò così nel 1868 alla fine dello shogunato e alla restituzione dei pieni poteri all’imperatore Mutsuhito. Con la restaurazione del potere imperiale iniziò per il Giappone l’era Meiji, durante la quale fu abolito il vecchio sistema, venne riformato il meccanismo fiscale e fu riconosciuta la proprietà privata della terra, che venne assegnata ai contadini che la coltivavano da generazioni. La costituzione,concessa nel 1889, attribuì infine amplissimi poteri all’imperatore.

L’età giolittiana

Il breve ministero di Saracco, fu un governo di transizione, che ritirò i disegni di legge liberticidi e avviò una politica di distensione. Subito dopo il nuovo re Vittorio Emanuele III affidò nel 1901 il governo all’ormai vecchi Giuseppe Zanardelli che scelse come ministro dell’interno Giolitti. Egli era giunto alla conclusione che il movimento socialista e le agitazioni popolari non avessero finalità eversive perché poggiavano su motivazioni quasi esclusivamente economiche ed esprimevano il malessere delle classi povere. Di conseguenza le sue idee direttivi erano la necessità di un ammodernamento dello Stato e l’applicazione di un metodo di governo liberale, imperniato sul riconoscimento della libertàsindacale e del pieno diritto di sciopero. egli si proponeva di stabilire rapporti di collaborazione con il movimento operaio organizzato e con il Partito socialista, svolgendo una mediazione che avrebbe dovuto condurre al loro inserimento nel sistema istituzionale liberale. Il nuovo corso fu incoraggiato dall’atteggiamento conciliante di Vittorio Emanuele III, che si creò presto la fama di re borghese. Il governo Zanardelli-Giolitti poté così varare varie misure volte a migliorare la legislazione sociale: la limitazione a 12 ore dell’orario max di lavoro per le donne, l’elevazione a 12 anni dell’età minima per il lavoro dei fanciulli, l’allargamento delle assicurazioni obbligatorie per gli infortuni sul lavoro. Assai importante per il potenziamento delle infrastrutture dei centri urbani fu la legge del 1903 che apriva la strada all’esercito diretto da parte dei Comuni (municipalizzazione) di servizi pubblici essenziali come il gas, l’elettricità e i trasporti cittadini.


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