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GEOGRAFIA ECONOMICA - INTEGRAZIONE TERRITORIALE E SVILUPPO REGIONALE NELL'UNIONE EUROPEA - ASPETTI ISTITUZIONALI



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GEOGRAFIA ECONOMICA


INTEGRAZIONE TERRITORIALE E SVILUPPO REGIONALE

NELL'UNIONE EUROPEA


ASPETTI ISTITUZIONALI


COSTITUZIONE DELL'EUROPA UNITA


Tre ragioni principali hanno portato alla costituzione dell'Europa unita:



Una ragione urgente, dopo la Seconda Guerra Mondiale, è quella di controllare le miniere di ferro e di carbone, che erano alla base dell'industria siderurgica, evitando un nuovo scontro tra Francia ed Inghilterra. Il primo passo verso l'unificazione è stata la creazione di una Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio (CECA).

Una ragione di tipo politico: l'Europa, che si trova a confrontarsi con le due superpotenze, è debole e frammentata e questo induce i politici a riconquistare una posizione sia politica sia economica.

Riconquista dei grandi mercati: unione doganale attraverso l'abolizione delle tariffe doganali e dei contingenti sulle importazioni ( liberalizzazione). Questo porta ad un ampliamento dei mercati e ad un accrescimento dei redditi e alla possibilità di operare su vasta scala.


LE TAPPE DEL PROCESSO DI UNIFICAZIONE EUROPEA


18 aprile 1951 (Parigi): firma Trattato istitutivo Ceca (Comunità europea del carbone e dell'acciaio) con 6 paesi (Francia, Germania, Italia, Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo).


25 marzo 1957 (Roma): firma Trattati istitutivi CEE (Comunità economica europea) e CEEA (Comunità europea dell'energia atomica o EURATOM) con gli stessi 6 paesi.


1° luglio 1968: entrata in vigore dell'unione doganale fra i paesi della CEE.


1° gennaio 1973: adesione di Gran Bretagna, Irlanda e Danimarca (CEE a 9).


13 marzo 1979: entrata in vigore dello SME.


7-l0 giugno 1979: prima elezione del Parlamento europeo.


1° gennaio 1981: adesione alla Grecia (CEE a 10).


1° gennaio 1986: adesione di Sna e Portogallo (CEE a 12).


17 e 28 febbraio 1986 (Lussemburgo e L'Aia): firma dell'Atto unico europeo (modalità e tappe per la realizzazione del Mercato Unico). Ha lo scopo di ridare slancio all'integrazione europea, si cerca di formare un mercato unico e ammodernizzare le normative che ostacolavano la circolazione di merci, persone e denaro.


1° luglio 1987: entrata in vigore dell'Atto unico europeo (CEE Ce).


7 febbraio 1992 (Maastricht): firma Trattato istitutivo dell'Unione europea (presupposti e tappe per l'Unione economica e monetaria e prospettive per l'Unione politica).


1° novembre 1992: entrata in vigore del Trattato istitutivo dell'Unione europea (Ce Ue). Vengono stabiliti dei parametri per poter aderire all'Unione europea (parametri di convergenza, requisiti economici: deficit annuo non superiore al 3% del PIL e debito pubblico non superiore al 60% del PIL).


1° gennaio 1993: entrata in vigore del Mercato unico europeo.


1° gennaio 1995: adesione di Austria, Sa e Finlandia (e mancata adesione Norvegia) (Ue a 15).


26 marzo 1995: entrata in vigore dell'accordo di Shengen per la libera circolazione delle persone (8 paesi; l'Italia aderirà il 26 ottobre 1997 e il 1° aprile 1998).


Luglio 1997: presentazione da parte dalla Commissione europea del documento "Agenda 2000",con le strategie per il rafforzamento e l'ampliamento dell'Unione nei primi anni del terzo millennio (prospettive di adesione da parte di 6 paesi nel periodo 2002-2005: Slovenia, Repubblica Ceca, Ungheria, Estonia, Polonia, Cipro).


1° gennaio 1999: entrata in vigore dell'Euro come moneta ufficiale dell'Unione europea (11 paesi; la Grecia aderirà il 1° gennaio 2001).


10-l1 dicembre 1999 (Helsinki): definizione delle tappe del processo di ampliamento, con la prospettiva di un'Unione europea a 28 membri: i 15 attuali, più i 6 indicati in "Agenda 2000" (per cui sono già iniziati i negoziati di preadesione), più altri 6 paesi (Slovacchia, Romania, Bulgaria, Lettonia, Lituania, Malta: seconda fase), più la Turchia (accettazione della candidatura sotto tre condizioni: riforma economica, introduzione della piena democrazia, assoluzione della crisi di Cipro).


7-l0 dicembre 2000 (Nizza): fissazione al 1° gennaio 2003 dell'adesione all'Unione europea del primo gruppo di paesi (6 paesi: Slovenia, Repubblica Ceca, Ungheria, Estonia, Polonia, Cipro); accordo sulla riforma delle istituzioni europee.


LE PRINCIPALI ISTITUZIONI COMUNITARIE


PARLAMENTO EUROPEO (Strasburgo)

È l'organo di orientamento e controllo politico dell'Unione europea. Esercita, insieme al Consiglio dell'Unione europea, il potere legislativo, partecipando all'elaborazione delle direttive e dei regolamenti comunitari e pronunciandosi sulle proposte della Commissione. Condivide con il Consiglio dei Ministri dell'Unione europea il potere di bilancio, cioè approva il bilancio, influenzando così le politiche comunitarie attraverso i loro finanziamenti.


CONSIGLIO DEI MINISTRI DELL'UNIONE EUROPEA (Bruxelles)

È l'istituto decisionale principale dell'Unione europea: adotta le direttive, i regolamenti e le decisioni, condividendo il potere legislativo con il Parlamento europeo. I paesi membri esercitano la presidenza a rotazione per un periodo di 6 mesi ciascuno.


COMMISSIONE EUROPEA (Bruxelles)

Dispone di un diritto esclusivo di iniziativa in materia legislativa (formulazione di proposte, di direttive e regolamenti al Parlamento e al Consiglio). È inoltre l'organo di gestione, che si occupa dell'applicazione delle direttive e dei regolamenti adottati dal Consiglio. Si avvale per i suoi compiti di un'ampia amministrazione, suddivisa in 23 Direzioni generali.


CONSIGLIO EUROPEO (sede variabile secondo il semestre di presidenza)

È un organo composto dai capi di Stato e di governo, dai Ministri degli Esteri, dal Presidente e dal Vicepresidente della Commissione, che si riunisce almeno due volte l'anno. Dà all'Unione europea gli impulsi necessari al suo sviluppo e ne definisce gli orientamenti politici generali.


CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA (Lussemburgo)

Controlla la legittimità degli atti e degli organi comunitari e il rispetto del diritto comunitario da parte degli Stati membri.


CORTE DEI CONTI EUROPEA (Lussemburgo)

Vigila sulla corretta gestione finanziaria dell'Unione. Presenta una relazione annuale dopo la chiusura di ogni esercizio.


COMITATO ECONOMICO E SOCIALE (Bruxelles)

Ha un ruolo consultivo e può formulare pareri di propria iniziativa su alcune materie. È formato da rappresentanti delle diverse categorie della vita economica e sociale.


COMITATO DELLE REGIONI (Bruxelles)

Ha lo stesso ruolo del precedente ed è formato da rappresentanti delle collettività locali e regionali.


BANCA CENTRALE EUROPEA (Francoforte)

Fissa gli obiettivi di politica monetaria. È l'istituto di emissione dell'Euro, la valuta dell'Unione.


BANCA EUROPEA PER GLI INVESTIMENTI (Lussemburgo)

Ha il compito di contribuire all'integrazione e coesione economica e sociale, erogando finanziamenti a lungo termine per progetti d'investimento in beni capitali.


ASPETTI TERRITORIALI


I PAESI DELL'UNIONE EUROPEA: INDICATORI DEMOGRAFICI ED ECONOMICI


La necessità di promuovere i processi di integrazione territoriale nell'ambito dell'Unione europea ha origine dai notevoli divari economici e sociali esistenti nell'ambito del territorio comunitario. Se tali squilibri nel corso del tempo hanno registrato per alcuni versi una tendenza all'attenuazione, permangono tuttora significative disparità sia fra i diversi paesi membri, sia fra le diverse regioni europee.

Al fine di valutare l'entità dei divari economici e sociali fra paesi e regioni possono essere utilizzati numerosi indicatori, quelli più comunemente presi in esame sono la densità di popolazione, il Pil pro-capite e il tasso di disoccupazione. Essi sono anche fra i principali criteri utilizzati per l'individuazione delle aree ammissibili alle azioni di sostegno nell'ambito delle politiche di coesione dell'Ue. Altre variabili, come per esempio quelle relative alla dinamica demografica, alla formazione infrastrutturale e di servizi, all'attività innovativa, alla situazione ambientale ecc . , sono invece prese in esame nell'ambito di studi e analisi di natura settoriale.


Dispensa . 9

La popolazione risulta sproporzionata tra i diversi paesi.

Il tasso di disoccupazione risente molto dei criteri di rilevazione da un paese all'altro.

SPA: standard di potere di acquisto. Pil pro-capite espresso in valori che tengono conto del livello dei prezzi che si riscontra nei vari paesi.

Facendo una ripartizione dell'Europa in blocchi, l'Europa centrale è sempre quella in cui si riscontrano meno problemi.


I TREND NELLE DINAMICHE DEMOGRAFICHE


A.   Tendenziale aumento della popolazione:


Nelle regioni meridionali di alcuni paesi rispetto alle regioni settentrionali.

Nelle maggiori conurbazioni (con declino nuclei centrali e crescita fasce esterne) (conurbazione: area urbana formata da due o più città, una volta separate da spazi murari ma, con l'espansione di queste città, è avvenuta una fusione).

Uno dei casi più significativi in Europa è la conurbazione Reno-Ruhr: è un'area di 200 Kmq e comprende alcune città tra cui Bonn, Dortmund e Colonia. Nei Paesi Bassi troviamo la Randstad Holland che comprende Amsterdam, L'Aia e Rotterdam. In Italia il caso più significativo è rappresentato dalla Pianura Padana (Milano con le città limitrofe, Varese, Bergamo, Brescia).

Nelle aree costiere (soprattutto nei paesi dell'Europa meridionale) come Sna, Portogallo, Italia, Grecia e parte della Francia.



Nei corridoi di collegamento delle maggiori conurbazioni.

Nelle aree dotate di attrattive naturali (sia costiere, sia interne).

Nelle aree frontaliere interne (aree che si collocano a cavallo tra i confini europei ma sempre interni alla Ue).


B.   Tendenziale declino della popolazione:


Nelle aree interne più remote (collinari e montane) in quanto sono poco accessibili e la popolazione tende a spostarsi.

Nelle vecchie aree industriali non interessate da processi di riconversione produttiva, qui la popolazione diminuisce perché non c'è più quel benessere apportato dall'industria.

Nei nuclei centrali delle maggiori città.

Nelle aree frontaliere esterne (aree a cavallo tra paesi dell'Ue e paesi esclusi dall'Ue) ad esempio la Germania con i Paesi dell'est.


Problemi connessi:


Aumento disparità (quantitative e qualitative) tra aree forti e aree deboli: la popolazione tende ad aumentare dove già era presente in quantità maggiore e questo crea disparità.

Contrasto fra "grandi corridoi" e "zone grigie" comprese fra questi: tra un corridoio e l'altro ci sono zone che non appartengono né alle conurbazioni né ai corridoi e non sono stimolate dalla crescita.

Problemi di organizzazione e gestione delle infrastrutture e dei servizi nelle maggiori conurbazioni.

Rischio di eccessiva pressione sugli spazi e le aree "naturali".


Dispensa . 15


LE DISPARITÀ IN TERMINI DI PIL PRO-CAPITE


I più recenti dati disponibili relativi al Pil pro-capite dimostrano il permanere di accentuati divari fra i paesi membri con riferimento a questo indice. Se tuttavia i valori assoluti vengono convertiti in valori espressi in standard di potere d'acquisto spa), cioè in valori che tengono conto dei differenti livelli dei prezzi nei vari paesi, i divari in questione si riducono: infatti, se si esclude il Lussemburgo che presenta in entrambi i casi un valore nettamente superiore a quello di tutti gli altri paesi, si nota come, passando dai valori assoluti ai valori espressi in spa, il rapporto tra il Pil pro-capite più elevato e quello più basso si riduce. Emerge comunque un divario piuttosto netto fra i quattro paesi con il Pil pro-capite più basso (Irlanda, Sna, Portogallo, Grecia) e gli altri undici, fenomeno che è all'origine della creazione del Fondo di coesione destinato a questi quattro paesi.


L'analisi dell'evoluzione dei divari fra i paesi membri in termini di spa mostra come, dopo un periodo di accentuazione registrato nei primi anni '80, a partire dal 1985 fino al 1993 essi abbiano manifestato una lenta ma costante tendenza alla riduzione, favorita soprattutto dalla fase di crescita sostenuta dell'economia europea nella seconda metà degli anni '80. Questo andamento è stato favorito in particolare dal fatto che le economie dei quattro paesi col Pil pro-capite più basso hanno fatto registrare nel loro complesso, nel periodo in questione, tassi di crescita superiori a quelli comunitari, anche se con dinamiche differenti, particolarmente brillanti in Irlanda e Sna, decisamente meno in di Portogallo e Grecia.


Le disparità territoriali risultano però in misura assai più evidente se si considera un livello di disaggregazione maggiore, prendendo in esame i divari fra le diverse regioni in cui si suddivide il territorio comunitario. Ciò è stato ottenuto prendendo in considerazione la Nomenclatura delle attività territoriali per la statistica (Nuts), che definisce diversi livelli di divisione del territorio comunitario:

Nuts 1: unità amministrative intermedie più vaste (es. gruppi di regioni);

Nuts 2: livello più dettagliato (es. singole regioni);

Nuts 3: livello ancora più piccolo (es. provincie);

Nuts 4: livello difficilmente riscontrabile in molti paesi.

Nuts 5: livello più disgregato (es. Comuni)


Dal punto di vista della distribuzione territoriale dei divari emerge con una certa evidenza l'esistenza di un tendenziale modello "centro-periferia": infatti, il Pil pro-capite appare decisamente inferiore alla media comunitaria sia nelle periferie meridionali, sia in quella orientale, sia in quella settentrionale e in quella nord-occidentale. Le regioni con il Pil pro-capite largamente superiore alla media comunitaria si concentrano invece in gran parte del nucleo centrale dell'Europa occidentale, e in particolare in un'area che comprende l'Europa occidentale, e in particolare in un'area che comprende l'Italia settentrionale, l'Austria, la Germania, i paesi del Benelux e le regioni parigina e londinese.


Dispensa . 16, 17

In relazione al 1993, notiamo che la regione con il Pil più elevato è la Germania, e quella con il Pil meno elevato sono i dipartimenti d'oltremare (Guadalupe, Azzorre).

Alcuni paesi presentano delle differenze simili come ad esempio i Paesi Bassi, la Sa e il Belgio; all'interno di questi paesi lo squilibrio non è molto elevato.

Ci sono paesi in cui non sussistono gravi squilibri al proprio interno, ma è tutto il paese che arretrato perché è al di sotto della media comunitaria (es. Grecia, Portogallo e Sna).


L'analisi delle disparità complessive mostra, nel corso degli anno ottanta e novanta, un andamento analogo a quello rilevato per le differenze fra paesi, cioè un lieve incremento dei divari nella fase di espansione economica nella seconda parte degli anno ottanta, mentre nei primi anni '90 si registra dapprima un vistoso aumento delle disparità legate essenzialmente all'ingresso nell'Ue dei nuovi Länder tedeschi, e successivamente una nuova attenuazione dei divari.


Dispensa . 18

Disparità del Pil pro-capite dal 1986 al 1996

Standard deviation è un indicatore statistico che indica la variabilità di un fenomeno, ci da il tasso di dispersione. Esso ci consente di misurare la variabilità. Se lo standard deviation è basso ci sono poche disparità tra le regioni europee, se, invece, è alto significa che ci sono squilibri territoriali elevati.

Disparità per regioni: escludendo i nuovi Länder tedeschi, lo standard deviation è alto. C'è una diminuzione degli squilibri, ma in maniera ridotta.

Disparità per stati membri: 15 paesi. C'è uno standard deviation di convergenza più accentuata e una tendenziale riduzione degli squilibri tra paesi. In particolare su questo hanno influito lo sviluppo di Irlanda, Sna e, in maniera minore, di Portogallo e Grecia.


LE DISPARITÀ IN TERMINI DI TASSO DI DISOCCUPAZIONE


Una delle principali sfide che le economie dei paesi membri si trovano a dover affrontare è quella del permanere di elevati livelli di disoccupazione, caratteristica che differenzia la situazione europea da quella degli altri due principali sistemi economici a livello mondiale (Stati Uniti e Giappone).

Il tasso di disoccupazione negli attuali paesi membri dell'Ue ha subito un fortissimo incremento nel periodo 1973-85. Nella fase espansiva della seconda metà degli anni '80 il tasso di disoccupazione si è ridotto a poco meno dell'8% nel 1990, ma successivamente ha ripreso ad aumentare.

Se la disoccupazione è un problema generalizzato a livello comunitario, l'entità dello stesso appare alquanto diversa nei differenti paesi membri.


Appare evidente come le disparità siano molto accentuate: pur tralasciando il caso del Lussemburgo, che gode anche sotto questo aspetto di una situazione privilegiata, si nota che la disoccupazione ha raggiunto livelli elevatissimi in Sna e in Finlandia (in seguito al crollo degli scambi con l'ex Unione Sovietica).

Il problema della disoccupazione assume comunque tutta la sua rilevanza se considerato a livello regionale e locale (Nuts 2). Gli accentuati divari fra regioni si manifestano anche all'interno dei vari paesi membri. Nell'osservare la distribuzione territoriale dei tassi di disoccupazione a livello regionale emerge con ancor maggiore evidenza l'esistenza di un modello di tipo "centro-periferia". Il "centro" europeo è caratterizzato da tassi di disoccupazione relativamente bassi (ex Germania occidentale, Austria, Italia settentrionale, paesi del Benelux, Inghilterra meridionale e Danimarca). Diversamente, nelle periferie troviamo valori elevati di disoccupazione (Italia meridionale, Sna, ex Germania democratica, Finlandia, Irlanda). La Francia si colloca in una zona intermedia.

L'analisi dell'evoluzione temporale delle disparità fra regioni conferma la tendenza all'ampliamento dei divari. Dal punto di vista delle disparità complessive si è registrato, nell'ambito di questa tendenza all'ampliamento dei divari, un andamento che ha sostanzialmente seguito quello del tasso di disoccupazione complessivo dell'Ue.

v. dispensa . 19, 20,21)


LE IMMAGINI DI SINTESI DEL TERRITORIO EUROPEO


L'estrema differenziazione del territorio comunitario sotto il profilo degli squilibri regionali, ma anche la sua articolazione secondo altri punti di vista, sono state interpretate attraverso la proposta di "immagini di sintesi" del territorio europeo.

Una delle idee dominanti di queste rappresentazioni del territorio europeo è quella della presenza di un modello "centro-periferia", con un'area forte situata nel "cuore" dell'Europa occidentale e aree con diversi livelli di sviluppo socio-economico rappresentate dalle periferie geografiche del territorio comunitario.

L'immagine di un "cuore europeo", cioè di un'area centrale in posizione dominante nel contesto continentale, si è ormai consolidata nell'ambito delle rappresentazioni dell'assetto del territorio europeo. In questo quadro rientrano, per esempio, l'immagine del triangolo delle capitali, costituito dall'area compresa tra le grandi agglomerazioni di Londra, Parigi e Bruxelles, e quella del cosiddetto golden triangle, che individua come centro del sistema territoriale del continente l'area compresa tra Bruxelles, Amsterdam e Francoforte. ( v. dispensa . 22)


Secondo alcune note interpretazioni, l'elemento portante dell'assetto territoriale europeo risiederebbe in una dorsale centrale, basata sull'asse renano e comprendente gran parte delle aree del "cuore europeo". La denominazione più nota utilizzata per indicare questa area è quella di banana blu, che racchiude un ampio arco che, partendo dalla regione londinese, interessa il "vecchio cuore europeo" (fra la Randstad Holland e la Ruhr), inserendosi sull'asse renano e proseguendo verso sud, fino a comprendere il "nuovo triangolo dinamico" Monaco-Stoccarda-Zurigo e, al suo estremo meridione, Milano e il sistema lombardo.

L'immagine della dorsale centrale (banana blu) nasce da una rappresentazione di sintesi realizzato dal gruppo Reclus per conto della Datar, nella quale essa veniva individuata come asse portante del sistema urbano e dell'assetto territoriale europeo. In questo studio veniva individuato anche un secondo asse europeo emergente indicato come il Nord del Sud: esso comprende un'ampia fascia ispano-franco-italiana inglobante Madrid, Barcellona e Valencia, il Midi francese e l'asse padano, dove si incontra con il prolungamento meridionale della dorsale principale e si dirama verso le Venezie, la costa adriatica e la Toscana. Si tratta di un'area nel suo complesso caratterizzata da fenomeno di significativo sviluppo economico, tecnologico e culturale, che viene perciò indicata come una nuova direttrice di sviluppo del sistema territoriale continentale, in grado di controbilanciare la funzione dominante della dorsale centrale.

v. dispensa .23)


Il territorio europeo viene così suddiviso in tre macro-sistemi territoriali: il "vecchio cuore", la "periferia" e il "nuovo cuore", quest'ultimo in larga misura coincidente con il "Nord del Sud" dello studio Reclus, con l'aggiunta delle aree del "nuovo triangolo dinamico" (Germania meridionale e Svizzera).

v. dispensa . 24)

L'immagine dell'assetto territoriale europeo risultante dall'individuazione di questi due assi principali (uno consolidato e uno in formazione) può quindi essere rappresentato come una "T" rovesciata.


Accanto alle rappresentazioni e alle immagini di sintesi del territorio europeo, sono stati indicati alcuni fattori di trasformazione dell'assetto territoriale comunitario al fine di delineare degli scenari evolutivi dello stesso. Il primo di questi riguarda la progressiva affermazione di nuove direttrici di sviluppo orientate in modo "trasversale" rispetto alla dorsale centrale europea, cioè legate al processo di integrazione Est-Ovest nel contesto continentale (rafforzamento delle città in posizione di gateway rispetto ai paesi dell'Europa dell'Est, e di Berlino in particolare). Questi nuovi assi trasversali verrebbero ad aggiungersi a quello del "Nord del Sud", che potrebbe rafforzarsi in seguito ad uno sviluppo della penisola iberica, ed eventualmente estendersi verso i paesi dell'Europa orientale.  Infine, nell'ambito del sistema urbano, è ipotizzabile un parziale ridisegno delle gerarchie urbane legato alle direttrici dello sviluppo delle reti di trasporto continentali ad alta velocità ("ripolarizzazione" verso le città interessate a tale sviluppo e rischi di marginalizzazione di aree non coinvolte).


LE "MACRO-REGIONI TRANSNAZIONALI"


Si tratta di grandi regioni che travalicano i confini nazionali, esse sono state promosse dalla Commissione del rapporto Europa2000 per dimostrare l'importanza dei processi dinamici che superano i confini nazionali e per incoraggiare nuovi modi di pensare al futuro del territorio europeo senza limiti dei confini nazionali:


Il centro delle capitali, costituito da un'area comprendente sei delle città capitali nazionali, formata dal Sud-Est dell'Inghilterra, dalla parte meridionale dei Paesi Bassi, dal Belgio, dal Nord e dal Nord-Est della Francia (compreso il bacino di Parigi), dal Lussemburgo e dalla sezione centro-occidentale della Germania.


L'arco alpino, costituito dalla parte centro-orientale della Francia, dalla Germania meridionale, dall'Italia settentrionale, dall'Austria e dalla Svizzera.


La diagonale continentale, comprendente i territori interni francesi e snoli (quelli che non si affacciano né sul Mediterraneo né sull'Atlantico).


L'arco latino, costituito dalla fascia costiera che va dall'Andalusia in Sna fino al Lazio, nonché dalla Sardegna, dalla Corsica e dalle isole Baleari.


Il Mediterraneo centrale, comprendente le regioni del Mezzogiorno italiano e la Grecia.


L'arco atlantico, che si allunga dal Nord della Scozia al Sud del Portogallo, comprendendo l'Irlanda, la parte occidentale della Gran Bretagna e della Francia, il Nord-Ovest della Sna e tutto il Portogallo.




Le regioni del Mare del Nord, costituite dalla parte orientale della Scozia, dalla parte settentrionale, centrale e orientale dell'Inghilterra, dalla parte settentrionale dei Paesi Bassi, dal Nord-Ovest della Germania, e dalla Danimarca.


I nuovi Länder tedeschi (i territori della ex Germania democratica).


Le regioni ultraperiferiche, costituite dai dipartimenti francesi d'oltremare (Guadalupe, Guyana, Martinica, Rèunion) e dalle isole Canarie, Azzorre e Madera.


Per ognuna do queste macro-regioni viene anche delineato uno "scenario tendenziale", riflettente le prospettive di evoluzione "spontanea" legate alle forze attualmente operanti, ed uno "scenario volontarista", esprimente un'evoluzione indirizzata da interventi di politica territoriale volti a incidere sui processi di trasformazione degli assetti territoriali delle aree in progetto.


IL CENTRO DELLE CAPITALI


La regione denominata centro delle capitali ingloba due città globali (quando ha nodi economici direzionali che influiscono a livello mondiale) che sono Londra e Parigi, inoltre, comprende anche alcune capitali europee come Bruxelles, Lussemburgo, Francoforte (grande centro finanziario) e Rotterdam (primo porto mondiale).Nel centro delle capitali si trovano i sistemi metropolitani di Londra, Parigi, Randstad Holland (comprendente l'anello urbanizzato Amsterdam-L'Aia), la conurbazione Reno-Ruhr (Düsseldorf, Dortmund), Reno-Meno (Francoforte, Wiesbaden, Magonza) e l'area di Bruxelles che si estende fino ad Anversa, Gaud e Charlerai. Questa regione ha una grande accessibilità interna, infatti, i veri centri compresi nell'area si trovano a meno di un'ora dalla agglomerazioni più importanti a al massimo a 2 ore.


I problemi di questa macro-regione sono principalmente:

congestione di grandi agglomerazioni;

deterioramento ambientale causato dalla enorme concentrazione di persone e attività;

ristrutturazione e conversione di alcune aree industriali in declino (es. Ruhr, in Belgio e nel Nord-Est della Francia).

Le tendenze prevedibili (scenario tendenziale) sono:

prosecuzione dell'industria alle attività di servizio (finanza e ricerca);

dal punto di vista territoriale c'è una tendenza al rafforzamento ulteriore delle maggiori conurbazioni;

sviluppo degli Euro-corridoi in prospettiva fra le maggiori conurbazioni in funzione.

Scenario volontaristico:

riconosciuta la necessità di evitare che esista un divario tra i poli in espansione e il resto del mondo;

sarebbe opportuno predisporre politiche di intervento nelle città medie;

sviluppare le aree rurali che ancora esistono;

per quanto riguarda il settore dei trasporti, è opportuna una politica atta a collegare gli Euro-corridoi alle altre reti;

contenere il deterioramento che caratterizza la macro-regione.


L'ARCO ALPINO


L'arco alpino rappresenta la seconda regione per importanza in termini di sviluppo. Essa corrisponde alla parte meridionale della dorsale continentale e alla parte orientale della nuova direttrice di sviluppo, l'area alpina che fa riferimento al "nuovo cuore" che si è contrapposta al "vecchio cuore".

Un'altra caratteristica è quella di avere uno sviluppo che si sposta da nord a sud della Germania (Baviera, Monaco) e più in giù verso l'Italia nord occidentale (corrispondente al vecchio triangolo industriale, Lombardia, Piemonte e Liguria e il nuovo Triveneto) e anche parte della Francia (Lione, Strasburgo e il polo tecnologico di Grenoble).

I principali problemi connessi a questa regione sono:

sviluppo non equamente distribuito (i settori alpini e prealpini sono in ritardi di sviluppo rispetto agli altri);

rischio di congestione lungo le principali direttrici su cui si stanno intensificando gli scambi (inoltre la Svizzera non permette il passaggio di traffico pesante).


I NUOVI LANDER TEDESCHI


Questi paesi si stanno spostando verso le economie di mercato. Si tratta di un'area che si è trovata inserita in un contesto occidentale. I principali problemi connessi a questa regione sono:

necessità di riconvertire l'economia in tempi brevi, ci sono attività industriali obsolete che comportano disoccupazione e spostamenti della popolazione verso ovest;

necessità di risanamento del territorio dal punto di vista ambientale;

necessità di ristrutturazione del sistema dei trasporti.

Le prospettive previste sono:

potenzialità di questa macro-regione nei confronti dell'Europa dell'Est;

collegamento tra occidente ed oriente che potrebbe però portare ad un'eccessiva polarizzazione su Berlino.


IL SISTEMA URBANO


L'Europa (a 12 Stati) è il continente più urbanizzato. Agli inizi degli anni '90 possiede una popolazione urbana (centri con più di 10000 abitanti) di 237milioni di abitanti.

L'Europa presenta un'alta densità di centri urbani, la distanza media tra le città è di 13 km ma questa distanza si abbassa in alcune zone come nei Paesi Bassi (6 km) o in Irlanda (27 km).

C'è una forte incidenza delle città di piccole-medie dimensioni, infatti, le città con più di 200 mila abitanti concentrano il 56% circa della popolazione urbana, mentre negli Stati Uniti e in Giappone questa percentuale è maggiore.


Una descrizione del sistema urbano europeo può fare riferimento a tre modelli spaziali astratti:


A  Reti christalleriane: descrivono la rete urbana come un sistema gerarchico a più livelli, definiti da rapporti gravitazionali, nel quale i "nodi" (località centrali) sono tendenzialmente equidistribuiti. I rapporti tra i "nodi" sono determinati da un principio di complementarità "verticale" (cioè gerarchica).

rappresenta situazioni di equilibrio tipiche di un mercato (o di un sistema redistributivo statale) preindustriale.


A  Reti interconnesse a più livelli: descrivono sistemi spazialmente distribuiti, in cui le relazioni tra i nodi non dipendono dalla prossimità, ma da complementarità funzionali sia "orizzontali" che "verticali". I rapporti di gerarchia non sono più determinati dalla prossimità e quindi non c'è corrispondenza necessaria tra rete urbana e aree di gravitazione.

rappresenta situazioni tipiche della più recente economia dell'informazione, organizzata per reti interconnesse, in cui i nodi di livello superiore controllano la rete dei flussi globali.


A  Gerarchia centro-periferia: descrive un sistema urbano a più livelli gerarchici di centralità, spazialmente polarizzato, ciò significa che i nodi di livello superiore tendono a concentrarsi in un'area centrale (core) mentre quelli di livello via via inferiore si distribuiscono in corone sempre più periferiche.

si riferisce all'economia industriale prima della fase odierna (fase "fordista") caratterizzata dall'importanza delle economie di scala e di agglomerazione e dai loro effetti di polarizzazione spaziale alle diverse  scale territoriali.


La rete urbana odierna si può descrivere come una combinazione di questi tre modelli. A scala continentale sembra predominare il terzo (centro-periferia). Tutti gli studi recenti riconoscono un'area centrale lungo l'asse del Reno, in cui si concentrano i più alti valori di centralità. A essa vengono attribuite dimensioni variabili da un più ristretto golden triangle Bruxelles, Amsterdam, Francoforte, a un più vasto Lotharingian core, già riconosciuto come megalopoli, e come dorsale ("banana blu).


La dominanza del modello centro-periferia alla scala continentale può essere verificata analizzando la distribuzione geografica delle principali città europee divise per semplicità in due livelli: il primo di "importanza internazionale" e il secondo di "prevalente importanza nazionale e regionale". Il territorio europeo esaminato è stato individuato in tre zone:

un'area centrale core) a forma ellittico-triangolare di 1500/1200 km di diametro che comprende le regioni urbane di Londra, Amburgo, Berlino, Monaco di B., Venezia, Genova, Lione e Parigi;

una prima corona o zona intermedia di 400 km di raggio, corrispondente ad un'accessibilità pendolare giornaliera al core con mezzi di superficie ad alta velocità;

una seconda corona o periferia, con raggio di 1300 km, comprendente tutto il resto, con l'esclusione della Scandinavia settentrionale, dove mancano città dei livelli considerati.


Se consideriamo la densità spaziale complessiva delle città, la distribuzione si può giudicare nel complesso equilibrata, in quanto segue da vicino la densità demografica. Se invece consideriamo le città del primo livello, si osserva una distribuzione geografica tra le aree molto meno equilibrata. Infatti il 53% delle città di questo livello si concentra nel core, cioè sul 20% della superficie considerata, con una densità territoriale sei volte maggiore di quella della periferia. Inoltre, il rapporto con la densità demografica è, nel core, 1,7 superiore a quello della prima corona e 2,2 volte rispetto alla seconda corona.

Questo squilibrio riflette una forte inerzia delle condizioni storiche che nel lungo periodo (a partire dall'XI secolo) hanno favorito il permanere pressoché continuo dei massimi gradi di centralità lungo l'asse del Reno; di ciò ha costantemente beneficiato l'area centrale.


Ne consegue che il sistema urbano europeo si articola e si divide tuttora in più sottosistemi territoriali che conservano caratteri ereditati dal passato. Probabilmente oggi si può parlare di una vera e propria rete urbana europea solo per le città del primo livello. Il fatto però che esse si concentrano soprattutto nel core, ha come conseguenza che i centri e le reti regionali e nazionali periferiche siano tuttora scarsamente integrati nella rete europea, specialmente là dove le reti urbane sono ancora prevalentemente organizzate su base gerarchico-gravitazionale.

In conclusione, quindi, i processi di globalizzazione e le interconnessioni orizzontali tipiche della fase odierna agiscono in modo selettivo e differenziato sul sistema urbano europeo.


Gli squilibri nei livelli di centralità e di integrazione funzionale delle reti urbane e quindi nello sviluppo economico e regionale sono attualmente rafforzati dalla struttura geopolitica del continente dove il territorio degli stati più forti si estende tra la zona centrale e la prima corona.

I divari di centralità tra centro e periferia tendono perciò ad aggravarsi, mentre si riducono nei confronti della zona intermedia.

Uno dei mezzi principali di tale progressiva dilatazione del core è l'estensione dal centro verso la periferia della rete ferroviaria ad alta velocità (Tav). Tuttavia gli effetti di tale dilatazione non raggiungono le aree periferiche e l'unico modo per migliorare l'accessibilità della rete urbana periferica è di creare un sistema unificato di trasporto che integri Tav e trasporto aereo. Questa è la precondizione perché il modello di rete urbana basato su interconnessioni orizzontali, oggi già operante nella zona centrale, si possa estendere all'intero spazio europeo.


LE POLITICHE COMUNITARIE


LE POLITICHE DI COESIONE


Fin dai primi anni dopo la sua costituzione, la Comunità Economica Europea si è posta, accanto agli obiettivi dell'integrazione commerciale, quella della coesione economica e dell'integrazione territoriale.

L'esistenza di accentuati squilibri regionali nell'ambito del territorio comunitario ha dato luogo all'elaborazione e all'attuazione di un insieme di interventi a favore delle aree economicamente svantaggiate che va sotto il nome di politiche di coesione. La gestione di tali politiche è principalmente affidata alla Direzione generale Politiche regionali e coesione della Commissione europea.

Le politiche di coesione sono autonome in quanto sono direttamente orientate alla riduzione dei divari economici e sociali esistenti all'interno del territorio comunitario.

Le politiche di coesione dell'Unione europea hanno quindi svolto, negli anni recenti, il ruolo proprio delle politiche di riequilibrio territoriale messe in atto dai vari paesi membri a favore delle regioni economicamente più svantaggiate, in alcuni casi affiancandosi a esse, in altri, sostituendosi progressivamente a esse.

Il principale strumento delle politiche di coesione sono i Fondi strutturali, cui si è affiancato di recente un nuovo strumento denominato Fondo di coesione. Al finanziamento degli interventi realizzati nell'ambito delle politiche di coesione contribuiscono inoltre i prestiti della Banca europea per gli investimenti (BEI) e, in misura minore, quelli della Comunità europea del carbone e dell'acciaio (CECA).


I FONDI STRUTTURALI


I fondi strutturali, che rappresentano il principale strumento al servizio delle politiche di coesione dell'Ue, sono attualmente:


Il Fondo europeo per lo sviluppo regionale (Fesr), è stato creato nel 1975 con lo scopo di ridurre gli squilibri regionali all'interno della CEE. Esso persegue le sue finalità attraverso due principali tipologie di interventi: il finanziamento della realizzazione di infrastrutture, e i finanziamenti diretti alle imprese per investimenti produttivi in diverse forme.




Il Fondo sociale europeo (Fse), creato nel 1960 per il sostegno dell'occupazione e la lotta contro la disoccupazione. Esso opera essenzialmente attraverso il finanziamento di attività per la formazione, l'aggiornamento e la riqualificazione professionale della forza lavoro, finalizzata all'inserimento dei disoccupati nel mondo del lavoro.


Il Fondo europeo agricolo di orientamento e garanzia (Feaog), sezione orientamento. Il fondo, creato nel 1962, ha lo scopo di finanziare interventi strutturali nel settore agricolo ed è diviso in due sezioni: la sezione orientamento e la sezione garanzia. Solo la prima, che ha il compito di finanziare investimenti volti alla modernizzazione delle strutture produttive nel settore agricolo, rientra nel campo di operatività dei fondi strutturali.


Lo Strumento finanziario di orientamento per la pesca (Sfop), introdotto con la revisione della normativa sui fondi strutturali del 1993, ha una funzione analoga a quella del Feaog sezione orientamento ma riferita al settore della pesca e dell'acquacoltura.


Lo Strumento per le politiche strutturali di preadesione (Ispa), introdotto con la riforma del 1999 in vista di una nuova adesione all'UE.


I PRINCIPI GENERALI DELLA RIFORMA DEI FONDI STRUTTURALI DEL 1988


La riforma era basata sull'indicazione di alcuni principi generali ispiratori degli interventi:


Principio della concentrazione: esprime l'esigenza di non disperdere risorse con finanziamenti "a pioggia" (cioè un po' a tutti), orientandole al perseguimento di determinati obiettivi (vedi "obiettivi delle politiche di coesione").


Principio del partenariato: si riferisce alla necessità di una stretta collaborazione e concertazione fra la Commissione europea e le autorità dei diversi paesi membri ai vari livelli (nazionale, regionale locale) nella programmazione e nella realizzazione degli interventi.


Principio della programmazione: si riferisce alla precisa indicazione dei tempi per la presentazione delle richieste di finanziamento e per la realizzazione degli interventi previsti.


Principio dell'addizionalità: stabilì che i contributi comunitari dovessero assumere la forma del cofinanziamento, cioè coprire non l'intero costo dei progetti, ma soltanto una parte di essi, essendo necessaria la partecipazione finanziaria di soggetti nazionali dei diversi paesi (Stato, enti locali e privati). Quindi, vennero previste quote di cofinanziamento comunitario variabili a seconda dei diversi fondi strutturali e dei diversi obiettivi.


GLI OBIETTIVI DELLE POLITICHE DI COESIONE


Secondo il principio della concentrazione vennero precisati sei obiettivi prioritari per l'azione di fondi strutturali. Essi possono essere suddivisi in due distinte tipologie:


A.     Obiettivi a carattere territoriale (o regionale), che individuano specifiche aree di intervento:


Obiettivo 1 sviluppo e adeguamento strutturale delle regioni in ritardo di sviluppo. Rientrano in questo obiettivo le aree di livello Nuts 2 e caratterizzate da un Pil pro-capite inferiore al 75% della media comunitaria. Si trovano in queste condizioni la Grecia, l'Irlanda, il Portogallo, una parte del territorio snolo, le regioni del mezzogiorno italiano e i dipartimenti d'oltremare francesi. Gli strumenti finanziari utilizzati furono i tre fondi strutturali (Fesr, Fse e Feog/o), i prestiti da parte della Bei e della Ceca.


Obiettivo 2 riconversione delle regioni o delle parti di regione gravemente colpite dal declino dell'industria. Rientrano in questo obiettivo le aree di livello Nuts 3 o parti di esse, sulla base del rispetto congiunto di tre criteri: la presenza di un tasso di disoccupazione superiore alla media comunitaria, un incidenza dell'occupazione nell'industria sull'occupazione totale non inferiore a quella media comunitaria, un trend di declino nell'occupazione nell'industria. Si trovano in queste condizioni zone appartenenti a tutti i paesi membri della comunità (esclusi quelli interessati all'obiettivo 1), abitate da circa 48 milioni di persone pari al 16,5% della popolazione comunitaria. In Italia rientravano le province di Genova e Livorno, in Gran Bretagna rientrava il Galles, in Sna i paesi Baschi, in Francia la Lorena. Gli strumenti finanziari utilizzati erano il Fesr e il Fse, oltre ai prestiti della Bei e della Ceca.


Obiettivo 5b Sviluppo delle aree rurali. Le aree ammissibili vennero individuate sulla base di tre criteri principali: basso livello di sviluppo socio economico (valutato sulla base del Pil per abitante), elevata incidenza dell'occupazione agricola su quella totale, basso livello del reddito agricolo. La popolazione totale interessata ammontava circa 16 milioni di abitanti e interessava soprattutto la Francia (nel Midi), la Germania e l'Italia (province di Bolzano e Latina).Gli strumenti finanziari adottati furono il Feog/o, il Fesr, il Fse e i prestiti della Bei.


Obiettivo 6 sviluppo e adeguamento strutturale delle regioni a scarsissima densità di popolazione. La creazione di questo nuovo obiettivo è prevista dall'Atto di adesione dei nuovi paesi membri. Le zone ammissibili sono aree di livello Nuts 2 o parti di esse, caratterizzate da una densità di popolazione pari o inferiore a 8 abitanti per kmq. Gli interventi previsti sono analoghi a quelli dell'obiettivo 1 ma l'ammontare degli aiuti pro-capite è leggermente inferiore. Fanno parte di queste aree i territori settentrionali della Sa e della Finlandia.


B.     Obiettivi a carattere tematico (o orizzontale), che si riferiscono a specifiche problematiche:


Obiettivo 3 lotta contro la disoccupazione di lunga durata, riferita a soggetti di età superiore ai 25 anni in cerca di lavoro da almeno un anno. A questo obiettivo fu assegnato il compito di promuovere iniziative di varia natura orientate alla formazione e alla riqualificazione professionale avvalendosi delle risorse del Fse, della Bei e della Ceca.


Obiettivo 4 inserimento professionale dei giovani, con la funzione di sviluppare iniziative orientate all'inserimento nel mondo del lavoro di soggetti di età inferiore ai 25 anni in cerca di impiego; anche per questo obiettivo gli strumenti finanziari indicati furono il Fse, la Bei e la Ceca.


Obiettivo 5a adeguamento delle strutture agricole, finalizzato all'ammodernamento delle strutture di produzione, di trasformazione e di commercializzazione nel campo dell'agricoltura, tramite l'utilizzo dello strumento finanziario del Feaog/o.


LE INIZIATIVE COMUNITARIE


Un ulteriore aspetto della riforma dei Fondi strutturali del 1988 fu rappresentato dall'introduzione delle cosiddette iniziative comunitarie: si tratta di azioni di supporto per la coesione economica e sociale intraprese dalla Commissione europea al di fuori dei meccanismi di programmazione stabilita con i paesi membri. La logica di questi interventi è quella di garantire un margine di autonomia alla Commissione nella destinazione di una determinata quota degli stanziamenti legati ai Fondi strutturali, al fine di soddisfare le esigenze specifiche che ridestano particolare importanza dal punto di vista comunitario e che si ritiene non siano state adeguatamente considerate o per lanciare azioni di tipo innovativo.

Per le iniziative comunitarie venne prevista la possibilità di finanziamento da parte di tutti i tre Fondi ed esse potevano riguardare tutti gli obiettivi, tranne il 5a. Le più importanti iniziative intraprese sono:

Interreg, per la promozione della cooperazione transfrontaliera;

Envireg, per la tutela dell'ambiente e lo sviluppo regionale, soprattutto nelle aree in ritardo di sviluppo;

Leader, per lo sviluppo delle aree rurali più arretrate, in particolare attraverso l'avvio di nuove attività economiche;

Urban, per il sostegno dei processi di riqualificazione urbana nelle città di media e grande dimensione.


PERIODO DI PROGRAMMAZIONE 2000-2006


A.     Obiettivi: riduzione da 6 (7) a 3:

Obiettivo 1 (territoriale): sviluppo delle regioni in ritardo di sviluppo (con applicazione rigorosa per le aree ammissibili del Pil pro-capite inferiore al 75% della media comunitaria);

Obiettivo 2 (territoriale): riconversione economica e sociale delle zone con difficoltà strutturali:

zone industriali

zone rurale

zone urbane

zone dipendenti dalla pesca

Obiettivo 3 (tematico): sviluppo delle risorse umane (adeguamento e ammodernamento del sistema educativo e di accesso nel mondo del lavoro dei paesi membri, sviluppo in particolare di quattro settori: accomnamento dei cambiamenti economici e sociali, sistemi educativi e formativi permanenti, politica attiva di lotta contro la disoccupazione, lotta contro l'emarginazione sociale).


B.     Iniziative comunitarie:

Riduzione da 15 a 4 (Interreg, Urban, Leader+, Equal)

Azioni innovatrici


C.     Fondo di coesione: confermato, con verifica nel 2003, dovrebbe essere di circa 3 miliardi di ecu all'anno. Per quanto riguarda invece le nuove adesioni, la Commissione propone di istituire un sostegno finanziario pre-adesione per i paesi interessati, che dovrebbe essere sostituito, ad adesione avvenuta, dai programmi dei Fondi strutturali e dai progetti del Fondo di coesione.


D.     Istituzione di una riserva, pari almeno al 10% del totale dei Fondi, che dovrebbe essere assegnata, a metà del periodo di programmazione, alle aree che avranno dimostrato fino a quel momento di aver utilizzato in modo più efficace i finanziamenti ricevuti.












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