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IL RAPPORTO SOCIETA’-AMBIENTE O MEGLIO UOMO-AMBIENTE

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IL RAPPORTO SOCIETA’-AMBIENTE O MEGLIO UOMO-AMBIENTE


Esso non è passato sempre attraverso la stessa interpretazione; storicamente si possono evidenziare 3 correnti di pensiero (si tratta di correnti interdisciplinari che derivano da correnti filosofiche di pensiero):


determinista (fino alla prima metà XIX secolo);

possibilista(dalla metà XIX sec. agli anni ‘50);



volontarista (fase funzionalista da anni ‘50 agli anni ‘70; TGS teoria generale dei sistemi dagli anni ‘70).


Sono concezioni di pensiero geografico in base all’interpretazione del rapporto uomo-ambiente.


Perché la geografia è rimasta “per tutti” a livello descrittivo?

In parte perché i programmi didattici sono ancora quelli fatti nell’epoca possibilista.


Nell’evo antico possiamo individuare un filone fisico-matematico che studia la terra come astro, come corpo celeste ad esempio Eratostene, Tolomeo.


L’indirizzo corografico dà una descrizione della regione mettendo in evidenza soprattutto i caratteri storico-etnici ad esempio Strabone, Erodoto.

Da qui nascono i pericli (navigare intorno) che sono dei cataloghi delle rotte, dei porti, dei prodotti.

E tutto questo fa passare per molti secoli la geografia come scienza greca.


Nella fase determinista si ritiene che l’ambiente determina l’uomo; allora solo se l’ambiente è favorevole (clima, fertilità) la società potrà svilupparsi altrimenti rimarrà arretrata.


Es. Ippocrate di Coo scrive un trattato dove contrappone la civiltà ateniese a quella dei beoti in cui sostiene che gli ateniesi sono dominanti perché abitano in un ambiente in cui le brezze salutari stimolano l’ingegno. I beoti invece abitano in un ambiente dove l’aria è pesante rendendo così gli abitanti tardi.

Dunque si ha una correlazione biunivoca tra qualità ambientale e qualità dell’uomo.


Queste idee sono arrivate fino alla metà del XIX secolo perché hanno una loro verità, in quanto, l’uomo come soggetto fisico è influenzato dall’ambiente, e questo tanto più prima che la tecnologia lo aiutasse a vincere tutti i vari vincoli (es. l’uomo ha bisogno dell’aria per vivere, vi è un legame fisico).

Ambiente che, inoltre, condiziona l’attitudine sociale dell’uomo, le sue condizioni di vita e per alcuni si ritiene abbia un influsso anche sulla psiche umana, sul suo modo di pensare (geopsiche: opera di uno psicologo tedesco).

Da qui, però, a sostenere la tesi del determinismo c’è differenza.


Ad un certo punto c’è stata una rivitalizzazione di questo pensiero perché gioca un ruolo fondamentale sulle teorie di C. Darwin che con “l’origine della specie” incise sulle concezioni delle scienze dell’epoca (impatto in ambito scientifico-deterministico).

Su cosa incide la concezione di Darwin ?

Essa incide soprattutto su quello che vede il determinismo in un’ottica di un disegno superiore, divino (armonia di origine divina).

Quello di Darwin è un determinismo che agisce nello spazio (diverse specie) e nel tempo (evoluzione), infatti il motore dell’evoluzione è l’ambiente che seleziona le specie più adatte; si tratta dunque di un determinismo causale in cui l’evoluzione della specie dipende da due fattori: l’ereditarietà e la selezione.


Marx (1866) si dichiara convinto che la costituzione geologica del terreno è un elemento causale della coscienza nazionale o di classe della popolazione (es. minatori).



Nell’800 abbiamo due filoni:


fisico-naturalistico (A. Von Humboldt 1769-l850);

storico-umanistico (C. Ritter 1779-l850).


Col passare del tempo gli studiosi geografi si fanno più scientifici.

Entrambe i filoni forniscono risposte o lettura del rapporto uomo-ambiente ed ambiscono a fare da anello di congiunzione tra le scienze naturali e le scienze umane; entrambe applicano alla geografia il metodo sperimentale che si basa sul principio di causalità e permette alle scienze naturali di passare dalla descrizione alla spiegazione (causa-effetto con andamento unidirezionale).


Si ottiene che l’ambiente spiega i fenomeni fisici (es. pioggia, vegetazione), ma il problema sorgeva quando si andava a collegare ai fenomeni fisici i fenomeni sociali per comprendere i fenomeni economici: qui non si riesce a spiegare più niente.


Il filone storico-umanistico che vuole spiegare il rapporto uomo-ambiente tramite i fenomeni storico culturali, non riesce a distaccarsi dalla descrizione dei fenomeni che ha valore culturale ma non operativo e di spiegazione. Ecco che il filone storico-umanistico rimane lì ed ecco perché con il successo del filone fisico-naturalistico la geografia rimane a livello descrittivo.

Alla fine essi invece che fungere da anello di congiunzione tra le scienze riescono solo a spaccarle.


Rapporto uomo-ambiente: intorno al 1850 si ha il passaggio dal determinismo al possibilismo che rappresentano la geografia classica e in questa fase maturano anche “giustificazioni” per la colonizzazione.

Nell’ambito del determinismo, infatti, ad un ambiente favorevole si associano risultati favorevoli, e razze diverse si associano, dunque, ad ambienti diversi.

Il consolidarsi del filone fisico-naturalistico ha fatto sì che la geografia sia stata considerata soprattutto come una scienza fisico-naturalistica con chiari influssi anche sulla didattica.


Si può ritrovare il pensiero determinista anche in psicologia, si ricordi Compte; in economia il riferimento a tesi deterministe è ripreso da Stuart Mill; in filosofia si ricorda Spencer.

Ernest Heecked, un allievo di Darwin, è il fondatore dell’ecologia moderna.

Secondo l’impostazione determinista il motore dell’evoluzione è l’ambiente.


Federico Ratzel è considerato il caposcuola del determinismo ma espresse idee che non sembrano ricondursi in toto al determinismo.

Scrive “Antropogeografia”; egli introduce due elementi fondamentali dell’organizzazione dell’uomo nello spazio nel determinismo:

il tempo

la tecnologia.


A Ratzel si attribuisce anche il concetto di “spazio vitale” ovvero lo spazio a disposizione degli organismi, in questo caso dei gruppi sociali.

Egli sostiene che l’organismo vivente ovvero il gruppo sociale più evoluto, ha bisogno di uno spazio vitale più grande. Questa teoria fece molto comodo successivamente ai teorici del nazismo per giustificare l’espansione hitleriana (es. invasione della Polonia).

Ratzel è considerato, anche, il fondatore della geopolitica, egli ipotizza una federazione europea con la Germania “über alles”.

All’interno del determinismo si sviluppano in seguito due correnti che lo porteranno (siamo nel 1800) ad un vicolo cieco:


L’ambientalismo: caposcuola di questa corrente è Elena Churcill Semple. E’ una corrente fondamentalista che ritiene che l’uomo sia un prodotto della superficie della terra, che lo genera, lo nutre e ne ispira i pensieri. Le stesse manifestazioni spirituali dell’uomo derivano dall’ambiente.

Fa l’esempio del buddismo che nasce nell’anti Himalaya in un ambiente ostile e prospetta il nirvana, che prospetta la liberazione da tutti i mali. Far discendere anche le pulsioni spirituali dall’ambiente porta questa corrente ad arenarsi su queste nozioni estremistiche.


Teoria della sfida: Huntington è il promotore della teoria del “challenging”, che vuole che non siano gli ambienti favorevoli a produrre le civiltà migliori ma che viceversa condizioni ambientali sfavorevoli stimolano l’uomo a creare società più evolute in grado di vincere la sfida posta dall’ambiente.

L’esempio che Huntington fa è quello di Venezia, che ha dominato il commercio ed è arrivata ovunque, sebbene sorga su isolotti sabbiosi ed inospitali.

Anche questa corrente si chiude però in se stessa e non riesce a procedere nella spiegazione del rapporto uomo-ambiente.


A questo punto iniziano a maturare le condizioni per la nascita di una nuova teoria che spieghi il rapporto uomo-ambiente; questo vuol dire cambiare il paradigma di spiegazione.


Kuhn (1962) scrive “Le rivoluzioni scientifiche”, dove fa una serie di considerazioni nella convinzione che la scienza non procede per evoluzione ma per rivoluzione; in breve si cambia continuamente paradigma.


Paradigma: insieme delle intuizioni teoriche, dei convincimenti e valori che, innovando lo spettro tradizionale della ricerca scientifica, ne provocano una rivoluzione che conduce a nuove proiezioni.


Mentre la teoria formalizzata attraverso il modello è uno schema d’interpretazione della realtà, il paradigma si pone su un più elevato livello di generalizzazione ed ha per oggetto gli schemi di interpretazione della realtà più che la realtà stessa.




PARADIGMA

CONOSCENZA

TEORIA


MODELLO




Kuhn sostiene che non tutti i paradigmi sono innovativi. Per essere tali essi devono avere determinate caratteristiche:


deve essere in grado di risolvere alcuni dei problemi fondamentali che hanno condotto alla crisi del precedente paradigma;

deve essere appropriato e “semplice”, in modo da dispiegare per intero la sua carica innovativa nei confronti dell’orientamento scientifico;

deve possedere un potenziale di espansione cioè la capacità di estendere il campo della ricerca scientifica.


Si passa da una visione positivista ad una visione idealista o neo-positivista.


Natura: nel mondo positivista essa è oggettiva e oggettivamente conoscibile mentre nel mondo idealista essa è invece “mediata” dall’uomo storico (consideriamo la variabile tempo) in termini economici, sociali ecc.


La reazione al determinismo prende il nome di possibilismo.

L’ambiente influisce sull’uomo ma l’uomo può reagire in una gamma di possibilità.

L’“uomo storico” spiega molte situazioni ad esempio di organizzazione territoriale che l’impostazione determinista non riusciva a spiegare e attenua la componente razzista.


Il caposcuola è Paul Vidal de la Blache, che scrive “Le tableau géographique de la France” che, oltre a dare notizie geografiche, cerca di spiegare l’organizzazione del territorio.

Suo allievo è Febure, uno storico, non un geografo come de la Blache, che conierà il termine possibilismo.

L’intensità delle risposte a disposizione dell’uomo rispetto all’ambiente dipende dal livello tecnologico.

La dottrina possibilista affida grande importanza all’analisi storica, che consente di operare azioni significative.

L’esempio che i possibilisti fanno nell’epoca della corsa verso l’ovest negli USA, è quello delle grandi praterie nord americane.

Essi sostengono che questo sia un ambiente rimasto immutato negli ultimi secoli fino a quando una società tecnologicamente più avanzata (ferrovie, coltivazione intensiva dei cereali) le ha occupate. Esse successivamente sono state in grado di ospitare una popolazione più che raddoppiata. L’ambiente non è mutato è l’uomo storico che è intervenuto su di esso modificandolo.


I possibilisti mettono in luce un paio di concetti interessanti:

Genere di vita: organizzazione funzionale di un gruppo sociale caratterizzato da una certa “cultura”, che ruota attorno ad una attività esercitata da tutto il gruppo il quale da essa trae sostentamento es. minatori, agricoltori ecc.

Questo presuppone una società, delle comunità chiuse.

Oggi si parla piuttosto di “modi di vita”, mentre le differenze di comportamento sociale sono prevalentemente omologate. Si è ormai creato un “villaggio globale”. I possibilisti studiavano i generi di vita perché da essi ricavavano le risposte dell’uomo storico dall’ambiente.


Paesaggio: è l’oggetto centrale della ricerca dei possibilisti. Esso è un fatto visivo, sensoriale ad es. se si parla di “paesaggio marino” si pensa immediatamente alla sua visione, al suo odore e al suo rumore.

Il paesaggio è dinamico, muta nel tempo e a seconda delle forme di sfruttamento del suolo e del sistema sociale ad es. il paesaggio mezzadrile: bosco, campo, casa, vigna ecc. La casa rurale ad es. è stata a lungo studiata dai geografi: veniva costruita e strutturata nel modo più conveniente per l’attività agricola. Tutto era costruito funzionalmente ad essa, questo fotografa un paesaggio tipico.


I possibilisti trovano, quindi, tipi di paesaggio (es. paesaggio carsico, montano) e paesaggi tipici (es. Laguna veneziana, Gallura, Dolomiti).

Questo tipo di lettura fa si che i geografi si occupino di aspetti fisici e modificazioni dovute ad aspetti culturali, economici e sociali.

Il paesaggio diventa un oggetto di studio.


Il possibilismo ha, dunque, una radice francese.

Ricordiamo che F. Ratzel aveva individuato nel tempo e nella tecnologia le due componenti alla base dell’evoluzione della società ed aveva formulato la teoria dello spazio vitale.


Intorno alla metà del XX secolo il possibilismo cede come forma di interpretazione della realtà.

La corrente possibilista mette a punto i concetti di generi di vita e di paesaggio cioè dell’uomo storico (azione che l’uomo ha operato sull’ambiente con le variabili spazio-tempo).


Paesaggio: l’uomo opera nell’ambiente lo trasforma e lo utilizza determinando così il paesaggio che sarà il risultato della cultura locale. Dunque, il paesaggio muta non solo per motivi fisici ma anche a causa dell’incidenza dell’uomo.

L’identità dell’uomo e dei luoghi è una componente rilevante che non si è persa neppure oggi.


Raffestin ha parlato del caso di Erodoto, che è fra i primi eruditi, che cita gli Sciiti che giustiziavano coloro che venivano in contatto con i greci e ne assorbivano la cultura, soprattutto a livello religioso, in quanto perdevano l’identità do sciita.

Altro esempio è dato da Vidal de la Blache che sosteneva che la storia di un popolo è inseparabile dal luogo dove abita, e l’uomo è stato il discepolo a lungo fedele del suolo. Lo studio del suolo contribuirà, dunque, a far luce sul carattere, i costumi degli abitanti.

Raffestin dice, poi, che molte delle identità studiate da Vidal erano rurali; ora non esistono più e quindi vanno studiate in modo diverso.

Infine egli ha citato un capo indiano pellerossa che dice che l’identità culturale di ogni tribù si ritrova in una scodella avuta da Dio nella quale sono scalpellate le condizioni di vita, gli accadimenti. Ora questa scodella è stata rotta e le tribù indiane non hanno più una loro identità (tornano gli studi possibilisti in cui c’è un’identità da tutelare).


La geografia dei luoghi, comunque, resta descrittiva e si può dire che sia il determinismo che il possibilismo si trovano sul piano ideografico cioè descrivono gli avvenimenti.


In questa visione se, però, il soggetto politico come può essere lo stato: se succede questo, però, non si riesce a capire il senso del rapporto uomo-ambiente in quanto dipende, non solo, da fatti economici ma anche culturali in cui l’atteggiamento politico è preminente. Indagare sul paesaggio senza vedere perché il paesaggio è in quelle condizioni oggettive porta a trascurare una componente importante.


Altro esponente che si deve considerare è Elisé Reclus, che nasce nel 1830 ed è un teorico anarchico che fa la sua esperienza nella comune di Parigi dopo di che, esule, viaggerà in Europa e negli Stati Uniti.

Il suo maestro è Carl Ritter, fondatore dell’indirizzo storico-umanistico che comunque ha lanciato una serie di input.

Egli dice che l’uomo reagisce contro il pianeta che gli serve da dimora (visione sociologica), ma, avanzando nella via del progresso, aumenta il suo desiderio e capacità di cambiare il mondo e vede anche sorgere una crescente lotta di classe.


Quindi, i paesaggi sono l’incessante ricerca dell’equilibrio sociale (molto diverso da Vidal) che comprende un impegno non solo scientifico ma anche politico.


La geografia segue Vidal (punto di vista storico) facendo, quindi una lettura del paesaggio a prescindere dei fattori politici e lasciandola su un piano che si limita a descrivere i fenomeni piuttosto che spiegarli (ideografica non nomotetica).

Le due teorie portano a conclusioni molto diverse tra loro ad es. vedi interpretazione paesaggio toscano: per Vidal si trova un perfetto equilibrio mentre per Reclus no infatti ci sarà poi un forte esodo.

Ratzel e Ritter danno una spinta alla crescita di alcune scuole sempre a cavallo tra il determinismo e il possibilismo:


la geografia umana in Francia;

la geografia culturale in USA;

la geografia sociale in Germania.


Esse verificano una serie di situazioni che riguardavano le culture locali; ebbero un ruolo che rafforzò lo spessore delle ricerche geografiche senza farle, però, passare al piano nomotetico.


Dunque, si va avanti e questi filoni portano allo studio della regione che è determinata da caratteri di uniformità prevalenti.


Riassunto:

all’inizio del nostro secolo ci troviamo in una situazione di disagio della geografia classica dato:


dal dualismo tra indirizzo storico-umanistico e fisico-naturalistico;

gli eccessi di certe correnti deterministiche come l’ambientalismo;

la parziale riuscita della “rivoluzione” possibilista che cambiano paradigma (il filone di Fevre storico-descrittivo);

i francesi fanno studi monografici in cui, però, la parte preponderante (60-70%) è l'ambiente fisico più che l’uomo;

la limitatezza della concezione di paesaggio vista come fenomeno sensibile scartando la visione politica;

scarso mordente pratico della geografia culturale;

incapacità della geografia regionale di passare dalla fase ideografica alla fase nomotetica.


Il disagio deriva dal fatto che siamo in un periodo in cui la “governance” aveva bisogno di leggi per riorganizzare il territorio che le guerre ed i cambiamenti avevano squilibrato: si richiedono norme di comportamento ed i geografi, con le loro descrizioni, sono incapaci di rispondere.


I geografi si guardano intorno per trovare strumenti e nascono tre filoni, derivanti da scienze diverse, per sviluppare una visione volontaristica.

Si propugna un ribaltamento delle condizioni deterministica iniziale e si ha che l’uomo incide sull’ambiente che può l'organizzare.

Le tre scienze sono:


l’urbanistica;

la sociologia;

l’economia.


L’urbanistica: nasce quando l’architettura esce dalla città cioè cessa di essere solo la costruzione di edifici e diventa anche l'organizzazione del territorio.

Uno dei movimenti più rilevanti risale al 1902 in Inghilterra con a capo E. Howard ed è il “city garden movemet”. Esso darà impulso al modello di città che deve avere una serie di requisiti come il verde più che le abitazioni od il numero di abitanti limite. Le città giardino realizzate in Inghilterra saranno solo due: Lechtworth e Welwin.


Questo movimento dà impulso alle “new town” che si proheranno in tutta l’Europa centro-settentrionale e non sono grandi città.

In Italia si deve ricordare il gruppo di urbanisti di Olivetti che sosteneva che una città non deve avere più di 30.000 abitanti, altrimenti si perdono i legami sociali, la socialità e diventa poco vivibile. Le new town realizzate in Italia risalgono al periodo fascista e sono Latina e Carbonia.


L’urbanistica è riuscita a dare una spinta alla geografia perché se si riesce a creare una città nuova (di per sé uno degli oggetti più artificiali creati dall’uomo), si dimostra che l’uomo “può” e “deve” intervenire razionalmente sull’ambiente che non può più essere un vincolo (il rischio sarà la ssa dell’ambiente nella visione economicistica).

E’ una visione antropocentrica, non si deve cadere, però, nell’economicismo che finisce per banalizzare gli aspetti locali.


L’urbanistica si diffonde negli USA dove abbiamo un esempio eclatante di intervento nel 1933 nel caso del Tennessee Walley Authority (TWA).

Nel Tennessee prevalevano le “bad lands”, quindi, si decise di intervenire con un piano territoriale (il piano New deal) che prevedeva il risanamento del bacino del fiume tramite l’impianto di bacini idrici pensati in modo funzionale alle attività economiche e turistiche.

Per la prima volta ci fu un intervento sui bacini di proprietà attraverso l’esproprio, con lotte tra i farm e lo stato, inoltre, la mano d’opera nera fu ata con lo stesso salario dei bianchi.

Questo è un esempio eclatante di intervento e gestione del territorio cioè di pianificazione moderna.


In Europa la pianificazione moderna è per la prima volta adottata nel 1920 dalla Confederazione dei comuni della Rhur, che volevano intervenire per risanare un’area totalmente sconvolta dall’industria mineraria (risanare l’inquinamento delle miniere di carbone all’aperto, “vuoti” sotto i paesi creati dalle miniere che entravano dentro il suolo).

Interventi massicci furono fatti ed ora la valle della Rhur non dà l’impressione di una regione industrializzata da oltre un secolo.


Þ  DUNQUE E’ POSSIBILE UN’ORGANIZZAZIONE DEL TERRITORIO.


Sociologia: (fine ‘800-inizio ‘900) Essa riguarda sia il comportamento dell’individuo sia quello della collettività di individui.

Esistono letture del comportamento collettivo di fronte a determinate tematiche: sociologia del lavoro, sociologia dell’imprenditore.

E’ difficile in molti casi distinguere tra il comportamento sociale ed il comportamento economico in quanto essi si influenzano a vicenda.

Le letture sociologiche del territorio dimostrano, sia che il comportamento collettivo è diverso da quello individuale, sia che il comportamento collettivo incide sull’organizzazione del territorio.


Economia: Claude Ponsard sostiene che gli economisti si sono sempre mossi in un “mondo delle meraviglie senza dimensioni” e questo ha aiutato l’economia ad essere una scienza nomotetica.


Normalmente, quindi, l’economia non considera lo spazio anche se, però, nell’economia classica vi sono alcuni studiosi che lo prendono in considerazione come:


Richard Chantillon (1755) che scrive un trattato dove descrive la localizzazione dei villaggi in base alla vicinanza dai fiumi parlando in termini di costi di trasporto;

Adam Smith (1756) che considera il ruolo dei trasporti e la funzione della città in rapporto con i dintorni, quindi come centro d’agglomerazione economica;

Davide Ricardo (1817) che scrive i “principi di economia politica e delle imposte” in cui mette in luce il concetto di “rendita fondiaria” evidenziando l’organizzazione territoriale del mondo agricolo. La stessa distanza dal mercato conferisce la stessa utilità ai siti (luoghi topografici) mentre la diversa distanza conduce a una diversa utilità.

Quando la collettività cresce di numero, per reddito o per propensione di consumo, dovrà essere messa a coltura una fascia ulteriore di terreno che per definizione sarà sempre più lontana e più fertile.



Esiste, quindi, un differenziale di prezzo tra le produzioni del territorio A e del territorio B La chiave di volta è rappresentata dai costi di trasporto: la produzione dovrà essere trasportata dai territori B e quindi costerà di più e dovrà avere un prezzo maggiore.

Ricardo si spinge fino a dire che storicamente l'organizzazione del territorio si è modificata con l’espansione degli insediamenti dalle terre più fertili fino a quelle meno fertili e più lontane.


Carey critica questa teoria del popolamento dicendo che gli insediamenti si situavano nelle localizzazioni migliori dal punto di vista difensivo e di accesso alle vie di comunicazione.

In realtà il discorso di Ricardo è validissimo se si considera il secolo in cui lo scrive.


L’economia ragiona per modelli e si deve osservare che i modelli risentono degli input (“garbage in, garbage out”) e della loro storia, ovvero sono dei prototipi. Inoltre semplificano la realtà togliendo elementi che si ritengono non rilevanti.

Il modello risente delle convinzioni del suo creatore cosiddetto “effetto Edipo” elaborato da due geografi.


Modello: rappresentazione semplificata e correlata della realtà attraverso sistemi di relazioni descrittive e/o equazioni logico-matematiche.


Dalla definizione emerge che i modelli non possono essere che astratti: ogni modello ha un certo grado di soggettività e di prevedibile approssimazione poiché si eliminano alcune delle componenti della realtà.


Il modello avrà quindi, entro i limiti di una sua applicabilità al mondo reale, un certo grado di:


generalità

astrattezza

suggestività (se usato per fini applicativi) cioè nella sua totalità il modello contiene più implicazioni di quanto la somma delle singole parti lascerebbe ritenere;

speculatività cioè deve riuscire a prevedere l’andamento di un fenomeno ovvero consente previsioni sull’evoluzione dei fatti del mondo reale considerati.





MODELLO ISOTTA FRASCHINI


Modello dello stato isolato:


Nel 1825 G.E. Von Thünen , proprietario terriero in un territorio pianeggiante ed economista, formula un modello normativo-analitico in cui elimina ogni vincolo ambientale del comportamento umano, ovvero elimina ogni causa non dipendente dalla volontà umana.


Le ipotesi su cui si fonda il modello sono:


l'ambiente è isotropo ed isomorfo;

gli attori sono produttori agricoli indipendenti che operano in economia di mercato cioè in concorrenza perfetta;

non consumano i prodotti ma li portano al mercato (produzione market oriented);

il prezzo dei prodotti si forma sul mercato dall’incontro della domanda e dell’offerta in regime di concorrenza;

ogni produttore ha come obiettivo il massimo profitto, quindi essi sono soggetti razionali;

il produttore minimizza i costi che sono di due tipi:


- costi di produzione

- costi di trasporto (carro).


I costi di produzione sono uguali a parità di coltura, quindi i produttori hanno tutti la stessa tecnologia, gli stessi saggi d’interesse per i capitali presi a prestito ecc., e la concorrenza è possibile solo tra prodotti diversi.




Il costo di trasporto, invece, varia in base alla distanza tra il luogo di produzione ed il mercato, dunque ogni sito ha una propria rendita di posizione (Rp).


Rp = R(p-c) - Rtd


Dove:

R: è il rendimento medio dell’unità di suolo occupato;

d: è la distanza;

c: è il costo unitario di produzione;

t: è il tempo;

p e c: sono dati;

td: è il costo di trasporto.


Se il costo di produzione è elevato gli operatori devono stare più vicini al mercato, come ad esempio succede ai produttori di ortaggi e fiori, se, invece, il costo di produzione è basso possono stare molto lontano dal mercato.


La rendita di posizione differisce dalla rendita ricardiana, in quanto, Ricardo prendeva in considerazione anche la fertilità del luogo.


Modello dello stato isolato (di E. Von Thünen):


C’è, anche, la condizione che questo stato mantiene le condizioni di isotropia poiché è isolato: non ha contatti con l’esterno e non ha sbocchi al mare. E’ un modello normativo, che astrae dalle condizioni naturali per pervenire ad un’unica formula che ragiona in funzione dei costi di trasporto.


Rp = R(p-c) - Rtd


Dove:

Rp: rendita monetaria locazionale per unità di superficie;

R: è il rendimento medio fisico dell’unità di superficie;

d: è la distanza dal mercato;

c: è il costo unitario di produzione;

t: è il costo di trasporto unitario;

p: prezzo di mercato.


Questa è una funzione del tipo:


y = a - bx


ovvero una retta tanto più inclinata quanto più grande è b, ovvero la differenza (p-c).












Questa funzione delle curve di rendita mi permette di fare una zonatura circolare del territorio (vd. lucido).

Attorno al mercato avremo una serie di forme di attività economiche fondamentali:


1° fascia: di 30 Km; è dedicata all’agricoltura intensiva, al giardinaggio (ortaggi e fiori) e all’allevamento stallino (latte) perché hanno costi di produzione più elevati e, quindi, necessitano di minori costi di trasporto.

Si può dire che vicino al mercato stanno quei prodotti che devono essere consumati freschi (anche se questo non si ritrova nella formula).


2° fascia: di 30 Km; è dedicata all’economia forestale. Anche questa fascia si trova molto vicina alla città perché, all’epoca, il legname era la materia prima per tante attività ed era, anche, fonte d’energia. Inoltre, costava tenere il bosco in ordine.


3° fascia: di 170 Km; è destinata all’economia arativa che a sua volta si suddivide in tre fasce:

- la coltura avvicendata di 20 Km, la quale è coltivata tutto l’anno;

- la coltura alternata di 100 Km, in cui si alternano nei vari periodi             dell’anno;

- la coltura trialterna (o a maggese) di 50 Km, bisognava fertilizzare la terra,          quindi andava tenuta a riposo.


4° fascia: di 140 Km; è dedicata all’economia allevatrice pura cioè l’allevamento estensivo, è molto lontana poiché il pascolo costa poco.


Lo stato isolato ha, dunque, un’estensione di 370 Km; oltre c’è una fascia che è lasciata all’economia di raccolta dei prodotti spontanei (animali da pelliccia) che per Thünen non ha nessun costo in quanto non ha un modello di valutazione del tempo libero. Dunque se il costo tende a zero, l’estensione di questa fascia, secondo la formula, tende all’infinito.


Nel 1850, Thünen riformula il suo modello ammettendo l’esistenza di alcune distorsioni, quali:


la presenza di un fiume;

la ferrovia.


Esse influiscono sul costo di trasporto, diminuendolo e portando, così, ad una dilatazione dello stato isolato che estende, ora, i suoi confini fino a 2285 Km.


Thünen mette in luce, anche, l’esistenza di aree di influenza comuni a più stati isolati che si espandono, come abbiamo visto, in modo circolare e vengono ad incontrarsi tra di loro. E’ il primo a prendere in considerazione questo aspetto, ovvero le aree di mercato concorrenti.


Nel nuovo modello gli anelli si deformano, diventando fasce, in quanto si adattano all’andamento del fiume, che si colloca al centro, quello che conta è la vicinanza al fiume(e soprattutto ai suoi approdi) ed anche il senso della corrente che inciderà sui costi di trasporto. Se si considera la ferrovia le fasce si dispongono simmetricamente alla ferrovia e alle sue stazioni.


Il modello è molto astratto ma ci dimostra che:


anche in condizioni ambientali naturali uniformi l’economia rurale tende a svilupparsi in forme diverse da luogo a luogo;

fondamento di questa differenziazione è la distanza fra i luoghi di produzione ed il mercato;

tale differenziazione geografica, che dà luogo a distanza diverse, si manifesta non tanto nei confronti della natura dei prodotti quanto secondo il modo con il quale vengono ottenuti;

ogni forma di economia rurale tende a manifestarsi in modo anulare, circolare.


In fondo il modello spiega che anche in un ambiente uniforme ci sono differenziazioni: i prodotti con più elevati costi di produzione sono coltivati più vicino al mercato; l’intensità della coltivazione decresce con l’allontanarsi dal mercato medesimo; maggiore è la distanza dal mercato e più conveniente è l’ottenimento di prodotti che, in relazione al loro valore, sono meno deperibili, meno pesanti o meno voluminosi e che, quindi, sopportano minori costi di trasporto.


Facciamo, ora, un accenno sulla leggibilità del modello rispetto al mondo reale:

storicamente possiamo dire che abbiamo 4 livelli su cui ragionare:


livello locale: si ha una rispondenza quasi minima. Le nostre città avevano una cerchia degli orti, coltivati intensivamente che rifornivano di prodotti freschi il mercato, però, tutto questo è stato spazzato via dall’espansione delle periferie;

livello regionale: anche a questo livello si trova solo qualcosa;

livello interregionale: è più facile (vd. lucido USA: anche oggi ma soprattutto nel 1800 abbiamo la zonizzazione delle colture in funzione del mercato dell’est coast. Via via che ci allontaniamo potevamo riconoscere le varie fasce: al centro le colture intensive e l’allevamento stallino, poi la fascia dei boschi sui monti Appalachi, poi la zona dei cereali ed infine, con costi di trasporto notevoli, l’allevamento brado da corna.).

livello mondiale: in passato vedi l’esempio dell’area di mercato Europa dove si ha la fascia di coltura specializzata, la foresta scandinava è l’area boschiva così come le foreste tropicali dell’Asia e dell’Africa, i cereali venivano da est (Ucraina), dal Sud America e dal Canada, la pastorizia in Oceania (ovini), Sud Africa, Uruguay, Argentina. Questi allevamenti nascono in zone dove il prodotto costa poco, esso non è deperibile (lana) e viene prodotto in funzione dell’industria tessile europea.


La distanza dal mercato è un fattore importante in termini di organizzazione economica.


Esempio: la formula già vista in forma sintetica è:


R = p - kt


Dove:

R: è il guadagno netto;

p: è il guadagno per ettaro, costi di trasporto esclusi;

k: è la distanza dal mercato.


Ipotizziamo di avere 3 prodotti:

patate;

grano;

lana.




E supponiamo che il costo di trasporto sia di 20 £ al Km/q; possiamo fare uno schema e stabilire la produzione (q*ha):



Produzione

costo di trasporto in rapporto ai Km

guadagno

per ettaro





patate




grano




lana











Si vede che il guadagno diminuisce rapidamente per le patate e sempre meno per il grano e ancor meno per la lana.












Cosa succede a 10 Km dal mercato ?


Patate:      400.000 - 4.000 * 10 = 360.000 (mi convengono le patate!)

Grano:      250.000 - 1.000 * 10 = 240.000

Lana:        10.000 - 10 * 10 = 9.900


A 100 Km:


Patate:      400.000 - 4.000 * 100 = 0 (guadagno si azzera e trovo la pendenza della curva)

Grano:      250.000 - 1.000 * 100 = 150.000

Lana:        10.000 - 10 * 100 = 9.000


A 250 Km:


Patate:      400.000 - 4.000 * 250 = - 600.000

Grano:      250.000 - 1.000 * 250 = 0

Lana:        10.000 - 10 * 250 = 7.500


da qui in poi posso allevare soltanto pecore ma (!) è conveniente produrre grano già prima dei 100 Km.


A 1000 Km:


Patate:      400.000 - 4.000 * 1.000 = 0

Grano:      250.000 - 1.000 * 1.000 = 0

Lana:        10.000 - 10 * 1.000 = 0 (qui finisce lo stato isolato)


Possiamo calcolare il punto A ed il punto B (cioè i punti in cui conviene passare comunque all’altra coltura):


A = 400.000 - 4.000 * k = 250.000 - 1.000 * k = 50

B = 250.000 - 1.000 * k = 10.000 - 10 * k = 242,5

Si può stabilire in che proporzione devono essere coltivati i due prodotti i e j su una stessa area in base alla produzione Y (q/ha), e la redditività P:



1 < Pi / Pj < Yi / Yj


(l’area più vicina alla città è occupata da i)


Se la relazione non è soddisfatta avrò:

se ho = allora un mix delle due colture;

se ho > allora la cultura j.



Modelli di utilizzazione del suolo urbano che riguardano cioè l’ipotesi sul grado di ordine che caratterizza la struttura urbana:


Modello concentrico: che si basa sull’ipotesi che il valore d’uso del suolo urbano diminuisce a partire dal centro verso la periferia.

Nasce dalla scuola di sociologi di ecologia urbana negli anni ‘20 con a capo Burges.


Nasce dallo studio della realtà di Chicago che era già una metropoli piena di problemi come i ghetti, i problemi etnici, la minicriminalità, le rendite urbane ecc.

Il modello indica con precisione la successione degli anelli:


1° zona: il centro (distretto centrale degli affari) è il “core” della città, è il centro della vita urbana, degli affari e della vita sociale. Ha un valore del suolo urbano molto elevato (è, quindi, una curva molto impennata perché è un’area molto piccola).

Ci stanno coloro che ambiscono ad una residenza di prestigio e quelle attività economiche che hanno bisogno di visibilità, d’immagine (commercio).

2° zona: di transizione: qui ho un uso del suolo misto cioè aree residenziali deteriorate, vecchie costruzioni e poi attività leggere che si sono allontanate dal core.

3° zona: zona residenziale per i lavoratori, comprende abitazioni dignitose ma non di grande pregio.

4° zona: residenze medio alte.

5° zona: lavoratori pendolari e aree suburbane.


Il modello si base sul fondo che l’accessibilità diminuisca allontanandosi dal centro; il valore d’uso del suolo dipende dal costo di trasporto ed, essendo in un modello centripeto, esso vincola l’accessibilità al centro.


Nel modello c’è un’apparente anomalia:

perché la seconda zona si trova vicino al centro ?


Perché ci troviamo negli USA dove le strutture urbane non hanno mai avuto un vero centro, quindi le prime abitazioni che sorgono sono per il lavoro ed i meno abbienti sono vicini al centro (infatti a New York la classe media si trova a 60-70 Km dalla City).


Nel modello concentrico si considera la rendita che i soggetti sono disposti a are per utilizzare un determinato suolo.

Come si è visto il modello presenta una anomalia data dal fatto che si trovano più vicine al centro delle categorie meno abbienti: questo dipende dalla storia delle città americane e da quello che Alonso chiama il budget delle famiglie.

Tale budget è diviso in 3 voci per una distribuzione equilibrata dei bisogni:


spese per la sussistenza;

spese per l’abitazione;

spese per il trasporto.


In un modello che vede la concentrazione dei posti di lavoro al centro, può essere che, il lavoratore, risparmi sulle spese di trasporto per poter dedicare una cifra maggiore alle altre due, e comunque soprattutto alle spese per la sussistenza. Quindi, si accontenterà di un’abitazione piccola ed anche fatiscente.

Al contrario, le famiglie più abbienti, guardano piuttosto all’attrattività dell’ambiente (amenities) in cui vivono data ad esempio dai fattori naturali o dalle residenze (fuori dall’area urbana per il verde o per il minor traffico).

Questo modello connette la struttura sociale con quella urbana interpretando quest’ultima attraverso la prima.


Modello a settori: nel 1932, Hoyt formulò un modello, elaborazione del modello concentrico, in cui nota come, la struttura interna della città, sia connotata da discontinuità (non ho più gli anelli) dovute alla morfologia del territorio.

Inoltre, vi sono discontinuità nella struttura interna dovute ai nuclei iniziali e successivi, ed altre dovute alle attività che si svolgono nella città stessa ed alla mobilità individuale dovuta all’auto.

Dunque, gli anelli sono sostituiti da settori.

Tali settori possono essere determinati dalla viabilità come ad esempio i grandi boulevards di Parigi che dalla periferia arrivano fino in centro e sono una zona residenziale.


Modelli multicentrici: siamo intorno al 1945 e questo sarà un modello che apre la strada ai modelli successivi.

Harris ed Hulman, sulla base dei modelli precedenti, notano come vi siano delle aree funzionalmente diverse, come vi siano conflitti per l’uso del suolo, sulle rendite, vi sia la richiesta di aree specializzate per alcuna funzioni urbane come i trasporti: dunque, nell’area urbana vi sono più centri (degli affari, dei divertimenti).


Questi modelli sono astratti ma servono come lettura preliminare ai temi della struttura urbana di oggi.



Modello della localizzazione industriale: modello del 1909 dell’economista A. Weber (tedesco) “Teoria della localizzazione”.





Innanzi tutto partiamo dalla differenza tra:


ubicazione: fattore statico che fotografa una situazione, quindi, mi limito a guardare dove sono le industrie;

localizzazione: processo mediante il quale le industrie si collocano nello spazio e nel territorio. All’origine ci sarà una scelta da parte del proprietario e vedremo i fattori di localizzazione che determineranno l’ubicazione, ad esempio perché le concerie sono a Santa Croce ?


Si parla dell’industria che ha bisogno di una struttura: Weber si domanda: quale può essere la più razionale localizzazione industriale ?


Nel modello c’è un assioma (cioè un principio che si dà per vero e non va dimostrato) secondo il quale l’impresa tende a minimizzare i costi di produzione. Questo fu oggetto di molte critiche ma, comunque, il modello già nel 1928 fu tradotto in russo (poiché non si parlava di profitto), nel ‘29 in Inghilterra e nel ‘41 in Italia cioè circolava.


Il modello prevede delle condizioni di uniformità:


i costi di lavorazione sono uguali a parità d’attività;

i compensi della mano d’opera sono uniformi;

i costi dei terreni sono uniformi;

il saggio del capitale preso a prestito è uniforme;

il mercato è di concorrenza perfetta;

uniformità e proporzionalità alla distanza dei costi di trasporto.


Sono ineliminabili i costi di trasporto tra i luoghi delle materie prime e i luoghi di consumo.

Inoltre, bisogna tener conto che i materiali possono essere:


ubicati: se si trovano soltanto in alcuni luoghi es. i minerali;

ubiquitari: si trovano ovunque, in senso stretto è l’aria.


Ed inoltre:


lordi: se non entrano nel prodotto finito ma sono consumati durante il processo produttivo, ad esempio, il carbone nella produzione dell’acciaio;

netti: se entrano totalmente o quasi nel prodotto finito.


Questo ha l’effetto che i materiali ubicati e lordi attirano l’industria, mentre, quelli ubiquitari e netti la svincolano dal luogo (i materiali netti svincolano perché trasportare le materie prime od il prodotto è la stessa cosa).




Allora un imprenditore razionale ha davanti a sé 3 orientamenti:


per trasporto;

per lavoro;

per agglomerazione.


Orientamento per trasporto:

esso riprende l’assioma cioè si vorrà minimizzare i costi di trasporto.


Pur assumendo che la realtà è complessa, riduciamo a 2 i luoghi dei materiali ed a 1 i luoghi di consumo (hp. Del triangolo localizzatore).


F

 
Secondo Weber, in questa situazione, la nostra fabbrica (F) cadrà all’interno del triangolo.







Weber dice che si deve minimizzare la funzione (in cui possibilismo è il peso):


Min S M1 F p1 + M2 F p2 + F C


punto di minimo trasportazionale in cui situerò F ed è un ottimo paretiano.


Critica: nella realtà la curva del costo di trasporto non è una retta ma la curva seguente:

A: costi iniziali ad esempio noleggio del mezzo di trasporto


C: da questo punto la curva si impenna








Ma si può semplificare ulteriormente il modello riducendolo ad un solo luogo sia per i materiali che per il consumo ottenendo, così, una retta:


C

 

M

 
Dove posizione la fabbrica ?


Bisogna guardare le qualità dei materiali:


Se M ubicato e lordo: mi posiziono verso M es. localizzazione a bocca di miniera;

Se M ubiquitario e lordo: mi posiziono in C, localizzazione orientata al mercato;

Se M ubicato e netto: mi posiziono nel centro o nei quartili.

Questo vale per i meccanismi razionali che sono alla base del ragionamento di Weber, ma non valgono in economia dove ci si posizionerà, comunque, od in M od in C indifferentemente poiché nel primo caso dovrò trasportare il prodotto mentre nel secondo i materiali.


Weber ci dà delle regole di comportamento.


La formula precedente la posso semplificare riducendola ad una funzione di pesi, dove pC è il peso del prodotto, ed avrò che se:


p1 + p2 > pC allora andrò verso i materiali;

p1 + p2 < pC allora andrò verso il consumo;

p1 + p2 = pC allora andrò verso il mercato.


Weber ci dà degli indici che possono aiutare l’imprenditore:


indice dei materiali: peso del prodotto


peso totale dei materiali impiegati per ottenerlo



Il corollario di Weber ci dice che, forse, è da utilizzare il


Peso localizzatore: pesi in movimento

peso del prodotto


Se è > 1 la tendenza della localizzazione è verso i luoghi dei materiali.

Se è < 1 si andrà verso il luogo di consumo.


Orientamento per lavoro:

Se l’imprenditore è orientato verso una produzione il cui costo del lavoro è elevato prenderò in considerazione il:


Coefficiente di lavoro: costo del lavoro per unità di produzione

peso localizzatore


Se tale indice è elevato, allora, conviene questo secondo orientamento.


Però, affinché l’impresa si muova dall’ottimo paretiano che si trovava dal primo orientamento, è necessario che, dal confronto dei due risultati, si abbia un risparmio sul lavoro superiore al costo di trasporto aggiuntivo.


Weber costruisce delle curve per trovare il nuovo punto di localizzazione, le curve isotine, che uniscono tutti i punti di uguale costo di trasporto (vd. Fotocopie).

Gli incroci fra le isotine mi danno dei punti che hanno il valore della somma delle isotine che si incrociano; unendo i punti con la stessa valenza ottengo la curva isodapana (curva del costo totale).

A Weber interessa l’isodapana critica in cui il risparmio per i costi del lavoro è l’aumento del costo di trasporto si eguagliano.

All’imprenditore converrà trasferirsi da F se la localizzazione con i costi del lavoro minimi si trova dentro l’isodapana critica, altrimenti non gli conviene spostarsi.


Critica: Weber ha considerato la mobilità della fabbrica, mentre nella realtà si ha la mobilità del lavoro (anche se al tempo di Weber, 1909, essa era bassa).


Orientamento per agglomerazione :

Questa terza opzione ipotizzata da Weber è un orientamento che tiene conto delle economie esterne cioè dei vantaggi dell’agglomerazione.

Anche qui considera un indice:


Coefficiente di

valore aggiunto nella trasformazione industriale

trasformazione industriale:

peso localizzatore


Come varia il risparmio di agglomerazione ?





Noi, oggi, vediamo, ad un certo punto, la curva scendere fino a diventare diseconomie.




dimensione di agglomerazione

 







il ragionamento si fonda sul fatto che le economie esterne sono diverse dalle economie di scala.


Teoricamente i costi tendono a scendere più si produce, allora Weber dice che, se ho un’impresa che produce 10, cerco di portarla in termini di agglomerazione a produrre 100 ottenedo, così, un risparmio di agglomerazione in termini ad esempio di costi fissi o di costi variabili meno che proporzionali.


Weber formula questo modello, però, riesce a dare delle indicazioni all’imprenditore che voglia scegliere la localizzazione ottimale.

Egli riesce a trovare un punto nel quale svolgere un certo compito, poiché egli si basa sul concetto delle scienze fisiche di baricentro tra varie forze che mi attirano o svincolano (problema di meccanica razionale).


Weber imposta questi problemi cercando la minimizzazione dei costi seguendo via via i 3 orientamenti (! Possibile domanda d’esame), per cui, quando il coefficiente del lavoro assume una certa rilevanza, allora, si deve tener conto di un altro luogo, diverso dal primo, e della differenza tra il risparmio e l’aumento del costo di trasporto.

Egli cerca di dimostrare tutto questo attraverso le isodapane (curve del costo totale).


L’isodapana critica è quella in cui, rispetto al punto di minimo trasportazionale, segno i punti in cui il risparmio di lavoro è uguale all’aumento dei costi di trasporto.

Allora, all’impresa converrà lasciare il punto di minimo trasportazionale solo se il nuovo punto di localizzazione si trova all’interno dell’isodapana critica.


 

 

 

 

F

 
Isodapana critica


F: punto in cui mi trovo.


L

 
L: poiché si trova al di fuori dell’isodapana critica (25) non mi conviene spostarmi, se, al contrario, fosse stata 45 allora mi conveniva.


Per Weber l’agglomerazione è qualcosa di più che un altro vantaggio legato alle dimensioni, quindi derivante dalle economie di scala, mentre per noi, in termini marshalliani, dipende dalle economie esterne (anche se, comunque, Weber ammette che ci sono specializzazioni esterne di cui l’impresa può giovare e comunque si deve sempre tener conto del periodo di Weber).



Corollario:

Le economie esterne non sono, come dice Marshal, interne all’azienda ma sono interne all’industria cioè al sistema; quindi, le posso conseguire stando in un sistema d’impresa anche attraverso la concorrenza o l’imitazione, non solo, con la coesione.

Esse si possono distinguere (1937, Hoover):


economie di localizzazione : vantaggi connessi ai legami tra attività economiche appartenenti allo stesso settore, quindi localizzate nello stesso luogo;

economie di urbanizzazione: legami, da cui discendono vantaggi, che si possono instaurare tra attività economiche di settori diversi ma localizzate nello stesso luogo.


Le economie di scala sappiamo cosa sono.



Weber ha impostato un modello che dà delle regole per migliorare la localizzazione (ricordarsi le critiche sull’assioma, sul trasporto proporzionale alla distanza, sulla mobilità del lavoro, sull’aver considerato le economie di scala).


Altra critica: egli agisce per punti, il materiale è in un punto; alcuni critici hanno detto: e quando i materiali sono di origine agricola ?

Non hanno una posizione fissa, quindi, i punti dei materiali oscillano ma allora oscilla anche F ed il modello crolla.

Ma possiamo riabilitarlo poiché i kombinat erano grandi stabilimenti d’industria pesante in Russia, dove il ragionamento di Weber era utile (il mercato finale era Mosca, i luoghi dei materiali gli Urali e il Don) ed ha addirittura guidato la localizzazione di questi stabilimenti.


L’idea del baricentro gli venne da un altro studioso tedesco Launhardt nel 1822, e lo porta con rigore metodologico e scientifico.



Modello di Smith:


Il modello viene formulato nel dopoguerra da Smith che riflette sulla localizzazione delle industrie e sostiene che le imprese:


sono in affari per realizzare un profitto (rovescia, quindi, l’assioma di Weber), massimizzazione del profitto;

non vi sono restrizioni all’entrata di nuove imprese al mercato cioè non ci sono barriere all’entrata;

le fonti dei fattori sono fisse;

l’offerta dei fattori è illimitata;

ogni impresa può avere gli stessi costi base rispetto alle altre.


Inizialmente, poi, si assume anche che:


gli imprenditori sono tutti egualmente capaci;

non vi sono incentivi governativi.


Quindi, non si ottengono di fatto economie di agglomerazione e il volume di produzione non consente economie di scala.




Smith è importante perché introduce il concetto di:


margine spaziale di profittabilità;

subottimi.


Posso tracciare una curva dei costi totali e una dei ricavi totali e l’impresa si posiziona dove c’è il maggior divario tra le due:











Dove:

area in cui ho l’ottimo e in cui si pone l’impresa

aree in cui ho le perdite


L’impresa si colloca tra A e B che sono i margini spaziali di profittabilità, e (!) c’è un solo ottimo gli altri sono subottimi.


E’ razionale localizzarsi in A o B ?

Verrebbe da dire di no, poiché in questi due punti, il profitto è uguale a zero (costi = ricavi) ma non è così poiché nei ricavi è incluso, anche, il profitto normale cioè la quota di profitto e di rischio per l’imprenditore che, quindi, è già remunerato.


Þ  Dunque ci si può porre anche in A e in B poiché l’imprenditore ha, comunque, il suo profitto.


Potremmo avere un’altra combinazione in cui, i ricavi totali sono equivalenti ovunque (esempio prezzo imposto), i costi, invece, sono divisi in due parti:


costi base: che sono uguali ovunque;

costi localizzativi: derivanti, cioè, dalla localizzazione , quindi, variano in base alle agevolazioni concesse dalle varie politiche territoriali.














Dove:

area in cui ho l’ottimo e in cui si pone l’impresa

aree in cui ho le perdite


Potremo avere casi in cui:


il costo si abbassa perché ci sono delle agevolazioni (sovvenzioni) per cui è razionale localizzarsi dove altrimenti non lo sarebbe.




area in cui ho l’ottimo e in cui si pone l’impresa

area in cui ho l’abbassamento dei costi e diventa ottimo


il costo si alza ad esempio per la richiesta di particolari tecnologie a tutela dell’ambiente per cui non è più razionale posizionarsi lì.




area in cui ho l’ottimo e in cui si pone l’impresa

area in cui ho l’alzamento dei costi e non ho più l’ottimo


Sia Weber che Smith usano l’isodapana.

Il fatto che l’impresa possa scegliere i subottimi è un elemento di interesse: tanto più sono inclinate le curve, tanto più è ristretto lo spazio di profittabilità e più ristretti sono i margini di profittabilità tanto più la localizzazione è in qualche misura ubicata.


Il pregio del modello di Smith e dei successivi è la sua flessibilità contrapposta alla rigidità dei modelli precedenti. Soprattutto, qui, non è necessario, come in Weber, considerare come fattori distorsivi l’agglomerazione ed il fattore lavoro poiché, qui, l’ottimo è funzione di tutti i fattori presi nel loro complesso.



Modello di W. Christaller (modello del terziario):


Siamo nel 1933, un tedesco W. Christaller che scrive “luoghi centrali nella Germania orientale”, farà uno studio sui luoghi centrali della Baviera.

Il modello si occupa delle attività di servizio con una formulazione che, per molti, ne fa l’ideatore della geografia economica (per la prima volta si ha un geografo).

Egli studia la distribuzione spaziale delle attività di servizio che impone un’impostazione del problema della localizzazione delle attività (diversa distribuzione del fenomeno). Si segue un’approccio di equilibrio generale.

I luoghi centrali offrono servizi e beni e si analizzano le interrelazioni di attività di servizio fra loro omogenee e concorrenti.


Le ipotesi del modello sono:


è un ambiente isotropo e isomorfo;

la distribuzione della popolazione è uniforme cioè in ogni punto c’è una potenziale domanda di servizi;

razionalità dei soggetti (massimizzazione del profitto e minimizzazione costi di distanza);

il mercato è perfetto;

si offrono beni e servizi rari cioè che sono localizzati per cui mi devo muovere (i non rari sono, invece, quelli diffusi ovunque perché necessari alla sopravvivenza quotidiana).


Per ogni bene e servizio c’è una curva (che si agglomerano in alcuni luoghi):










Poiché io ho l’ipotesi che è un ambiente isotropo e isomorfo, sono legittimato a ruotare la curva completamente ottenendo così un cono di domanda la cui base è circolare (vedi fotocopie).


Bisogna considerare la portata di ogni bene e servizio cioè il raggio dell’area di mercato che rappresenta la distanza massima da cui consumatore e la marca" class="text">il consumatore è disposto a viaggiare.

La soglia, invece, rappresenta il numero minimo di clienti potenziali affinché un certo bene e servizio venga offerto, mi dà il limite di economicità.


La portata, dice Tamagni, è superiore alla soglia di ciascun bene o servizio perché ciò corrisponde al criterio che le economie di scala superino i costi di trasporto e, quindi, perché ci sia agglomerazione. Questo, perché, in termini economici, la distanza corrisponde alla quantità minima di ciascun bene producibile in modo efficiente.


Poniamo, ad esempio, una soglia pari a 3.000: se ho 9.000 abitanti quanti punti di offerta dei beni o servizi ?

3, non ci possono essere insoddisfatti poiché per ipotesi il mercato è perfetto. Chi entra nel mercato si posiziona nei 3 punti e creano un extra-profitto e fa saltare il modello per questa ipotesi.


Gli intorni sono circolari poiché:


sono rappresentati dalla base del cono (motivo geometrico);

le condizioni di equivalenza della circonferenza che è il luogo dei punti equidistanti dal centro;

siamo in un l'ambiente isotropo e isomorfo.


Allora mi trovo una serie di località centrali sui mercati è accettabile questa situazione ? No perché mi lascia degli spazi che per l’ipotesi della concorrenza perfetta non ci possono essere: allora, i cerchi si sovrappongono e si vanno a creare degli esagono.


Christaller studia la razionale distribuzione nello spazio delle attività economiche.

I prodotti sono identici, quindi, c’è indifferenza tra i beni e servizi acquistati dalle diverse offerte (nella realtà questo non esiste), dunque, è un’ipotesi forte.


La curva di domanda fatta ruotare dà un cono con la base circolare.

Nella realtà, però, Christaller non parla di curva di domanda perché c’è un altro modello molto simile di un economista Loesh (anche lui della scuola di Iena) che è il vero formulatore della curva di domanda mentre Christaller si occupa piuttosto della proiezione territoriale.


Ne risulta la gerarchia orizzontale cioè nello spazio abbiamo una gerarchia di centri che da cerchi sono diventati esagoni poiché, per l’ipotesi della perfetta concorrenza, non ci possono essere spazi vuoti.

Essa prevede che i luoghi centrali si distribuiscono nello spazio con una certa gerarchia: più distanti quelli di gerarchia superiore, più vicini quelli di gerarchia inferiore.


Ecco perché, alla gerarchia orizzontale, si affianca, anche, la gerarchia verticale data dal fatto che non tutti i luoghi centrali offrono gli stessi beni (sappiamo che si tratta di beni e servizi rari), per cui si ha una gerarchia piramidale.


Alla base della piramide c’è il villaggio mercato che offre:


un ufficio postale;

la banca;

il presidio sanitario;

punti d’istruzione;

l’ufficio di polizia;

beni (che Christaller non precisa).


Il villaggio offre, quindi, quei servizi che non si usano quotidianamente e per cui si è disposti a spostarsi; l’area del villaggio mercato è di 4,5 Km cioè la distanza percorribile con un’ora di marcia a piedi.


Dopo Christaller non ci dà né misure, né la gamma dei servizi ma si limita ad elencare i luoghi successivi della gerarchia:


borgata amministrativa;

città sedi di circondario;

città sedi di distretto;

città sedi di mandamento;

capoluoghi di provincia;

capoluoghi di regione;

capitale.


La differenza tra i vari gradi è che ogni livello gerarchico superiore offre tutti i beni e servizi del livello precedente più qualcosa, fino alla capitale che offre tutti i beni e servizi disponibili nel sistema.


In sostanza, in termini di domanda, tutto ciò vuol dire che ogni livello ha un suo cono sempre più grande e che va a sovrapporsi a quelli di livello inferiore (vedi fotocopie).


Anche Loesh parla della gerarchia orizzontale ne “l’ordine spaziale in economia” (1945) che vuol mostrare come i differenti ordini delle gerarchie di offerta possono coesistere.


Entrambe arrivano ad un modello che tende a determinare il numero dei luoghi.

Si ha l’esigenza di razionalizzare l’ordine di esagono in base a certi principi, legati ad una corrente marginalista dell’economia, di distribuzione delle aree di mercato dove si segue il principio di minimizzare gli effetti negativi e massimizzare quelli positivi, arrivando, così, a formulare alcune ipotesi.

Christaller, quindi, ha un tessuto di esagoni che si è costruito, che copre tutto lo spazio, che razionalizza tramite costanti e cercando la minimizzazione dei costi.


Tali costanti sono dell’ordine di k = 3, 4, 7.


Abbiamo un tessuto di esagoni, uno spazio gerarchizzato che è una distribuzione logica della distribuzione di beni e servizi.


Se io voglio k = 3 affermo il principio del mercato cioè voglio minimizzare il movimento dei potenziali clienti creando un ordine spaziale più logico.

Come faccio ?

Ho una base di esagoni ed io mi creo un ulteriore tessuto sulla base precedente per razionalizzare un aspetto, il movimento.

Avrò: 1 + 1/6 = 3 cioè un luogo centrale più 1/3 degli adiacenti, quindi sarà 3 volte l’esagono precedente.


Si minimizza il movimento poiché all’interno dell’area di mercato ci sono centri di ordine superiore.


C’è un’altra ipotesi di k = 4 (vedi lucido), principio del traffico, composto da un esagono iniziale più ½ degli esagoni adiacenti.

Poiché si verifica una serie di localizzazioni di centri di diversa dimensione lungo una direttrice rettilinea privilegiata, tale ipotesi è studiata per mettere in correlazione il villaggio, alla città, al borgo: basterà costruire una strada per facilitare l’accesso ai beni e servizi di ordine superiore per i consumatori.


Nel caso di k = 7 Christaller ritiene che ogni 7 esagoni ci dovrebbe essere un luogo centrale che offre i servizi amministrativi.



Ad esempio nel caso di k = 4 (1+6/2): come sarebbe il nostro spazio ?

Saranno n località centrali dove avremo:


- 1 capitale

- 3 capoluoghi di regione;

- 9 capoluoghi di provincia;

- 27 città sedi di mandamento;

- 81 città sedi di distretto

- 243 città sedi di circondario

- 729 borgata amministrativa

- 2187 villaggi


e le aree di mercato saranno 1, 4, 13, 40, 121 ..


Christaller arriva a darci un’ipotesi di suddivisione dello spazio teorico ma razionale. C’è una forte rigidità anche perché le aree di mercato variano via via, ma anche la popolazione varia, secondo Christaller, secondo questa progressione (quindi in base alle soglie posso calcolare anche la popolazione).


Entrambe i modelli[1] presentano dei limiti:


Manca l’analisi dal lato della domanda del consumatore che per esempio non è legato al reddito o alla densità residenziali;

la funzione dei costi è indipendente dalla localizzazione, non considera per esempio il variare del costo del suolo urbano e nemmeno il variare della produttività dei fattori;

le diverse produzioni non presentano nessun meccanismo di interdipendenza, il quale diminuirebbe i costi;

non vengono, quindi, considerate né le economie di localizzazione né le economie di urbanizzazione che scaturiscono dall’interazione di settori connessi.


Rimane il merito a Christaller dell’esame delle relazioni di interdipendenza () ed il tentativo di razionalizzare l’offerta dei beni e servizi nello spazio in base a principi ordinatori.

Il riparatore di orologi avrà bisogno di una soglia alta, il meccanico molto meno (vedi dispense). E’ un esempio di ragionamento semplificato che cerca di far capire un principio ( modello).



Modello di Hottelling:

(Modificato poi da Alonso)

C’è una spiaggia sabbiosa, quindi uniforme, (l'ambiente è isotropo e isomorfo) su cui sono distribuiti i bagnanti (potenziale domanda) uniformemente.

L’ipotesi è che ho un punto d’offerta (esempio un gelataio) che si piazza nel baricentro per favorire l’accessibilità a tutti.

Se, ora, ipotizzo di avere due gelatai (A e B), li piazzo nei quartili per una questione di equilibrio(vd. disegno).

Per definizione B prende la quota a destra, mentre A quella a sinistra e la quota intermedia si ripartisce a metà tra i due.

A e B sono costretti ad essere razionali, quindi, a massimizzare il profitto: allora A si muove al centro in modo da prendere tutta la quota alla sua sinistra e la metà dello spazio che a destra lo divide da B.

Ma a questo punto anche B si muove ed avremo vari spostamenti fino ad arrivare in una situazione in cui i due gelatai sono back to back ed in cui il mercato è diviso a metà senza che vi sia più la necessità di muoversi.

Ma è una posizione di equilibrio ?

Dal lato dell’offerta si, ma non dal lato della domanda perché per alcuni consumatori sarà aumentata la distanza.

Ma se è così, allora, il libero mercato non garantisce sempre l’equilibrio del mercato. Sarà necessario, allora, che vi sia un ente pubblico che rilascia la licenza per vendere in un certo punto della spiaggia (regima e localizza le licenze in funzione dell’equilibrio) oppure, si può lasciare il libero mercato ma si deve lasciare la possibilità ad altri gelatai di entrarvi.


Þ  L’equilibrio non è raggiunto spontaneamente.


Anche qui siamo in un modello di localizzazione territoriale del terziario.



Modello di Loesh:

In modo simile si muove Loesh che si domanda qual è la situazione più razionale per un trasporto che prevede la rottura di carico ovvero il cambiamento del mezzo di trasporto.

mare

 
Abbiamo una linea di costa, quindi un tratto di mare e, quindi, altra costa (vedi dispense).

razionalità

teorica

più facile

percorribilità


 

C111111

 

C211111

 
Dobbiamo trasportare un bene dal punto A al punto B, quindi, abbiamo bisogno di almeno 2 mezzi di trasporto che avranno costi diversi, con effetti distorsivi in quanto c’è contrasto tra la linea di più facile percorribilità e i suggerimenti della razionalità teorica che dicono di spostarsi in linea retta.

Si devono minimizzare i costi di trasporto: il costo di trasporto unitario f(a), via mare, è supposto più basso rispetto a f(b), via terra, che è supposto elevato.

Se teniamo conto del principio di omogeneità dei costi e di isotropia, si deve passare per C1, se, invece, si tiene conto del mezzo di trasporto più economico che uso per il maggiore tragitto dovrò passare per C2.


Loesh, invece, utilizza l’isomorfismo ed il principio fisico della rifrazione ottica attraverso il quale individua un terzo percorso possibile che passa per il punto che soddisfa la condizione:


f(a) sinb - f(a) sina


che è l’impatto migliore (= 0) per arrivare a B.

Lo stesso ragionamento si può fare, anche se, al posto del tratto di mare si avesse un ostacolo montuoso.

E’ un esempio in cui mi trovo in un punto in equilibrio tra più scelte razionali cioè mi trovo in un modello neo-weberiano.


Modello di Gould (1969):

J. Gould, geografo, alla fine degli anni ‘60 vuol dimostrare che anche le società primitive possono adottare strategie legate alla teoria dei giochi.


I giocatori sono 2:

la natura: che comanda il gioco, è un giocatore vendicativo che vince sempre;

gli agricoltori della zona semiarida del Gana (Jantilla), nella fascia Sahariana, che cercano di minimizzare le perdite perché non possono prevedere la natura.


La natura ha due strategie:

piove (anni non asciutti);

non piove (anni asciutti).


Gli agricoltori hanno 5 strategie ovvero 5 diverse coltivazioni:

ignave;

cassava;

mais;

miglio;

riso di collina.


Ricordiamo che, nel modello di Gould, la natura ha due strategie, anni umidi e gli anni aridi, mentre gli agricoltori hanno le 5 strategie date dalle diverse colture.


Allora avremo:



Anni umidi

(capacità di godimento)

Anni asciutti

(capacità di godimento)

ignave



cassava



mais



miglio



riso di collina




Questo è un problema di razionalità di scelta:

anni asciutti

 











Riportiamoci in una condizione generale: abbiamo 2 giocatori A e B che hanno a disposizione 2 strategie. A vince sempre mentre B deve cercare di minimizzare le perdite.



B



Strategia 1

Strategia 2


Strategia 1



A

Strategia 2




Per il giocatore A la strategia migliore è la 1, mentre, per il giocatore B è la strategia 2.

5 è contemporaneamente il massimo di una colonna ed il minimo di una riga: è il punto di equilibrio o di sella del gioco.

Ogni qual volta ci troviamo di fronte ad una matrice 2 X 2, in cui esiste un risultato che è massimo di una colonna e minimo di una riga, le strategie dei due giocatori sono definite.


Torniamo a noi:



anni umidi

anni asciutti


anni umidi

anni asciutti

ignave



mais



mais



miglio









cassana



mais



mais



riso




Gli agricoltori razionali coltivano mais. Tra mais e riso non esiste un punto di equilibrio, quindi le due colture devono essere coltivate entrambe.

Le proporzioni saranno:


Mais: 61 - 49 = 12

Riso: 30 - 71 = 41/53                41/53 = 77,4 %

12/53 = 22,6 %


Gli agricoltori avranno in totale 54 unità di godimento utilizzando il territorio nelle proporzioni di coltura ricavate.

61 * 77,4 = 47,2

30 * 22,6 = 6,7/53,9


ho 54 qualunque sia la strategia della natura.

Con certi modelli ci si può svincolare dalla teoria deterministica.


Passiamo a modelli che risentono dell’impostazione gravitazionale newtoniana. La legge della gravità può essere applicata ai trasporti, alle dimensioni del mercato ecc. E quindi alle localizzazioni territoriali.


La legge di Reilly dice che “Il grado di attrazione GRUPPO esercitato dalla città su un punto M, tende ad essere proporzionale alla popolazione di A (Pa) e inversamente proporzionale al quadrato della distanza tra A e M”.


Gam = k Pa / D2am


In modo analogico si può misurare l’interazione tra due città A e B:


Iab = Pa Pb / Dbab            b


Si può, poi, calcolare la concorrenza tra A e B nei confronti di un punto M, ovvero la possibilità che ci siano dei flussi di gravitazione tra A, B e M.


Gam / Gbm = Pa D2ab / Pb D2am


Esempio studio la localizzazione di un centro commerciale, come ad esempio quello di Campi, secondo il bacino di utenza.






Modelli di analisi spaziale:


Possono rispondere ad una serie di “leggi”:


La “distanza” è un fattore fondamentale dell’ordinata distribuzione dell’attività umana.

Non esiste un solo concetto di distanza: è la proiezione territoriale, è una delle basi della geografia. Esiste la “distanza itineraria” Km, “geometrica” linee, punti, grafici, “geodetica” la terra ha la forma che si avvicina a quella di una sfera: la distanza geodetica misura la distanza sulla superficie curva della terra.

Non esiste una carta che rappresenti fedelmente la terra in quanto una carta geografica non rispetta mai insieme i principi di equidistanza, equivalenza ed isogonia.

Esiste, poi, la “distanza economica” la distanza tra a e B non è uguale a quella tra B e A se in mezzo c’è una montagna, la “distanza reddito”, “valore del suolo”, ecc.


Le scelte localizzative tendono ad eliminare gli effetti frizionali (i costi) della distanza.

Esempio le aree circolari di Christaller; minimizzazione dei costi di trasporto nel modello di Weber.


Le diverse ubicazioni che derivano dalle attività umane sono dotate di un diverso grado di accessibilità

Accessibilità: facilità di arrivare in un luogo, sarà dunque funzione del sistema di trasporto nonché della localizzazione geografica.


Le attività umane tendono ad agglomerare per usufruire delle economie di scala esterne.




L’organizzazione umana dello spazio ha carattere gerarchico, che è un mix tra accessibilità e agglomerazione: le località più accessibili sono quelle dove ci si agglomera.

Ad esempio pianure, aree costiere, altre zone privilegiate.


L’organizzazione regionale dello spazio ha carattere nodale.

E

 

d

 

c

 

b

 

a

 
Ovvero tende a costituire dei nodi ad esempio rete abcd: abcd sono nodi e si costituisce E, anche esso nodo.







Nel 1950 abbiamo la crisi della geografia e Paul Clavalle parla di “nouvelle géographie”.

Molti apporti derivano dall’urbanistica, la sociologia e l’economia. Altri dalla statistica; tutto questo contribuisce, secondo Clavalle, a creare una nuova geografia ed a passare alla fase nomotetica.

Un primo approccio a questa nuova fase è dato dalla corrente funzionalista.


Il funzionalismo si esprime con la produzione di un vasto numero di teorie, ma anche, con l’introduzione della teoria dei sistemi.

Questo richiede l’interazione con altre scienze e conseguentemente la creazione di un campo comune di studio e d’influenza.


Regional science:

Fondatore ne è considerato W. Isard, è un campo interdisciplinare di ricerca che ha come oggetto di studio l’organizzazione territoriale.

Oggi prevalgono le impostazioni nomotetiche.

Nella regional science confluiscono solo gli studiosi che hanno gli strumenti logico-economici ad essa necessari.

La confluenza tra apporti esterni, evoluzione interna ecc. Porta all’evoluzione della geografia nel senso che adesso l’uomo può e deve intervenire sull’ambiente.


Geografia classica

Geografia funzionalista

Uniformità

Coesione tra gli elementi del territorio



paesaggio

spazio funzionale



regione umana

regione funzionale



Si deve completare la gamma degli strumenti di interpretazione della geografia.

Secondo la nouvelle géographie gli apporti sono interdisciplinari (ed avrò anche l’apporto della geografia classica).

Il paradigma rovesciato (uomo ambiente) non deve però far sparire l'ambiente, mentre prima non c’era praticamente l’uomo, ora si rischia di trascurare l'ambiente, se non considerarlo solo un supporto (determinismo quantitativo) poiché deve entrare nel gioco (sostenibilità).


Nel funzionalismo abbiamo, dunque, un’apporto di molte scienze, nuove metodologie, come principi teorici accentro la mia attenzione sulla coesione per cui ci saranno legami tra gli elementi.


Il funzionalismo si diversifica nelle varie scuole ed in Francia Juillard parla, a proposito del funzionalismo e di regione funzionale, di 2 matrici di organizzazione del territorio:

coesione;

centralità: fa riferimento al concetto di centralità Christalleriano.


Allora la regione funzionale è connotata da 3 elementi:

un’armatura urbana;

il gioco combinato di 2 fattori:

- il mercato

- l’accessibilità;

l’interdipendenza dei servizi (concetto di rete).


Il funzionalismo poggia su alcuni principi per cui ogni elemento produce degli effetti (nello spazio è come se partissero dei vettori) e ne subisce altri.

Da questo confronto emerge il campo delle sue funzioni in base alla forza dei vari elementi da cui nascono le regioni funzionali.

L’insieme degli elementi proprio per le interdipendenze (fattori duraturi) da cui è cementato si comporta come “struttura”, cioè un tutto più o meno intensamente integrato.


Se portiamo questo concetto di filosofia funzionale all’analisi regionale, noi abbiamo la definizione di regione:


“La regione funzionale è un’area dominata da un centro di polarizzazione appartenente ad un elevato ordine gerarchico”.


La regione funzionale, quindi, non può avere come polo un villaggio ma una capitale.


Un insieme è “un gruppo di elementi, non assunti per le loro interconnessioni ma per altri caratteri”.


La struttura è “un insieme di elementi connessi da relazioni che si possono chiamare interdipendenze e interconnessioni (unità produttive, di consumo)”.


L’infrastruttura è “tutto ciò che sta nella struttura, fra gli elementi della struttura per creare interconnessione (università, ospedali, camere di commercio)”.


I 3 connotati fondamentali che si ottengono dalla definizione di regione funzionale sono:

polarizzazione: prodotto della dominazione esercitata da un insieme di elementi tra loro interconnessi sul territorio circostante. Si esprime attraverso fenomeni economici, flussi di persone e di merci, ma potrebbe essere anche polarizzazione sociale oppure rapporti secondo il paradigma centro (polo) periferia.

Proiezioni territoriali generabili da concentrazioni di strutture; possono essere:

- puntuali (su piccola scala) polo;

- assiali ad esempio lungo una via di comunicazione;

- areali.

Tanto più la polarizzazione è avanzata tanto più le interdipendenze tra gli elementi dell’organizzazione territoriale si intensificano sia all’interno della struttura sia tra la struttura e il territorio esterno.


Qui, dunque, i nostri confini sono frange, non sono ben definiti, dipendono dal tempo oltre che dallo spazio, dandoci conto però anche del ruolo attrattivo o no delle città ed è più reale studiare il ruolo delle imprese (è diverso dall’impostazione classica dove i confini erano uniformi).

Ma non ci si ferma qui poiché il paradigma continua a cambiare (siamo intorno al 1970):



ELEMENTARE





STADIO

SINTAGMATICO







SISTEMICO




) Questo è lo stadio dello schema genetico.

ª) Non ci fermiamo alla struttura poiché è un concetto statico, mentre la studiamo è già cambiata, è una visione storica. Allora si cambia di nuovo paradigma e si va verso l’analisi dei sistemi

) Orientamento cioè dove va il mio processo.

Il processo è “una struttura in trasformazione cioè in movimento vedendola nella sua chiave olistica, cioè del tutto, è sempre la stessa struttura che nella variabile tempo assume posizioni diverse”.


Arrivare a capire il sistema vuol dire capire la realtà; il passaggio di paradigma ci permette, almeno sul piano teorico, di capire la realtà.



LA TEORIA SISTEMICA:


Ci rendiamo conto che la struttura non può essere sede finale del nostro pensiero teorico perché è un concetto statico.

Le carenze della visione funzionalista richiedono il passaggio a spettri interpretativi più ampi che ci vengono dati da un nuovo paradigma che si fa strada alla fine degli anni ‘60: una nuova idea di regione intesa come sistema spaziale aperto.


Quindi, questa nuova concezione di regione è prodotta da nuovi innesti sul pensiero geografico già modificato.

Von Bertolanfly (Austria), uno studioso del pensiero sistemico, ha scritto “teoria generale dei sistemi”. Per lui il pensiero sistemico costituisce un nuovo paradigma perché ha modificato il clima intellettuale precedente ed ha dunque una carica innovativa.


Il problema che si pone è di semplificare per cui si può parlare, in termini sistemici, di natura del sistema:


reale cioè che appartiene al mondo naturale e umano e, quindi, alle intersezioni tra scienze naturali ed umane;

concettuali cioè che danno luogo alla formulazione di teorie o addirittura edificazione di interi ti (edifici) scientifici come ad esempio la matematica.


Entrambe sono in contraddizione con il principio di causalità assunto dalla scienza classica, quindi il pensiero sistemico è frutto di un’interpretazione più complessa.

Sono dotati di filtri interpretativi complessi, quindi, non unidirezionali ma di relazioni retroagenti provocando, così, il rifiuto delle posizioni deterministiche.


Allora ci si può domandare: se è così eliminiamo ogni elemento meccanicistico nelle teorie sistemiche ?

No tuttavia un po' rimane perché si possono innestare nella tipologia sistemica fasi di pensiero diverse che in qualche misura meccanicistiche lo sono. Ad esempio possiamo pensare che un sistema terziarizzato sia più efficiente e innovativo di un sistema agricolo; questa è una forma di pensiero meccanicistica.

Interessante, poi, è, che l’oggetto del nostro interesse, per quanto riguarda l’assetto del territorio, è trasferito a processi di varia natura che influiscono sulle relazioni tra i soggetti.

Quindi, una struttura che si muove e di cui dobbiamo considerare il dinamismo e le trasformazioni.


Quando consideriamo la struttura, questa è un’idea olistica che è vicina al paradigma centro-periferia. Ma è fino ad un certo punto questo poiché deve essere un’idea olistica di totalità parziale: il nostro oggetto di studio è un tutto ma sarà sempre una parte di un sistema più grande (fino ad arrivare all’universo).

Allora vuol dire che i nostri sistemi devono essere aperti se sono parte di un tutto altrimenti non possono, in alcuni casi, neppure esistere.


Definiamo il sistema (Raymond, Raçine) come “un insieme di elementi connessi ciberneticamente in strutture successive opponentesi all’entropia, quindi alla degradazione del sistema”.


Questi elementi hanno un comportamento negativo-entropico.


Definiamo la regione sistemica come “un insieme di elementi umani e fisici interconnessi e mossi da uno stesso processo il quale è aperto alle relazioni esterne e si oppone a comportamenti degradativi”.


Le interdipendenza del sistema creano un effetto che abbiamo già trovato nel funzionalismo: la coesione.

Nel linguaggio sistemico viene, però, dato un approfondimento di tale concetto.


Nel linguaggio regionale la coesione si esprime su due livelli:


se la regione è un sistema spaziale, ne consegue che gli elementi che compongono la struttura risentono di sollecitazioni dello stesso ordine che si proano sincronicamente. Strutture diverse danno risposte diverse a determinati avvenimenti: se c’è coesione, la struttura dà tutta la stessa risposta a determinate sollecitazioni esterne (esempio variazioni di mercato).

L’organizzazione del sistema dipende sia dalla struttura già esistente sia dalle sollecitazioni esogene ed endogene cui essa è sottoposta e dalle risposte che fornisce.


Þ  La regione è un sistema aperto.


In un sistema aperto, un medesimo stato finale (ogni struttura è uno stato istantaneo), può essere raggiunto in diversi modi e a partire da diverse condizioni iniziali, mentre in un sistema chiuso lo stato finale è inequivocabilmente determinato dalle condizioni iniziali.

Questo principio dell’analisi dei sistemi si dice: principio di equifinalità.


Il problema delle previsioni che non siano a breve termine è di difficile soluzione in quanto c’è una certa difficoltà a capire l’orientamento del processo.

Se il sistema è chiuso, sulla base dello stato iniziale si può prevedere lo stato finale esempio evoluzione numerica della popolazione nei modelli demografici.


Questo principio mette, inoltre, a fuoco il modo in cui le condizioni di partenza e le sollecitazioni esterne dettano gli itinerari di trasformazione del sistema che si risolvono in una successione di strutture. Ecco, quindi, l’importanza conoscitiva della struttura, la cui conoscenza, non può essere trascurata se si vuole comprendere l’evoluzione del sistema nei suoi stati di trasformazione.


Ogni stato l'organizzativo del sistema è contraddistinto da un certo livello di interazione tra gli elementi. Esso fa si che un sistema, non sia una semplice somma di parti, ma sia maggiore delle parti.

Questo apparente paradosso significa che le caratteristiche costitutive del sistema non sono spiegabili a partire dalle caratteristiche delle parti isolate, per tanto le caratteristiche del complesso, se vengono confrontate con quelle degli elementi costitutivi risultano “nuove” o “emergenti”: il sistema esprime appunto una sinergia.


La sinergia spiega:


come lo schema genetico non riuscisse a leggere il sistema, limitandosi alla considerazione delle sue parti e ignorando la sua complessità;

come ogni gruppo (es., brainshorming, squadre sportive ecc.) riesca a dare risultati superiori solo quando la cooperazione tra i membri riesce a dare come risultato qualcosa che è superiore alla semplice somma degli elementi, si deve tener conto delle sinergie.


Roger Brunet, francese che ha fondato a Tolosa la Maison de la géographie, parla di “sollecitazione” del sistema.

Ne esistono varie categorie:


Risorse locali: costituiscono le potenzialità naturali di una regione come le risorse minerarie, la conformazione morfologica;

forze di lavoro: non la popolazione ma una quota di essa, rappresenta una sollecitazione al sistema. Costituiscono di per sé un sistema aperto, possono aumentare in virtù d’immigrazione e diminuire a seguito di emigrazione (componenti dinamiche). Anche la ricerca scientifica è una sollecitazione al sistema;

capitali: che circolano nel sistema, che possono essere da esso autoprodotti o provenire da fuori. I capitali vanno letti secondo Brunet come flussi d’energia che possono combinarsi con altri flussi di energia (visti prima) e ravvivare o meno il sistema;

informazione: da essa derivano le sollecitazioni più importanti del sistema. Dalla qualità e dall’intensità dei flussi d’informazione e dalla velocità di diffusione dei flussi dipende il livello d’impiego delle altre forme d’energia, nonché il livello d’interdipendenza tra gli elementi del sistema, questa considerazione è vicina a quella degli autori che parlano di “infocosmo” ovvero del mondo di diffusione delle informazioni.


“Permeabilità sociale”: l’acquisizione della conoscenza, così come dell’informazione, presuppone che esista un livello di ricettività da parte di coloro ai quali essa è indirizzata.


“Pervasività”: facilità di percorrere il sistema all’interno da parte ad esempio di una nuova tecnologia. Se non c’è permeabilità sociale il sistema non è neanche pervasivo, perché in esso non c’è ricettibilità a ciò che in esso viene introdotto. La mancata permeabilità può anche dipendere da assunti culturali.


Entropia: ne esistono 3 versioni:


fisica: leggi della termodinamica;

statistica: regole di Boltzmann, in termini probabilistici è utile quando si mettono a confronto fenomeni di concentrazione e diffusione.


H = S p1 ln pi                0 £ p1 £


H = 0 massima concentrazione

H = lnn massima dispersione (ogni abitante vive da solo in una località diversa)


sociale: misura il grado di disordine, la degradazione, del sistema.


In un sistema chiuso l’entropia tende a crescere seguendo l’equazione di Claussius (ovvero in modo esponenziale dN > =).


In un sistema aperto, invece, la funzione di entropia non è necessariamente crescente, può essere, anche, stabile o addirittura decrescente.

Questo perché, tale funzione, è composta da:


processi irreversibili interni (2);

ingressi di energia dall’esterno (1).


dH = d H + d H


se il sistema ha un comportamento negativo entropico, l’entropia indotta dai processi degradativi interni viene corretta dall’ingresso di nuovi flussi energetici.

Se il sistema è chiuso esso è destinato a finire a causa della crescente entropia.

Non esistono sistemi chiusi nelle scienze sociali: un sistema legato alle attività umane avrà sempre un certo grado di l'organizzazione che contrasta con il degrado interno. Se una struttura è “organizzata”, vuol dire che l’entropia in essa è bassa o inesistente.

Essere aperto per un sistema è una sfida perché significa che esso deve rispondere alle sollecitazioni esterne.


Il processo, che si esprime spesso attraverso la competizione tra i gruppi di elementi che compongono la struttura, può essere:


selvaggio: non è prevedibile nel suo itinerare poiché arrivano su di esso sollecitazioni imprevedibili (es. 73);

regolare: è ragionevolmente prevedibile.



Il processo selvaggio e regolare è composto da certi elementi tra loro organizzati.


La teoria generale dei sistemi:

l’analisi dei sistemi ha formulato dei principi molto generali ed alcuni sentieri di interpretazione ed indagine.


Uno di essi considera le coordinate di relazioni che si distinguono in:

verticali che riguardano le relazioni che avvengono tra elementi assunti al di fuori della loro distribuzione spaziale, per esempio meccanismi sociali all’interno del sistema;

orizzontali che riguardano le relazioni spaziali specificatamente tra elementi del sistema (interne) ma, anche, tra il sistema ed altri spazi sistemici (esterne) e si traducono in flussi.


In genere, nella realtà, le relazioni verticali ed orizzontali sono inscindibili; sono come due fasce di coordinate tra loro correlate che noi, invece, scindiamo per poterle leggere.

Quindi, mentre per studio si parla di processi spaziali e sociali nella realtà ho dei processi socio-spaziali e per questo ho difficoltà a leggere la realtà che è di per sé complessa.


Complessità: “coopresenza di fenomeni di segno e natura diversi”, per esempio fenomeni vecchi e nuovi coopresenti.


I nostri sistemi sono aperti, complessi, in movimento.

Gli impulsi si trasformano in relazioni sistemiche che possono essere dei seguenti tipi:

relazioni in serie: tipico di certe filiere tra i vari elementi cioè gli elementi sono correlati tra di loro da relazioni;




relazioni in parallelo: gli effetti si ripartiscono su due altri aj a valle e dopo posso ripartire con relazioni in serie o in parallelo;






relazioni retroagenti: sono le più interessanti perché funzionano in modo tale che l’impulso arriva all’elemento che lo manda ad un altro a valle ma in parte ritorna indietro, aumentato o diminuito. E’ tipico dei fenomeni che si autoalimentano come l’inflazione, il comportamento individuale.





Il processo, spesso, si esprime attraverso la competizione tra i gruppi di elementi che compongono la struttura, oppure attraverso veri e propri conflitti per l’uso delle risorse come, ad esempio, la competizione tra grandi e piccole imprese per la quota di mercato.

Quindi, altro elemento da ritenere è che quando c’è struttura, questa, viene anche dalla competizione degli elementi (dalla fisica) che rappresenta una delle componenti di omogeneità, nonostante tutto.


In questi casi è importante interpretare l’incidenza di una parte rispetto al tutto; questi comportamenti che esulano dall’idea olistica sono interpretati rispetto all’equazione allometrica (diversità di comportamento) che individua le relazione tra accrescimento della parte e crescita (fenomeni evolutivi) del tutto a cui essa appartiene.


Individuata in biologia ci dice che y è la dimensione della parte cioè del sottoinsieme di elementi mentre x è la dimensione del tutto ed assume questa forma:


y = bxa Þ y = log b + a log x


a mi dà la misura dell’allometria:


- se a y e x crescono in egual misura;

- se a > 1        y cresce più di x;

- se a < 1        y cresce meno di x.


Da qui si può partire per interpretare l'organizzazione del territorio sul piano ideologico, il che vuol dire, assumere che le parti di un sistema possono entrare in conflitto reciproco: l’allometria misura questo conflitto.


Quanto appena detto è in conflitto con la definizione di sistema: come fanno ad essere in coesione e confliggere ?

Questo dipende dalla complessità.


Von Bertolanfly sostiene che, secondo la filosofia dei sistemi, ogni totalità si fonda sulla competizione degli elementi e presuppone la lotta delle parti.

Questo deriva dalla biologia e dalla fisica dove l’osservazione dimostra che c’è lotta nel sistema, e da questo, si traggono utilità.

In ogni sistema organizzato si verifica la cosiddetta “coincidentia oppositorum” cioè un comportamenti di segno diverso, qualche volta opposto, ci danno la coesione.


Possiamo ipotizzare che il sistema percorra itinerari involutivi ? Si


Allora, lo stato istantaneo del sistema è contraddistinto da un certo livello di interconnessione tra gli elementi quanto più è elevato tanto più il sistema produce una sinergia cioè energia superiore a quella producibile dalle singole parti considerate isolatamente; in questo caso, l’entropia, presumibilmente è bassa.


Se il livello di interdipendenza tra gli elementi è debole o si rallenta per una qualsiasi sollecitazione, l’entropia crescerà; quando il sistema riceve delle sollecitazioni è possibile che non vi siano delle reazioni globali ma distinte (gruppi di elementi o singoli elementi) e, di conseguenza, si contragga il livello di interrelazione. Si dice, allora, che il sistema procede verso una segregazione progressiva cioè si allontana dalla “globalità” e assomiglia sempre più ad una semplice somma di parti.


C’è un altro fenomeno nel sistema ed è il fenomeno della centralizzazione progressiva. Si deve partire dagli scenari ed abbiamo la competizione, tra gli elementi del struttura, che incide sulla posizione che essi hanno l’uno verso l’altro. Essa produce il rafforzamento di taluni elementi che assumono peso crescente rispetto ai restanti.

Il sistema, quindi, risente sempre più intensamente del comportamento di un gruppo sempre più ristretto di elementi che assumono veste di protagonisti, ad esempio nel fordismo le industrie di base, oggi il settore dell’alta tecnologia e del terziario avanzato.


Come si manifesta ?

Attraverso l’individualizzazione del sistema cioè alcuni elementi assumono la cosiddetta funzione pilota per l’intero sistema relegando gli altri a funzioni subordinate (elementi pivot).

Ad esempio, Torino ha avuto nella FIAT, cioè nell’industria dell’auto, l’elemento pivot, poiché, tutto il resto contava poco.

Adesso che l’industria dell’auto è sempre più decentrata cominciano a dibattere il ruolo del capoluogo verificandosi un cambiamento della funzione pilota verso il turismo.


Se spostiamo l’obiettivo dalla relazione tra gli elementi sul sistema in sé per sé possiamo cercare di capire l’orientamento del sistema: escludiamo i sistemi destinati a disaggrupparsi a causa di una crescita dell’entropia ma consideriamo i sistemi progressivi.


1° caso: in cui i sistemi si avvalgono di risorse considerevoli e non soffrono condizionamenti: crescita in presenza di risorse illimitate (possibile in alcuni periodi storici):


Ad esempio il processo demografico di alcuni paesi come il Brasile o l’India.







2° caso: il sistema che si muove in termini di risorse limitate. Si parla di una funzione che semplifica il comportamento del sistema, la funzione logistica:

Interessanti i punti di flesso in cui la funzione cambia inclinazione.


Si avranno, così, 3 sezioni:

- 1 iniziale di crescita eccellente

1 intermedia che contiene il punto di flesso

1 finale dove la crescita è decelerata






Si possono ripartire i sistemi il 3 tipologie:


stazionari;

evoluzionari;

rivoluzionari.


Il sistema può essere:


stazionario: in questo stato del sistema la regione manifesta una tendenza all’equilibrio sia tra i modelli organizzativi, di cui si avvale, e le risorse su cui può contare, sia nelle relazioni interregionali;


evoluzionario: le catene di interdipendenze tra gli elementi provocano la crescita del sistema: è uno stato rappresentato dalla sezione inferiore della curva logistica;


rivoluzionario: un insieme di eventi produce sequenze di sollecitazioni: i meccanismi regionali sono messi in crisi (devono reagire è il punto di flesso della curva) e sollecitati ad adeguarsi a nuove condizioni (fordismo-postfordismo) in modo da imprimere un altro orientamento al sistema (parte superiore della curva.


Questa considerazione ci induce a distinguere in termini sistemici:


la crescita che contraddistingue le fasi del processo in cui non vi sono mutamenti di struttura, cioè non cambia la natura delle interdipendenze che connettono gli elementi del sistema;

dallo sviluppo che è presente quando intervengono sollecitazioni di vario tipo e provenienza, trasformazioni nella struttura del sistema.


Lo sviluppo è riferibile, quindi, solo alle regioni che attraversano fasi rivoluzionarie mentre la crescita è tipica di quelle evoluzionarie.


Se parlassimo del futuro del modello toscano si deve parlare di crescita più che di sviluppo che sarebbe improprio in quanto dovrei cambiare tutto.


Schema dei tipi di relazioni dominanti:



Relazioni retroagenti


Processi

stabili[2]

conservativo

amplificazione di quelle positive

evoluzionario

crisi ed innesco di nuove relazioni


rivoluzionario







Loesh arriva a 27 k ma crea delle grandi complicazioni per fare un modello più elastico in cui fa ruotare l’esagono per intercettare i settori di città.

Sistema in equilibrio: sta utilizzando bene le sue risorse dandone una buona allocazione (equilibrio tra risorse ed opzioni).






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