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Microeconomia - Elementi di teoria - combinazione di beni X e Y

Microeconomia - Elementi di teoria - combinazione di beni X e Y


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Introduzione allo studio della

Microeconomia

Distinzione tra micro e macroeconomia


La microeconomia (dal greco micròs=piccolo) si prege di studiare il comportamento economico dei singoli operatori (come ad esempio consumatore e la marca" class="text">il consumatore o l’impresa) e le interazioni  tra essi, laddove invece la macroeoconomia (dal greco macròs=grande) si prege di analizzare la formazione del risultato economico ottenuto in un certo periodo di tempo, nell’ambito di un sistema economico (ad esempio una Nazione), da tutti gli agenti economici che in esso operano (D’Antonio, 1998). Occorre però precisare che “la separazione tra micro e macroeconomiaè naturalmente convenzionale. Tra microreconomia e macroeconomia c'è una stretta connessione, la connessione esistente tra le singole parti e l'insieme, cioè il sistema economico nella sua interezza” (D’Antonio, 1998)




L’ipotesi di fondo della microeconomia: il comportamento razionale degli operatori economici


L’ipotesi di fondo sulla quale si basa la microeconomia è che il comportamento economico dei singoli operatori economici sia un comportamento razionale, ossia una condotta ottimizzante: “si cerca di massimizzare un risultato sotto il vincolo delle date risorse disponibili oppure alternativamente si cerca di minimizzare l’impiego delle risorse da utilizzare sotto il vincolo di un prefissato obiettivo da raggiungere” (D’Antonio, 1998).

Se si considera ad esempio il comportamento economico del consumatore, le risorse disponibili sono costituite dal reddito, ossia dalla quantità di moneta a disposizione del consumatore in un determinato periodo di tempo. Il risultato che il consumatore si prege di ottenere è invece la soddisfazione di un  determinato bisogno (alimentazione, svago, istruzione, etc.). Si vedrà nel modulo successivo che si definisce utilità di un bene o servizio la proprietà del bene o servizio di soddisfare un bisogno del consumatore. Dunque, applicata al caso del consumatore, l’ipotesi del comportamento razionale porta ad affermare che il consumatore razionale cercherà, dato il reddito limitato di cui dispone, di massimizzare la propria utilità. O, equivalentemente, che il consumatore cercherà di raggiungere un prefissato livello di utilità, con il minimo impiego possibile di reddito.

Se invece consideriamo il caso dell’impresa, ricordando quanto illustrato nel precedente modulo, possiamo affermare che il risultato che l’impresa si prege di ottenere, sia nel breve che nel lungo periodo, è l’ottenimento di un soddisfacente profitto. A tal fine, l’impresa ha a disposizione un ammontare limitato di fattori produttivi. Dunque, applicata al caso dell’impresa, l’ipotesi del comportamento razionale porta ad affermare che l’impresa razionale cercherà, dato l’ammontare limitato di risrse di cui dispone, di massimizzare il proprio profitto. O, equivalentemente, che l’impresa cercherà di raggiungere un prefissato livello di profitto, con il minimo impiego possibile di fattori produttivi.


Le critiche al concetto di comportamento razionale degli operatori economici


In realtà l'ipotesi di comportamento economico razionale da parte dei singoli operatori economici è un concetto riduttivo, ossia una  eccessiva semplificazione del comportamento stesso.

Infatti, innanzitutto i singoli operatori economici (sia i consumatori che le imprese) non sempre dispongono di  tutte le informazioni necessarie e neanche di tutte le necessarie capacità di elaborazione affinchè possano effettettivamente perseguire delle condotte ottimizzante. Essi sono dunque dei soggetti a 'razionalità limitata'.

Inoltre non tutti e non sempre gli operatori economici cercano di massimizzare un obiettivo o di minimizzare l'impiego di risorse scarse. La condotta umana è frequentemente orientata ad ottenere un risultato soddisfacente piuttosto che il massimo conseguibile.

In alcuni casi il comportamento dei consumatore non corrisponde infatti alla razionalità economica, bensì ad impulsi emotivi, a desideri di emulazione, al desiderio inconscio di trovare una gratificazione personale.

Così come non è affatto detto che l'impresa cerchi sempre di massimizzare il proprio profitto.Ad esempio, 'in un'impresa moderna l'imprenditore sa bene che potrebbe ottenere dai suoi collaboratori qualcosa in più, in termini di prestazioni, ma sa anche che, se li 'torchiasse' troppo, potrebbero scaturirne nel migliore dei casi delle rivendicazioni salariali, nel peggiore dei casi sabotaggi, passività, ostilità' (D'Antonio, 1998).

Inoltre, c'è da osservare che l'ipotesi di massimizzazione del profitto da parte dell'impresa sottintende a sua volta l'ipotesi che l'obiettivo dell'impresa sia uno solo, quello appunto di massimizzare il profitto. In realtà l'impresa non è qualcosa di 'monolitico' bensì la risultante della collaborazione tra più individui (imprenditore, dirigenti, impiegati, operai, etc.), ciascuno dei quali potrebbe avere dei propri obiettivi da conseguire, obiettivi non necessariamente coincidenti con la massimizzazione del profitto. Infatti, supponiamo che in una certa impresa l'imprenditore abbia come unico obiettivo la massimizzazione del profitto. I dirigenti potebbero invece avere obiettivi diversi: puntare ad una remunerazione più elevata possibile, oppure ad una espansione dell'impresa, attraverso ad esempio investimenti in nuove tecnologie che acccrescano la capacità produttiva ed il prestigio dell'impresa. Ma tali obiettivi richiedono un aumento dei costi aziendali e dunque non sarebbero ovviamente compatibili con l'obiettivo di massimizzare il profitto. Tali diversità di obiettivi richiede, affinchè l'impresa non rischi di essere dilaniata da pericolosi conflitti, una 'mediazione' tra gli obiettivi dei diversi individui.


Aver messo in evidenza i limiti dell'ipotesi di comportamento economico razionale non vuol dire ovviamente affermare che l'approccio microeconomico non sia utile.  Infatti, poiché tutti gli agenti economici operano in condizione di risorse scarse, certamente l'aspetto prevalente del loro comportamento è il tentativo di ottimizzare l'utilizzo di tali risorse per raggiungere i loro obiettivi. Di qui l'estrema utilità dei modelli della microeconomia che saranno illustrati nei successivi moduli del volume. D'altra parte, è utile anche tener presente che in alcune situazioni (scarsezza di informazioni, difficoltà di elaborazione di decisioni, etc.) il comportamento dell'operatore economico sarà meno orientato all'ottimizzazione e più orientato all'ottenimento di un risultato ritenuto soddisfacente tenuto conto delle risorse disponibili e della presenza di eventuali vincoli alle scelte che si possono effettuare.

I principali modelli della microeconomia


La microeconomia è una scienza empirica, basata sull'osservazione della realtà del comportamento degli operatori economici. Dall'osservazione sperimentale di fenomeni che si ripetono con regolarità nel tempo, i microeconomisti hanno ricavato una serie di teorie attraverso le quali è possibile studiare il comportamento degli agenti economici (come ad esempio i consumatori e le imprese). Tali teorie, a partire da una data ipotesi (ad esempio il comportamento razionale del consumatore) si pregono di evidenziare quali siano le principali variabili che determinanto il comportamento degli agenti economici.

Le teorie microeconomiche si basano dunque sull'uso di modelli, ossia su rappresentazioni semplificate del comportamento degli operatori economici. Tali descrizioni si focalizzano su un numero limitato di variabili che però sono ritenute le più significative ai fini della descrizione del comportamento stesso.


Tutti i modelli proposti dalla microeconomia si basano sull'ipotesi, già richiamata, di comportamento economico razionale degli operatori economici.


Nei moduli che seguono, verranno innanzitutto illustrati i modelli microeconomici relativi al comportamento del consumatore razionale (cap.3) e del mercato, inteso come aggregato di un certo numero di consumatori razionali (cap.4).

Successivamente si passerà ad illustrare i modelli, e le relative applicazioni a specifici problemi, relativi al processo di trasformazione delle imprese: funzione di produzione e funzione dei costi (modulo 5).

Nei successivi moduli vengono poi illustrati i modelli microeconomici relativi al processo di formazione del prezzo e di determinazione della quantità da produrre da parte delle impresa nelle principali forme di mercato: concorrenza perfetta (modulo 6), monopolio (modulo 7), oligopolio (modulo 8), concorrenza monopolisitica (modulo 9).



Cap 3


Elementi di teoria

Comprendere le ragioni che determinano il comportamento del consumatore e i fattori che possono influenzarlo è un aspetto molto importante della teoria economica. Al fine di cogliere meglio quali sono gli elementi che caratterizzano il comportamento del consumatore è necessario innanzitutto costruire un modello che consenta di spiegare perché gli individui decidono di acquistare un bene piuttosto che un altro. Quindi, occorre tener conto del fatto che i consumatori sono soggetti a restrizioni di bilancio, ossia il loro reddito è limitato.

Un individuo desidera (ed acquista) dei beni perché questi soddisfano i suoi bisogni. Ad esempio, desidererà un bicchiere di acqua con ghiaccio in una calda giornata estiva. Desidererà invece una tazza di cioccolata calda in una fredda giornata di gennaio. La proprietà di un bene di soddisfare un certo bisogno di un individuo prende il nome di utilità. Dall’esempio fatto, appare evidente come l’utilità di un bene sia una funzione del tempo. Un bene che è in grado di soddisfare i bisogni di un individuo in un certo periodo, può non essere più in grado di fare altrettanto in un altro periodo di tempo o addirittura può avere un effetto opposto e risultare non gradito (pensate all’effetto che può avere una cioccolata calda nel mese di agosto!). Quando in un certo periodo di tempo aumenta il consumo di un bene aumenta pure l’utilità che il bene procura all’individuo. Al crescere del consumo di un bene tuttavia, l’utilità addizionale che l’individuo ricava diminuisce. L’utilità che un individuo riceve in più dal consumo del bene si definisce utilità marginale. L’utilità marginale può assumere segno positivo, negativo o essere nulla. Assume segno positivo (continuando ad essere decrescente) fino al punto di saturazione dell’individuo (che diventa sazio del bene), quindi si annulla e poi assume segno negativo, perché l’individuo comincia a rifiutare il bene (si pensi all’effetto di una indigestione!).

Generalmente, un individuo sceglie fra diverse combinazioni di più beni, ossia fra diversi panieri di beni. In questo caso si fanno le seguenti ipotesi:


I1.  Il consumatore razionale è sempre in grado di decidere quale tra i panieri preferisce, anche in quei casi in cui i panieri hanno una composizione di beni simile;

I2.  Il consumatore razionale, rimanendo immutata qualunque altra condizione, preferisce un paniere contenente una quantità maggiore di un bene a un paniere con una quantità minore dello stesso bene;

I3.  Se un consumatore razionale preferisce il paniere P1 al paniere P2 e il paniere P2 al paniere P3, allora preferirà anche il paniere P1 al paniere P3 (proprietà transitiva).


È possibile tracciare un grafico delle varie combinazioni di due beni che danno all’individuo una uguale soddisfazione o utilità. Tale grafico prende il nome di curva di indifferenza del consumatore. Una curva di indifferenza più alta indica un livello di soddisfazione più elevato, mentre una curva più bassa un livello di soddisfazione più basso. Le curve di indifferenza hanno normalmente pendenza negativa, non si intersecano e sono convesse verso l’origine degli assi. La convessità della curva è la conseguenza di un saggio marginale di sostituzione decrescente. Il saggio marginale di sostituzione di X rispetto a Y indica il numero di unità di bene Y che un individuo è disposto a cedere in cambio di una unità aggiuntiva del bene X, conservando lo stesso livello di soddisfazione, ossia rimanendo sulla stessa curva di indifferenza. Rappresentando una curva di indifferenza su un piano sectiunesiano, riportando sull’asse verticale la quantità del bene Y e sull’asse orizzontale la quantità del bene X, il saggio marginale di sostituzione di X per Y (SMSxy) è dato dalla pendenza della curva di indifferenza moltiplicata per -l e dal rapporto tra le utilità marginali


SMSxy = -(dY/dX) = UMAx/UMAy


SMSxy diminuisce scendendo lungo la curva di indifferenza a causa della sua convessità.

Nella maggioranza dei casi le curve di indifferenza sono convesse con pendenza negativa. Tuttavia, in taluni casi possono assumere altre forme. Curve di indifferenza orizzontali indicano che il consumatore è indifferente al fatto di avere quantità maggiori o minori del bene X (rappresentato sull’asse orizzontale) (X è cioè un bene neutro). Nel caso in cui le curve di indifferenza sono verticali, il consumatore è indifferente al bene Y (Y è un bene neutro). Quando le curve di indifferenza sono segmenti di retta a pendenza negativa, i beni X e Y sono sostituti perfetti per il consumatore. Quando le curve di indifferenza sono concave verso l’origine, il SMSxy è crescente. L’individuo in questo caso è disposto via via a rinunciare a quantità maggiori del bene Y per ogni ulteriore unità di bene X. Si tratta di un caso insolito in cui l’individuo finisce con il consumare solo uno dei due beni.

La scelta del consumatore è tuttavia vincolata dai limiti di disponibilità di reddito (I) e dai prezzi che deve are per acquistare i beni, Px e Py. Il consumatore si trova di fronte cioè ad un vincolo di bilancio


PxX + PyY = I


Il consumatore può acquistare una qualsiasi combinazione di beni X e Y al di sotto della linea di bilancio o al massimo sulla linea di bilancio. Una linea di bilancio varia se varia il prezzo di uno dei beni (o di ambedue) o se varia il reddito del consumatore. Se il reddito I aumenta, la linea di bilancio si sposta in alto ma la sua pendenza rimane la stessa. Quando varia solamente il prezzo del bene X l’intercetta sull’asse delle ordinate resta immutata, mentre la linea di bilancio ruota in senso antiorario se Px diminuisce e in senso orario se Px aumenta. Il ragionamento si ripete simmetricamente per variazioni di prezzo del bene Y. Dati i gusti del consumatore, il consumatore razionale cerca di massimizzare l’utilità o la soddisfazione che gli deriva dall’acquisto dei beni spendendo il suo reddito. In parole semplici, data una certa linea di bilancio, il consumatore razionale massimizza la propria utilità cercando di raggiungere la curva di indifferenza più alta possibile. Graficamente, ciò accade nel punto in cui una delle curve di indifferenza è tangente alla linea di bilancio. In questo caso la pendenza della curva di indifferenza è uguale a quella della linea di bilancio. Analiticamente, questa condizione è espressa dall’uguaglianza tra il saggio marginale di sostituzione di X per Y e il rapporto tra il prezzo del bene X e il prezzo del bene Y












































Cap 4

Elementi di teoria

Il concetto di massimizzazione dell’utilità può essere utilizzato per ricavare la curva di domanda individuale per un bene. La curva di domanda riporta la quantità di un certo bene che il consumatore è disposto ad acquistare al variare del prezzo del bene.

SPIEGARE COME SI COSTRUISCE LA CURVA DI DOMANDA DEL CONSUMATORE A PARTIRE DALLE CURVE DI INDIFFERENZA E DALLA LINEA DI BILANCIO

La curva di domanda possiede due importanti proprietà. Il livello di utilità che si ottiene dall’acquisto del bene varia spostandosi lungo la curva. Più basso è il prezzo del bene, più alto è il livello di utilità. Questo emerge chiaramente considerando la curva prezzo-consumo utilizzata per ricavare la curva di domanda (si faccia riferimento al testo di teoria per un approfondimento). In secondo luogo, su ogni punto della curva di domanda, il consumatore sta massimizzando la sua utilità. Nel caso di due beni, ciò significa che in ciascun punto della curva vale la condizione di ottimo data dall’uguaglianza tra saggio marginale di sostituzione di un bene in funzione dell’altro bene e rapporto tra i prezzi dei due beni. Se il bene Y viene collocato sull’asse verticale ed il bene X su quello orizzontale, il saggio marginale di sostituzione di Y per X decresce quando ci spostiamo in basso lungo la curva di domanda. Questo è abbastanza intuitivo, perché ci dice che il valore relativo del bene X diminuisce man mano che il consumatore acquista quantità superiori di esso.

La curva di domanda del mercato si ottiene come somma orizzontale delle curve di domanda di tutti i consumatori presenti nel mercato.

INSERIRE UN GRAFICO CHE ILLUSTRI COME SI EFETTUA LA SOMMA ORIZZONTALE

Quindi, la domanda quantitativa di mercato al singolo prezzo è la somma delle domande quantitative individuali a quel prezzo.1 La curva di domanda del mercato di un bene mostra le varie quantità domandate di quel bene nell’unità di tempo per vari livelli di prezzo del bene, a parità di ogni altra condizione (mantenendo costanti cioè i redditi, i prezzi dei beni sostitutivi, i gusti, il numero dei consumatori sul mercato). La curva di domanda del mercato ha pendenza negativa perché il prezzo e la quantità domandata sono in relazione inversa. La curva di domanda si sposta a destra se entrano sul mercato altri consumatori. I fattori che influenzano la domanda individuale di molti consumatori influenzano pure la domanda del mercato. Ad esempio, se il reddito della maggior parte dei consumatori aumenta, le curve di domanda individuali di questi consumatori si sposteranno a destra perché essi si possono permettere di acquistare un quantitativo maggiore di beni per ciascun prezzo. Analogamente accadrà per la curva di domanda del mercato. Una curva di domanda si sposta verso destra se cresce il prezzo di un bene succedaneo o se diminuisce il prezzo di un bene complementare.

L’elasticità della domanda al prezzo misura la sensibilità della domanda a variazioni nel prezzo del prodotto. Essa viene espressa dal rapporto tra la variazione percentuale nella quantità domandata di un bene e la variazione percentuale del suo prezzo2


hp DQ/DP)(P/Q)



Poiché quantità e prezzo si muovono in direzione opposta, alcuni testi usano talvolta per convenzione nella formula il segno negativo in modo da ottenere una quantità positiva. La formula (2.1) misura l’elasticità puntuale della domanda al prezzo, ossia l’elasticità in un punto specifico della curva di domanda. Quando la curva di domanda non è rappresentata da una linea retta, il calcolo dell’elasticità della domanda al prezzo può generare confusione, dal momento che il rapporto DQ/DP non è più costante lungo la curva. Quando le variazioni di prezzo sono grandi si possono avere valori dell’elasticità molto diversi ai due estremi dell’intervallo. Per ovviare a questo inconveniente quando si ha a che fare con variazioni piuttosto evidenti del prezzo, si fa riferimento al concetto di elasticità arcuale della domanda al prezzo, la cui espressione è data dalla



hp DQ/DP)(P’/Q’)



dove P’ è la media dei due prezzi, (P1+P2)/2, e Q’ è la media delle due quantità, (Q1+Q2)/2.

Quando il valore dell’elasticità della domanda al prezzo è maggiore di 1, si dice che la domanda è elastica al prezzo, dal momento che la diminuzione percentuale della quantità domandata è superiore all’aumento percentuale nel prezzo. Se l’elasticità al prezzo è minore di 1, si dice che la domanda è anelastica al prezzo. Il valore dell’elasticità della domanda al prezzo ha implicazioni sulla quantità di denaro (spesa totale) che il consumatore è disposto a spendere per un certo prodotto. Quando la domanda è anelastica, la quantità domandata è relativamente insensibile a variazioni di prezzo. Quando la domanda è elastica, la spesa totale per l’acquisto del prodotto diminuisce al crescere del prezzo. Quando il valore dell’elasticità è pari a 1, un aumento del prezzo del bene porta ad una diminuzione della quantità domandata nella stessa percentuale, per cui la spesa totale resta immutata. La Tabella 2.1 riporta in sintesi la relazione tra la spesa totale e il valore dell’elasticità della domanda al prezzo.


Tab. 2.1 Relazione tra elasticità della domanda, prezzo e spesa totale

Elasticità         Se il prezzo aumenta, Se il prezzo diminuisce,

della domanda      la spesa totale la spesa totale

< 1                aumenta diminuisce

non cambia non cambia



> 1                diminuisce aumenta



Il valore dell’elasticità della domanda rispetto al prezzo dipende fondamentalmente dalla presenza sul mercato di beni succedanei e dall’ampiezza del periodo di tempo all’interno del quale i consumatori possono effettuare le loro scelte. In particolare, l’elasticità della domanda al prezzo è tanto maggiore quanto più simili sono e più grande è il numero dei beni succedanei disponibili. L’elasticità al prezzo è tanto maggiore quanto più lungo è l’intervallo di tempo all’interno del quale i consumatori possono effettuare le loro decisioni circa i prodotti e le quantità da acquistare. Generalmente, l’elasticità rispetto al prezzo della domanda per un bene è maggiore nel lungo periodo.

Si è detto che uno dei parametri che viene tenuto costante quando si traccia la curva di domanda per un bene è il prezzo dei beni complementari e dei beni succedanei. Due beni X e Y sono complementari se la quantità acquistata di X diminuisce all’aumentare del prezzo di Y e viceversa. I beni X e Y sono succedanei se la quantità acquistata di X aumenta quando aumenta il prezzo di Y e viceversa. L’aumento del prezzo di un bene fa diminuire la quantità domandata del bene (cosa che implica uno spostamento lungo la curva di domanda del bene), e contemporaneamente determina lo spostamento verso sinistra della curva di domanda di un bene complementare e verso destra della curva di domanda di mercato per un bene succedaneo.

In analogia con quanto fatto nel caso di un solo bene, è possibile misurare la sensibilità della quantità domandata di un bene X per una variazione di prezzo di un bene Y. Si fa l’ipotesi che il reddito dei consumatori, le loro preferenze e il numero di consumatori che costituiscono il mercato restino invariati. Tale espressione si definisce elasticità incrociata della domanda di X per una variazione del prezzo di Y


hxy DQx/DPy)/(Py/Qx)



Se hxy è minore di 0, i beni X e Y sono complementari giacché un aumento del prezzo di Y determina una diminuzione della quantità domandata di X. Se hxy è maggiore di 0, X e Y sono beni succedanei. Occorre fare attenzione che il valore di hxy non è sempre uguale al valore di hxy, dato che la sensibilità della risposta di Qx ad una variazione del prezzo di X non è necessariamente uguale alla sensibilità di Qy ad una variazione del prezzo di Y. Il concetto di elasticità incrociata della domanda al prezzo viene utilizzato per definire i confini di un settore industriale. Un valore dell’elasticità fortemente positivo indica che i due beni appartengono alla medesima industria.

I consumatori acquistano beni perché ciò fa aumentare il loro livello di soddisfazione. Il surplus del consumatore misura la differenza tra la quantità massima di denaro che un individuo sarebbe disposto a are per un bene e la quantità che effettivamente a. Quando si fa la somma del surplus per tutti i consumatori che costituiscono il mercato si ottiene una misura aggregata del surplus del consumatore. Il surplus (aggregato) del consumatore si può individuare facilmente conoscendo la curva di domanda per un bene. Facendo riferimento alla ura 2.1, il surplus del consumatore è rappresentato dall’area del triangolo PPAA.


Cap 5

Elementi di teoria

La funzione di produzione


La produzione rappresenta una delle attività primarie svolte da un’impresa. Le imprese trasformano input, che sono chiamati anche fattori di produzione, in output. Il termine produzione si riferisce appunto alla trasformazione di input in output. Un’impresa è una organizzazione che possiede, acquisisce, combina e organizza delle risorse per produrre beni e servizi venduti per realizzare profitto. Gli input comprendono un’ampia categoria di beni e servizi: il lavoro delle maestranze, le materie prime ed i beni di consumo, il capitale investito nell’impresa nella forma di macchinari, impianti e infrastrutture. Il lavoro include le prestazioni degli operai di una fabbrica, degli impiegati, degli ingegneri, degli scienziati, dei professori. La relazione tra gli input che entrano nel processo produttivo e il relativo output viene descritta dalla funzione di produzione. Una funzione di produzione indica la quantità massima di output Q che una impresa può produrre per ogni specifica combinazione di fattori produttivi. Assumendo semplicemente che vi siano solo due input, lavoro L e capitale K, possiamo indicare una funzione di produzione come



Q = F(K,L)



La funzione di produzione riflette il fatto che è possibile combinare gli input per produrre una data quantità di output in modi diversi. Ad esempio, è possibile produrre del vino in modo labor-intensive, ossia ricorrendo a molte persone che pigiano l’uva, o in modo capital-intensive utilizzando del moderno macchinario che spreme i chicchi di uva. L’equazione (3.1) vale per una certa tecnologia (ad esempio, un dato stato delle conoscenze relativamente ai vari metodi che potrebbero essere utilizzati per trasformare input in output). Al divenire più avanzata della tecnologia, un’impresa può ottenere una quantità maggiore di output in funzione di una certa combinazione di input.

È importante riflettere sul fatto che la funzione di produzione esprime la relazione tra la massima produzione di output ed una specifica combinazione di fattori produttivi. Il concetto di funzione di produzione dà per scontato che le imprese siano tecnicamente efficienti, ossia che non vi siano processi produttivi inefficienti.

Una funzione di produzione a due variabili, K e L, può essere rappresentata graficamente utilizzando curve che si chiamano isoquanti. Un isoquanto è una curva che mostra tutte le combinazioni di input che forniscono la stessa quantità di output.

Gli isoquanti sono simili alle curve di indifferenza che sono state considerate nella teoria del consumatore razionale. Laddove le curve di indifferenza indicano nell’ordine diversi livelli crescenti di soddisfazione del consumatore, gli isoquanti indicano diversi livelli crescenti di output. Al contrario delle curve di indifferenza, ciascun isoquanto è associato con uno specifico livello di output. Il valore numerico attribuito a ciascuna curva di indifferenza ha invece significato solamente se considerato in senso ordinale. Una mappa di isoquanti è la rappresentazione di un insieme di isoquanti ciascuno dei quali mostra il massimo output che può essere ottenuto utilizzando una certa combinazione di input. Una mappa di isoquanti rappresenta un modo alternativo di rappresentare una funzione di produzione. Ciascun isoquanto è associato con un differente livello di output ed il livello di output cresce spostandosi in alto e a destra (cfr. . 3.1).

La forma e la disposizione degli isoquanti all’interno della mappa di isoquanti mostrano il grado di flessibilità di cui l’impresa gode quando i manager devono prendere decisioni circa cosa e quanto produrre.

È importante distinguere tra breve e lungo periodo quando si parla di funzione di produzione. Il breve periodo è relativo ad un periodo di tempo in cui almeno uno dei fattori di produzione non può essere mutato. I fattori che nel breve periodo non possono cambiare prendono il nome di input fissi. Il lungo periodo indica un periodo di tempo in cui tutti gli input possono variare. Così, ad esempio, nel breve periodo le imprese possono variare l’intensità con cui utilizzano un certo impianto e macchinario. Nel lungo periodo esse possono variare la dimensione dell’impianto e il numero di macchine.

Una funzione di produzione può essere rappresentata con una tabella, un grafico o una equazione. Generalmente i fattori produttivi e l’output vengono misurati in quantità fisiche.

Il caso più semplice di funzione di produzione è quello in cui è possibile variare il consumo di un solo fattore, di solito il lavoro, mentre tutti gli altri fattori di produzione restano fissi.  In questo caso è possibile rappresentare graficamente la funzione su un piano sectiunesiano, riportando sull’asse orizzontale la quantità di fattore variabile utilizzata e sull’asse verticale la quantità di output o prodotto totale. E’ possibile misurare il contributo che il lavoro fornisce al processo di produzione, ricorrendo ai concetti di prodotto medio e prodotto marginale.

Il prodotto medio del lavoro (PMEL) è dato dalla quantità di output prodotto per unità di lavoro. Il prodotto marginale del lavoro (PML) misura la quantità addizionale di output prodotta in conseguenza del consumo ulteriore di una unità di lavoro


PMEL = Q/L


PML = DQ/DL







Le forme delle curve del prodotto marginale e del prodotto medio sono in stretta relazione (cfr. . 3.2). Sia il prodotto medio che il prodotto marginale prima crescono e poi decrescono. Il prodotto marginale assume sempre un valore positivo quando la quantità prodotta totale cresce, negativo quando la quantità prodotta decresce. La curva che rappresenta il prodotto marginale attraversa l’asse orizzontale in corrispondenza della quantità di lavoro per cui la quantità di output è massima. Quando il prodotto marginale è più grande del prodotto medio, il prodotto medio cresce. Quando il prodotto marginale è più piccolo del prodotto medio, il prodotto medio è decrescente. Esiste una relazione geometrica esplicita tra la curva del prodotto totale, e le curve del prodotto medio e del prodotto marginale. Il prodotto medio in corrispondenza di una certa quantità di lavoro è misurato dalla pendenza del segmento di retta che congiunge l’origine degli assi con il punto della curva del prodotto totale a quel valore del lavoro. Il prodotto marginale del lavoro in corrispondenza di una certa quantità di lavoro è dato dalla pendenza della curva del prodotto totale a quel valore del lavoro.

Un prodotto marginale del lavoro decrescente rappresenta la situazione più frequente nei processi produttivi. Si dice pertanto che vale la legge dei rendimenti marginali decrescenti. La legge dei rendimenti marginali afferma che se cresce l’utilizzazione di un input mantenendo fissi gli altri, da un certo punto in poi il consumo di ulteriori unità dell’input farà diminuire la quantità prodotta. La legge dei rendimenti marginali ha validità nel breve periodo, quando almeno uno degli input non varia. La legge si applica ad una data tecnologia. Con il passar del tempo, comunque, le invenzioni ed i miglioramenti nella tecnologia, possono spostare la funzione di produzione in alto.

Nel caso in cui vi siano invece due fattori variabili (lavoro e capitale) - è il caso del lungo periodo - è possibile rappresentare la funzione di produzione utilizzando una mappa di isoquanti. Generalmente, gli isoquanti sono convessi verso l’origine degli assi poiché sia il capitale che il lavoro hanno prodotti marginali positivi. Se aumenta il consumo di uno dei fattori produttivi, aumenta la quantità prodotta. Anche nel caso di una funzione di produzione a due fattori variabili è possibile osservare ritorni marginali decrescenti (per ambedue o uno solo dei fattori), mantenendo uno dei fattori variabili. Il saggio marginale di sostituzione tecnica del lavoro per il capitale, SMSTLK, indica la quantità di cui il consumo di capitale può essere ridotto quando viene utilizzata una unità in più di lavoro, in modo tale che l’output resti immutato. Il valore del saggio marginale di sostituzione tecnica come è stato definito, a meno del segno, è dato dalla pendenza dell’isoquanto corrispondente ad un particolare output1



SMSTLK = -(dK/dL)



Poiché gli isoquanti sono convessi, SMSTLK diminuisce spostandoci lungo la curva. Pertanto, la produttività di ciascuno dei fattori di produzione è limitata. Aumentando il consumo di uno dei fattori, la produttività dell’altro diminuisce. È possibile scrivere l’espressione del SMSTLK anche in termini del rapporto tra i prodotti marginali dei fattori

(PMAL)/(PMAK) = SMSTLK  = -(dK/dL)

Nel caso in cui esiste perfetta sostituibilità tra i fattori il SMSTLK è costante lungo l’isoquanto. In questo caso estremo la stessa quantità di output può essere prodotta utilizzando solo uno dei fattori produttivi o una loro combinazione. Un altro caso interessante è quello in cui il rapporto tra gli input deve essere costante perché si possa avere un output. È questo il caso in cui i metodi di produzione disponibili per l’impresa sono limitati.

Nell’analisi della funzione di produzione nel lungo periodo, anziché esplorare come incide la variazione di un singolo fattore per volta sulla quantità prodotta, si cerca di capire che cosa succede quando l’impresa varia la dimensione dei propri impianti (e quindi la scala delle operazioni). In questo modo i manager dell’impresa possono prendere le loro decisioni relative al lungo periodo. Se il consumo di tutti i fattori produttivi aumenta nella stessa proporzione, e la quantità prodotta aumenta nello stesso rapporto, si dice che vi sono rendimenti di scala costanti. Se il consumo di tutti i fattori produttivi aumenta nella stessa proporzione, e la quantità prodotta aumenta di un rapporto superiore (inferiore), si dice che vi sono rendimenti di scala crescenti (decrescenti). Utilizzando una rappresentazione grafica, si vede che quando esistono ritorni di scala crescenti, gli isoquanti che descrivono la funzione di produzione si addensano tra loro al crescere della quantità di input. Quando esistono ritorni di scala decrescenti, gli isoquanti man mano si diradano al crescere della quantità di input. Quando esistono ritorni di scala costanti, al crescere della quantità di input gli isoquanti sono tra loro ugualmente spaziati. Quando esistono ritorni di scala crescenti (decrescenti), si dice anche che esistono economie di scala (diseconomie di scala).

In alcuni casi gli ingegneri riescono ad esprimere la funzione di produzione relativa ad un processo produttivo in forma analitica. Un modello analitico frequentemente utilizzato nella stima delle funzioni di produzione è quello di tipo Cobb-Douglas, dove, nel caso in cui gli input siano capitale (K) e lavoro (L), assume la forma


Q = AKaLb


dove A rappresenta una costante che dipende dalle unità di misura utilizzate per valutare gli input e l’output, a e b sono costanti che misurano il peso relativo di ciascun fattore nel processo produttivo. Ordinariamente a e b sono minori di 1, giacché il prodotto marginale di ogni input diminuisce con l’aumento della quantità di fattore consumato. La somma delle costanti a e b ha un significato economico particolarmente importante. Se a b=1, esistono rendimenti di scala costanti; se a b>1, esistono rendimenti di scala crescenti; se a b <1, esistono rendimenti di scala decrescenti.






I costi dell’impresa


Gli economisti hanno una concezione diversa dei costi rispetto ai contabili. I contabili hanno una concezione retrospettiva dei costi. I costi contabili includono le spese effettivamente sostenute e le spese relative al deprezzamento dei beni (ossia l’ammortamento). Gli economisti (e così dovrebbe essere anche per i manager) considerano i costi in una prospettiva di gestione dell’impresa che guarda al futuro. Essi si preoccupano infatti di capire quali saranno i costi attesi e in che modo l’impresa sarà in grado di abbassare i suoi costi e migliorare la sua profittabilità nell’immediato futuro. In parole povere, gli economisti si preoccupano dei costi opportunità, ossia i costi che sono associati con le opportunità che l’impresa non coglie non utilizzando le sue risorse al loro valore d’utilizzo più elevato. I costi possono essere espliciti ed impliciti. I costi espliciti sono le spese effettive che l’impresa sostiene per utilizzare gli input per la produzione. Si tratta dei salari per are i lavoratori dipendenti, le spese per affittare i locali, le spese per le materie prime, gli interessi sul capitale preso a prestito, ecc. I costi impliciti fanno riferimento al valore degli input posseduti e utilizzati dall’impresa che non urano esplicitamente nei libri contabili dell’impresa come spese sostenute. Sono costi il cui valore deve essere stimato facendo riferimento al loro rendimento in un uso alternativo. Si tratta, ad esempio, del salario dell’imprenditore.

Nel breve periodo alcuni degli input che l’impresa utilizza nel processo produttivo sono fissi, mentre altri variano in funzione della quantità di output che è necessario produrre. Il costo totale, CT, per la produzione di un bene comprende allora due componenti: il costo fisso, CF, che è indipendente dalla quantità del bene prodotta, e il costo variabile, CV, che varia appunto con il variare della quantità da produrre. I costi fissi generalmente includono le spese sostenute per l’acquisto delle macchine e dell’impianto (o il loro ammortamento), le spese sostenute per la manutenzione dell’impianto, la maggior parte dei premi di assicurazione, le retribuzioni che per contratto devono essere ate, sia che l’impresa produca o meno, le imposte sulla proprietà. I costi variabili includono le spese per le materie prime, il combustibile, parte delle retribuzioni, le imposte sul prodotto, ecc.


CT = CF + CV


Il costo marginale CMA è l’aumento del costo che consegue alla produzione di una ulteriore unità di prodotto. Poiché il costo fisso non varia, esso rappresenta la variazione del costo variabile per la produzione di una unità aggiuntiva di prodotto


CMA = DCV/DQ = DCT/DQ








Il costo medio è il costo dell’unità di prodotto. Esistono tre tipi di costo medio: il costo medio fisso CMEF, il costo medio variabile CMEV e il costo medio totale CMET

CMEF = CF/Q


CMEV = CV/Q


CMET = CT/Q


La forma delle curve di costo unitario dipende dalla forma delle corrispondenti curve di costo totale. In particolare, la curva CMEF decresce continuativamente, mentre le curve CMEV, CMET, e CMA hanno una forma a U. La curva CMEV decresce quando la curva del prodotto medio PME cresce e viceversa. Analogamente, la curva CMA decresce quando la curva del prodotto marginale PMA cresce e viceversa. Quando la curva del costo marginale si trova al di sotto della curva del costo medio, la curva del costo medio decresce. Quando la curva del costo marginale si trova al di sopra della curva del costo medio, la curva del costo medio cresce. Quando il costo medio raggiunge il valore minimo, il costo marginale uguaglia il costo medio.

Un problema che i manager di tutte le imprese si trovano a dover risolvere nel lungo periodo è quello di selezionare gli input, capitale e lavoro, per produrre un dato livello di output al minimo costo. Nel lungo periodo tutti gli input di produzione sono variabili. Come conseguenza, la scelta degli input dipende sia dal costo relativo dei fattori di produzione, sia dal grado di sostituibilità tra loro dei fattori nel processo di produzione. Il problema è analogo a quello che deve risolvere un consumatore razionale quando deve massimizzare la propria soddisfazione scegliendo tra vari panieri di beni sotto il vincolo della limitazione di reddito disponibile. Si definisce linea di isocosto l’insieme di tutte le possibili combinazioni di capitale e lavoro che possono essere acquistati avendo una specifica limitazione di budget, ossia non dovendo superare un certo costo

CT = wL + rK


dove r rappresenta il costo del capitale, w il costo del lavoro, L e K rispettivamente la quantità di lavoro e la quantità di capitale.

Al variare del valore del costo totale CT, l’equazione (3.2) descrive una linea di isocosto diversa. Eseguendo semplici passaggi algebrici è possibile vedere che la linea di isocosto ha una pendenza pari a -(w/r). I manager dell’impresa determinano la quantità dei fattori di produzione che minimizza il costo individuando il punto di tangenza tra l’isoquanto che rappresenta il livello di output desiderato e la linea di isocosto. In termini analitici tale condizione si esprime ponendo


SMSTLK = -DK/DL = PMAL/PMAK = w/r

o ancora

PMAL/w = PMAK/r


Anche nel lungo periodo le curve dei costi hanno forma a U (si veda la . 3.4). Rispetto al breve periodo tuttavia sono diversi i fattori economici che spiegano tale forma. Una delle determinanti di maggiore rilievo della forma delle curve di costo nel lungo periodo è la presenza di economie (o diseconomie) di scala. Supponiamo per esempio che esistano dei rendimenti di scala crescenti del processo di produzione per qualunque livello dell’output. Raddoppiando gli input si ottiene una quantità più che doppia di output. Pertanto, il costo medio decresce al crescere della quantità prodotta. Le curve di costo medio di lungo periodo si possono ottenere come inviluppo delle curve di costo medio di breve periodo. Quando esistono ritorni di scala costanti ed è possibile costruire impianti con dimensione molto diversa, la curva del costo medio di lungo periodo è orizzontale, e la curva di inviluppo è costituita dai punti di minimo della curva dei costi medi di breve periodo. Quando esistono ritorni di scala crescenti inizialmente e decrescenti successivamente, la curva del costo medio di lungo periodo assume una forma a U e l’inviluppo non include tutti i punti di minimo delle curve dei costi medi di breve periodo.


































Cap 6

Elementi di teoria

Introduzione ai mercati


In economia vengono identificati quattro diversi tipi di strutture di mercato: la concorrenza perfetta, il monopolio, l’oligopolio e la concorrenza monopolistica.

INSERIRE QUALCHE RIGA PER SPIEGARE COSA SI INTENDE PER STRUTTURA DI MERCATO

Nell’analisi del comportamento delle imprese all’interno delle varie strutture di mercato si assume che l’unico obiettivo dei manager sia quello di massimizzare il profitto nel lungo periodo. Si tratta di una ipotesi che viene fatta frequentemente in microeconomia perché è in grado di prevedere il comportamento delle imprese in modo accurato e consente di evitare delle complicazioni matematiche non necessarie. Tuttavia il fatto che le imprese nella realtà cerchino di massimizzare il profitto nel breve periodo è un fatto ancora controverso. Nelle imprese di dimensione più piccola in cui i proprietari dirigono l’impresa, è probabile che la massimizzazione del profitto sia al centro delle decisioni. Nelle imprese più grandi, in cui i manager possono sfuggire al controllo dei proprietari, ciò non è sempre vero. I manager infatti possono preoccuparsi o di are dividendi o di far crescere l’impresa per soddisfare gli azionisti oppure possono preoccuparsi del profitto di breve periodo, poiché la loro carriera e il loro stipendio, nella maggior parte dei casi, sono una funzione dei risultati di breve periodo.

Il profitto è dato dalla differenza tra ricavi e costi. Il ricavo totale che un’impresa realizza vendendo Q unità di prodotto al prezzo unitario P è


R(Q) = PQ

Si definisce ricavo marginale RMA la variazione del ricavo totale conseguente ad una piccola variazione della quantità venduta

RMA = DR(Q)/DQ


Si definisce ricavo medio il ricavo per unità di prodotto venduta

RME = R(Q)/Q


Muovendoci in basso lungo la curva di domanda, il prezzo P diminuisce e la quantità Q cresce. Il ricavo totale può aumentare o diminuire, a seconda del valore dell’elasticità della domanda. In corrispondenza del tratto della curva in cui la domanda è elastica il ricavo marginale è positivo, dal momento che un aumento dell’output fa aumentare il ricavo. In corrispondenza del tratto della curva in cui la domanda è anelastica il ricavo marginale è negativo poiché un aumento dell’output (ed una diminuzione del prezzo) riduce il ricavo.

È possibile ricavare una utile condizione necessaria che lega il costo marginale ed il ricavo marginale che deve essere valida perché un’impresa massimizzi il proprio profitto.


p(Q) = R(Q) - CT(Q)


Dp(Q)/DQ = DR(Q)/DQ - DCT(Q)/DQ = 0


RMA(Q) = CMA(Q)





Il mercato di concorrenza perfetta


Le condizioni che definiscono l’esistenza di un mercato per un bene perfettamente concorrenziale sono:


I1.      gli acquirenti ed i venditori del bene sono numerosi e ciascuno di essi è troppo piccolo per influenzare il prezzo del bene. Pertanto una variazione della produzione di una sola impresa non influenza in maniera percettibile il prezzo del bene. Analogamente, ciascun consumatore è troppo piccolo per poter ottenere dalle imprese concessioni e particolari condizioni di credito legate alla quantità del bene che acquista;

I2.      tutti i beni venduti sul mercato sono omogenei. I consumatori non sono in grado di distinguere il prodotto di una impresa da quello di un’altra;

I3.      esiste una perfetta mobilità dei fattori della produzione. Tutti i fattori della produzione possono essere facilmente trasferiti da un’industria all’altra, in risposta agli incentivi monetari. Nessuna impresa possiede alcuna concessione per l’utilizzo di qualche fattore di produzione. Le imprese possono entrare ed uscire dal mercato facilmente nel lungo periodo. Non esistono barriere artificiali (brevetti, copyright, concessioni governative) o naturali (grandi capitali iniziali, esperienza, know how);

I4.      i consumatori, i proprietari dei fattori produttivi e le imprese che vendono sul mercato hanno una perfetta conoscenza dei prezzi e dei costi presenti e futuri. I consumatori non ano un prezzo superiore a quello necessario per acquistare il bene. L’informazione relativa ai prezzi ed ai costi si diffonde in un tempo infinitesimo. Conoscendo perfettamente i prezzi ed i costi vigenti sul mercato i produttori sono in grado di sapere quanto produrre.


In un mercato di concorrenza perfetta il prezzo del bene è determinato esclusivamente dall’intersezione tra la curva di domanda e la curva di offerta di mercato per il bene. Si dice allora che ciascuna impresa in un mercato in concorrenza perfetta è un price-taker, ossia assume il prezzo come un dato esogeno. L’unica variabile decisionale per i manager è la quantità da produrre. La singola impresa ha di fronte una curva di domanda infinitamente elastica in corrispondenza del prezzo determinato dall’equilibrio tra domanda e offerta di mercato.

Il periodo di mercato (detto anche brevissimo periodo) indica un periodo di tempo durante il quale l’offerta di un bene rimane fissa. I costi di produzione non hanno alcuna influenza nella determinazione del prezzo e tutta la quantità disponibile è messa in vendita a qualunque prezzo si determini. In condizioni di concorrenza perfetta l’offerta determina la quantità e la domanda determina il prezzo (cfr. . 4.1).

Nel breve periodo, dal momento che l’impresa non è in grado di influenzare il prezzo di vendita del prodotto, i manager determinano la quantità da produrre imponendo la condizione che il prezzo è pari al costo marginale. Infatti è


Dp(Q)/DQ = 0 = RMA(Q) - CMA(Q) = D(PQ)/DQ - CMA(Q) =

= PDQ/DQ - CMA(Q)


Si tratta di una regola che consente di individuare la quantità da produrre, non il prezzo, dal momento che il prezzo è un dato esogeno. Non necessariamente nel breve periodo una impresa realizza profitti. Se al livello di produzione ottimale (P = CMA(Q)) P supera il costo medio CME(Q) l’impresa massimizza il profitto totale. Se P è inferiore a CME(Q) ma superiore al costo medio variabile CMEV(Q), l’impresa minimizza la perdita totale. Se P è inferiore al costo medio variabile CMEV(Q) l’impresa riesce a minimizzare la perdita totale solo se cessa la produzione.

La curva di offerta di una impresa indica la quantità che viene prodotta del bene in corrispondenza di ogni possibile prezzo. Le imprese tendono ad aumentare la produzione fino al punto in cui il prezzo uguaglia il costo marginale, ma smettono di produrre non appena il prezzo scende al di sotto del costo medio variabile. Pertanto, la curva di offerta dell’impresa è costituita dal tratto ascendente della curva del costo marginale situato al di sopra della curva del costo medio variabile (e poiché la curva del costo marginale interseca la curva del costo medio variabile nel suo punto di minimo, si considera il tratto ascendente situato al di sopra del punto di minimo della curva del costo medio variabile). La curva di offerta di breve periodo di una impresa è inclinata positivamente per lo stesso motivo per cui il costo marginale cresce, la presenza di rendimenti marginali decrescenti di uno o più fattori di produzione. La somma orizzontale delle curve di offerta di tutte le imprese dell’industria dà la curva di offerta di breve periodo dell’industria QS

QS = Si=1,nCMAi

La costruzione della curva di offerta di breve periodo dell’industria in concorrenza perfetta come somma orizzontale delle curve di offerta di breve periodo delle singole imprese si basa sull’ipotesi che i prezzi degli input siano costanti a prescindere dalla quantità di input che ciascuna impresa e l’industria domandano. Se invece i prezzi degli input aumentano con la domanda di input, la curva di offerta dell’industria acquista una inclinazione maggiore. La curva di offerta dell’industria può essere caratterizzata dal valore dell’elasticità della quantità offerta al prezzo


hS DQS/Q)/(DP/P)



Poiché le curve dei costi marginali hanno una pendenza positiva, l’elasticità dell’offerta nel breve periodo è sempre positiva. Quando i costi marginali crescono rapidamente all’aumentare dell’output, l’elasticità dell’offerta è bassa. In tal caso le imprese trovano costoso aumentare il loro output. Quando il costo marginale cresce lentamente con l’output, l’offerta è elastica e le imprese trovano conveniente aumentare sostanzialmente la produzione anche per un piccolo aumento del prezzo del bene. Casi particolari sono quelli in cui la curva di offerta è perfettamente anelastica perché gli impianti produttivi di tutte le imprese dell’industria sono utilizzati fino alla saturazione della loro capacità, per cui è necessario costruire altri impianti (così come nel lungo periodo) per aumentare l’offerta e in cui l’offerta è perfettamente elastica, perché i costi marginali sono costanti.

Nel lungo periodo tutti i fattori di produzione e tutti i costi sono variabili. Le imprese possono decidere di cessare la produzione (uscire dall’industria) o cominciare a produrre (entrare nell’industria). Le imprese presenti sul mercato per produrre il livello ottimo di output di lungo periodo (quello a cui il prezzo o il ricavo marginale sono pari al costo marginale di lungo periodo) costruiscono l’impianto più efficiente. L’impianto più efficiente è quello che consente di produrre il livello ottimo di output al più basso costo possibile. Quando una impresa è in equilibrio nel lungo periodo, è in equilibrio anche nel breve periodo, dal momento che P = RMA = CMAB = CMAL.  In un mercato di concorrenza perfetta esiste una situazione di equilibrio di lungo periodo quando si verificano le tre condizioni seguenti. Tutte le imprese che costituiscono l’industria massimizzano il profitto. Nessuna delle imprese ha alcun incentivo ad uscire o ad entrare dall’industria, perché per tutte le imprese dell’industria il profitto economico è nullo. Il prezzo del prodotto è tale che la quantità offerta dall’industria è uguale alla quantità domandata dai consumatori.

Si definisce surplus del produttore la differenza tra il ricavo di una impresa e il costo minimo da sostenere per produrre la quantità di output che massimizza il profitto. Sia nel breve che nel lungo periodo il surplus del produttore è rappresentato dall’area che si trova tra la linea orizzontale del prezzo ed il costo marginale di produzione dell’impresa (. 4.2).

Se la curva di domanda di mercato aumenta, determinando un prezzo di equilibrio di mercato maggiore, nel breve periodo ciascuna impresa espanderà la produzione utilizzando l’impianto esistente realizzando un profitto economico. Nel lungo periodo, altre imprese entreranno nell’industria. In seguito all’espansione della produzione ed alla successiva domanda di fattori produttivi possono verificarsi tre casi. Se i prezzi dei fattori produttivi restano stabili nonostante sia aumentata la loro domanda, la curva di offerta di lungo periodo del bene si mantiene orizzontale e l’industria è a costi costanti. Se i prezzi dei fattori produttivi aumentano (diminuiscono) all’aumentare della loro domanda, la curva di offerta di lungo periodo del bene è positivamente (negativamente) inclinata e l’industria è a costi crescenti (decrescenti).

Cap 5

Elementi di teoria


Il monopolio è una forma di mercato in cui è presente una sola impresa che offre un bene per il quale non esistono sostituti stretti. L’unica impresa rappresenta tutta l’industria e ha di fronte la curva di domanda per l’industria, con inclinazione negativa. Per vendere una quantità maggiore del bene il monopolista deve necessariamente ridurre il prezzo. Il prezzo in monopolio, al contrario di quanto accade in concorrenza perfetta, costituisce una variabile decisionale per i manager dell’impresa. Tuttavia l’impresa in monopolio non ha un potere di mercato illimitato. Direttamente o indirettamente essa è infatti costretta ad affrontare altre forme di concorrenza (ad esempio, la concorrenza di beni che non sono succedanei stretti o la minaccia di potenziali entranti in conseguenza del progresso della tecnologia). L’impresa monopolista può realizzare un profitto economico nel lungo periodo poiché l’ingresso nell’industria è bloccato o reso difficile dalla esistenza di barriere all’entrata.


Diverse cause possono essere all’origine di mercati di monopolio:

una impresa può possedere o controllare l’intera offerta di una materia prima o possedere dei fattori produttivi estremamente specializzati (ad esempio, un particolare know how);

una impresa può aver ricevuto dal governo una concessione che le assicura il diritto esclusivo per l’utilizzazione di una risorsa produttiva (ad esempio, l’estrazione di minerale da una miniera);

una impresa può possedere un brevetto che le assicura il diritto esclusivo di produrre un bene o utilizzare un particolare processo produttivo;

una impresa può avere dei costi medi di lungo periodo tanto bassi che per le altre imprese non è più conveniente rimanere sul mercato.

La . 5.1 mostra la relazione tra la curva di domanda del monopolista (in questo caso, per semplicità, rappresentata con una retta) ed il suo ricavo marginale RMA. Il RMA è positivo in corrispondenza del tratto elastico della curva di domanda. RMA è nullo quando l’elasticità della domanda è unitaria. RMA è negativo in corrispondenza del tratto anelastico della curva di domanda. E’ possibile esaminare la relazione che lega il prezzo, il ricavo marginale e l’elasticità della domanda al prezzo. Infatti è



RMA = DR(Q)/DQ = D(P(Q))/DQ = P + QDP/DQ =

= P + P(Q/P)(DP/DQ) = P - P(1/hp





Poiché l’obiettivo dell’impresa è la massimizzazione del profitto, vale la condizione generale che il costo marginale CMA deve essere pari al ricavo marginale RMA


CMA = P - P(1/hp


che riscritta dà la


(P - CMA)/P = +1/hp


oppure

P = CMA/(1 - (1/hp



Questa relazione fornisce una valida formula per l’attribuzione del prezzo ad un prodotto in un mercato di monopolio. (P - CMA)/P costituisce in effetti un margine (o mark up) sul costo marginale espresso in percentuale del prezzo. La relazione dice che questo margine dovrebbe avere un valore pari al reciproco dell’elasticità della domanda al prezzo (presa con il segno negativo). Se la domanda è molto elastica, p assume un valore grande per cui il prezzo dovrà essere molto vicino al costo marginale e, pur in presenza di una sola impresa produttrice, per i consumatori il mercato di monopolio sarà molto simile a quello di concorrenza perfetta. Quando la domanda è molto elastica il profitto economico per l’impresa produttrice non è consistente, per cui vi è uno scarso incentivo ad essere monopolista. Se p=∞ il mercato diventa un mercato di concorrenza perfetta perché RMA=P. Se p < ∞ l’impresa opera in un mercato di monopolio e RMA < P poiché, per qualunque valore di Q, la curva di RMA si trova al di sotto della curva di domanda. Quando p < 1 l’impresa monopolista può aumentare il suo ricavo totale vendendo una quantità inferiore del bene; per p> 1 è invece RMA>0. Pertanto al monopolista non conviene assolutamente operare in corrispondenza del tratto lungo cui la domanda è inelastica. Riducendo la quantità prodotta, aumentando il prezzo, il monopolista riesce ad aumentare il ricavo totale, ridurre i costi e aumentare il profitto totale.

In un mercato di monopolio non esiste una curva di offerta. In altre parole, non è possibile riscontrare una relazione biunivoca tra la quantità che viene prodotta ed il prezzo a cui dovrebbe essere venduta quella quantità. Ciò è una conseguenza del fatto che la decisione circa la quantità da produrre dipende non solo dal valore del costo marginale, ma anche dalla forma della curva di domanda (e quindi dal valore dell’elasticità). Uno spostamento della curva di domanda può quindi indurre variazioni nella quantità prodotta e nel prezzo. Ciò non accade nella concorrenza perfetta in cui ad un particolare valore della quantità prodotta corrisponde un determinato prezzo.




In un mercato di concorrenza perfetta il prezzo è sempre uguale al costo marginale. In un mercato di monopolio il prezzo è superiore al costo marginale. Ne consegue che un modo per misurare il potere di monopolio di cui un’impresa gode è valutare la differenza tra il prezzo che massimizza il profitto dell’impresa e il costo marginale. La formula (5.1) utilizzata per stabilire il prezzo consente di misurare il potere di monopolio di un’impresa (L)1

L = (P - CMA)/P = 1/hp

dove hp è l’elasticità della curva di domanda dell’impresa e non già l’elasticità della curva di domanda del mercato. L’indice assume valori compresi tra 0 (concorrenza perfetta) e 1 (monopolio puro). Godere di un considerevole potere di monopolio non implica l’esistenza di elevati profitti per l’impresa, giacché il profitto dipende dal valore del costo medio rispetto al prezzo. La formula (5.1) fornisce una regola per determinare il prezzo per una qualunque impresa che goda di un certo potere di monopolio. Determinare l’elasticità della domanda al prezzo per un’impresa è più difficile che determinare l’elasticità della domanda di mercato, fondamentalmente perché il suo valore dipende dalla reazione dei concorrenti ad una variazione di prezzo del bene. I manager riescono a stimarne il valore utilizzando dei modelli analitici, o più semplicemente affidandosi alla propria intuizione ed esperienza.2

Nel lungo periodo un monopolista continua a produrre solo se è in grado di realizzare un profitto in corrispondenza del livello di produzione ottimale utilizzando un impianto di dimensione efficiente. Nel lungo periodo il livello di produzione ottimo è quello in corrispondenza del quale la curva del costo marginale di lungo periodo CMAL interseca dal basso la curva del ricavo marginale RMA. La dimensione dell’impianto efficiente è quella corrispondente al punto di tangenza tra la curva dei costi medi di breve periodo CMEB dell’impianto e la curva dei costi medi di lungo periodo CMEL che è l’inviluppo dei costi medi di breve periodo. Tale dimensione consente al monopolista di produrre il più alto livello di output al più basso costo possibile.


L’esistenza di un elevato potere di monopolio all’interno di un mercato (e, come caso estremo, l’esistenza di un mercato di monopolio puro con una sola impresa produttrice) impone dei costi ai consumatori dal momento che, rispetto ad un mercato perfettamente competitivo, la quantità prodotta complessivamente di un bene è inferiore ed il prezzo corrispondente più elevato. È possibile valutare la perdita netta di surplus per la società passando da un mercato perfettamente competitivo ad un mercato di monopolio puro.

La . 5.2 riporta i valori del prezzo e quantità all’equilibrio nel caso di un mercato di concorrenza perfetta (Pc, Qc) e di monopolio (Pm, Qm). Si è fatta l’ipotesi semplificativa che le curve di costo siano uguali per le imprese nei due mercati. In condizioni di monopolio a causa del prezzo più elevato, i consumatori che acquistano il bene perdono infatti una parte del loro surplus pari all’area del rettangolo A. I consumatori che non acquistano il bene al prezzo Pc ma al prezzo Pm perdono anch’essi una parte del loro surplus data dall’area del triangolo B. La perdita totale di surplus per il consumatore è pari quindi alla somma delle aree A e B. L’impresa produttrice guadagna il surplus dato dall’area del rettangolo A poiché vende al prezzo Pm>Pc, ma perde un beneficio pari all’area del triangolo C, poiché perde una parte di profitto vendendo una quantità Qm < Qc. Il guadagno complessivo di surplus dell’impresa è pari allora alla differenza tra A e C. La perdita netta di surplus per la società è uguale a




DSurplus = (A-C) - (A+B) = -B – C





SUGGERISCO DI INSERIRE, PRIMA DELLA DISCRIMINAZIONE DEL PREZZO, IL CASO DEL MONOPOLISTA CHE UTILIZZA PIU' DI UN IMPIANTO.  SI PUO' INTEGRALMENTE RIPORTARE DA MANSFIELD IL PARAGRAFO 10 DEL CAPITOLO 9. E' ASSOLUTAMENTE INDISPENSABILE PERCHE' TALE PROBLEMA VIENE RICHIAMATO NELL'ESERCIZIO 5.13!!!

Le imprese che godono di una posizione di monopolio si trovano in una posizione invidiabile dal momento che hanno la potenzialità di guadagnare grandi profitti. Tuttavia riuscire a mettere in pratica ciò dipende sostanzialmente dalla strategia di fissazione del prezzo dell’impresa. Persino se l’impresa decide di fissare un unico prezzo, ha bisogno di stimare l’elasticità della domanda per il bene che produce. Strategie complesse adottate per fissare il prezzo, che implicano che vengano stabiliti prezzi differenti, richiedono una quantità di informazioni maggiore relativamente alla domanda del mercato per il bene. Una strategia di prezzo opportuna consente all’impresa monopolista di ampliare il numero dei clienti a cui vende il prodotto e di prelevare una quantità superiore di surplus dai consumatori. Sono numerose le strategie che un’impresa monopolista può seguire per raggiungere questi due obiettivi e tutte prevedono che l’impresa stabilisca non un solo prezzo per vendere il proprio prodotto, ossia che l’impresa attui una discriminazione di prezzo.

La discriminazione di prezzo può assumere tre forme: discriminazione del prezzo di I tipo, II tipo, III tipo.

Nella discriminazione del prezzo di I tipo l’impresa cerca di trasferire a sè tutto il surplus dei consumatori vendendo a ciascuno di essi il bene al prezzo massimo che sarebbe disposto a are. In tal caso l’impresa non deve più tenere conto della curva del ricavo marginale per determinare la quantità da produrre ed il prezzo da fissare, ma poiché il prezzo chiesto a ciascun consumatore è esattamente pari al prezzo che questi sarebbe disposto a are, il ricavo addizionale legato alla vendita di una unità ulteriore di beni è proprio pari al prezzo ato e, quindi, viene individuato dalla curva di domanda. La discriminazione del prezzo non ha alcuna influenza sulla struttura dei costi dell’impresa (che dipendono essenzialmente dalla funzione di produzione dell’impianto). Pertanto, il profitto che l’impresa monopolista consegue praticando una strategia di discriminazione del prezzo di I tipo è dato dalla differenza tra la domanda ed il costo marginale.3 Nella discriminazione del prezzo di II tipo l’impresa fissa differenti prezzi via via più bassi all’aumentare della quantità del bene che viene acquistata dal mercato. Si tratta di una discriminazione del prezzo fatta sulla quantità consumata. Un esempio di discriminazione del prezzo di II tipo è quella praticata dalle società che gestiscono la produzione e il trasferimento dell’energia elettrica. Se esistono considerevoli economie di scala così che i costi medi e marginali decrescono, il governo può imporre alla società di praticare tariffe differenziate sulla base della quantità di energia elettrica erogata ai consumatori. Aumentando la produzione di energia e raggiungendo maggiori economie di scala aumenta il benessere dei consumatori e, nello stesso tempo, il profitto della società.

LA DESCRIZIONE CHE SEGUE DELLA DISCRIMINAZIONE DEL PREZZO DI TERZO TIPO VA A MIO AVVISO CAMBIATA PERCHE' POCO CHIARA ED INOLTRE NON CONGRUENTE CON GLI ESERCIZI RIPORTATI NEL SEGUITO. SUGGERISCO DI SOSTITUIRLA CON IL PARAGRAFO 14 DEL CAPITOLO 9 DEL TESTO DI MANSIELD

Una strategia di discriminazione del prezzo di III tipo divide il mercato, nei casi più frequenti, in due sottogruppi, ciascuno avente una specifica curva di domanda per il bene prodotto dall’impresa. Si tratta della forma più comune di discriminazione di prezzo. Allo scopo di massimizzare il profitto  l’impresa monopolista deve produrre la quantità efficiente di output e venderlo nei due mercati in modo tale che il ricavo marginale conseguente all’ultima unità venduta in ciascuno dei mercati sia lo stesso. Per forza di cose l’impresa venderà il bene al prezzo più alto nel mercato che ha una curva di domanda meno elastica. Perché possa essere applicata una discriminazione del prezzo di III tipo devono verificarsi le seguenti tre condizioni: l’impresa deve essere in grado di decidere il prezzo (deve avere cioè un certo potere di monopolio); i sub-mercati in cui l’impresa vende il bene a prezzi differenti devono poter essere mantenuti separati; l’elasticità della domanda al prezzo deve essere diversa nei due mercati. Il profitto totale che l’impresa realizza sui due mercati è dato da


p Si=1,2PiQi - C(QT)


in termini differenziali


p/∆Qi = ∆(PiQi)/∆Qi - ∆C/∆Qi = 0


ossia, essendo ∆(PiQi)/∆Qi il ricavo marginale legato alla vendita di una unità addizionale nel mercato i-mo e ∆C/∆Qi  il costo marginale


RMAi = CMA


e, ricordando l’espressione di RMA in funzione dell’elasticità della domanda al prezzo


P1/P2 = (1 - 1/h h

Esistono altre strategie che una impresa in monopolio può seguire per incrementare il proprio profitto: la discriminazione di prezzo inter-temporale, l’imposizione al consumatore di are una tassa per acquistare un prodotto e tutte le unità ulteriori di questo e il bundling, imponendo al consumatore che desidera acquistare un prodotto di acquistare anche un altro prodotto.

Generalmente una impresa monopolista possiede più di un impianto produttivo che utilizza per la produzione del bene. L’impresa in monopolio distribuisce la produzione tra i vari impianti allo scopo di massimizzare il profitto e minimizzare i costi di produzione. Nel breve periodo minimizza il costo totale corrispondente al livello ottimale di output quando il costo marginale dell’ultima unità di bene prodotta in ciascun impianto è pari al ricavo marginale derivante dalla vendita dell’output totale prodotto in tutti gli impianti. Nel lungo periodo l’impresa ha la possibilità di costruire impianti uguali di dimensione efficiente e soddisfare così la richiesta del mercato.


Cap 8

Elementi di teoria


L’oligopolio è una struttura di mercato in cui sono presenti poche imprese che offrono un prodotto, omogeneo o leggermente differenziato. Quando il prodotto è omogeneo, il mercato è un oligopolio puro. Quando il prodotto offerto dalle imprese è differenziato, il mercato è un oligopolio differenziato. Poiché il numero delle imprese è limitato, il comportamento di ciascuna impresa ha un’influenza sul comportamento delle rimanenti imprese. La gestione di una impresa che opera in un mercato oligopolistico è allora estremamente complesso. La decisione circa l’attribuzione del prezzo al prodotto, la quantità da produrre, l’investimento in pubblicità, e le decisioni di investimento nella creazione di nuove strutture produttive impongono ai manager delle importanti considerazioni di carattere strategico. In alcuni oligopoli tutte o alcune delle imprese realizzano consistenti profitti nel lungo periodo poiché esistono delle barriere all’ingresso che rendono difficile o oneroso a nuove imprese entrare nel mercato. Le cause di queste barriere possono essere diverse: la presenza di economie di scala di produzione, il possesso di brevetti o tecnologie proprietarie specifiche da parte di poche imprese, la necessità di investire una quantità notevole di denaro all’atto dell’ingresso per creare un’immagine di marca. Il rapporto di concentrazione del mercato, la percentuale delle vendite totali delle più grandi 4, 8 o 20 imprese di un’industria oligopolistica, consente di valutare fino a che punto un mercato è effettivamente dominato da poche imprese oligopoliste. Se il grado di concentrazione delle vendite delle prime quattro imprese è superiore al 60% l’industria assume una connotazione che molto verosimilmente si avvicina a quella di un oligopolio. La caratteristica peculiare di un mercato oligopolistico è proprio questa stretta interdipendenza tra le azioni delle imprese. Pertanto, non è possibile costruire la curva di domanda del mercato per una particolare impresa di una industria oligopolistica, a meno che non si facciano delle ipotesi piuttosto specifiche circa quelle che saranno le reazioni delle altre imprese alle azioni dell’impresa che viene presa in considerazione. La soluzione resta di conseguenza indeterminata e si ottengono soluzioni differenti in funzione delle ipotesi di comportamento delle imprese che vengono fatte. Gli economisti non sono stati in grado di sviluppare così una teoria generale dell’oligopolio. Esistono diversi modelli, ciascuno dei quali riesce a spiegare alcuni degli aspetti che caratterizzano questa interessante forma di mercato (il comportamento delle imprese, come viene fissato il prezzo, ecc.). Alcuni modelli (Cournot, Sweezy) ipotizzano che le imprese non possano colludere. Altri modelli (impresa dominante), sottolineando l’interdipendenza tra le azioni delle imprese, partono dal presupposto che vi sia una forte tendenza da parte delle imprese a promuovere la collusione. Generalmente i modelli considerano situazioni di breve periodo.

Il modello di Cournot

Il modello proposto dall’economista francese Cournot è un modello di duopolio, in cui due sole imprese competono l’una contro l’altra. Valgono le seguenti ipotesi:


I1.  le imprese producono lo stesso bene;

I2.  entrambe le imprese conoscono perfettamente la curva di domanda del mercato;

I3.  ciascuna impresa deve decidere quanto produrre, e le due imprese prendono le proprie decisioni nello stesso tempo.


L’essenza del modello sta nel fatto che ciascuna impresa considera il livello di produzione del concorrente come un dato fisso. Solamente dopo che ne ha conosciuto il valore l’impresa decide quanto produrre.

Si consideri quello che accade dal punto di vista dell’impresa I1. Si assuma inoltre che il costo marginale dell’impresa I1 sia nullo. Se l’impresa I1 suppone che l’impresa I2 non produrrà, la curva di domanda dell’impresa I1 coincide con la curva di domanda del mercato D1(0). L’impresa I1 produrrà la quantità in corrispondenza della quale RMA=CMA, ossia Q=m. Supponiamo ora invece che l’impresa I1 pensi che l’impresa I2 produrrà una quantità pari a m. In tal caso la sua curva di domanda traslerà verso sinistra di un valore pari a m. La sua nuova curva di domanda sarà la D1(50). L’impresa I1 massimizzerà il suo profitto in corrispondenza della quantità Q=m/2. Le decisioni dell’impresa I1 possono via via modificarsi, dipendentemente dalla quantità che essa ritiene che l’impresa I2 produca. Quando I1 ritiene che I2 produrrà Q=100, l’impresa non entrerà proprio sul mercato. Questo ragionamento è illustrato in . 6.1. Pertanto, l’output che massimizza il profitto dell’impresa I1 è costituito da una tabella di valori decrescenti che indicano quanto essa produrrà in corrispondenza di ipotizzati valori della produzione di I2. Questa tabella riportata in forma grafica prende il nome di curva di reazione dell’impresa I1 e si denota con Q1 (Q2). È possibile ripetere il ragionamento anche per l’impresa I2, in modo perfettamente simmetrico. La . 6.2 riporta le curve di reazione per le due imprese. La curva di reazione dice allora quanto un’impresa deve produrre dato l’output del concorrente. L’intersezione delle due curve di reazione stabilisce la condizione di equilibrio del mercato. Essa prende il nome di equilibrio di Cournot.














Il modello della curva di domanda spezzata

Secondo tale modello le azioni delle imprese sono interdipendenti, tuttavia queste agiscono senza colludere. L’obiettivo del modello di Sweezy è quello di spiegare la rigidità dei prezzi che è possibile riscontrare nei mercati di oligopolio (. 6.3).1 Se una impresa aumentasse il prezzo, le altre imprese non la seguirebbero, per cui l’impresa considerata perderebbe molti dei suoi clienti. Se l’impresa riducesse il prezzo di vendita del prodotto, sicuramente le altre imprese la seguirebbero e di conseguenza non riuscirebbe ad aumentare la sua quota di mercato.

Pertanto le imprese oligopoliste tendono a non variare il prezzo, ma piuttosto ad utilizzare come leve competitive la qualità e le caratteristiche del prodotto, la pubblicità ed i servizi offerti alla clientela. Il modello non è in grado tuttavia di spiegare perché prevalga quel prezzo e non un altro. Si noti infatti come la curva del costo marginale dell’oligopolista può salire e scendere all’interno del tratto in cui la curva di RMA è discontinua, senza che i manager dell’impresa oligopolista avvertano la necessità di variare la quantità ed il prezzo del prodotto.

Il modello dell’impresa leader


Questo modello considera l’esistenza di una forma imperfetta di collusione tra le imprese. Ad una impresa che presenta certe caratteristiche viene riconosciuto il ruolo di leader da parte delle altre imprese dell’industria nella fissazione del prezzo. Questa impresa può essere quella che ha il costo minimo, o la più grande, o ancora quella in grado di decidere un giusto prezzo di vendita del prodotto giustificabile dalle variazioni della domanda e dei costi. Le altre imprese, generalmente di dimensione minore, tacitamente, decidono di vendere allo stesso prezzo dell’impresa dominante. L’impresa dominante dal canto suo stabilisce il prezzo del bene che massimizza i propri profitti, permette alle altre imprese dell’industria di vendere a quel prezzo tutta la quantità del bene che producono, e quindi interviene per soddisfare la domanda di mercato che le imprese più piccole non hanno coperto. Le imprese minori si comportano così come se operassero in un’industria in concorrenza perfetta, essendo dei price-taker. In questo modo le imprese possono operare aggiustamenti di prezzo senza rischiare di generare una guerra di prezzi all’interno dell’industria.

Nella . 6.4 D è la curva di domanda del mercato per il bene di una industria oligopolistica in cui sono presenti n-l piccole imprese ed una impresa dominante. La curva CMAT è la somma orizzontale delle curve di costo marginale (uguale per tutte) delle piccole imprese pari a


CMAT = Si=1,n-lCMAi


Assumendo che i prezzi dei fattori di produzione restino costanti, la curva CMAT è la curva di offerta di breve periodo di tutte le piccole imprese, poiché queste sono dei price-taker. Sottraendo orizzontalmente la curva CMAT dalla curva D si ottiene la curva di domanda d dell’impresa dominante. In corrispondenza dell’intersezione tra la curva del ricavo marginale RMAd e del costo marginale CMAd dell’impresa dominante si trova la quantità offerta ed il prezzo stabilito (sulla curva di domanda d) dall’impresa dominante. In corrispondenza di tale prezzo si individua sulla curva CMAT la quantità offerta dalle piccole imprese.

Nel lungo periodo un’impresa oligopolista può variare tutti i fattori della produzione e costruire così l’impianto di dimensioni efficienti. Se riesce a realizzare dei profitti altre imprese possono entrare nel mercato e, se non esistono barriere all’ingresso consistenti, l’industria può cessare di essere oligopolistica. Nel lungo periodo una industria con struttura oligopolistica può generare delle inefficienze. Il prezzo è generalmente superiore al costo medio di lungo periodo, per cui di solito vi è una allocazione non ottimale dei fattori della produzione. Peraltro quando l’oligopolio è differenziato, gli investimenti in pubblicità e nella differenziazione delle caratteristiche del prodotto da parte di ciascuna impresa possono diventare consistenti, in special modo quando il grado di concentrazione è elevato. Alcuni economisti ritengono tuttavia che le industrie a struttura oligopolistica possano indurre anche dei benefici nel sistema economico: vi è un incentivo nelle imprese a investire in ricerca e sviluppo per differenziare il prodotto, cosa che genera un progresso tecnico accelerato rispetto alla concorrenza perfetta; vi è una maggiore disponibilità di informazioni per i consumatori attraverso la pubblicità; la differenziazione del prodotto genera valore economico, dal momento che permette di soddisfare in maniera più ampia le preferenze dei consumatori. L’oligopolio è peraltro una forma di mercato necessaria quando per motivi tecnologici non sono possibili altre forme di mercato (ad esempio, l’industria dell’automobile, l’industria degli aerei da trasporto civile, l’industria dell’acciaio) altrimenti il loro costo di produzione sarebbe eccessivamente elevato.





















Cap 9

Elementi di teoria


Le condizioni che definiscono l’esistenza di un mercato in concorrenza monopolistica sono le seguenti:


I1. molte imprese sono presenti nel mercato;

I2.  i prodotti venduti dalle imprese sono differenziati. Esiste un elevato grado di sostituibilità tra i prodotti, tuttavia essi non sono sostituti perfetti;

I3.  vi è la possibilità di entrare ed uscire liberamente dal mercato. Non vi sono cioè barriere all’ingresso legate alla marca del prodotto.


Come si vede, un mercato di concorrenza monopolistica è simile ad una industria in concorrenza perfetta poiché vi sono numerose imprese che sono libere di entrare ed uscire da essa. Nello stesso tempo, tale industria differisce dalla concorrenza perfetta poiché il prodotto è differenziato e ciascuna impresa vende un modello del prodotto che differisce da quello venduto dalle altre imprese nella qualità, nel packaging, nella reputazione di marca, nelle caratteristiche di prestazioni, ecc. Ciascuna impresa è il solo produttore di un particolare modello. Il grado di potere di monopolio di una impresa dipende dalla sua capacità di differenziare il prodotto da quello delle altre imprese. Maggiore è la sostituibilità dei prodotti, più elastica è la curva di domanda di ciascuna impresa, più basso è il suo potere di monopolio.

La concorrenza monopolistica è una forma di mercato molto diffusa nel commercio al minuto (nel settore della distribuzione alimentare, prodotti per la pulizia della casa, ecc.) e nel settore dei servizi (ristoranti, pizzerie, bar, ecc.).

I manager di un’impresa di una industria in concorrenza monopolistica prendono le loro decisioni circa la quantità da produrre ed il prezzo da imporre al prodotto supponendo che le azioni della propria impresa sfuggano alle imprese concorrenti. Quando abbassano il prezzo di vendita del prodotto, si spostano in basso lungo una curva di domanda che ritengono essere molto elastica, con un forte aumento delle vendite del prodotto. Nella realtà, ciò non passa inosservato alle altre imprese, dal momento che se alcune di queste prendono ad abbassare il prezzo dei loro prodotti, le vendite dell’impresa considerata non aumenteranno della quantità prevista dai manager. Nel caso estremo tutte le altre imprese presenti nell’industria abbasseranno il prezzo del prodotto, per cui le vendite dell’impresa in esame aumenteranno di poco. Possiamo ipotizzare perciò che ciascuna impresa in concorrenza monopolistica abbia di fronte due curve di domanda, una curva di domanda con elasticità al prezzo molto alta (nel caso in cui il suo operato non sia imitato dai concorrenti) e una curva di domanda con elasticità molto bassa (se il suo operato è imitato da tutte le imprese concorrenti).

Per determinare il prezzo e la quantità prodotta dall’impresa in concorrenza monopolistica è necessario fare delle ipotesi semplificative.

Poiché in un mercato di concorrenza monopolistica ciascuna impresa vende un prodotto differenziato e perciò unico, non è possibile utilizzare il concetto di industria. Per superare questa difficoltà è stato introdotto il concetto di gruppo di imprese all’interno del mercato per fare riferimento a quelle imprese che vendono prodotti abbastanza simili e, pertanto, sostituibili tra loro.1 Ad ogni modo, per semplicità, continuiamo ad usare il termine “industria” anche per fare riferimento al gruppo di imprese. A causa della differenziazione di prodotto non è possibile costruire le curve di domanda e di offerta del mercato così come in concorrenza perfetta, anche perché non esiste un solo prezzo di equilibrio per il prodotto ma un insieme di prezzi. Per semplicità facciamo l’ipotesi che tutte le imprese di un gruppo di imprese concorrenti che rappresentano l’industria abbiano di fronte le stesse curve di domanda e di costo. Si tratta ovviamente di una approssimazione abbastanza spinta dal momento che se le imprese producono prodotti differenti, devono necessariamente avere curve di domanda e di costi diverse. L’ipotesi fatta consente di semplificare moltissimo l’analisi grafica dell’equilibrio nel breve e nel lungo periodo, facendo riferimento ad un’impresa tipo piuttosto che a tutta l’industria.

La . 7.1 mostra la situazione di equilibrio nel breve periodo. Db è la curva di domanda di breve periodo dell’impresa. L’intersezione della curva del ricavo marginale RMA e della curva del costo marginale CMA permette di individuare la quantità di prodotto che l’impresa deve vendere per massimizzare il profitto. Dal momento che il prezzo Pe supera il costo medio in corrispondenza del valore di Qe, l’impresa ottiene un profitto economico (pari all’area del rettangolo ombreggiata). Nel lungo periodo la presenza di un profitto solleciterà altre imprese ad entrare nel mercato, per cui l’impresa presa in considerazione perderà parte della sua quota di mercato e la curva di domanda Db si sposterà in basso fino a divenire tangente alla curva dei costi medi. In questa situazione - quantità QL e prezzo PL - l’impresa non realizza profitto economico. L’impresa continua tuttavia a godere di un certo potere di monopolio. La curva di domanda di lungo periodo DL ha pendenza negativa perché l’impresa continua a vendere un prodotto differenziato che è unico, anche se non realizza profitto. Nella realtà, poiché le imprese hanno curve dei costi e di domanda diverse, è possibile che in condizione di equilibrio i prezzi siano leggermente differenti e qualche impresa riesca a realizzare un piccolo profitto.

Nel lungo periodo, pur ritrovando delle condizioni di inefficienza tipiche delle industrie non perfettamente concorrenziali, l’allocazione delle risorse è migliore che nelle industrie monopolistiche e oligopolistiche, e la produzione è maggiore e il prezzo del prodotto più basso, poiché l’elasticità della domanda è più grande che nei due casi precedenti.

La . 7.2 illustra il confronto tra la concorrenza perfetta e la concorrenza monopolistica. Nella concorrenza monopolistica esistono due fonti di inefficienza. Il prezzo di equilibrio Pcm supera il costo marginale, per cui il valore attribuito dal consumatore ad una unità aggiuntiva supera il costo incrementale per la sua produzione. Supponendo di aumentare la produzione fino al punto in cui la curva di domanda D interseca la curva del costo marginale CMA, il surplus complessivo aumenta di una quantità pari a quella dell’area ombreggiata. L’impresa in concorrenza monopolistica viene ad operare in una situazione di eccesso di capacità e il livello della sua produzione Qcm è inferiore a quello che minimizza i suoi costi medi. In concorrenza perfetta il livello di produzione corrisponde al livello Qcp che minimizza i costi medi.







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