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DONNE E LETTERATURA NEL QUATTROCENTO

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INTRODUZIONE

Le donne del Medioevo non sono le ariostesche “donne  antique (che) hanno mirabil cose fatto ne le arme e ne le sacre muse; e di lor opre belle e gloriose gran lume in tutto il mondo si diffuse”.

I loro nomi non sono tratti dalla letteratura classica, dai miti greci o latini, ma sono i nomi cristiani e barbarici delle lie di quei popoli che avevano abitato l’Età di Mezzo, donne il cui eroismo è intessuto di quotidianità,  la cui avventura mistica fa parte integrante della fede, la cui funzione di madre o sposa è vissuta con fierezza e sacrificio. Di queste donne non restò altro che la “dama” dei poemi cavallereschi, la maga, l’intrigante calunniatrice, l’avventuriera o l’amazzone .

Inferiore fisiologicamente, moralmente, giuridicamente e politicamente, l’immagine umanistica della donna resta perennemente legata al suo stato costante di “fanciullo mai cresciuto”. Allorché alcune donne dei secoli XV e XVI diedero avvio al cammino di una “emancipazione”, a volte apertamente espressa, iniziò per l’universo maschile anche il tempo della grande paura che prese le due forme tipiche della reazione: l’aperta e dichiarata ostilità oppure il tentativo di guadagnarsi l’alleanza tramite blandizie e lodi esagerate. La conclusione della storia la conosciamo bene: le sante monache combattive tornarono a rinchiudersi nei loro conventi, le virago tornarono madri e mogli intriganti, le cortigiane – persa l’ispirazione poetica – si limitarono all’esercizio della prostituzione, le “signore del gioco” continuarono ad essere arse come streghe ed infine molte si ridussero ad esercitare l’unica arte che il maschio riconosceva loro: l’intrigo e l’inganno.




DONNE E LETTERATURA NEL QUATTROCENTO

Quando nel 1491 ricevette una lettera encomiastica da Angelo Poliziano, Cassandra Fedele aveva solo venticinque anni, ma era già famosa per la sua straordinaria cultura. Il Poliziano la paragonava alle Muse e alle Sibille, alle grandi poetesse della Grecia antica: Telesilla, Corinna, Saffo, Anite, Erinna, Praxilla, alle matrone romane famose per la loro eloquenza; l’ammirazione che aveva per lei era pari almeno a quella che provava per Pico della Mirandola. Eppure, per quanto sincera quest’ammirazione per Cassandra era dettata non tanto dalla sua eccezionale cultura, quanto dal suo essere donna, un fenomeno unico come una viola che nasce dal ghiaccio, una rosa nella neve, un giglio nel gelo: una donna anzi, una fanciulla, una vergine aveva saputo raggiungere il livello intellettuale di un uomo. Partendo dal presupposto che la cultura era riservata all’uomo – un esempio, nel ‘400 l’Università non era accessibile alle donne -, si riteneva che la donna letterata dovesse rinunciare alla propria femminilità, che dovesse inibire gli istinti passionali considerati propri del genere femminile, e quindi mantenersi casta, per assomigliare il più possibile all’uomo. Con la grande crisi dell’ideale monastico nel XIII e XIV secolo e con l’affermarsi nel XV secolo di una pedagogia che tendeva a privilegiare il rapporto tra individuo e cultura, e a distinguere fra ambito intellettuale e ambito spirituale, con il modificarsi delle condizioni istituzionali, sociali ed etiche, la donna letterata, la donna umanista non era più legata al convento, viveva nella società laica, poteva sposarsi, avere li. E perciò ora, fuori dal chiostro, la donna intellettuale si rivelava come una potenziale minaccia; ci si accorgeva che la tradizionale connessione cultura-castità non funzionava più, e allora quella stessa connessione poteva essere rovesciata nel suo opposto: una donna eloquente, una donna colta non è mai una donna casta. Un pregiudizio diffuso, che contribuì indubbiamente a limitare soltanto ad un certo tipo di donna le possibilità di approccio alla letteratura. Accomunate dalla coscienza del loro “specifico” femminile, ma anche dall’orgoglio di aver raggiunto la parità con l’uomo grazie agli studia humanitatis, spesso appartenenti a famiglie nobili o comunque inserite nella classe dirigente, considerate in genere come fenomeni prodigiosi, le donne umaniste del ‘400 scrivevano lettere o orazioni che si rivelano in genere di buon livello linguistico e stilistico, ma non di grande originalità. Uno dei temi ricorrenti in questa letteratura femminile riguardava l’eccellenza e la quantità delle donne colte nel mondo antico: argomento tipicamente umanistico, cui ricorre, come si è visto, anche il Poliziano.



Il ruolo della moglie e della madre nel ‘400

Quale doveva essere il ruolo della moglie e della madre costituisce la tematica della famosa saggistica matrimoniale del ‘400: ad esempio, prendendo in esame due intellettuali d’avanguardia dell’umanesimo (Leon Battista Alberti e Francesco Barbaro), possiamo comprendere quali virtù l’uomo cercava in una donna sia a livello fisico che a livello morale. Secondo l’Alberti nel II libro Della Famiglia si prende “moglie per due cagioni: la prima per stendersi in liuoli, l’altra per avere comnia in tutta la vita ferma e stabile . ”. In una moglie si cercano “bellezze, parentado e ricchezze”: “ . e sono tra le bellezze a una donna in prima richiesti i buon costumi . ”

Qui non si ragiona d’amore, non si prende neppure in considerazione il livello intellettuale della futura moglie. Ciò che interessa è invece soltanto la complessione fisica della donna in vista della procreazione.

Dedicata espressamente ai problemi matrimoniali è invece il De Re Uxoria di Francesco Barbaro. Rispetto alla prospettiva economica ed utilitaristica di Leon Battista Alberti, la posizione del Barbaro appare radicalmente diversa. Al centro del trattato sta infatti il tema della serena convivenza della coppia e arbitra di questa serenità è la uxor, le cui virtù ideali sono “il caritatevole amore verso il marito, la modestia e la mansuetudine dei costumi, e la industriosa e sollecita cura delle cose di casa”. Il profilo della uxor così designato dal Barbaro ricalca indubbiamente il modello di matrona romana, fedele e sottomessa al vir, ma signora della propria casa; la novità del De Re Uxoria consiste però nell’importanza attribuita all’amore che deve unire i coniugi, un amore del tutto umano, del tutto laico, un amore senza il quale il matrimonio è destinato a fallire: “ . Cerchisi adunque dalla propria volontà di ambedue lo amor reciproco, il quale di giorno vada crescendo con ogni tenerezza”. Dunque, “amore reciproco” nel matrimonio, anche se spetta principalmente alla moglie mantenerne viva la fiamma.



La donna dell’alta nobiltà

In generale, le donne nobili vivevano nei loro castelli, nei quali, in tempo di pace, si occupavano di tutta la sfera riguardante l’economia domestica e si dedicavano a tempo pieno al lavoro di tessitura e ricamo di stoffe pregiate. Essendo questo molto lungo, la donna si circondava di aiutanti e si formavano così veri e propri gruppi di lavoro all’interno delle stanze del castello.



Non si deve però pensare che la donna appartenente a questa classe sociale avesse una vita facile. Il fatto di appartenere all’elevata nobiltà faceva sì che fossero obbligate ad essere sempre presenti e pronte a occupare il posto del marito in caso questi si assentasse per battaglie o motivi politici - economici. Per far ciò, esse dovevano essere dotate di un forte carattere e spesso, per meglio svolgere questi compiti, approfondivano la loro conoscenza in campo culturale. A ciò è dovuto il fatto che spesso le donne avevano un grado di conoscenza della cultura di molto superiore rispetto ai loro mariti.

Attorno al 1050 si hanno le prime testimonianze relative alla capacità giuridica da parte di donne di ricevere feudi, dapprima nella parte nord - occidentale dell’Europa, poi verso l’intero continente, anche per una maggiore aperture della mentalità popolare verso le innovazioni. Dal 1156 si stabilì la possibilità da parte delle lie di ereditare o possedere un ducato, con un particolare permesso da parte dell’imperatore. Il feudatario doveva esprimere chiaramente il suo consenso e la sua volontà alla successione alla lia del suo feudo e la lia doveva riconoscere il passaggio ereditario come un privilegio concesso dall’imperatore. Gradualmente vi fu un’imporsi dell’usanza, tuttavia non ci fu mai un riconoscimento in linea di principio della successione ereditaria femminile nel sistema feudale. Questo perché si preferiva evitare il passaggio di un feudo ad una lia femmina, che comportava una minore possibilità di incrementare il feudo. Per ovviare a questa penalizzazione si cercava allora di influenzare le scelte matrimoniali delle lie, obbligando all’unione con il prescelto dal padre.

La donna nel mondo cavalleresco – cortese

Le prime manifestazioni di letteratura cortese si hanno nella Francia degli inizi del XII secolo. Questa nacque come reazione contro la rigidità dell’etica morale della Chiesa e come sfogo di una spinta alla rivoluzione del modo di pensare e dei costumi.

La letteratura cortese forniva, per il Medioevo, una nuova visione dell’amore, grazie ai trovatori, ai trovieri ed ai romanzieri; un amore fondato soprattutto sulla sublimazione della donna.

I primi furono i poeti di lingua d’oc, che predicavano la bellezza dell’amore, visto non come follia o disonore per l’uomo, ma come saggezza e come un sentimento in grado di esaltare tutte le qualità affettive e spirituali di una persona.

La dama nell’amore cortese è l’estasi di ciascun uomo. L’amante è accecato dalla bellezza della donna, la sua devozione a lei è estrema, egli le è completamente sottoposto e le deve perciò un lungo e totale servizio amoroso, senza mai aspettarsi una ricompensa. La ura femminile è quindi esaltata come la più bella e la più nobile, e per lei l’uomo innamorato perde la sua personalità, trovandosi come un bambino.

Per i romanzieri della Francia settentrionale l’amore era cosa meno casta e la donna provocava piacere, oltre che spirituale, anche carnale. Questo amore occupava maggiore spazio nei romanzi rispetto alle opere dei poeti lirici. Per questo fatto le ure femminili assunsero un rilievo più accentuato, mentre prima l’opera si svolgeva quasi esclusivamente attorno al tema dell’amore come estasi. La dama idolatrata dai trovatori era spesso un essere indefinito, idealizzato, sublimato, mentre l’eroina dei romanzieri era sempre un essere di carne.

La bellezza fisica della donna seduceva il cavaliere quasi quanto la sua perfezione morale, poiché l’amore nasce dall’attrazione fisica in primo luogo. Anzi, dalla seconda metà del XII secolo, l’idea che si abbia un’identità tra bontà e bellezza prese sempre maggiore diffusione, per il principio che una bella apparenza non può che riflettere ottime qualità interiori, la bellezza era data da un’immagine molto convenzionale, che corrispondeva agli stereotipi della moda. Fondamentalmente la pelle doveva essere chiara, il viso ovale, i capelli biondi, la bocca piccola, gli occhi azzurri e le sopracciglia disegnate. Secondo Marie de France, la damigella ideale doveva avere queste qualità:

Anche se poco descritte dai poeti, le altre parti del corpo femminile sono le gambe lunghe, il seno piccolo e , generalmente, la donna doveva essere esile e slanciata.


La donna delle classi più povere

Nel mondo contadino le mansioni dei due sessi erano molto differenti, sebbene si possa pensare a un comune lavoro nei campi, e ciò è dovuto alle origini molto antiche dei lavori svolti in questa particolare classe sociale. In particolare, la ura femminile svolgeva le molte attività riguardanti l’economia domestica. Più concretamente: preparava il bagno, macinava il grano prodotto nei campi, utilizzando una macina a mano, produceva la birra, cucinava e puliva l’abitazione, aiutava nei lavori svolti al vigneto, raccoglieva nel bosco tutti quei prodotti necessari che crescevano selvaticamente e partecipava alla raccolta cerealicola.



Ma l’attività principale per la donna era, per la donna ricca come per la povera, la tessitura. Questa e tutti i lavori ad essa collegati, come la raccolta delle fibre tessili o la tintura dei capi, erano vietati di precetto per il giorno festivo della settimana, la domenica. La donna contadina produceva e cuciva abiti per tutta la famiglia e spesso collaborava ai lavori necessari al signore fondiario. Nel periodo dell’Alto Medioevo si assistette anche al sorgere di manifatture tessili dove lavoravano esclusivamente donne e nelle quali erano offerti vitto, alloggio vestiario, ma non salario in moneta. In questi edifici avveniva anche la tintura ed offrivano condizioni di lavoro ottime, in quanto essi erano solidi e caldi. Per le donne che lavoravano in queste manifatture il destino non era però del tutto roseo ed esse non erano molte stimate dal resto della popolazione.

La famiglia contadina non era molto grande e la media del numero dei li variava da tre a quattro. Le famiglie erano nucleari, ma si è potuto assistere al raggruppamento di più famiglie in uno stesso podere, mentre le famiglie allargate erano molto rare.

In caso di morte del marito, la donna assumeva l’eredità, che passava direttamente al lio ereditario. Questi si impegnava nella cura della madre e delle sorelle, fino a quando fondava una sua famiglia. Era infatti molto raro che una donna vedova o nubile fosse contestataria di un podere o di possedimenti terrieri.

La donna tra i censuali

Non sempre le donne giuridicamente libere erano in grado di mantenersi o di difendersi da sole. Per loro si profilava quindi la soluzione di rinunciare in parte alla loro libertà , mettendosi sotto la protezione della Chiesa, di una signoria ecclesiastica e di divenire quindi censuali. Per far parte di questo particolare gruppo di persone devote, era necessario are un canone annuo, spesso sotto forma di cera per la produzione di candele, un censo per la morte e una tassa per sposarsi. In cambio si riceveva protezione, esenzione dai servizi obbligatori verso ufficiali pubblici o signori stranieri e la franchigia dall’essere posti in vendita nei casi di eredità o di cessione dei feudi. Per tutte queste ragioni il numero di donne tra i censuali era molto elevato.


La donna all’interno del monastero

Per iniziare a comprendere la ura della donna che viveva in convento durante il Medioevo, bisogna prima di tutto ricordarsi che la visione della vita monastica era differente dall’attuale.

Generalizzando, si possono vedere i monasteri del tempo come dei centri di potere dotati di notevoli patrimoni fondiari, in quanto la maggior parte di essi sorse grazie a donazioni e per volere di ricchi signori, che lo facevano spesso dirigere alle lie o alle sorelle che avevano deciso di dedicarsi alla vita monastica. Molti nobili vedevano però il monastero come un futuro sicuro ed agiato per le lie nubili ed esercitavano così una spinta verso una vita da una parte meno libera, ma dall’altra ricca di privilegi ed agi. Per questo fatto, le donne provenienti da una nobiltà molto elevata, accettavano la vita monacale, ma spesso non riuscivano ad accettare appieno il dovere all’obbedienza incondizionata.

Le regole dei monasteri femminili non differivano da quelle dei monasteri maschili.

All’interno del monastero e del ritiro si svolgeva una vita ricca di preghiere e opere di carità, e particolare attenzione era data all’educazione e all’istruzione delle giovani fanciulle. Inoltre vi era particolare interesse per la poesia, la storiografia, la filosofia. La miniatura di libri e spesso le monache amministravano le estese proprietà fondiarie che il monastero possedeva. Sotto questo punto di vista si può quindi affermare che sono state fatte molte opere di rilievo anche sul piano temporale, oltre che spirituale. La loro azione ha fatto sì che fossero proprio femminili le uniche strutture assistenziali come ospedali,ostelli e le già citate scuole. Questo permetteva infatti l’unione di due azioni fondamentali: quella caritativa e quella di divulgazione della cultura in un mondo ignorante, soprattutto nelle classi sociali più povere.


La donna nella società urbana medievale

Sulla società urbana si hanno informazioni abbastanza dettagliate, soprattutto sull’economia e sulla collocazione sociale della donna al suo interno. Tuttavia vi sono differenze molto profonde fra le diverse città a causa delle dimensioni, delle collocazioni geografiche e delle economie interne.

La donna nella società urbana, oltre alle mansioni di economia domestica, poteva essere attiva nell’economia svolgendoli suo ruolo all’interno del settore mercantile assieme al marito, in quanto non poteva avere un’attività economica di commercio in proprio.






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