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Giacomo Leopardi



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Giacomo Leopardi

Giacomo Leopardi nacque a Recanati, allora paese appartenente allo Stato della Chiesa, il 29 giugno del 1798 dal conte Monaldo e da Adelaide dei Marchesi Antici ed ebbe un'infanzia e una giovinezza molto tristi, privo com'era dell'amore del padre, tutto dedito ai suoi studi, e di quello della madre, donna dura ed aspra, intenta più ad assestare il patrimonio familiare che a curare i li. Dotato d'ingegno precocissimo, Giacomo trovò conforto solo nello studio e vi si diede con tanto impegno che conseguì risultati sbalorditivi. Cominciò subito a seguire lezioni private, ma gli insegnanti colpiti dalla sua intelligenza, arrivarono al punto che dovettero trasmettergli tutte le loro conoscenze. Andando avanti nel tempo Giacomo dovette fare affidamento ai vecchi libri nella biblioteca paterna dato che gli insegnanti ormai avevano esaurito le loro conoscenze, e così passò tutto il suo tempo a studiare e a restar chino sui libri che gli rovinarono anche la salute (divenne gobbo e la sua vista continuò ad indebolirsi). A tredici anni cominciò a studiar da sé il greco e l'ebraico, tradusse molti poemi e cominciò a comporre. Entrò in corrispondenza con Pietro Giordani, suo grande ammiratore, che nel 1818 gli fece visita a Recanati. Dal 1819 (anno in cui tentò la prima fuga da Recanati) al 1822 furono anni molto tristi per Leopardi che, in aperto dissidio con i genitori per il suo liberalismo malvisto anche dai Giacomo Leopardiconcittadini, visse una vita cupa e solitaria, bruciato dal desiderio di fuggire lontano dal 'natio borgo selvaggio', afflitto per qualche tempo da una grave malattia agli occhi che gli impedì di trovar nello studio una distrazione.




Finalmente, nel novembre del 1822, (aveva 24 anni) poté recarsi a Roma da dei parenti, ma ne rimase così deluso che tornò molto volentieri al suo paese dove rimase fino al 1825. Grazie all’amico Ranieri poté poi viaggiare per tutta l’Italia: fu a Milano, a Bologna (dove s'innamorò, non ricambiato, della contessa Teresa Corniani Malvezzi), a Firenze dove conobbe il Manzoni ed altri illustri scrittori e rivide il Giordani, a Pisa e poi ancora a Firenze. Qui rimase circa tre anni, confortato dalla nobile amicizia di molti valenti uomini, ma addolorato profondamente per la passione non corrisposta che gli aveva ispirato la signora Fanny Targioni – Tozzetti (unico vero amore del poeta). Nel 1833 il suo amico Antonio Ranieri se lo portò a Napoli ospitandolo in casa sua e qui quattro anni dopo, Leopardi si spense il 14 luglio 1837, a 39 anni, mentre in città infuriava il colera.

Durante la sua vita ebbe, come tutti i poeti, il cosi detto silenzio poetico nel quale componendo “operette morali”, spicca il suo essere pessimista. Grazie ai tanti cambiamenti che comportarono i viaggi divenne il più importante esponente dell’ateismo, e così di conseguenza del meccanicismo e del materialismo. Da questo momento in poi lottò senza fine contro la natura che è matrigna, cioè mette al mondo l’uomo per farlo soffrire e per poi morire. Con questo Leopardi esorta tutti gli uomini a combattere con dignità la natura e quindi il loro destino da sofferenti, dicendo che la vita doveva essere vissuta anche se presentava degli ostacoli. Molti poeti però dopo la sua morte lo ammiravano come altezza poetica ma rimasero sempre molto freddi davanti al suo materialismo e pessimismo



L'opera alla quale è affidata la sua fama, è costituita dai Canti: una quarantina in tutto, se non si tiene conto di quelli scritti nell'adolescenza e poi ripudiati. Nel comporli il poeta ebbe come muse ispiratrici: prima la patria e la donna, seducenti e dispensatrici di dolci promesse e di belle illusioni, poi il Dolore, la Morte, il Nulla, che disperdono ogni speranza, ogni illusione, devastano il cuore, intristiscono l'anima, uccidono la fede.

Accanto alle illusioni patriottiche fioriscono nell'animo del poeta le illusioni amorose, che sono motivo per lui di gioia e di tormento. Da Gertrude Cassi a Fanny Targioni - Tozzetti parecchie ure di donna popolano la vita del poeta, allietandola di sorrisi e di speranze, cui sempre succedono la delusione, il pianto e l'angoscia. Delusioni, sconforti, lacrime, riempiono i canti amorosi del poeta di Recanati, che nel 'Primo amore' esprime le pene suscitategli dalla breve visita della cugina Gertrude (piccolo innamoramento per la vista della prima ura femminile nella sua vita), in 'A Silvia' canta la gioventù perduta e rievoca le illusioni sse (chiamata Silvia per nascondere la sua provenienza da una classe sociale bassa, infatti, era la lia del cocchiere di famiglia, Teresa Fattorini).

L’ultima sua opera fu “la Ginestra”, opera del genere testamento letterario, spirituale, nella quale fa capire il suo continuo combattere la natura. La ginestra leopardiana cresce ai piedi del Vesuvio che pur essendo un terreno difficile sul quale vivere, lei riesce a starci e a fiorire con dignità pensando che se la natura la fa soffrire, lei deve vivere con coraggio e superare gli ostacoli. Con quest’ultima opera il poeta lancia un forte messaggio da fratellanza verso tutti gli uomini, che devono unirsi insieme per combattere la natura matrigna.








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