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LA TEMPESTA - William Shakespare

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LA TEMPESTA


William Shakespare nasce a Stratford nel 1564.

Dopo le scuole e il matrimonio, si trasferisce a Londra, dove entra in contatto con gli ambienti teatrali e nobiliari. Il suo primo dramma venne composto fra il 1590 e il 1592, seguirono una serie di successi anche economici che gli permisero di diventare comproprietario di diversi teatri cittadini. Dal 1610 si ritira nella cittadina natia, dove conduce una vita tranquilla del gentiluomo di camna e dove muore nel 1613.

Una fra le varie opere scritte da Shakespare è “La tempesta” scritta fra il 1611 e il 1612 in lingua inglese, la cui trama è abbastanza semplice: Prospero, duca di Milano, è spodestato dal fratello Antonio a cui aveva affidato il ducato per potersi dedicare agli studi prediletti di magia, questi con l’aiuto del re di Napoli di cui si fa vassallo caccia Prospero e non osando ucciderlo per timore del risentimento popolare lo mette in una barca con la lia Miranda e lo manda alla deriva. I due si salvano su isola misteriosa che è abitata da un mostro: Calibano, lio di una strega malvagia e da alcuni spiriti tra cui Ariele, Prospero riduce tutti al proprio servizio.
Dodici anni dopo Prospero, con le sue arti, fa naufragare una nave che trasporta Alonso il re di Napoli, con il lio Ferdinando e il seguito, nonché Antonio.
Si salvano tutti sull'isola, ma Ferdinando è isolato dai comni: incontra Miranda e se ne innamora secondo il disegno di Prospero che con un incantesimo lo fa schiavo.



Dopo varie vicissitudini, tra le quali una rivolta che scatena Calibano ma che viene sedata da Prospero senza spargimenti di sangue, anche il resto del gruppo raggiunge Prospero che perdona delle loro malefatte il fratello e il re di Napoli il quale pentito del suo errore consente lieto al matrimonio di suo lio con Miranda. In fine Prospero spezza la sua bacchetta liberando Ariele e Calibano che fa padrone dell’isola, dopo di che salpa con gli altri per l’Italia.


I personaggi principali di questa opera teatrale sono:

Prospero: è il duca di Milano che si diletta nell’usare la magia, egli è molto saggio, di fatti riesce a sedare la rivolta che fece Calibano evitando spargimenti di sangue, riesce anche a vendicarsi del fratello e a ritornare a capo del ducato.

Antonio: è il fratello di Prospero egli è bramoso di potere di fatti non esita a spodestare il fratello per ottenere il ducato, egli però dopo la vendetta che subì da Prospero si pentì dei propri sbagli. 

Calibano: è un abitante soprannaturale del isola che al contrario di Ariel è malvagio di fatti cerca di uccidere Prospero scatenando una rivolta. Egli è descritto come una creatura deforme rispetto allo standard umano.

Ariel: è uno spirito buono che era stato imprigionato in un albero da una strega, egli è grato a Prospero perché l’ha liberato anche se è stato sottomesso e aspetta che gli venga data la piena libertà.


Il testo è scritto con il discorso diretto visto che è una commedia teatrale di conseguenza il tempo della narrazione è presene e il narratore è esterno. Nel testo la fabula e l’intreccio non coincidono di fatti la storia inizia con il naufragio del re Di Napoli e il suo seguito sull’isola e poi si racconta la storia della detronizzazione di Prospero.



Analizzando il testo si evince che il lessico utilizzato è leggermente diverso da quello che viene utilizzato oggi giorno visto che l’opera è stata composta nel XVII secolo, la sintassi è semplice visto che le frasi sono formate prevalentemente da periodi semplici.

Volendo fornire una morale dobbiamo tenere conto che nella tempesta il tema del potere, trattato tragicamente così spesso nella produzione shakespeariana assunse una nuova forma sulla violenza (quella di Antonio, ma anche quella di Calibano che tenta una rivolta), vince infatti la clemenza e la superiore saggezza di Prospero, di conseguenza Shakespare ha voluto dire che per raggiungere un obbiettivo non è necessario utilizzare la violenza ma si può raggiungere utilizzando l’astuzia.

In definitiva sul testo si può dire che è abbastanza facile da leggere anche se a volte la lettura si arresta per vedere chi sta parlando e quali sono i suoi interlocutori. 











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