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La primavera hitleriana Eugenio Montale



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La primavera hitleriana

Eugenio Montale



L’Italia governata dal regime totalitario fascista entrerà in guerra nel 1940 appoggiando il governo nazista tedesco guidato da Hitler, le conseguenze saranno tragiche sia per i soldati sia per la popolazione, che solo anni prima, acclamavano i due dittatori e i loro regimi. Ogni guerra porta lo scrittore, il filosofo o il poeta a riflettere sulle sorti dell’uomo e della civiltà che sono sempre messi a rischio nel corso della storia. Durante il fascismo in Italia uno dei poeti più rappresentativi del momento sarà Eugenio Montale che dopo aver combattuto la prima, criticherà fortemente nei suoi romanzi gli artefici della seconda guerra mondiale che avevano portato la civiltà occidentale e i suoi valori in un periodo di grande crisi. Sarà proprio per questo che Montale con le sue poesie vorrà avvicinarsi agli altri uomini per cercare una via di salvezza valida per tutti e cosi, avendo fiducia nell’intelligenza, nella cultura e nella poesia, si schiererà contro il fascismo. Infatti, considererà sempre il regime come ignorante, e per questo il poeta avrà il compito di difendere la cultura e la sua terra natale, Firenze patria dell’umanesimo. Ed è proprio di Firenze e delle pesanti critiche al nazi-fascismo che tratterà nel romanzo “Bufera e altro”, più in particolare nel “La primavera hitleriana”, iniziata nel 1939 e finita nel 1946 rispettivamente poco prima e poco dopo la guerra. Nel testo, Montale, si vuole allontanare dal resto del popolo per descrivere a tutti l’arrivo a Firenze, nel 1938, del dittatore tedesco accomnato da Mussolini. Questo evento è rappresentato dalla caduta delle farfalle bianche e da un ritorno in piena primavera di un gelo invernale, che stanno a indicare un presagio tragico di guerra, di morte e di distruzione che fa capire ormai che i valori democratici della stessa civiltà occidentale stanno cadendo sotto i colpi di quelli totalitari del regime. Lo stesso poeta descrive l’evento con toni drammatici e angosciosi proprio perché è lui stesso a capire la gravità della situazione, in altre parole la possibile fine della civiltà e l’inizio del disordine cosmico. La stessa popolazione va incontro ai due dittatori acclamandoli lungo le strade, entrando anche loro nell’atmosfera infernale che “il messo” porta con sé, pur non sapendo che proprio il loro conformismo e la loro accoglienza favoriscono l’imminenza della guerra, la città cosi accoglie Hitler con un’atmosfera di festa, ma questa è una macabra preparazione all’immenso sacrificio umano che il nazismo e la guerra porteranno. Per questo Montale parla di “golfo mistico” che ha inghiottito il dittatore che all’inizio sembra annullarsi dentro di questo, ma poi il poeta coglie ciò che sarà il simbolo del culmine del dramma, un luogo “acceso” e allestito “di croci a uncino” simbolo nazista in cui risuonano danze infernali. Parte proprio da questa scena la condanna alla storia, in cui l’individuo non riesce a trovare certezze, rimanendo fermo senza il coraggio di agire come fossero dei fantasmi, ma la storia non può e non deve essere fatta da chi la ignora e per questo sarà compito della poesia riscattare la civiltà e l’uomo contemporaneo che vivono in un dramma senza fine. Dopo questo trionfo apparente del male, il poeta si chiede “Tutto per nulla dunque?”, cercando di capire a cosa siano serviti i momenti positivi passati con Clizia e ricordandone uno in particolare, la stella cadente osservata insieme alla donna alla quale rimarrà per questo legato. Ma è proprio in fondo a quest’ansia e incertezza nel futuro, che il poeta trova un lume lontano di speranza che si ricollega a Clizia, i cui valori all’inizio della poesia erano stati sottomessi a quelli delle falene. Tutto cosi si trasforma, la luce bianca non rafura più le falene che coprono la città, ma ben sì delle candele che rappresentano la fedeltà di Clizia al suo ruolo di salvatrice, ormai quelli che sembravano segni di morte e tragedia ora sono segni di rinascita e vittoria, la primavera è ferita ma il poeta sente quell’aria di speranza e di ritorno alla festa. Il ritrovato senso di speranza per le sorti umane contrasta il pessimismo delle prime strofe, questo è dovuto anche a un riavvicinamento alla morale cristiana che secondo il poeta è capace di inserirsi nella storia e far rialzare l’umanità. La stessa Clizia sarà definita Cristofora, portatrice di Cristo, perché si sacrifica in nome di Dio per riscattare tutti gli uomini e, nell’ultima strofa, la donna assumerà il ruolo di donna-girasole, ricollegata come nell’avantesto a un sonetto scritto da Dante a Querini, la sua sorte sarà appunto quella di guardar il cielo in eterno. Dalla poesia possiamo cosi notare i caratteri principali di Montale come il fallimento cosmico, la storia, gli uomini e soprattutto la possibilità di salvezza attraverso la poesia.




La primavera Hitleriana appartiene a “Silvae”, quinta sezione del romanzo “Bufera e altro”, le poesie della sezione sono le più impegnate e sono legate alla crisi del dopoguerra nel periodo che va dal 1946 al 1949. Le speranze e gli entusiasmi del 1946, suscitati dalla liberazione e dalla sconfitta del fascismo, durano poco e già nel 1947 Montale non riconosce più decisiva quella divisione tra male e bene, spiegando che queste due forze sembrano convivere nel presente, il poeta preferirà gli anni Venti e Trenta dove invece queste si fronteggiavano. Nella nuova società di massa italiana, i pilastri culturali ed etici del fascismo entrano in crisi, il poeta dichiara che la difesa dei valori è compito della poesia e della cultura, proprio per questo trasformerà la donna (Clizia) in Cristofora. Ella tuttavia mantiene principi morali che non sono conciliabili con il presente, e per questo fugge, ricompaiono i morti che, con il loro appello alla concretezza dei valori, risolvono tale inconciliabilità rafurando il rifugio della poesia non più nel cielo ma nel fango della quotidianità, non più nell’alto ma nel basso. Lo stesso titolo “Silvae”, che in latino significa selva, suggerisce una varietà di motivi di ispirazione e un linguaggio quotidiano, inoltre lo stesso percorso è preciso e risultano molto chiari i punti di partenza e di arrivo. Il primo è rappresentato dalla donna angelo, Clizia che diventa Cristofora che per portare la salvezza agli uomini si sacrifica, rappresenta i valori cristiani che vengono richiamati per la prima volta per la loro capacità di entrare nella storia.  La seconda è l’anguilla che rappresenta la carne, il terreno e gli istinti, in cui il poeta vede la salvezza, essa è la sorella di Clizia, ma al suo contrario, viene dal basso e non dall’alto. Poi c’è la Volpe (la poetessa Maria Spaziani) che è considerata l’anti - Beatrice, perché anche se mantiene i tratti angelici, esprime dei valori diversi come l’eros e la passione, inoltre questa non porterà la salvezza di tutti gli uomini, ma solo del poeta arrivando cosi a una concezione privata. Tutte le allegorie degli animali esprimono un’alternativa positiva rispetto al deserto dei valori della società moderna. Tali tematiche, oltre la quinta sezione, comprendono anche la quarta e la sesta. Nella settima il poeta non riconosce più i valori della civiltà che lo circonda, denuncia i partiti italiani DC e PCI, denuncia lo stalinismo e la società industrializzata americana, per poi finire con quella alla società occidentale incapace di difendere i propri valori. Al poeta rimane cosi solo l’orgoglio di aver cercato nonostante tutto un “bagliore” di speranza. Questo pessimismo lo ritroviamo anche nelle prime sezioni dell’opera, la prima è dedicata alla guerra, la seconda e la terza alle apparizioni di Clizia, ai ricordi della Liguria e all’importante tema dei morti rafurati come custodi di una civiltà perduta contrapposta all’insignificanza del presente. Le prime sezioni non sono più cronologicamente parallele, come nei precedenti libri, ma in successione temporale, il pessimismo dovuto al presente non cancella cosi il percorso della vicenda. Anche all’interno delle sette singole sezioni, le poesie seguono un ordine cronologico, tuttavia ci sono delle eccezioni per quelle poste all’inizio e alla fine, a cui il poeta vuole dare un significato particolare. Il libro cosi può definirsi un romanzo perché ha un evidente filo narrativo, una vicenda precisa, l’intenzione realistica con la drammaticità della storia e il contrasto tra la donna “Beatrice” e l’anti - Beatrice. Doveva appunto essere “Romanzo” il titolo dell’opera, anche se nel 1956 il libro esce con il titolo di “Bufera e altro”, questo perché è venuta veno la speranza di suggerire al lettore un messaggio positivo, inoltre la salvezza che Clizia doveva portare a tutti gli uomini svanisce, la donna “Volpe”al suo contrario avrò solo un ruolo privato. La “Bufera”, infatti, indica gli eventi relativi alla guerra e la catastrofe della civiltà occidentale, mentre “e altro” sono gli avvenimenti successivi ad essa, che dopo di quelli positivi della Liberazione, saranno la formazione di una società di massa, l’egemonia dei due partiti e i lutti famigliari che lasceranno il poeta in un clima negativo. Tuttavia durante questo periodo crescono i riconoscimenti in Italia e all’estero per i quali lui scriverà un saggio a Dante nel 1965, “Satura” nel 1971 che sarà considerata una svolta perché le poesie avranno carattere satirico e diari stico, “Diari del ’71e‘72” e “Altri versi”. Nel 1975 riceverà il Premio Nobel e per l’occasione scriverà un discorso sulla difficoltà di vivere della poesia nella società presente, infine morirà a Milano nel 1981.










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