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STORIA E SOCIETA’ IN ITALIA DOPO L’UNITA’: UN DECOLLO DIFFICILE



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STORIA E SOCIETA’ IN ITALIA DOPO L’UNITA’: UN DECOLLO DIFFICILE


Da un punto di vista politico, il periodo considerato (dal 1849 in Europa e dal 1861 in Italia sino al 1903) si può suddividere in due fasi: la prima va sino al 1871, quando si conclude la guerra franco-prussiana, ed è caratterizzata da una situazione d’instabilità e dai frequenti conflitti militari fra le potenze europee; la seconda, che si apre con il trattato di pace fra Prussia e Francia del 1871, è invece contrassegnata da stabilità e da assenza di conflitti europei e durerà sino alla guerra mondiale del 1914.

I fattori di instabilità sono dovuti sia alle tendenze verso l’indipendenza nazionale che indeboliscono gli imperi multinazionali sia alla politica di grande potenza della Prussia di Bismark e, seppur in minore misura, della Francia di Napoleone III. Si susseguono così varie guerre, fra cui quella del 1859 che vede alleati Piemonte e Francia contro l’Austria e quella del 1866 fra Prussia e Austria, nella quale l’Italia scende in campo accanto alla prima potenza. Infine la guerra franco-prussiana del 1870 si conclude con la vittoria prussiana e la proclamazione dell’Impero tedesco, mentre Napoleone III è costretto ad abdicare e in Francia viene ripristinata una repubblica di tipo liberale.




In politica interna il periodo della grande depressione e della nascita dell’imperialismo economico coincide in tutta Europa con il rafforzamento delle tendenze autoritarie e conservatrici. Il nuovo protagonismo delle masse e lo spauracchio della rivoluzione socialista, divenuto attuale in Europa dopo la Comune parigina del 1871, inducono i gruppi dominanti a risposta antidemocratiche e spesso illiberali. Solo alla fine del secolo o all’inizio del nuovo, negli anni della seconda rivoluzione industriale, si assiste ad un’inversione di tendenza in Francia, Inghilterra, Italia  e negli USA.

Fra il 1862 e il 1890 il fattore dinamico della politica europea e la Germania, che costituisce per gli altri paesi un esempio da imitare sia nella politica estera che nella politica interna. Si parla, infatti, per l’Europa di questi anni di “età bismarckiana”. La Germania offre al mondo un modello scientifico militare di organizzazione razionale, che sembra il più consono un modello al pensiero positivista allora dominante.

In Francia la nuova costituzione repubblicana venne varata nel 1875; ma essa non valse a dare stabilità politica alla nazione, che oscillò a lungo fra tentazioni presidenzialistiche e contraccolpi parlamentaristici o assemblearistici. Non mancarono tentativi di colpo di stato della Destra mentre il ceto militare e le destre montarono il caso Dreyfus per colpire i settori ebraici e progressisti dell’amministrazione statale.

Le tendenze conservatrici tipiche della politica imperialistica non operarono solo in Germania e in Francia. Anche in Inghilterra andarono al potere le forze conservatrici, mantenendolo per vent’anni. Parallelamente anche in Russia l’età delle riforme si chiuse con l’assassinio dello zar Alessandro II nel 1881.

Pure in Italia prevale una linea conservatrice, fino alla fine del secolo, e talora duramente repressiva: per una reale svolta liberale e democratica occorrerà attendere il governo di Giolitti del 1903.

La crisi economica degli anni Settanta favorisce un cambio dei gruppi dirigenti: nel 1876 la Sinistra di Depretis sostituisce la Destra alla direzione del paese. Quest’ultimo andò al governo con un programma tendente ad allargare le basi di consenso dello stato ed a proteggere l’economia nazionale. Nel 1882 una riforma elettorale allargò la base del suffragio, continuando ad escludere, tuttavia, non solo le donne, ma anche gli analfabeti privi di un reddito minimo,  stabilito per legge. Depretis abolì l’odiosa tassa sul macinato; riorganizzò e potenziò il sistema educativo tramite la legge Coppino; continuò la politica laica, fondata sulla divisione tra stato e chiesa, inaugurata dalla Destra con la legge delle guarentigie del 1871.



Sul piano internazionale l’Italia si lega nel 1882 alla Germania ed all’Impero asburgico nella Triplice Alleanza, che resterà in vigore sino alla vigilia della prima guerra mondiale. Contemporaneamente dà inizio ad un’espansione coloniale in Africa che porta ad un conflitto con l’impero etiopico.

Alla morte di Depretis va al governo Francesco Crispi. Pur provenendo dalle file del mazzinianesimo, egli inaugura una politica autoritaria di stampo bismarckiano ed imperialista. Rafforza i poteri dell’esecutivo e dell’esercito; rilancia l’avventura coloniale, costituendo in Africa orientale la colonia dell’Eritrea, ma subendo cinque anni dopo una grave sconfitta.

La politica di Crispi accentua il conflitto sociale all’interno. Lo sviluppo dell’industria fornisce una base di massa alle rivendicazioni dei radicali, guidati da Felice Cavallotti, e soprattutto all’iniziativa dei socialisti, che si uniscono in partito nel 1892. le lotte dei Fasci siciliani, d’ispirazione socialista, sono duramente represse: Crispi scioglie d’autorità sia i Fasci sia lo stesso partito socialista nel 1894. la sconfitta di Adua lo indusse a lasciare il potere nel 1896-98 nelle mani del marchese di Rudinì, che fu presidente del consiglio continuandone la politica autoritaria, illiberale e repressiva, volta allo scioglimento delle organizzazioni socialistiche e cattoliche. Sotto il suo governo il generale Bava Beccaris aprì il fuoco con i cannoni contro la folla milanese insorta per l’aumento del costo del pane, provocando 80 morti e 450 feriti.

Il suo successore, Pelleoux, tentò una sorta di colpo di stato con il “decreto del 22 giugno” che limitava pesantemente i diritti di associazione, di stampa e di manifestazione. Ma di fronte alla dura lotta delle opposizioni parlamentari il governo dovette cedere e ritirare il decreto liberticida, sciogliendo nel contempo le Camere e proclamando nuove elezioni. Queste videro l’affermazione del partito socialista, in cui si rafforzava l’ala moderata e riformista di Turati. Dopo un periodo di incertezze e di episodi anche sanguinosi la situazione cominciò a evolversi in senso liberaldemocratico. Le forze politiche di tipo liberale si coagularono intorno ad un nuovo leader, Giovanni Giolitti, che era già stato brevemente al governo durante l’età cristiana. Quando divenne presidente del consiglio, si aprì una nuova fase, in cui il governo assumeva un atteggiamento di neutralità di fronte alle lotte sindacali ed economiche ed incoraggiava il dialogo fra la borghesia e le espressioni politiche del riformismo operai. Nasceva finalmente, anche in Italia, la moderna democrazia.








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