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L’età Augustea - La letteratura nell’età Augustea, Il programma letterario e culturale: il mecenatismo



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L’età Augustea

I cesaricidi vennero uccisi e odiati dal popolo stesso, che proclamò Cesare “deus” durante i suoi funerali. Ottaviano, suo erede patrimoniale e politico, studiava all’epoca in Grecia ma poco dopo tornò a Roma e in tredici anni, attraverso il secondo triumvirato, l’eliminazione di Lepido, e lo scontro frontale con Antonio (31 a.C. battaglia di Azio), eliminò tutti gli avversari politici. Con un’abile proanda, supportato anche dalle Filippiche di Cicerone, tracciò un’immagine negativa di Antonio come di colui che intendeva spostare il centro politico da Roma all’Oriente. L’Egitto  divenne una prefettura romana, governata da un prefetto nominato direttamente da Augusto. Il suicidio di Cleopatra, compiuto per non sottomettersi ad Ottaviano, rievoca quello predicato dagli stoici.

Ottaviano si assume il compito di riportare la pace in un impero devastato per cinquant’anni da guerre e disordini civili, e questa diviene l’essenza del suo programma politico. Di fatto era un monarca, ed esercitava un potere illegale, mal tollerato dalla nobilitas senatoria e dalle istituzioni tradizionali; inoltre i cittadini romani non accettavano i termini –a livello formale- “rex” e “dictator”. Da demagogo, presiedendo due sedute del Senato, parla di “res publica restituta” ai suoi legittimi possessori: senato e comizi. Si presenta come garante delle istituzioni e salvatore dello Stato, in cambio ottiene il riconoscimento legale della sua posizione e dal Senato gli vengono conferiti più titoli: “imperator” (comandante supremo dell’esercito), “princeps” ( il primo a parlare in Senato) e ottiene l’imperium proconsolare. L’essenza del suo potere, come già per Cesare, è l’esercito. Al Senato resta solo un potere formale, Augusto di fatto governa come un monarca, ma salva l’apparenza della res publica; tuttavia il Senato mantiene ancora un vasto prestigio sociale. Gli viene affidata la diretta amministrazione di alcune province non ancora “pacate” (pacificate): la Gallia, la Sna e la Siria, oltre all’Egitto. Nello stesso anno (27 a.C.) il Senato tributa ad Ottaviano il titolo di “Augustus” (venerabile). Si riferisce ad augurium (presagio), con attinenza alla sfera religiosa, e ad augere (accrescere). Era colui che accresceva lo Stato, con il favore degli dei, per il bene comune. Dalla stessa radice di augeo deriva il termine auctoritas, con cui si riconosce un prestigio straordinario di fatto, ma non giuridico. E’ un progressivo passaggio dalla democrazia alla monarchia. Ottaviano stesso scrive nelle Res gestae: “Post id tempus auctoritate omnibus praestitit”, è il suo testamento spirituale. Ufficialmente non ha nessun potere straordinario, ma gli viene riconosciuta una superiorità personale suggellata dalla protezione degli dei, che appare giustificata dalla recente divinizzazione di Cesare, per cui egli si proclama “divi filius”. Inizia così il processo di divinizzazione dell’imperatore, che durerà per tutto l’impero e funge da giustificazione ideologica del potere. Gli viene dedicato un mese del calendario.




Nel 23 a.C. ottiene la tribunicia potestas, con cui diventa inviolabile e ha il diritto di veto in Senato. Nel 12. a.C. viene nominato pontifex maximus, divenendo così anche la suprema autorità religiosa. Nel 2 a.C. è, infine, pater patrias. Formalmente tutto era avvenuto nel rispetto delle istituzioni, ed egli nelle Res gestae esalta il proprio ruolo di salvatore della patria. Roma era una monarchia ma ufficialmente una repubblica.

Quindi, Ottaviano si dedicò all’organizzazione dell’Impero. Compì solo guerre di assestamento indispensabili, affidate a esponenti della sua famiglia. A Occidente assesta i confini conquistando parti di Svizzera e Austria, e la Pannonia (attuale Ungheria). In Oriente giunge ad un accordo con i Parti, che nel 20 a.C. riconsegnano le insegne militari tolte a Crasso: è un riconoscimento della grandezza dell’Impero romano. Augusto voleva che i confini fossero l’Eufrate, il Danubio e l’Elba, e questo fine attacca i Germani, ma viene clamorosamente sconfitto a Teutoburgo nel 9 a.C., e i confini si assestano sul Reno.

L’obiettivo è la pace, la concordia sociale. Ormai il potere economico è detenuto dagli equites, e il prestigio sociale dalla nobilitas senatoria; ai fini della concordia ordinum Ottaviano spartisce tra queste due classi i poteri politici, garantendo agli equites il monopolio di tasse, appalti pubblici e commercio, e confermando i privilegi al Senato. La pax è la conditio sine qua non per un commercio florido. Da agli equites la prefettura del pretorio e quella della nona (le due cariche più prestigiose). La nona era la distribuzione del grano al popolo. I soldati vengono ricompensati con elargizioni di denaro e distribuzioni di fondi e terreni. La plebe veniva tenuta a bada con il panem et circenses (grano e ludi pubblici). Augusto si impegna anche per un trattamento più umano degli schiavi, e cambia la sensibilità comune tanto che Seneca dichiarerà gli schiavi uomini come tutti gli altri.


Res gestae divi Augusti

E’ un resoconto della sua straordinaria carriera e fu depositato nel 13 d.C. nel tempio delle Vergini Vestali. Dopo la morte del princeps ne vennero fatte più copie in diverse città dell’Impero, ma una sola fu ritrovata negli anni ’50 vicino ad Ankara (Monumentum anciranum). Le aveva scritte per consegnare ai posteri una propria straordinaria immagine, di uomo retto che aveva rispettato la forma repubblicana, e per legittimare il proprio potere. Era consapevole della propria auctoritas e aurea sociale. Il suo progetto era di riportare la pace a Roma, stanca delle lunghe guerre. Si adopera per far acquistare ai Romani la consapevolezza della propria identità culturale e il senso di appartenenza ad una civiltà straordinaria; per questo parte dalle origini con l’esaltazione della tradizione. Questo si concretizza come rispetto formale delle istituzioni che di fatto aveva svuotato di ogni potere. Svetonio ci dice che entrando in Senato salutava tutti i senatori, non faceva sfoggio di lusso ma era parco, conformemente alla tradizione austerità romana. Il periodo della guerre civili era stato caratterizzato da una crisi dei valori civili, però il programma di Augusto impone una rinascita religiosa e morale, che egli attuò con strumenti coercitivi (leggi), ma anche con la proanda culturale (mecenatismo). Fece approvare leggi contro il lusso e l’adulterio, che scoraggiavano il divorzio e penalizzavano chi non prendesse moglie. Sull’Ara Pacis è rafurata tutta la famiglia di Augusto. Parola chiave è “pietas”, cardine anche dell’Eneide (“pius Enea”). “Pius” è il devoto, che antepone il senso del dovere, della famiglia e dello Stato (due istituzioni sacre) ad ogni altra cosa. Restaurazione dei costumi, della moralità e della religiosità del passato, e quindi lotta a tutti i culti orientali. La religiosità romana presuppone la collettività, l’essere civis; quella orientale è individualista. In questo risente della difesa di Cicerone del mos maiorum. Ottaviano vietò la costruzione di santuari di Iside nella cinta muraria di Roma, e così contribuì a costruire i presupposti ideologici del proprio potere. Nel 28 a.C. inaugurò un grandissimo tempio di Apollo, il dio che aveva invocato nella guerra contro Antonio, e per questo molto celebrato nella letteratura e nell’arte dell’età Augustea. Riprese i culti caduti in disuso: cerimonie pubbliche cui partecipavano le famiglie senatorie, e canti liturgici. Furono istituite molte feste dedicate alla famiglia imperiale e al princeps. La divinizzazione di Augusto ne giustificava l’auctoritas. Promosse il culto dei Lari, protettori della famiglia, e del Genio dell’imperatore di cui si onorava pubblicamente l’immagine in ogni parte dell’Impero. Nel 17 a.C. istituì i Ludi Saeculares, con un anno di anticipo rispetto all’inizio del nuovo secolo per motivi proandistici. Orazio scrisse il Carmen Saeculare, e Ottaviano stesso diede inizio alle celebrazioni con un sacrificio alle Parche. Egli fu celebrato come il nuovo Enea, che aveva iniziato la nuova età d’oro; è continuo il riferimento alla mitologia. Dal 16 al 13 a.C. è all’estero. Al suo ritorno, sino al 9 a.C., fu costruita l’Ara Pacis. Esalta la religione tradizionale, la gens Iulia e la famiglia, Enea con il lio Iulo e quindi la discendenza divina. Si concretizza il legame tra mito e storia, presente e passato. Nel 2 a.C. fece costruire il foro di Augusto, espressione culminante della sua grandezza e di quella di Roma. Alla corte giungono storici greci: è superato il complesso di inferiorità rispetto al mondo ellenico.




La letteratura nell’età Augustea

Durante l’età di Cesare in letteratura si era scoperta la dimensione privata, l’espressione dell’interiorità: era nata la lirica con i poeti neoterici, dovuta allo scollamento tra cittadino e politica, e anche il poema lucreziano mirava ad una salvezza individuale. L’esperienza di Cicerone di equilibrio tra otium e negotium era stata una parabola culturale isolata: politicamente era stato scomodo, ma a nulla erano valsi i suoi tentativi di smontare la poesia neoterica, e in filosofia la sua lotta contro le dottrine del disimpegno era stata vana.

Augusto vuole coniugare la letteratura con la civitas: essa deve essere intrisa di valori etici e civili; egli si occupò direttamente dell’organizzazione culturale romana e favorì i generi che meglio celebrassero l’auctoritas e la storia di Roma. Fallì con la tragedia, riuscì con l’epica; mirava a fare del poeta un vate, guida della collettività. Gli scrittori dell’epoca rispondono a quest’esigenza in modo complesso, non uniforme e non univoco.

Virgilio e Orazio aveva studiato Catullo e i neoterici, avevano letto Epicuro, erano attratti dall’otium e dalla letteratura come lusus, ma avevano vissuto il dramma delle guerre civili e condividevano l’esigenza di pace.

Virgilio passa dalla poesia tenuis delle Bucoliche all’epillio pastorale (ancora in una dimensione soggettiva), per poi arrivare al poema epico.

Orazio e Properzio dapprima difendono la necessità di una poesia intima e privata, ma via via accettano in parametri augustei. Orazio compone il Carmen Saeculare, le Odi civili e le Odi pindariche; Properzio le Elegie romane. Non si può però parlare di una letteratura proandistica, Augusto non costringe a scrivere, ma si tratta di una libera accettazione ed elaborazione dei temi e principi augustei; le esigenze del singolo autore e quelle culturali dell’epoca sono in sintonia: è un miracolo artistico. Un equilibrio fra ars e profondità dei contenuti. I modelli letterari sono i poeti greci, non solo ellenistici, ma anche arcaici; tutta la tradizione letteraria greca viene assorbita e rielaborata. Nelle Bucoliche Virgilio si ispira a Teocrito, e nell’Eneide viene influenzato da Omero e dai modelli ellenstici, ma introduce anche elementi della poesia lirica. C’è un ritorno all’epica con Virgilio, alle satire con Orazio, alla storiografia annalistica con Tito Livio. Cesare e Sallustio avevano fondato una storiografia politica, in cui si dava rilievo alle ure dei grandi personaggi; con l’annalistica, invece, si fa centrale la città di Roma. E’ un ritorno alla tradizione.



Un genere in decadenza è il teatro, nonostante i tentativi di Augusto di risollevarne le sorti. La tragedia e l’epos sono i generi letterari più apprezzati nelle epoche in cui si sente l’esigenza di una letteratura edificante. Augusto riuscì a restituire vitalità a generi tramontati senza però modificarne gli autori; la stessa bellezza delle opere è testimonianza della sincerità delle vocazioni poetiche individuali. Augusto apre la strada ad una letteratura nazionale romana. Tutte le opere ruotano attorno a Roma e la sua funzione civile e storica; nasce così il mito di Roma.

Per indicare tutta l’arte dell’epoca si parla di classicismo augusteo: un ideale estetico fondato sulla misure e l’equilibrio formale, la proporzione e l’armonia, in letteratura su una dignità severa nello stile, che sia puro, chiaro e limpido. E’ un’apparente e voluta semplicità frutto dello studio. Il processo di imitazione diventa emulazione (quindi anche elaborazione) e volontà di superamento. E’ consolidata la consapevolezza della dignità letteraria romana, pari a quella greca; anzi, degli storici greci giungono a Roma per studiarla.

La fase creativa di sintonia tra le esigenze culturali di Augusto e quelle estetiche dei letterati dura, però, solo sino al 13 a.C., cui segue un’involuzione. Muoiono tutti i successori designati del princeps, che si incupisce, e finisce il clima di libertà proprio del suo rapporto con gli intellettuali. Ci sono degli interventi coercitivi: nell’8 d.C. Ovidio viene allontanato da Roma, così anche l’oratore –di simpatie repubblicane- Cassio Severo viene esiliato a Creta, e nel 12 i libri dello storico Labieno vengono bruciati pubblicamente per le se critiche al princeps e per la difesa di personaggi repubblicani. Dall’esilio Ovidio scrive versi adulatori per Augusto: anche gli intellettuali cominciano ad essere servili. Stanno cambiando le generazioni: Ovidio nasce nel 43 a.C. e non ha memoria delle guerre civili; per lui la pax augustea non è più una conquista, ma è scontata, e la sua stessa opera perde l’intensità del periodo precedente. La sua superficialità ideologica si traduce anche in superficialità poetica e letteraria. Ovidio va in esilio, travolto da uno scandalo privato in cui era stata coinvolta la nipote di Augusto, Giulia. Non c’è gratitudine severa, e neanche la fierezza di difendere gli ideali della res publica, perché se ne perde la memoria storica. Ci saranno critici dell’Impero, ma inconsapevoli di ciò che hanno perduto: la res publica, che non hanno vissuto.


Il programma letterario e culturale: il mecenatismo

Augusto affida a Mecenate il compito di curre i rapporti tra il principato e i letterati. Mecenate, egli stesso poeta, cerca di salvaguardare l’ispirazione personale e indipendente dei letterati, instaurando con loro un’amicizia. Alla sua morte, nell’8 a.C., i rapporti si incrinano. E’ il protettore per antonomasia delle arti.

Agrippa, invece, si occupò dell’organizzazione urbanistica e architettonica di Roma. Mecenate collaborava con Augusto sin dalle guerre civili, ma aveva sempre rifiutato cariche pubbliche, restando legalmente un cittadino privato, un eques, ma di fatto era molto influente, ed è un segno dei tempi; viceversa, le magistrature repubblicane esercitano un potere solo di forma. Ricco, colto, epicureo, era noto per la dissolutezza dei costumi. Fu un poeta di gusto neoterico, e l’attività letteraria gli favoriva la comprensione delle esigenze degli scrittori. Non impose nulla, ma sapeva anche essere insistente –cosa di cui si lamenta Orazio. Con “circolo di Mecenate” si intende il centro di diffusione di un ampio progetto culturale, e non un circolo omogeneo di letterati.

Augusto conosceva l’importanza di religione e letteratura, basi ideologiche della sua monarchia. Mecenate mediava tra potere e artisti. Non ebbe una vera corte, ma intratteneva rapporti personali e di amicizia con gli intellettuali. Nel 39 a.C. introdusse Virgilio nel circuito culturale di Ottaviano, e due anni dopo Virgilio presentò a Mecenate Orazio: tra i due nacque una bellissima amicizia, attestata anche da molte poesie. Nel 28 a.C. entrò anche Properzio. Parteciparono anche intellettuali minori di cui non ci è pervenuta l’opera.



Nello stesso periodo sorsero altri circoli culturali: quello di Asinio Pollione e quello di Messalla Corvino, entrambi legati ad Augusto, pur mantenendo un margine di autonomia.

Asinio Pollione era sempre stato cesariano; Messalla, invece, che in gioventù aveva militato con i cesaricidi, passando poi ad Antonio ed infine ad Ottaviano, schierandosi di volta in volta con i potenti, mantenne un fondo di diffidenza, dovuto anche alle sue simpatie repubblicane.

Nel suo circolo militavano Tibullo, Properzio da giovane, Ovidio e i poeti del corpus tibullianum. Messalla riuscì, se non in una resistenza politica, in una letteraria, difendendo un ideale di poesia più intima, privata e leggera.

Anche l’oratoria è in declino in quest’epoca, per le riforme istituzionali di Augusto, che alla pax aveva sacrificato la libertà. Conditio sine qua non dell’oratoria è un dibattito civile, politico o giudiziario (Augusto interveniva anche nei processi). Pochi validi oratori appartengono all’opposizione: Tito Labieno e Cassio Severo, vittime della repressione. Anche Messalla Corvino fu oratore. Egli ed Asinio Pollione sono letterati umanistici e poliedrici, con un’ampia formazione culturale.

Si afferma, invece, la pratica delle declamationes, esercizi nelle scuole di retorica davanti ad un pubblico improvvisato e su una traccia di orazione, propedeutici all’oratoria forense e civile. Diventa un genere letterario con lo scopo di divertire, e non convincere, l’uditorio; è un’eloquenza fittizia.

Ci è pervenuto, al riguardo, un testo mutilo di Seneca il Vecchio: “Oratorum et retorum sententiae, divisiones et colores”, che constava di dieci libri di controversiae e uno di suasoriae, scritti tra il 37 e il 41 d.C., quando l’autore era vecchissimo, per tramandare ai li esempi di declamationes augustee, dando prova di memoria eccezionale. La controversia era un caso giuridico immaginario proposto dal retore e dibattuto da opposti contendenti come si fosse davanti a un giudice. Le suasoriae erano orazioni fittizie recitate per persuadere un personaggio del mito o della storia a compiere o meno un determinato gesto; il fine è strappare l’applauso al pubblico mondano. Sono esasperati gli aspetti più bizzarri e i virtuosismi retorici. Si immaginano casi giudiziari anomali e romanzeschi, lo stesso vale per le suasoriae, ad esempio sulla necessità di Agamennone di sacrificare Ienia, o di Cicerone di bruciare le proprie opere qualora Antonio lo avesse lasciato in vita.


Carmen Saeculare

Fu scritto da Orazio. Restaurazione della religione tradizionale, il dio preferito da Augusto era Apollo. Invoca la dea italica della fecondità. Nell’Ara Pacis è rafurata la dea Tellus, simbolo della fecondità; il piano sociale augusteo incoraggiava a fare li. Celebrazione di famiglia e prole. Invoca le Parche, dee della morte, ma anche del rinnovamento e della metamorfosi. E’ quasi una nuova età dell’oro. Si rivolge alle divinità: se qui a Roma è arrivato Enea, è per loro merito. Lega la storia al mito, il presente al passato. “Pius Enea”, anticipa il motivo conduttore dell’Eneide virgiliana. Roma è protetta dagli dei: che diano riposo ai vecchi, gloria e li ai giovani. “Sangue puro di Anchise  di Venere” è Augusto, si divinizza così la gens Iulia. “Forte col nemico e mite coi vinti” è un motivo classico della proanda romana. Ricorda il trattato di pace con i Parti; secondo alcuni storici erano giunti a Roma degli indiani per riconoscerne la grandezza. Recupero del mos maiorum. La cornucopia è simbolo dell’abbondanza. Si esalta un Apolla artista, seduto e sereno, la cui arte guarisce le membra dei nostri corpi malati. Invoca anche Diana, per la quale era stato costruito un tempio sull’Aventino.








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