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L’età dei Flavi



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L’età dei Flavi


Premessa


Il ‘ 68 d.C. indica la fine della dinastia Giulio – Claudia, fine causata dalla ribellione degli eserciti della Gallia lionese e della Sna Tarragonese e dalla conseguente morte di NeroneProprio Nerone, con la politica del terrore,aveva consentito un connubio ta lo scontento della “nobilitas” e quello dell’esercito e dei funzionari provinciali fino ad allora fedeli ai Cesari. Dopo la morte di Nerone (“68 d.C),gli eserciti di stanza nelle province acquistarono un enorme peso politico, a scapito del senato che diventava sempre più debole nella politica romana. L’anarchia militare e i turbamenti del ?69 con i tre imperatori Galba,Otone e Vitellio, consentirono l’emergere di una nuova dinastia borghese proveniente non dall’aristocrazia romana,bensì da un municipio della Sabina. IL passaggio dalla nobilitas romana alla nuova aristocrazia provinciale è sancito infatti, dall’ascesa dei Flavi prima, e degli Antonini in seguito


Vespasiano, Tito e Domiziano


Fondatore della dinastia dei Flavi, che riportò ordine e pace a Roma e nell’impero, fu Vespasiano (’69 – ’79), generale delle armate della Palestina e né romano, né di famiglia nobile.




Vespasiano e i suoi li, Tito e Domiziano, tennero il potere per una trentina d’anni : mentre Vesp. Con una oculata amministrazione cercò di risollevare le finanze imperiali dopo gli sprechi di Nerone, il Principato di suo li oDomiziano si propose di rinnovare i fasti di un tempo, anche nel campo della cultura. Nel ‘96d.C Domiziano , che aveva ,però ,accentuato il carattere autocratico del suo governo fu ucciso in seguito all’ennesima congiura di corte. Seguì un periodo di confusione durante il quale il senato cercò di scegliere un successore gradito a tutti. Fu designato il vecchio Nerva, nobile di nascita. A nerva, succedettero nel corso del II sec. d.C. Traiano, Adriano, Antonino Pio, Marco Aurelio e Lucio Vero ( ovvero la dinastia degli Antonini). Ciascun imperatore fu scelto e adottato legalmente dal suo predecessore per le proprie capacità e onestà( secondo il criterio della “scelta del migliore”) ,ignorando i vincoli di sangue.

L’età dei Flavi e di Traiano ( ’69 – 117 d.C) fu quella di massima espansione dell’impero e insieme l’età in cui la forza vitale delle province superò quella dell’Italia, fu l’età in cui il Senato era ormai largamente provinciale, fu letà in cui crebbe l’apporto culturale delle province romanizzate e si fece più marcata l’indipendenza della cultura latina da quella greca.Dopo l’anarchia del ’69 d.C., Vespasiano riorganizzò lo stato, e rese più solido il potere imperiale legando a sé nuove forze sociali . Egli riuscì a convivere pacificamente con la nobilitas, pur modificandone profondamente la composizione sociale con le forze reclutate fra gli aristocratici italici e provinciali. I mezzi di cui si servì furono l’estensione dei diritti di cittadinanza e la compilazione di nuove liste di cavalieri e senatori. Vespasiano ,il principe, inaugurò una politica d’intervento culturale. Egli favorì un’opera di restaurazione cultutale, assegnando una preminenza e una funzione di modello agli scrittori dell’età classica, quella di Cesare e di Augusto. In particolare, divennero punti di riferimento incontrastati Cicerone per la Prosa e Virgilio per la Poesia.Vespasiano, inoltre istituì scuole a spese dello stato, stipendiando regolarmente i maestri a lui favorevoli: infatti, Quintiliano, il più autorevole assertore del ritorno ai classici, ricevette da lui uno stipendio notevolissimo di centomila sesterzi all’anno. Il principe distribuì generosamente ricompense e privilegi a studiosi, letterati, medici, grammatici, eruditi, fondò una biblioteca e si cimentò nelle lettere componendo i Commenterii sulla sua vita, pur senza pretese, né ambizioni letterarie.Anche i successori di V.mostrarono uno spiccato interesse per la cultura. Tito, buon oratore e facile versificatore, scrisse un carme sull’apparizione di una cometa. Domiziano, ebbe vere e proprie velleità letterarie, predilesse il genere epico nel quale si cimentò scrivendo poemi sulla guerra giudaica vinta da Tito e sul Bellum modulinum ( lotte fra vitellini e flaviani a Roma nel 69).

Bisogna ,inoltre , aggiungere che le due costanti della politica culturale attuata dai Flavi furono lo sviluppo di una letteratura cortigiana e la persecuzione sistematica dei filosofiFu sotto Vesp., ma soprattutto sotto Dom.che si sviluppò la cosiddetta “ideologia dei burocrati”, che da una parte esaltava gli uomini del principe e le loro doti di fedeltà e impegno, dall’altra esaltava il principe stesso per la sua dedizione allo Stato e la moderazione negli affari di governo. La letteratura cortigiana, d’altra parte, non disdegnava l’adulazione più smaccata verso l’imperatore.Quindi, mentre da un lato la cultura ufficiale fu favorita e finanziata generosamente, dall’altro i filosofi furono apertamente perseguiti. Fu soprattutto nelle seconda parte del suo principato, che Domiziano, che amava farsi chiamare “dominus ac deus”, soffocò ogni fermento ideale e perseguitò i filosofi cacciando via da Roma alcuni nell’’89, e poi di nuovo nel ’93-95 e mandandone a morte altri. Per fare alcuni nomi, il cinico Demetrio e lo stoico Musonio Rufo furono condannati alla relegazione, mentre Elvidio Prisco fu condannato a morte perché parlava con troppa spregiudicatezza della libertà di parola. Il principato flavio, che rispetto all’epoca precedente può essere definito “illuminato” ebbe quindi , un duplice volto: da un lato un lato ,con esso, cessarono i processi e le persecuzioni e i principi si mostrarono più tolleranti verso il senato, dall’altro esso fu simile nella sostanza al potere assoluto dei Giulio-Claudii, anche se si basò su un consenso sociale più vasto. Un’ultima caratteristica dell’età di Vespas. E dei suoi successori è la reazione, ad opera soprattutto di Quintiliano e della sua scuola, contro l’asianesimo barocco dell’epoca neroniana, in nome di un ritorno ai modelli della classicità latina: nell’oratoria il modello fu Cicerone, mentre nell’epica si tornò a Virgilio rigettando lo schema di Lucano. Il classicismo costituì uno dei punti di contatto fra l’epoca flavia e il periodo augusteo, d’altronde a livello politico Vesp., abbandonando le persecuzioni e inaugurando una politica di compromesso si era chiaramente ispirato al principio di Augusto.Anche a livello culturale, quindi, la nuova dinastia intese rapportarsi all’epoca augustea, infatti i Flavi e i loro letterati cercarono i modelli letterari tra gli autori del I sec. a.C. e non nella letteratura immediatamente precedente. I risultati dell’operazione attuata dai Flavi furono di gran lunga più modesti di quelli conseguiti da Augusto,soprattutto nei poemi epici e lirici.Gli esiti più duraturi furono raggiunti dalla letteratura scientifica e, soprattutto dalla retorica.La responsabilità del fallimento sono state attribuite al carattere illiberale del controllo sulla cultura da parte degli imperatori, a causa del quale potè svilupparsi solo una letteratura di corte asservita alle direttive del regime: a Vespasiano mancò un Mecenate, che fungesse da colto e raffinato mediatore tra le esigenze dei letterati e le necessità di governo. C’è inoltre, una differenza di qualità tra gli autori dell’epoca Flaviana e gli augustei. Ai letterati dell’epoca flavia mancava la statura artistica dei loro predecessori (Virgilio, Orazio, Livio).I letterati del tempo dei Flavi erano nati e cresciuti in pieno principato, quasi nessuno aveva conosciuto personalmente l’età di Augusto; per essi non si trattava di discutere la legittimità del principato e di paragonarlo all’antica repubblica, ma semplicemente si trattava di regolare nella maniera più più soddisfacente i rapporti con esso. Non sapevano che farsene dell’autonomia dell’uomo di cultura di fronte alla Stato, conquistata con tanta penadalle generazioni dell’età repubblicana ed esaltata sotto il principato dei Giulio-Claudi : dopo il fallimento di Seneca, i letterati si erano divisi nettamente in due gruppi: quelli che accettavano il principato ed i programmi da esso proposti, e coloro che li rifiutavano, per ragioni morali e ideali,pur non sapendo contrapporvi nulla di concreto. I primi ebbero il loro maestro in Quintiliano, sostenitore del ritorno a Cicerone, ed i loro corifei( trova sul vocabolario) nei modesti poeti epici Stazio, Valerio Flacco e Silio Italico ; tra loro ci furono anche gli onesti funzionari che si occuparono di Scienze come Plinio il Vecchio ed altri minori (es. Frontino, sotto Nerva e traiano). I secondi vantarono filosofi e pensatori che arono di persona il prezzo del loro non conformismo, come il già citato Musonio Rufo. Tra gli uni e gli altri sta una schiera numerosa di uomini, tra i quali Tacito e Giovenale, che sotto Domiziano tacquero, ma caduto il tiranno fecero sentire la loro voce, condannando violentemente e spietatamente l’età dei Flavi e di Domiziano in particolare. Durante l’epoca Flavia si sviluppò, come detto precedentemente, la reazione al poema epico di stampo Lucano in nome di un ritorno al mito e a Virgilio. I motivi di un tale cambiamento di gusto possono essere diversi: le opere a sfondo mitico, nelle quali era più facile lodare il principe e il suo governo , rispondevano meglio alle esigenze del principato. La poesia epica, con i suoi argomenti appunto a sfondo mitologico, difficilmente poteva recare fastidio al regime, perché nela maggior parte dei casi si trattava di racconti avulsi dalla realtà, invece nel poema di Lucano, al dispotismo di Cesare si opponeva la tradizione repubblicana in un momento in cui era acuto il dissidio tra principe e senato. Tra i narratori che guardarono a Virgilio ricordiamo Silio Italico. Egli costituisce un anello di congiunzione tra le nuove tendenze e l’epoca Neroniana. I suoi “Punica” ,in 17 libri trattano un argomento storico (la seconda guerra punica) e hanno come fonte la . . ..vedi foglio marco n°4 di Tito LIvio. Tale racconto era ricco di digressioni erudite e accordava grande spazio all’intervento divino e all’elemento favoloso.Il poema “Punica” è un atto di fede in Virgilio e nell’epica virgiliana. Silio vuol mostrare come un tema storico possa essere epicamente cantato con gli ingredienti stessi di Virgilio: a suo avviso si possono,cioè, rinnovare i contenuti dell’epica lasciandone intatte le forme e gli spiriti.

Tutto il poema procede applicando alla materia della guerra punica le invenzioni del poema virgiliano: anche nell’opera siliana troviamo descrizioni di scudi, visioni, sogni notturni, giochi funebri ecc. Ma l’opera non ha un centro ideale attorno a cui si raccolga l’azione e che dia ad essa un sapore. La perdita della libertà e la conseguente fiacchezza degli spiriti ( anche Silio non risparmia elogi a Domiziano, principe, condottiero e poeta eccelso) produceva, con l’esaltazione del classicismo, questi frutti senza sapore.L’opera è stata severamente giudicata dalla critica moderna per la sua macchinosità, l’eccesso di discorsi retorici e la scarsa poetica.

Ma la ura più rappresentativa del tipo di letterato favorito dall’età Flaviana è Publio Papinio Stazio Nato tra il ’40 e il ’50 e morto verso il ’96, Stazio si adattò senza fatica alle tendenze imposte dai potenti, da cui dipendeva il successo della sua poesia.S. compose poesie di ogni genere per gli amici potenti e per ogni circostanza. Tra le sue opere ricordiamo il poema epico la “Tebaide”(che ebbe una particolare fortuna nel Medioevo), alcune “Silvae”, ovvero componimenti lirici in stile facile ed elegante,per lo più si tratta di carmi dedicati a uomini insigni della corte in occasione di lutti,matrimoni, compleanni, viaggi ecc.,e lincompiuta “Achilleide2, poema epico sull’educaxione e le vicende della vita di Achille. Stazio è un poeta erudito, un cantore della poesia sentimentale e preziosa, addirittura estetizzante(a suo proposito si è parlato di “retorica della dolcezza”). I suoi componimenti epici sono pieni di riferimenti letterari, le leggende da lui trattate sono in molti casi oscure. Nonostante la sua volontà di imitare Virgilio, Stazio, ne fosse cosciente o meno, discende dalla tradizione ovidiana, quella che un giorno verrà rappresentata dalle “Dionisiache” di Nonno.



Contemporaneamente alla Tebaide di Stazio e alle Puniche di Silio Italico, nasceva in Roma un altro poema epico: le “Argonautiche” di Caio Valerio Flacco.Il poema, lasciato incompiuto al VIII libro, ha come modello l’omonimo poema di Apollonio Rodio e racconta la conquista del vello d’oro e la passione di Medea per Giasone. I tre poemi(Tebaide,Achilleide e Argonautiche) hanno come caratteristiche comuni la pesante erudizione, gli effetti retorici, l’esagerato formalismo, il continuo ricorso all’elemento patetico, la ricerca di grandiosità a tutti i costi. Gli autori fecero costante riferimento a Virgilio, non solo a livello lessicale, ma persino nella struttura, d’altro canto essi tennero presente l’esperienza ovidiana prediligendo gli elementi retorici, gli effetti stilistici e l’erudizione. L’opera di rinascita del poema epico – mitico, tentata sotto Vespa. E Domiz., può considerarsi fallita, infatti gli autori immediatamente successivi all’epoca Flaviana non mostrarono alcuna simpatia per queste opere e le giudicarono poco valide, e in epoca moderna i critici le hanno bollate come inutili esercizi di vuota erudizione e prodotti marginali.

Il massimo erudito dell’epoca flavia fu un solerte funzionario imperiale di origine provinciale :Gaio Plinio Secondo, detto Plinio il Vecchio. P. nato tra il 24 /25d.C. e morto nel 79 durante l’eruzione del Vesuvio che distrusse Pompei ed Ercolano, fu soprattutto un enciclopedista le cui conoscenze si trovano compendiate nei 37 libri della sua Naturalis historia (storia naturale) che costiuisce per noi una fonte ricchissima di notizie altrimenti perdute. L’opera è, infatti, una vasta indagine su tutto ciò che esiste in natura e su argomenti che spaziano dall’arte alla medicina. Mescolando esperienze personali e testimonianze di fonti antiche in uno stile a volte tortuoso ( ma giustificato dalla mole dell’opera e dall’intento divulgativo) , Plinio ci dà, oltre a innumerevoli, precise e preziose notizie sulle conoscenze scientifiche e letterarie del tempo, un esempio unico del profondo umanesimo e della vastità d’interessi della cultura latina del I sec. d.C, nonché una lampante testimonianza della diffusione e dell’ascesa dei ceti tecnici e professionali, con la relativa domanda di cognizioni appunto scientifiche.

Come già detto, in epoca flavia si ebbe una reazione allo stile barocco e all’asianesimo: la dinastia di Vespa. propugnò il ritorno ai modello letterari dell’epoca di Augusto, contro il gusto ellenizzante di Nerone. La restaurazione politica si tradusse in campo culturale nella riproposizione della letteratura del I sec. e in campo etico nel richiamo ai più sani valori della tradizione romana. All’interno di questa operazione di restaurazione del gusto classicista, le scuole di retorica ebbero una funzione di primaria importanza . il loro più illustre rappresentante, Quintiliano fu tra i protagonisti del netto rifiuto dello stile di Seneca e Lucano e del ritorno a Cicerone. Q. ,nato in Sna nel 35 d.C. giunse a Roma nel 68 d.C. e qui fu educato alla scuola di illustri maestri di eloquenza. In Sna esercitò con notevole successo l’insegnamento e l’avvocatura, finchè nel 68 Galba non lo richiamò a Roma dove incominciò la sua attività di maestro di retorica . Ebbe così tanto successo che Ves. gli affidò la prima cattedra statale. Tra i suoi numerosi allievi ebbe Plinio il Giovane e forse Tacito. Domiziano lo incaricò dell’educazione dei suoi nipoti, cosa che gli valse gli “ornamenta consolatoria”. Nell’88 si ritirò da tutto per darsi completamente agli studi. Q. morì nel ‘96d.C. pochi mesi dopo l’uccisione di Domiz. che egli aveva sempre servito devotamente e che lo aveva ricompensato con onori e ricchezze. Sempre nel96d.C. fu pubblicato il capolavoro di Q.: l’Institutio oratoria che compendia l’esperienza di un insegnamento ventennale(dal 70 al 90 d.C. circa) L’oper ha come argomento la formazione del perfetto oratore: Q. riprende dal suo modello Ciceronel’idea che l’educazione debba essere globale, cioè l’istruzione deve riguardare le discipline più diverse. Il fine di Q. non era quello di scrivere un manuale di retorica, bensì di fornire una guida completa per la formazione del perfetto oratore, apartire dall’infanzia fino al momento in cui avrà acquistato qualità e mezzi per affrontare un uditorio. Q. riprende il modello repubblicano, secondo il quale il perfetto oratore è un uomo dotato di ogni virtù e dalla condotta irreprensibile: l’oratore di Q. ricalca l’aristocratico ideale dei tempi di Cicerone. Q. individua nella retorica la cultura formatrice dell’individuo ed è polemico contro le scuole filosofiche che secondo lui non offrivano né formazione letteraria, né esempi di coerenza ai loro allievi. Questa ostilità si adatta perfettamente alla politica dei Flavi che più volte avevano perseguitato e cacciato i filosofi.Q. si batte soprattutto contro Seneca, in quanto egli rappresenta l’educatore che pone nelle giovani menti il germe del dubbio, abitua alla discussione, sbaglia e riconosce di aver sbagliato, fa balenare alti ideali, anche irraggiungibili, ma sempre entusiasmanti. Esattamente tutto il contrario di quanto faceva e pensava Q., il quale lottò a lungo , durante i vent’anni del suo insegnamento, per strappare di mamo ai ragazzi le opere di Seneca e sostituirvi il manuale del perfetto oratore. La perfezione dell’eloquenza è rappresentata da Cicerone, perciò bisogna tornare a Cicerone e soprattutto all’eleganza e alla nettezza del linguaggio ciceroniano:.Q. però non si domandava se lo stile ciceroniano non avesse qualcosa a che vedere con la personalità di Cicerone, e se riflettesse le condizione storiche di quel tempo. Nel predicare il ritorno a Cic. Senza avvertire che ciò esigeva anche il ritorno alle condizioni di libertà politica del tempo di Cic. Sta il segno più evidente del carattere antistorico del classicismo quintilianeo. In ogni caso è con Q. che prese avvio quella canonizzazione di Cic.,che sarebbe durata per secoli, attraverso l’Umanesimo fino, in sostanza, all’insegnamento attuale. del latino nei licei .

L’ dei Flavi vanta anche la straordinaria ura di Marziale, il maggiore scrittore latino di epigrammi, dalla inesausta inventiva e interprete della società romana contemporanea. Di lui ci resta una raccolta di Epigrammi distribuiti in 12 libri pubblicati tra l’86 e il 102d.C.Tale raccolta è preceduta da un altro libro con una trentina di epigrammi, il Liber Spectaculorum e seguito da altri due libri, anch’essi autonomi,lo Xenia e gli Apophoreta. Nell’ordinare gli epigrammi, M. li ha distribuiti in modo equilibrato, secondo il topos della “varietas”, secondo il metro e l’estensione, attento soprattutto ad evitare ripetitività e piattezza. Accanto al distico elegiaco, negli epigrammi sono frequenti anche il falecio e lo scazonte, e altri metri diversi. Nell’ambito della poesia latina, l’epigramma non aveva una grande tradizione, e di essi ben poco ci è rimasto : con l’eccezione di Catullo, non sappiamo nulla dei poeti che M. indica come suoi “auctores”. M. farà dell’epigramma il suo genere esclusivo, l’unica forma della sua poesia, apprezzandone soprattutto la duttilità, la facilità ad aderire ai molteplici aspetti del reale. I tratti caratteristici della poesia di M. sono proprio il realismo e l’aderenza alla vita concreta. Nelle scene si riscontrano sempre le stesse tipologie di personaggi: i parassiti, i ladri, gli spilorci, gli imbroglioni, i medici pericolosi e così via. I temi degli epigrammi sono vari : accanto a quelli più radicati nella tradizione altri riguardano più da vicino le vicende personali del poeta o il costume della società del tempo.Più volte negli epigrammi m. esprime il suo ideale di vita: un’esistenza semplice,modesta,appartata e a contatto con la natura.Certe descrizioni della camna sono considerate fra le migliori, è il caso dell’epiframma 18 del XI libro nel quale il poeta descrive il proprio campiello. Probabilmente M. scelse il genere epigrammatico sia perché questo era ben accetto nei salotti dei ricchi, sia perché egli rifiutava i lunghi poemi gonfi di erudizione.

Tra gli altri autori vanno ricordati Plinio il Giovane, nipote di P.il Vecchio, ed autore di un raffinato epistolario, il più importante, per l’informazione e l’abilità letteraria, dopo quello ciceroniano, al quale per vari aspetti fa riferimento.

Documenta il sempre dominante gusto retorico e diatribico anche il maggior scrittore di satire dopo Orazio, ovvero Giovenale, che espresse in forme violente lo sdegno del provinciale per il degrado morale della metropoli.

Tra i numerosi storici spicca Tacito, il maggior storico latino dell’età imperiale, che con un linguaggio denso, vicino ai confini della poesia, di impianto non ciceroniano,tracciò un bilancio amaro del primo secolo dell’età imperiale, vagheggiando, pur nella consapevolezza di un impossibile ritorno, i valori politici e morali dell’età repubblicana. Diversa è la tempra di storico di Svetonio, che nel De vita Caesarum dal carattere aneddotico ed erudito rivela però una grande felicità narrativa tra curiosità e pettegolezzo e puntualità nell’informazione.

Il II sec. d.C. si aprì nell’ordine politico e militare di Traiano e Adriano . Il linguaggio letterario manifesta il declino della spiritualità romana : la parola diventa centro ideale della ina letteraria e il suo culto retorico ed erudito esprime appunto la disintegrazione della spiritualità.E’ in questo periodo che e la ura dell’intellettuale itinerante, a metà tra il maestro di retorica e il mago. Tale è ad esempio il romanziere Apuleiuo, autore delle Metamorfosi o L’asino d’oro, una affascinante narrazione romanzesca e fantastica. L’amore per la parola, soprattutto se rara e antica, si affianca al gusto erudito e fonte di notizie preziose per i posteri. Tali sono ad esempio le Noctes Atticae di Aulo Gallio. Un giocoliere della parola è il retore Frontone. Anche i cosiddetti “poeti novelli” manifestano amore per la grazia e la musicalità della parola.


















MODIFICHE






L’età dei Flavi


Premessa


Il ‘ 68 d.C. indica la fine della dinastia Giulio – Claudia, fine causata dalla ribellione degli eserciti della Gallia lionese e della Sna Tarragonese e dalla conseguente morte di Nerone. I brevi regni di Galba, Otone e Vitellio furono seguiti da quello di Vespasiano e dei suoi li, Tito e Domiziano, che diedero vita alla dinastia dei Flavi.

Vespasiano (’69 – ’79),fondatore della dinastia, era generale delle armate della Palestina e non era né romano, né di famiglia nobile.Egli riportò ordine e pace a Roma e nell’impero.

Vespasiano e i suoi li, tennero il potere per una trentina d’anni : mentre Vesp. con una oculata amministrazione cercò di risollevare le finanze imperiali dopo gli sprechi di Nerone, il Principato di suo lioDomiziano si propose di rinnovare i fasti di un tempo, anche nel campo della cultura. Nel ‘96d.C Domiziano , che aveva ,però ,accentuato il carattere autocratico del suo governo fu ucciso in seguito all’ennesima congiura di corte. Seguì un periodo di confusione durante il quale il senato cercò di scegliere un successore gradito a tutti. Fu designato il vecchio Nerva, nobile di nascita. A nerva, succedettero nel corso del II sec. d.C. Traiano, Adriano, Antonino Pio, Marco Aurelio e Lucio Vero ( ovvero la dinastia degli Antonini). Ciascun imperatore fu scelto e adottato legalmente dal suo predecessore per le proprie capacità e onestà( secondo il criterio della “scelta del migliore”) ,ignorando i vincoli di sangue.

L’età dei Flavi e di Traiano ( ’69 – 117 d.C) fu quella di massima espansione dell’impero e insieme l’età in cui la forza vitale delle province superò quella dell’Italia, fu l’età in cui il Senato era ormai largamente provinciale, fu letà in cui crebbe l’apporto culturale delle province romanizzate e si fece più marcata l’indipendenza della cultura latina da quella greca.Dopo l’anarchia del ’69 d.C., Vespasiano riorganizzò lo stato, e rese più solido il potere imperiale legando a sé nuove forze sociali . Egli riuscì a convivere pacificamente con la nobilitas, pur modificandone profondamente la composizione sociale con le forze reclutate fra gli aristocratici italici e provinciali. I mezzi di cui si servì furono l’estensione dei diritti di cittadinanza e la compilazione di nuove liste di cavalieri e senatori. Vespasiano ,il principe, inaugurò una politica d’intervento culturale. Egli favorì un’opera di restaurazione cultutale, assegnando una preminenza e una funzione di modello agli scrittori dell’età classica, quella di Cesare e di Augusto. In particolare, divennero punti di riferimento incontrastati Cicerone per la Prosa e Virgilio per la Poesia.Vespasiano, inoltre istituì scuole a spese dello stato, stipendiando regolarmente i maestri a lui favorevoli: infatti, Quintiliano, il più autorevole assertore del ritorno ai classici, ricevette da lui uno stipendio notevolissimo di centomila sesterzi all’anno. Il principe distribuì generosamente ricompense e privilegi a studiosi, letterati, medici, grammatici, eruditi, fondò una biblioteca e si cimentò nelle lettere componendo i Commenterii sulla sua vita, pur senza pretese, né ambizioni letterarie.Anche i successori di V.mostrarono uno spiccato interesse per la cultura. Tito, buon oratore e facile versificatore, scrisse un carme sull’apparizione di una cometa. Domiziano, ebbe vere e proprie velleità letterarie, predilesse il genere epico nel quale si cimentò scrivendo poemi sulla guerra giudaica vinta da Tito e sul Bellum modulinum ( lotte fra vitellini e flaviani a Roma nel 69).

Bisogna ,inoltre , aggiungere che le due costanti della politica culturale attuata dai Flavi furono lo sviluppo di una letteratura cortigiana e la persecuzione sistematica dei filosofiFu sotto Vesp., ma soprattutto sotto Dom.che si sviluppò la cosiddetta “ideologia dei burocrati”, che da una parte esaltava gli uomini del principe e le loro doti di fedeltà e impegno, dall’altra esaltava il principe stesso per la sua dedizione allo Stato e la moderazione negli affari di governo. La letteratura cortigiana, d’altra parte, non disdegnava l’adulazione più smaccata verso l’imperatore.Quindi, mentre da un lato la cultura ufficiale fu favorita e finanziata generosamente, dall’altro i filosofi furono apertamente perseguiti. Fu soprattutto nelle seconda parte del suo principato, che Domiziano, che amava farsi chiamare “dominus ac deus”, soffocò ogni fermento ideale e perseguitò i filosofi cacciando via da Roma alcuni nell’’89, e poi di nuovo nel ’93-95 e mandandone a morte altri. Per fare alcuni nomi, il cinico Demetrio e lo stoico Musonio Rufo furono condannati alla relegazione, mentre Elvidio Prisco fu condannato a morte perché parlava con troppa spregiudicatezza della libertà di parola. Il principato flavio, che rispetto all’epoca precedente può essere definito “illuminato” ebbe quindi , un duplice volto: da un lato un lato ,con esso, cessarono i processi e le persecuzioni e i principi si mostrarono più tolleranti verso il senato, dall’altro esso fu simile nella sostanza al potere assoluto dei Giulio-Claudii, anche se si basò su un consenso sociale più vasto. Un’ultima caratteristica dell’età di Vespas. E dei suoi successori è la reazione, ad opera soprattutto di Quintiliano e della sua scuola, contro l’asianesimo barocco dell’epoca neroniana, in nome di un ritorno ai modelli della classicità latina: nell’oratoria il modello fu Cicerone, mentre nell’epica si tornò a Virgilio rigettando lo schema di Lucano. Il classicismo costituì uno dei punti di contatto fra l’epoca flavia e il periodo augusteo, d’altronde a livello politico Vesp., abbandonando le persecuzioni e inaugurando una politica di compromesso si era chiaramente ispirato al principio di Augusto.Anche a livello culturale, quindi, la nuova dinastia intese rapportarsi all’epoca augustea, infatti i Flavi e i loro letterati cercarono i modelli letterari tra gli autori del I sec. a.C. e non nella letteratura immediatamente precedente. I risultati dell’operazione attuata dai Flavi furono di gran lunga più modesti di quelli conseguiti da Augusto,soprattutto nei poemi epici e lirici.Gli esiti più duraturi furono raggiunti dalla letteratura scientifica e, soprattutto dalla retorica.La responsabilità del fallimento sono state attribuite al carattere illiberale del controllo sulla cultura da parte degli imperatori, a causa del quale potè svilupparsi solo una letteratura di corte asservita alle direttive del regime: a Vespasiano mancò un Mecenate, che fungesse da colto e raffinato mediatore tra le esigenze dei letterati e le necessità di governo. C’è inoltre, una differenza di qualità tra gli autori dell’epoca Flaviana e gli augustei. Ai letterati dell’epoca flavia mancava la statura artistica dei loro predecessori (Virgilio, Orazio, Livio).I letterati del tempo dei Flavi erano nati e cresciuti in pieno principato, quasi nessuno aveva conosciuto personalmente l’età di Augusto; per essi non si trattava di discutere la legittimità del principato e di paragonarlo all’antica repubblica, ma semplicemente si trattava di regolare nella maniera più più soddisfacente i rapporti con esso. Non sapevano che farsene dell’autonomia dell’uomo di cultura di fronte alla Stato, conquistata con tanta penadalle generazioni dell’età repubblicana ed esaltata sotto il principato dei Giulio-Claudi : dopo il fallimento di Seneca, i letterati si erano divisi nettamente in due gruppi: quelli che accettavano il principato ed i programmi da esso proposti, e coloro che li rifiutavano, per ragioni morali e ideali,pur non sapendo contrapporvi nulla di concreto. I primi ebbero il loro maestro in Quintiliano, sostenitore del ritorno a Cicerone, ed i loro corifei( trova sul vocabolario) nei modesti poeti epici Stazio, Valerio Flacco e Silio Italico ; tra loro ci furono anche gli onesti funzionari che si occuparono di Scienze come Plinio il Vecchio ed altri minori (es. Frontino, sotto Nerva e traiano). I secondi vantarono filosofi e pensatori che arono di persona il prezzo del loro non conformismo, come il già citato Musonio Rufo. Tra gli uni e gli altri sta una schiera numerosa di uomini, tra i quali Tacito e Giovenale, che sotto Domiziano tacquero, ma caduto il tiranno fecero sentire la loro voce, condannando violentemente e spietatamente l’età dei Flavi e di Domiziano in particolare. Durante l’epoca Flavia si sviluppò, come detto precedentemente, la reazione al poema epico di stampo Lucano in nome di un ritorno al mito e a Virgilio. I motivi di un tale cambiamento di gusto possono essere diversi: le opere a sfondo mitico, nelle quali era più facile lodare il principe e il suo governo , rispondevano meglio alle esigenze del principato. La poesia epica, con i suoi argomenti appunto a sfondo mitologico, difficilmente poteva recare fastidio al regime, perché nela maggior parte dei casi si trattava di racconti avulsi dalla realtà, invece nel poema di Lucano, al dispotismo di Cesare si opponeva la tradizione repubblicana in un momento in cui era acuto il dissidio tra principe e senato. Tra i narratori che guardarono a Virgilio ricordiamo Silio Italico. Egli costituisce un anello di congiunzione tra le nuove tendenze e l’epoca Neroniana. I suoi “Punica” ,in 17 libri trattano un argomento storico (la seconda guerra punica) e hanno come fonte la . . ..vedi foglio marco n°4 di Tito LIvio. Tale racconto era ricco di digressioni erudite e accordava grande spazio all’intervento divino e all’elemento favoloso.Il poema “Punica” è un atto di fede in Virgilio e nell’epica virgiliana. Silio vuol mostrare come un tema storico possa essere epicamente cantato con gli ingredienti stessi di Virgilio: a suo avviso si possono,cioè, rinnovare i contenuti dell’epica lasciandone intatte le forme e gli spiriti.

Tutto il poema procede applicando alla materia della guerra punica le invenzioni del poema virgiliano: anche nell’opera siliana troviamo descrizioni di scudi, visioni, sogni notturni, giochi funebri ecc. Ma l’opera non ha un centro ideale attorno a cui si raccolga l’azione e che dia ad essa un sapore. La perdita della libertà e la conseguente fiacchezza degli spiriti ( anche Silio non risparmia elogi a Domiziano, principe, condottiero e poeta eccelso) produceva, con l’esaltazione del classicismo, questi frutti senza sapore.L’opera è stata severamente giudicata dalla critica moderna per la sua macchinosità, l’eccesso di discorsi retorici e la scarsa poetica.

Ma la ura più rappresentativa del tipo di letterato favorito dall’età Flaviana è Publio Papinio Stazio Nato tra il ’40 e il ’50 e morto verso il ’96, Stazio si adattò senza fatica alle tendenze imposte dai potenti, da cui dipendeva il successo della sua poesia.S. compose poesie di ogni genere per gli amici potenti e per ogni circostanza. Tra le sue opere ricordiamo il poema epico la “Tebaide”(che ebbe una particolare fortuna nel Medioevo), alcune “Silvae”, ovvero componimenti lirici in stile facile ed elegante,per lo più si tratta di carmi dedicati a uomini insigni della corte in occasione di lutti,matrimoni, compleanni, viaggi ecc.,e lincompiuta “Achilleide2, poema epico sull’educaxione e le vicende della vita di Achille. Stazio è un poeta erudito, un cantore della poesia sentimentale e preziosa, addirittura estetizzante(a suo proposito si è parlato di “retorica della dolcezza”). I suoi componimenti epici sono pieni di riferimenti letterari, le leggende da lui trattate sono in molti casi oscure. Nonostante la sua volontà di imitare Virgilio, Stazio, ne fosse cosciente o meno, discende dalla tradizione ovidiana, quella che un giorno verrà rappresentata dalle “Dionisiache” di Nonno.



Contemporaneamente alla Tebaide di Stazio e alle Puniche di Silio Italico, nasceva in Roma un altro poema epico: le “Argonautiche” di Caio Valerio Flacco.Il poema, lasciato incompiuto al VIII libro, ha come modello l’omonimo poema di Apollonio Rodio e racconta la conquista del vello d’oro e la passione di Medea per Giasone. I tre poemi(Tebaide,Achilleide e Argonautiche) hanno come caratteristiche comuni la pesante erudizione, gli effetti retorici, l’esagerato formalismo, il continuo ricorso all’elemento patetico, la ricerca di grandiosità a tutti i costi. Gli autori fecero costante riferimento a Virgilio, non solo a livello lessicale, ma persino nella struttura, d’altro canto essi tennero presente l’esperienza ovidiana prediligendo gli elementi retorici, gli effetti stilistici e l’erudizione. L’opera di rinascita del poema epico – mitico, tentata sotto Vespa. E Domiz., può considerarsi fallita, infatti gli autori immediatamente successivi all’epoca Flaviana non mostrarono alcuna simpatia per queste opere e le giudicarono poco valide, e in epoca moderna i critici le hanno bollate come inutili esercizi di vuota erudizione e prodotti marginali.

Il massimo erudito dell’epoca flavia fu un solerte funzionario imperiale di origine provinciale :Gaio Plinio Secondo, detto Plinio il Vecchio. P. nato tra il 24 /25d.C. e morto nel 79 durante l’eruzione del Vesuvio che distrusse Pompei ed Ercolano, fu soprattutto un enciclopedista le cui conoscenze si trovano compendiate nei 37 libri della sua Naturalis historia (storia naturale) che costiuisce per noi una fonte ricchissima di notizie altrimenti perdute. L’opera è, infatti, una vasta indagine su tutto ciò che esiste in natura e su argomenti che spaziano dall’arte alla medicina. Mescolando esperienze personali e testimonianze di fonti antiche in uno stile a volte tortuoso ( ma giustificato dalla mole dell’opera e dall’intento divulgativo) , Plinio ci dà, oltre a innumerevoli, precise e preziose notizie sulle conoscenze scientifiche e letterarie del tempo, un esempio unico del profondo umanesimo e della vastità d’interessi della cultura latina del I sec. d.C, nonché una lampante testimonianza della diffusione e dell’ascesa dei ceti tecnici e professionali, con la relativa domanda di cognizioni appunto scientifiche.

Come già detto, in epoca flavia si ebbe una reazione allo stile barocco e all’asianesimo: la dinastia di Vespa. propugnò il ritorno ai modello letterari dell’epoca di Augusto, contro il gusto ellenizzante di Nerone. La restaurazione politica si tradusse in campo culturale nella riproposizione della letteratura del I sec. e in campo etico nel richiamo ai più sani valori della tradizione romana. All’interno di questa operazione di restaurazione del gusto classicista, le scuole di retorica ebbero una funzione di primaria importanza . il loro più illustre rappresentante, Quintiliano fu tra i protagonisti del netto rifiuto dello stile di Seneca e Lucano e del ritorno a Cicerone. Q. ,nato in Sna nel 35 d.C. giunse a Roma nel 68 d.C. e qui fu educato alla scuola di illustri maestri di eloquenza. In Sna esercitò con notevole successo l’insegnamento e l’avvocatura, finchè nel 68 Galba non lo richiamò a Roma dove incominciò la sua attività di maestro di retorica . Ebbe così tanto successo che Ves. gli affidò la prima cattedra statale. Tra i suoi numerosi allievi ebbe Plinio il Giovane e forse Tacito. Domiziano lo incaricò dell’educazione dei suoi nipoti, cosa che gli valse gli “ornamenta consolatoria”. Nell’88 si ritirò da tutto per darsi completamente agli studi. Q. morì nel ‘96d.C. pochi mesi dopo l’uccisione di Domiz. che egli aveva sempre servito devotamente e che lo aveva ricompensato con onori e ricchezze. Sempre nel96d.C. fu pubblicato il capolavoro di Q.: l’Institutio oratoria che compendia l’esperienza di un insegnamento ventennale(dal 70 al 90 d.C. circa) L’oper ha come argomento la formazione del perfetto oratore: Q. riprende dal suo modello Ciceronel’idea che l’educazione debba essere globale, cioè l’istruzione deve riguardare le discipline più diverse. Il fine di Q. non era quello di scrivere un manuale di retorica, bensì di fornire una guida completa per la formazione del perfetto oratore, apartire dall’infanzia fino al momento in cui avrà acquistato qualità e mezzi per affrontare un uditorio. Q. riprende il modello repubblicano, secondo il quale il perfetto oratore è un uomo dotato di ogni virtù e dalla condotta irreprensibile: l’oratore di Q. ricalca l’aristocratico ideale dei tempi di Cicerone. Q. individua nella retorica la cultura formatrice dell’individuo ed è polemico contro le scuole filosofiche che secondo lui non offrivano né formazione letteraria, né esempi di coerenza ai loro allievi. Questa ostilità si adatta perfettamente alla politica dei Flavi che più volte avevano perseguitato e cacciato i filosofi.Q. si batte soprattutto contro Seneca, in quanto egli rappresenta l’educatore che pone nelle giovani menti il germe del dubbio, abitua alla discussione, sbaglia e riconosce di aver sbagliato, fa balenare alti ideali, anche irraggiungibili, ma sempre entusiasmanti. Esattamente tutto il contrario di quanto faceva e pensava Q., il quale lottò a lungo , durante i vent’anni del suo insegnamento, per strappare di mamo ai ragazzi le opere di Seneca e sostituirvi il manuale del perfetto oratore. La perfezione dell’eloquenza è rappresentata da Cicerone, perciò bisogna tornare a Cicerone e soprattutto all’eleganza e alla nettezza del linguaggio ciceroniano:.Q. però non si domandava se lo stile ciceroniano non avesse qualcosa a che vedere con la personalità di Cicerone, e se riflettesse le condizione storiche di quel tempo. Nel predicare il ritorno a Cic. Senza avvertire che ciò esigeva anche il ritorno alle condizioni di libertà politica del tempo di Cic. Sta il segno più evidente del carattere antistorico del classicismo quintilianeo. In ogni caso è con Q. che prese avvio quella canonizzazione di Cic.,che sarebbe durata per secoli, attraverso l’Umanesimo fino, in sostanza, all’insegnamento attuale. del latino nei licei .

L’ dei Flavi vanta anche la straordinaria ura di Marziale, il maggiore scrittore latino di epigrammi, dalla inesausta inventiva e interprete della società romana contemporanea. Di lui ci resta una raccolta di Epigrammi distribuiti in 12 libri pubblicati tra l’86 e il 102d.C.Tale raccolta è preceduta da un altro libro con una trentina di epigrammi, il Liber Spectaculorum e seguito da altri due libri, anch’essi autonomi,lo Xenia e gli Apophoreta. Nell’ordinare gli epigrammi, M. li ha distribuiti in modo equilibrato, secondo il topos della “varietas”, secondo il metro e l’estensione, attento soprattutto ad evitare ripetitività e piattezza. Accanto al distico elegiaco, negli epigrammi sono frequenti anche il falecio e lo scazonte, e altri metri diversi. Nell’ambito della poesia latina, l’epigramma non aveva una grande tradizione, e di essi ben poco ci è rimasto : con l’eccezione di Catullo, non sappiamo nulla dei poeti che M. indica come suoi “auctores”. M. farà dell’epigramma il suo genere esclusivo, l’unica forma della sua poesia, apprezzandone soprattutto la duttilità, la facilità ad aderire ai molteplici aspetti del reale. I tratti caratteristici della poesia di M. sono proprio il realismo e l’aderenza alla vita concreta. Nelle scene si riscontrano sempre le stesse tipologie di personaggi: i parassiti, i ladri, gli spilorci, gli imbroglioni, i medici pericolosi e così via. I temi degli epigrammi sono vari : accanto a quelli più radicati nella tradizione altri riguardano più da vicino le vicende personali del poeta o il costume della società del tempo.Più volte negli epigrammi m. esprime il suo ideale di vita: un’esistenza semplice,modesta,appartata e a contatto con la natura.Certe descrizioni della camna sono considerate fra le migliori, è il caso dell’epiframma 18 del XI libro nel quale il poeta descrive il proprio campiello. Probabilmente M. scelse il genere epigrammatico sia perché questo era ben accetto nei salotti dei ricchi, sia perché egli rifiutava i lunghi poemi gonfi di erudizione.

Tra gli altri autori vanno ricordati Plinio il Giovane, nipote di P.il Vecchio, ed autore di un raffinato epistolario, il più importante, per l’informazione e l’abilità letteraria, dopo quello ciceroniano, al quale per vari aspetti fa riferimento.

Documenta il sempre dominante gusto retorico e diatribico anche il maggior scrittore di satire dopo Orazio, ovvero Giovenale, che espresse in forme violente lo sdegno del provinciale per il degrado morale della metropoli.

Tra i numerosi storici spicca Tacito, il maggior storico latino dell’età imperiale, che con un linguaggio denso, vicino ai confini della poesia, di impianto non ciceroniano,tracciò un bilancio amaro del primo secolo dell’età imperiale, vagheggiando, pur nella consapevolezza di un impossibile ritorno, i valori politici e morali dell’età repubblicana. Diversa è la tempra di storico di Svetonio, che nel De vita Caesarum dal carattere aneddotico ed erudito rivela però una grande felicità narrativa tra curiosità e pettegolezzo e puntualità nell’informazione.

Il II sec. d.C. si aprì nell’ordine politico e militare di Traiano e Adriano . Il linguaggio letterario manifesta il declino della spiritualità romana : la parola diventa centro ideale della ina letteraria e il suo culto retorico ed erudito esprime appunto la disintegrazione della spiritualità.E’ in questo periodo che e la ura dell’intellettuale itinerante, a metà tra il maestro di retorica e il mago. Tale è ad esempio il romanziere Apuleiuo, autore delle Metamorfosi o L’asino d’oro, una affascinante narrazione romanzesca e fantastica. L’amore per la parola, soprattutto se rara e antica, si affianca al gusto erudito e fonte di notizie preziose per i posteri. Tali sono ad esempio le Noctes Atticae di Aulo Gallio. Un giocoliere della parola è il retore Frontone. Anche i cosiddetti “poeti novelli” manifestano amore per la grazia e la musicalità della parola.










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