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CLAUDIO CANTELMO, IL SUPERUOMO - Le vergini delle rocce, I Personaggi

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CLAUDIO CANTELMO, IL SUPERUOMO

Le vergini delle rocce

Libro composto da Gabriele D'Annunzio nel 1895 in cui meglio si esprimo la vocazione dell'autore ad una scrittura totale che riassuma in sé il genere lirico e quello narrativo, è un romanzo - poema.

Come nasce un romanzo - poema? D'annunzio era solito annunciare la pubblicazione di un'opera mentre ancora era in fase di progettazione quindi si conoscono molti titoli ipotizzati per questo romanzo, fino all'indicazione definitiva tramite una lettera il traduttore francese Georges Herelle (attraverso le lettere a quest'ultimo si può risalire a vere e proprie dichiarazioni di poetica):

"Gli avvenimenti reali vi appaiono trasurati da significazioni alte e complesse. Le tre ure delle vergini si muovono su un fondo di paesaggio che è in accordo con l'ardore e con la desolazione delle loro anime. Una catena di rocce acute si svolge sul loro orizzonte disegnandosi nel cielo, ora azzurre, ora bianche e raggianti, ora purpuree come fiamma, ora delicate e rosee come: Le vergini delle rocce".

Come scelte stilistiche rifiuta una trama in favore della libera invenzione di uno spazio e di un tempo assoluti, vuole un'opera di grande stile, di pura bellezza. la poesia è una realtà assoluta. Più una cosa è poetica, e più essa è reale. E'  comunque possibile trovare un filo narrativo su cui si impernia il racconto: il romanzo si apre con un lungo prologo dove l'autore descrive le tre vergini, Massimilia, Violante e Anatolia in attesa dello Sposo. Lo sposo è il protagonista Claudio Cantelmo, giovane che vive a Roma e si rende conto della situazione in cui si trova questa grande città: "vi era un vento di barbarie su Roma che sembrava volerle strappare la raggiante corona di ville gentilizie a cui nulla è paragonabile nel mondo delle memorie e della poesia". Quelli di Roma vengono definiti dal D'Annunzio, che in romanzi come il Piacere li aveva inneggiati, tempi nemici dell'arte, a cui l'autore oppone la ura di Cantelmo. Egli, però, non può salvare l'arte compiendo una vera e propria apologia della strage e della lussuria (vedi il clima dei salotti inizialmente frequentati da D'Annunzio) ma, è necessario che dopo trascorsa la sua vana esistenza ricominci a vivere, e riveda il sole, le piante, le rupi, gli uomini con altri occhi. È proprio per questo motivo che Cantelmo, disgustato dalla corsa alle speculazioni, si rifugia nei possedimenti di un'antica famiglia aristocratica, i Capece Montaga, ancora in fede borbonica. È guidato dal desiderio di divenire un dio, è alla ricerca di una genitrice per il futuro re di Roma quando in questa famiglia conosce le tre vergini. Il ritorno di Cantelmo a Rebursa, paese abruzzese il cui nome è però inventato per procreare insieme a una creatura eletta, il terzo re di Roma, può essere avvertito come un'allegoria dell'impulso creatore contro il fantasma del disfacimento e della fine, che stava invadendo Roma stessa. Cantelmo vede le grazie delle tre vergini ed è sicuro che tra le tre vi sia l'eletta, senza rendersi conto che su di loro incombe un oscuro destino familiare che compromette le loro virtù: la madre Aldoina è uscita di senno, è una principessa demente. I fratelli, Antonello e Oddo così come le tre vergini vivono nel dolore e si sono votati a questo: Massimilla, che ha intenzione di prendere i voti, non fa che pregare, Violante tenta di uccidersi con i profumi mentre Anatolia è l'uni che sembra portare un po' di gioia di vivere. Cantelmo per prima cosa cerca vanamente di impedire a Massimilla di prendere i voti, poi estasiato dall'amore con cui Anatolia cura la madre propone a lei di aiutarlo nella sua missione, ma ella si è votata alla famiglia e al sostegno della madre, Violante infine è troppo bella e troppo fragile, Cantelmo deve ammettere che ella può essere amata solo da un Dio o morire senza permettere che la sua bellezza sfiorisca (motivo decadente). Quindi alla fine tutte e tre si rileveranno inadatte al compito e Cantelmo dovrà rinunciare. Come si può notare l'involucro narrativo è molto fragile, quasi un pretesto perché il vero protagonista è lo stile e le idee portate avanti dal protagonista, il superuomo.



Cronologicamente questo romanzo - poema si inserisce nell'arco di tempo che va dal 1894 (anno in cui D'Annunzio legge la prima opera di Nietzsche) al 1895, anno della sua effettiva composizione. Sono proprio gli anni in cui l'autore si interessa al mito del superumano di Nietzsche, che si può dire fece da catalizzatore al superomismo da sempre presente in D'Annunzio. Quest'ultimo, però, sceglie, fraintende, e distorce alcuni aspetti del pensiero del filosofo.


Nietzsche: superuomo per il filosofo ha il significato di oltreuomo. Il passaggio da uomo a superuomo quindi non è da intendersi come un'evoluzione in cui dall'homo sapiens si sviluppa una nuova razza di individui superiori. Il superuomo invece oscilla tra la ura di bella individualità di origine umanistica, a quella di avventuriero, che è spinto da un impulso più distruttivo che costruttivo.


D'Annunzio: coglie quegli aspetti che gli permettono di giustificare l'alto concetto che ha di sé in quanto artista e dell'artista in genere, come l'esaltazione del vitalismo e del sensualismo più esasperati. Fa suo il principio della completa libertà d'azione dell'essere superiore il quale è sempre in ogni suo atto al di là di ogni giudizio e abbraccia con entusiasmo la fede nel culto della bellezza e il mito della potenza creatrice d'arte. (si spinge altre verso una polemica antidemocratica, antiparlamentare, verso la celebrazione della virtù della razza e l'esaltazione della violenza e della guerra, vedi la questione di Fiume).


Nelle vergini delle rocce D'Annunzio passa da cronista mondano a esaltatore dell'uomo borghese nei panni dell'eroe e del dominatore. (si tiene sempre al passo con i tempi perché è anche interessato alle vendite)

Nel Trionfo della morte il superomismo è ancora suggestione letteraria. Solo nelle vergine delle rocce è applicata davvero l'ideologia superomistica anche se Claudio Cantelmo è ancora legato a semplici formule, e il suo superomismo è riuscire a generare il futuro re. D'annunzio è qui più attento al rifiuto sello psicologismo e del moralismo in nome di antirealismo e lirismo (stilizzazione lirica dei personaggi). Il vero superuomo sarà, invece Stelio Effrena nel romanzo il fuoco, perché egli sarà trionfatore e centro dell'universo, non come Cantelmo che finisce per rinunciare alla sua missione.


I Personaggi

Le vergini: " le più belle le più ardenti e le più misere che sieno mai apparse nell'estrema discendenza di una razza imperiosa" (Prologo)

"Strumenti meravigliosi delle mie volontà e dei miei destini. Non siete voi quali io vi avrei create per ormare di una bellezza e di un dolore sublimi il mondo occulto di cui sono l'artefice infaticabile?"

"Colei che proa e perpetua le idealità di una stirpe favorita dai Cieli"

Cantelmo: ambizioso dai risvolti socratici (vedi primo libro) e leonardeschi, che cerca la propria "significazione" in contatto con l'agro romano, alla ricerca delle proprie radici e del proprio futuro. È un contenitore saturo di motivi estetizzanti e decadenti: ad esempio

l'esaltazione della vita interiore che gli deriva da Schopenhauer

simbolismo del giardino chiuso come luogo di interiorità

Si può inoltre definire un interprete leonardesco (basti pensare alla lunga serie di citazioni), interprete di quel Leonardo artista ed eroe rinascimentale, sintesi di azione e pensiero, di vita e di arte. Lo interpreta si può dire in modo nietzscheano. Come già detto, infatti, l'opera ha un risvolto superomistico nietzscheano. Basti pensare al prologo dove anche il tedio (secondo un'idea decadente) diventa segno di elezione per le tre sorelle e impronta d'ambizioni superomistiche. Le ure a cui D'Annunzio si ispira sono dunque Leonardo e Dante (tante citazioni tratte dall Vita Nuova e dal Monarchia e arriva anche a chiamare beatrici le vergini, in particolare Massimilia che sembra avere la stessa purezza della vera Beatrice), Dante rappresenta il mito dell'intellettuale moderno interprete a un tempo del sogno mistico e del rinnovamento del potere temporale. Cantelmo è un aspirante progenitore di re, signore di un feudo in abbandono, conosce le nude rocce (simbolo di titanismo) e le coniuga con un vitalismo pronto ogni volta a ribaltarsi nel proprio contrario. A differenza dei suoi predecessori in arte possiede intatta la sua volontà e conosce il metodo per fortificarla e per renderla formidabile.

Sul testo: " amico loro, quasi coetaneo . unico erede di un nome non meno antico e non men insigne del loro. Aspettavano un loro uguale, un reduce dalle città magnificate apportatore di un soffio di quella grande vita a cui esse avevano rinunciato. E ciascuna forse nel suo cuore segreto aspettava lo Sposo"

"Virtù di stirpe, eugeneia, (come sosteneva anche Dante), officio di colui che indica una meta certa e guida i suoi seguaci a quella"

"Solo, senza consanguinei prossimi, senza alcun legame comune, indipendente da ogni potestà familiare, suoi seguaci a quella"

"Il mio amore e la mia arte saprebbero creare intorno a ciascuna un diverso incantesimo e costruire per ciascuna un trono e a ciascuna offrire lo scettro di un ideal regno popolato di finzioni in cui ella troverebbe trasurati per aspetti molteplici la parte di sé non mortale. E, poiché la brevità è il giustissimo attributo del sogno superbo e della vita bella, il mio amore e la mia arte anche saprebbero comporre alle beatrici una morte armoniosa nell'ora opportuna."




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